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	<title>Netflix &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Guardare la TV può insegnarci davvero qualcosa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Veronica Falco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Feb 2023 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’esempio virtuoso di una delle sitcom più amate dai Millennials: Willy, il principe di Bel-air Le sitcom degli anni 90 hanno avuto un grande ruolo nella formazione di chi all’epoca era bambino o adolescente, perché sono fiorite sul sentiero che avevano percorso serie come I Robinson oppure Happy days però scollandosi dalla cultura del dopoguerra. Le persone erano pronte a guardare qualcosa in TV che fosse sì comico, ma nettamente più vicino alla franchezza del 2000. Come si potevano spiegare, [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center"><em>L’esempio virtuoso di una delle sitcom più amate dai Millennials: Willy, il principe di Bel-air</em></h2>



<p class="has-drop-cap">Le sitcom degli anni 90 hanno avuto un grande ruolo nella formazione di chi all’epoca era bambino o adolescente, perché sono fiorite sul sentiero che avevano percorso serie come <em>I Robinson </em>oppure <em>Happy days </em>però scollandosi dalla cultura del dopoguerra. Le persone erano pronte a guardare qualcosa in TV che fosse sì comico, ma nettamente più vicino alla franchezza del 2000.</p>



<p>Come si potevano spiegare, ma soprattutto mostrare, proprio con quella autenticità, tematiche come razzismo, povertà, passando per lavoro, famiglia e sesso? Con <em>Willy, il principe di Bel-air</em>!</p>



<p>È facile dire che questa sitcom (in lingua originale <em>Fresh Prince of Bel-air)</em> andata in onda dal 1990 al 1996 ha determinato l’inizio di un’epoca più nuda da preconcetti, quello che si dovrebbe però fare è divulgarla ai giovani ma anche agli adulti che l’hanno dimenticata, per tanti motivi.</p>



<p>Innanzitutto, l’inclusione: la storia parla di Willy, un ragazzo afroamericano interpretato da Will Smith che, da Filadelfia, a causa dell’ambiente malfamato, sua madre manda a casa degli zii, a Bel-air. Si tratta di un quartiere abbiente di Los Angeles, in cui zio Phil, zia Vivian, i cugini Carlton, Hilary, Ashley e il maggiordomo Geoffrey, tutti afroamericani come lui, oramai si sono adattati a una vita comoda raggiugendo l’estremo <em>wellness</em> che alle persone di colore per tanti anni era stato negato. Willy viene dal ghetto, dunque, e questa sarà non solo la prima cosa evidenziata con una gag tra lui e Geoffrey, il maggiordomo inglese e posato, ma una costante in tutte e sei le stagioni: sarà il motivo per cui ogni cosa si svilupperà in determinati modi. Già dai primi episodi Willy non dimostrerà di sentirsi un pesce fuor d’acqua, ma anzi riporterà alla memoria degli zii le loro origini; al tempo stesso, loro che oramai vivono da “bianchi”, lo introdurranno nella società cercando di far emergere tutto il suo potenziale, senza mai denigrarlo. Questo scambio è una lezione importantissima per non etichettare le persone appartenenti ad un quartiere, una città o un paese non benestante, tutte allo stesso modo. Infatti Willy rappa, è di bell’aspetto ed è scaltro in qualsiasi situazione, un antieroe dall’animo puro che non rappresenta “la cattiva strada” o la ribellione: semplicemente, dimostra che le persone possono arricchire emotivamente gli altri e cambiano di contesto in contesto, può migliorare sempre.</p>



<p>Passiamo poi almodello educativo di zio Phil: parliamoci chiaro, i valori elargiti nelle commedie statunitensi sono stati e sono schemi fissi che portano avanti l’idea di papà America o comunque famiglia perfetta con il pick up, due sedute di psicoterapia a settimana e le crisi di mezza età. La famiglia di Willy non è da meno: i Hilary, ad esempio, la primogenita tra i cugini, è superficiale e non spicca di particolare intelletto. Ciò non cambierà mai, dimostrando che questa sitcom è tra le migliori di sempre proprio per la sua coerenza e ironia senza limiti; anche gli altri sono assuefatti dall’agio, però lo zio Phil sa sempre cosa dire, come risolvere una situazione, anche quando in realtà non lo sa, ed è proprio questa la magnificenza di un modello educativo a cui bisognerebbe aspirare. Nessuna mentale, nessun stereotipo, ma provare a farcela, cercando le parole giuste. Come succede in un episodio in cui Willy lavora di nascosto come cameriere travestito da pirata per provvedere a se stesso: zio Phil, che è un acclamato avvocato e poi giudice, non si congratula con lui perché vuole fare tutto da solo, ma lo accoglie, gli dice che <em>“Qualcuno ha aperto delle porte per me quando ero giovane, e io voglio aprirle per te”.</em> È in questo preciso momento che, per quanto <em>Fresh prince</em> straripi di battute anche sugli uomini e sulle donne, si capisce che c’è stato un distacco totale rispetto al machismo in cui l’uomo non deve piangere mai, non chiedere mai aiuto, a cui purtroppo si era abituati. Diventa perciò chiaro quanto questa sitcom abbia rappresentato una rivoluzione: grazie, zio Phil!</p>



<p>L’emancipazione lontana dai tempi del Black lives matter: inutile sottolineare quanto sul razzismo il mondo abbia ancora da imparare, ricucire, diffondere ma soprattutto estinguere. Negli States, la storia ci insegna che il razzismo è sempre stato, e ancora è, uno dei maggiori fallimenti a livello sociale e, prima di tutto, umano. Questo argomento viene messo in pubblica piazza da Willy e gli altri attraverso situazioni di vita reale. Durante un episodio della serie Willy e Carlton sono in viaggio in macchina, vengono fermati dalla polizia che, senza motivo alcuno, li maltratta e li trattiene in prigione per una notte intera. La genialità del susseguirsi dei fatti, spiegata in modo divertente, è che, mentre i due cugini sono in cella, c’è un carcerato che canta incessantemente: si ride tanto, ma con un retrogusto amaro; i poliziotti sono infatti convinti che abbiano rubato l’automobile per nessun apparente motivo se non per il fatto che sono di colore. Alla fine zia Vivian e zio Phil arrivano a salvare la situazione, facendo fare ai poliziotti la figura che meritano, cioè quella dei razzisti. Questo episodio racchiude un ennesimo spunto di riflessione: loro si sono salvati perché benestanti e con le spalle coperte da una famiglia solida, ma per altre persone di colore non è quasi mai così. Questa situazione non è normale e non è da normalizzare!</p>



<p>Diversi ma amici: una delle cose più famose di <em>Fresh Prince</em> è la <em>Cartlon dance, </em>ma ancora più importante è il rapporto che si crea tra i due cugini. Cartlon è basso, brillante negli studi, non ha successo con le ragazze, fondamentalmente è un ingenuo; Willy è esattamente il contrario, ma il punto di forza della loro relazione è proprio questo scambio di approcci alla vita. Il rapporto tra Willy e Cartlon è fatto di prese in giro anche pesanti sull’aspetto fisico (in barba al politically correct), ma alla fine è commovente e non così surreale, perché si accettano e crescono insieme.</p>



<p>Guardare la TV può insegnarci davvero qualcosa? Certo che sì.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>L&#8217;utopia in fiamme di Woodstock &#8217;99</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carmine Marino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
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		<category><![CDATA[MUSICA]]></category>
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		<category><![CDATA[Netflix]]></category>
		<category><![CDATA[Trainwreck-Woodstock &#039;99]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un documentario di Netflix ricostruisce il fallimento del 30° anniversario del festival Il cielo cupo del mattino ricompone i frammenti della follia collettiva: auto e caravan ridotti a carcasse, montagne di spazzatura a ogni angolo, pezzi di legno di cui non resta che la cenere. «Siamo in Bosnia?», si domanda un ragazzo che sta filmando a bordo di una macchina gli ultimi fotogrammi di uno sfacelo chiamato Woodstock &#8217;99. Il trentennale della leggendaria «Fiera della musica e delle arti» di [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center">Un documentario di Netflix ricostruisce il fallimento del 30° anniversario del festival</h2>



<p class="has-drop-cap">Il cielo cupo del mattino ricompone i frammenti della follia collettiva: auto e caravan ridotti a carcasse, montagne di spazzatura a ogni angolo, pezzi di legno di cui non resta che la cenere. «Siamo in Bosnia?», si domanda un ragazzo che sta filmando a bordo di una macchina gli ultimi fotogrammi di uno sfacelo chiamato Woodstock &#8217;99. Il trentennale della leggendaria «Fiera della musica e delle arti» di Bethem, New York, muore tra le fiamme: quelle dei falò appiccati da interi gruppi di giovani in fondo a tre giorni che promettevano pace e amore e che invece scivolarono ben presto nel delirio. Un capitolo della storia della musica e del costume seppellito in tutta fretta e riesumato dal regista Jamie Crawford nel documentario <em>Trainwreck &#8211; Woodstock &#8217;99</em>, visibile da fine agosto su Netflix. </p>



<p>I 5000 ettari della base militare dismessa di Rome, circondata da un invalicabile muro di cinta lungo 13 chilometri, in luogo della placida campagna di Bethem: l&#8217;evento organizzato da Michael Lang &#8211; il padre della prima Woodstock &#8211; e John Scher nasce sotto il segno delle contraddizioni. 150 dollari per assistere ai concerti, la pay-per-view per chi resta a casa, i grandi marchi dell&#8217;industria a stelle e strisce mobilitati per la causa: la musica è un pretesto per «fare soldi», a maggior ragione dopo il fiasco dell&#8217;edizione del 1994, cui avevano assistito decine di migliaia di persone senza biglietto. Sette mesi di lavoro per cambiare volto all&#8217;austero Griffiss Park e allestire il cast: poche concessioni alla nostalgia e alla tradizione, la netta preferenza per i grandi nomi della scena hard rock, su tutti i Metallica e i Rage Against The Machine, i Red Hot Chili Peppers per il gran finale. </p>



<p>Il pubblico risponde in massa: più di 250.000 persone si radunano a mezzogiorno di venerdì 25 luglio 1999 per l&#8217;esibizione inaugurale di James Brown. Lo spirito del festival si perde ben presto in un fiume di trasgressioni: le droghe, l&#8217;alcol e il sesso diventano la principale attrazione della Woodstock di fine secolo. Come se non bastasse, gli organizzatori mostrano il volto più sfacciato del business: l&#8217;acqua e il cibo sono un lusso per i tanti giovani che sfidano la calura e i disagi. Il popolo del festival è una polveriera pronta a infiammarsi da un momento all&#8217;altro: la dirompente performance dei Korn, la massima espressione del nu metal, cavalca la rabbia latente del pubblico. La porta sul delirio si spalanca il giorno dopo: gli spettatori raccolgono la provocazione di Wyclef Jean, tirando sul palco decine e decine di bottiglie d&#8217;acqua mentre l&#8217;ex Fugees esegue al basso <em>Star-Spangled Banner</em>, l&#8217;inno nazionale degli Stati Uniti con il quale Jimi Hendrix consegnò alla leggenda la Woodstock dell&#8217;estate 1969; verso sera, poi, salgono sul palco i Limp Bizkit: la scossa emotiva che sprigiona i peggiori istinti di giovani e adulti, sobillati dal cantante Fred Durst. L&#8217;assalto alla torre dove si trovano i tecnici del suono è il punto di non ritorno: la violenza e gli eccessi si trasferiscono dal palco principale all&#8217;hangar che ospita lo spettacolo notturno di Fatboy Slim, sospeso e infine cancellato quando un furgone prova a farsi largo in mezzo alla folla stordita dagli stupefacenti. </p>



<p>Non c&#8217;è servizio di sicurezza (le impreparate «Ronde della pace») che tenga: tutt&#8217;intorno si consumano stupri e molestie. Molti non vedono l&#8217;ora di fuggire da questa galleria degli orrori, che assume contorni finanche grotteschi quando i superstiti di Woodstock &#8217;99 iniziano a rotolarsi nel fango e nel sudiciume fuoriuscito dai bagni chimici. Ancora più paradossale è la conferenza stampa in cui Lang, Scher e il sindaco di Rome, Joe Griffo, rivendicano il successo dell&#8217;evento, negando ogni responsabilità per gli episodi denunciati dalla stampa. Tuttavia, mancano ancora all&#8217;appello i Red Hot Chili Peppers: dopo aver eseguito alcuni brani di <em>Californication</em>, la band di Anthony Kiedis ripesca <em>Under The Bridge</em>. Nel frattempo, gli organizzatori distribuiscono 100.000 candele ai presenti per omaggiare la memoria delle vittime del massacro della scuola di Columbine. L&#8217;estremo azzardo che spinge quel che resta di Woodstock nell&#8217;abisso: la rabbia popolare non risparmia chioschi e sportelli Bancomat, i pannelli decorati che circondavano il set e addirittura una delle torri su cui erano montati gli altoparlanti. Dall&#8217;amore universale dei figli dei fiori all&#8217;odio cieco dei loro nipoti: i sogni non durano mai abbastanza.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



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		<title>Tutto chiede salvezza: visto da vicino, nessuno è normale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Mazzitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Nov 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
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		<category><![CDATA[daniele mencarelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mini serie targata Netflix apre uno squarcio sul mondo degli invisibili e degli incompresi “Tutto chiede salvezza” è una mini serie, disponibile sulla piattaforma Netflix, tratta all’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega Giovani 2020. Protagonista della storia è Daniele, un giovane ventenne che si ritrova a dover trascorrere una settimana all’interno del reparto di psichiatria di un ospedale. Daniele è costretto ad affrontare un trattamento sanitario obbligatorio poiché, la sera antecedente il suo ricovero, in preda [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center"><strong>La mini serie targata Netflix apre uno squarcio sul mondo degli invisibili e degli incompresi</strong></h2>



<p class="has-drop-cap">“Tutto chiede salvezza” è una mini serie, disponibile sulla piattaforma Netflix, tratta all’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega Giovani 2020.</p>



<p>Protagonista della storia è Daniele, un giovane ventenne che si ritrova a dover trascorrere una settimana all’interno del reparto di psichiatria di un ospedale. Daniele è costretto ad affrontare un trattamento sanitario obbligatorio poiché, la sera antecedente il suo ricovero, in preda ad una crisi di rabbia e dopo aver assunto stupefacenti, ha spinto il padre contro il muro provocandogli accidentalmente una ferita alla testa. &nbsp;</p>



<p>Il tempo che scorre è occasione, per Daniele, di riflettere sulla sua vita e sul perché del gesto commesso. Gli ritorna così in mente la visita a casa di un suo vecchio amico, il pomeriggio dell’accaduto, e lo stupore e il dolore immenso provati alla visione del ragazzo divenuto incapace a causa di un brutto incidente. Riesce a ricordare la rabbia avvertita e sedimentata all’interno del suo cuore una volta uscito da quella casa, una collera così forte da farlo sentire da solo contro il mondo.</p>



<p>I sette giorni trascorsi in ospedale sembrano a Daniele i più lunghi della sua vita. Condivide la stanza con cinque compagni: Madonnina, Mario, Alessandro, Gianluca e Giorgio. Ognuno di loro ha una storia alle spalle, qualcuno ha dei segreti, qualcuno ha dei ricordi con cui fare pace. Inizialmente la convivenza non si mostra facile. Daniele è schivo e ha solo voglia di raggiungere gli amici fuori e tornare a casa. A piccoli passi però, la saggezza di Mario e la speranza del suo uccellino, la vitalità di Gianluca, la pazienza del padre di Alessandro, la rude tenerezza di Giorgio e la follia di Madonnina, riusciranno a conquistare Daniele tanto da farlo affezionare, indissolubilmente, a ciascuno di loro.</p>



<p>Nel corso dei sette giorni in ospedale, Daniele conosce anche Nina. <br>Nina è una sua coetanea che, nonostante abbia una vita piena di successi e di ricchezze, è terribilmente sola, e si ritrova a dover trascorrere due settimane in reparto perché anche lei sottoposta ad un TSO. Quelli di Nina e Daniele sono due mondi apparentemente così lontani e diversi: eppure, si incontrano all’interno di quelle mura di disperazione e speranza e finiscono con il rimanere uniti anche dopo l’esperienza in ospedale. La permanenza di Daniele nel reparto è scandita da momenti di pura poesia, attimi in cui ritrova sé stesso nelle piccole cose e nelle piccole gioie che sembrava aver perso: ricomincia a scrivere e la sua penna racconta il rapporto con la madre, il rifugio che per lui rappresenta. Ritrova anche la vera amicizia nei consigli e nell’ascolto di Mario, supera i pregiudizi e si abitua al temperamento del proprio carattere con gli altri compagni di stanza. Le ultime immagini regalate dal regista sono intrise di emozioni forti, di dolore e tuttavia di speranza.</p>



<p>La parola giusta è “salvezza”:<em>“Salvezza per i matti di tutti i tempi, ingoiati dai manicomi della storia”. </em>Salvezza per i compagni della <em>“nave dei pazzi”, </em>“<em>Fratelli offerti dalla vita. Indifesi di fronte alla propria condizione di esposti alle intemperie, uomini nudi abbracciati alla vita schiacciati da un male ricevuto in dono”.</em> <br>In definitiva, “Tutto chiede salvezza” è un’occasione per riflettere sul senso della vita, sulla condizione di coloro che vengono definiti “matti”. È un momento di confronto con la realtà, quella realtà di cui non si parla spesso, quella realtà delle persone che vivono sofferenze psichiche, di coloro che convivono con malattie cerebrali, di coloro che sono sottoposti ad un trattamento sanitario obbligatorio e vengono stigmatizzati come persone da evitare, pericolose.</p>



<p>Dietro ciascuno dei personaggi emerge un significato profondo, un grido di redenzione che si ritrova nell’amicizia che finisce con il travolgere il gruppo, l’intenso amore che lega i <em>“marinai della nave dei pazzi”, </em>la poesia che si cela dietro i loro sguardi e i loro gesti.</p>



<p>L’interpretazione degli attori è intensa e travolgente. Ciascuno di loro enfatizza i caratteri del personaggio e restituisce allo spettatore, un’immagine chiara che riempie a pieno la scena e incanta il pubblico. L’attaccamento ai propri affetti, quegli affetti che ci salvano, che ci permettono di scorgere una via d’uscita, di salvezza: la storia di Daniele e dei suoi “compagni fraterni” racchiude tutti questi sentimenti.</p>



<p>Nel cerchio degli invisibili, degli incompresi, si coglie la vera essenza della vita. E si comprende che la vera “normalità” è un concetto astratto. Ciò che è importante è continuare, sempre, a ricercare la bellezza in tutte le cose… e in tutte le sue forme.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



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		<title>Skam Italia: gli adolescenti conquistano lo schermo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2020 16:10:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
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		<category><![CDATA[Intrattenimento - 10/08/2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un panorama di serie televisive autoctone spesso tristemente fiacche e stinte, Netflix sta sempre più contribuendo a rinfrescare l’offerta multimediale italiana, in linea con gli interessi e le attenzioni di un pubblico sempre più “viziato” e abituato ormai alla ribollente e incalzante produzione d’oltreoceano. In questa cornice, a Skam Italia è toccato l’arduo compito di offrire uno spaccato credibile della gioventù contemporanea, dei “liceali” italiani, eludendo pericolosi stereotipi e facili approssimazioni. Skam nasce come un franchise internazionale di serie [&#8230;]</p>
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					<div class="elementor-text-editor elementor-clearfix"><p style="text-align: center;">In un panorama di serie televisive autoctone spesso tristemente fiacche e stinte, Netflix sta sempre più contribuendo a rinfrescare l’offerta multimediale italiana, in linea con gli interessi e le attenzioni di un pubblico sempre più “viziato” e abituato ormai alla ribollente e incalzante produzione d’oltreoceano.</p><p>In questa cornice, a Skam Italia è toccato l’arduo compito di offrire uno spaccato credibile della gioventù contemporanea, dei “liceali” italiani, eludendo pericolosi stereotipi e facili approssimazioni. <br />Skam nasce come un franchise internazionale di serie televisive, basate su un prodotto originale norvergese, da cui le altre edizioni “locali” traggono la trama e i personaggi, adeguandoli poi al contesto nazionale. Ecco, Skam Italia è riuscita nella sfida di rielaborare in prospettiva tutta italiana la trama originale, lavorando in particolare sulla profondità dei personaggi e sul realismo delle scene, degli atteggiamenti, delle relazioni umane. <br />Netflix ci ha infatti abituato nel tempo a serie tv americane adolescenziali in cui i giovani protagonisti, mentre frequentano le lezioni, devono affrontare situazioni straordinarie e certamente fuori dall’esperienza comune.</p><p>In Skam va in scena la vita “vera” degli adolescenti, nella sua semplicità, nella sua forse banale ma sempre incalzante quotidianità. Sul banco anatomico degli spettatori finiscono infatti i problemi “normali” dei ragazzi “normali”: i primi amori, la scoperta della sessualità, la difficoltà nell’integrazione sociale e religiosa, la costruzione di una relazione sentimentale, le fragilità personali e i problemi familiari. La vera sfida della serie è stata proprio quella di elaborare in un prodotto interessante e godibile la vita vera degli adolescenti che frequentano le superiori, riuscendo a coinvolgere lo spettatore nei loro ordinari problemi quotidiani, senza per forza trascinarlo in articolate trame spettacolari con indagini thriller e draghi sputafuoco. Il sapore di questo realismo si coglie per esempio nelle scene di vita “ordinaria” dei ragazzi e delle ragazze (la partita di pallone, i discorsi al baretto, la cena con il risotto pietrificato), che ricorderanno a tutti gli anni del liceo. La mancanza di una trama epica potrebbe indurre qualche diffidenza, ma la verità è che la narrazione scorre fluida e senza particolari rallentamenti. Basti pensare che, anche per promuovere la serie, sono stati creati i profili sui social media dei protagonisti, accessibili a tutti gli utenti e che hanno contribuito a costruire una caratterizzazione ancor più realistica della loro psicologia.</p><p>A questo risultato – forse paradossalmente &#8211; contribuisce la mancanza di un protagonista dominante: un vuoto che arricchisce il ruolo di tutti gli altri personaggi: manca infatti un personaggio chiave tormentato e tenebroso, che divora lo schermo e monopolizza l’attenzione e così l’attenzione dello spettatore si sposta stagione dopo stagione (anzi, scena dopo scena) orientata dal focus narrativo.</p><p>Un punto a favore di Skam è la resa qualitativa dell’interpretazione. Per Skam Italia è stato scelto (e bene) un cast di attori emergenti, più o meno noti al pubblico, che si è rivelato la vera punta di diamante del girato. Le interpretazioni sono quasi sempre credibili, vere, profonde, senza mai essere scontate e monodimensionali. Per di più, la delicatezza dei temi trattati e la complessità di alcune vicende personali legate ai singoli protagonisti rendevano non certo facile il compito ai giovani attori. Personaggi come Sana e Matteo in particolare richiedevano una consapevolezza non da poco, per evitare pericolosi stereotipi e la banalizzazione di tematiche assai delicate come la diversità di credo e di orientamento sessuale. Un personaggio dalle inaspettate prospettive interiori &#8211; di non facile rappresentazione – è poi Eleonora, le cui vicende familiari e la cui resilienza siano state rese con delicatezza e senza compatimento e commiserazione, in qualche sommessa e mai appariscente confessione agli altri personaggi. Non da meno Eva, che traghetta lo spettatore in alcune tra le fasi più topiche della relazione con Giovanni. Skam ci ha quindi ricordato che esiste un cast di attori giovani e intraprendenti in Italia, che può gettare una nuova luce sui palchi e nelle case.</p><p>Un plauso, infine, ad alcune scene “teatrali” che, spingendo un po’ sull’acceleratore del patos, hanno tentato di esaltare il ritmo narrativo. Va detto che Skam Italia, girato quasi interamente a Roma, sfrutta a pieno la godibilità visiva della città eterna e, rispetto all’originale norvegese, gode di alcuni incomparabili quadri panoramici sulla capitale. Su questo sfondo si incastonano alcune scene “fatte per colpire” che, alla fine, effettivamente colpiscono (il bacio sotto la pioggia in timelapse, Sana e Malik ritratti da lontano nelle vasche, il finale della quarta stagione). <br />Una particolarità della serie, ereditata dalla versione originale norvegese, si rinviene nella morfologia della narrazione: ogni stagione è dedicata ad uno o più personaggi e si concentra prevalentemente sulle relative vicende personali, mettendo un po’ in ombra tutto il resto. Questa scelta stilistica se da un lato consente allo spettatore di immergersi profondamente nella psicologia del singolo personaggio, dall’altro finisce per produrre una certa segmentazione nella narrazione. Tutti hanno sofferto la mancanza di Eva ed Eleonora, scomparse dalla scena nelle spire della seconda e quarta stagione. La serie ne perde anche in fluidità: sviluppando le storie dei personaggi contemporaneamente lo stile sarebbe stato forse più incalzante e travolgente, con più magnetismo.</p><p>Conclusioni? Skam Italia rappresenta oggi un prodotto godibile della produzione multimediale Netflix per la penisola, che apre un punto d’osservazione sui giovani, sui loro problemi e drammi quotidiani, con un realismo davvero accurato. <br />Una sfida non da poco, che possiamo considerare vinta.</p><p> </p><p><em style="color: #111111; font-family: 'Open Sans', sans-serif; text-align: center;">Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dell’Italia del 10 agosto 2020</em></p></div>
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		<title>Unorthodox: e se la vera vittima non fosse Esty?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Pulzella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2020 10:10:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se Unorthodox è la serie TV che stavate aspettando per giustificare il vostro disprezzo per ogni esemplare umano di sesso maschile, rimettetevi il reggiseno, riponete i picconi, ripartite dal primo episodio e premete play. E dimenticate anche chi vi ha parlato della nuova bimba di casa Netflix, chiaramente incentrata sulla fuga della diciannovenne Esty Shapiro dalla sua comunità ultraortodossa chassidica di Williamsburg, Brooklyn. Perché l’unica cosa realmente chiara di Unorthodox è che quello è solo l’inizio: il cuore è tutta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Se <a rel="noreferrer noopener" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Unorthodox_(miniserie_televisiva)" target="_blank"><em>Unorthodox</em></a> è la serie TV che stavate aspettando per giustificare il vostro disprezzo per ogni esemplare umano di sesso maschile, rimettetevi il reggiseno, riponete i picconi, ripartite dal primo episodio e premete play. E dimenticate anche chi vi ha parlato della nuova bimba di casa Netflix, <em>chiaramente</em> incentrata sulla fuga della diciannovenne Esty Shapiro dalla sua comunità ultraortodossa <a rel="noreferrer noopener" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Chassidismo" target="_blank">chassidica</a> di Williamsburg, Brooklyn. Perché l’unica cosa realmente chiara di <em>Unorthodox</em> è che quello è solo l’inizio: il cuore è tutta un’altra storia.</p>



<p><strong>“Il Talmud dice: ‘Se non io, allora chi? Se non ora, allora quando?’”</strong></p>



<p>In questa frase si racchiude la trama di base del nostro racconto tratto da una storia vera. Lo spirito religioso alla base delle due domande indica che chi se le pone deve ricordare di restare fedele al proprio io per trovare Dio senza lasciarsi trascinare da ciò da cui è circondato. Per questo, la comunità chassidica di Esty abbraccia in tutto e per tutto quotidianamente questa necessità di vivere nella grazia di Dio, nel forte tentativo di replicare gli schemi superficialmente patriarcali atti a preservare la comunità sotto ogni punto di vista (storico, culturale, sociale).</p>



<p>Ad oggi, però, quel &#8220;<em>se non ora, allora quando?</em>&#8221; è stato manipolato nella sua essenza, passando di bocca in bocca e di penna in penna nel tentativo di dare giustizia all&#8217;idea di opporsi ad un predeterminato status quo. È seguendo questo spirito che, apparentemente, si scioglie la trama del telefilm, fatto di un presente in cui Esty scappa dai suoi doveri verso la comunità per soddisfare i doveri nei confronti di se stessa, imparando sulla propria pelle che le due cose non sembrano poter convivere. Ciò che desidera la sua comunità non è ciò di cui lei ha bisogno e viceversa. </p>



<p>Oggi però non ho intenzione di seguire né il primo, né il secondo filone. Come per tutte le cose del mondo, credo fermamente che la verità giaccia sempre nel mezzo, così come fa la vera trama di <em>Unorthodox</em>. È troppo semplice puntare il dito sulla base dei flashback di Esty contro un’intera comunità religiosa solo perché una mente contemporanea cosiddetta <em>occidentale</em> non è in grado di processare abitudini e rituali ad essa estranei; anzi, scacciamola una volta per tutte questa sindrome da crocerossina. </p>



<p>E, del resto, sarebbe anche fin troppo facile credere che la storia sia solo quella di una ragazzina che all&#8217;improvviso scopre l’ebrezza dell’indossare un paio di jeans e dell’andare a ballare in un locale tecno dopo essersi truccata le labbra con un bel rossetto rosso chiamato &#8216;Epiphany&#8217; (lett. &#8216;epifania&#8217;, da intendersi banalmente come risveglio o presa di coscienza).</p>



<p> Riavvolgiamo il nastro e concentriamoci sulla figura più disprezzata da chi ha visto <em>Unorthodox</em> con un velo sugli occhi: l’uomo. E se vogliamo essere più specifici, concentriamoci esattamente su Yanky, marito di Esty e coprotagonista di queste quattro puntate. E vi dirò di più, inquadriamolo mentalmente in un momento per lui fondamentale: la preghiera. Vediamolo nella nostra mente mentre oscilla pregando, in un moto continuo, inquieto, elegante e confuso <a rel="noreferrer noopener" href="http://viviisraele.it/2018/02/12/3124/" target="_blank">come viene chiesto agli ebrei di pregare</a>, muovendosi senza dimenarsi, sicché la loro anima è considerata fiamma divina che si alza ardente come una candela nell&#8217;oscurità che si agita.</p>



<p>Tutti puntano i riflettori su Esty: fin dal primo frame della prima puntata, dimostra di aver già capito quale strada vuole prendere ed i suoi flashback ci aiutano a capire come una ragazza così devota alla sua comunità subisca un cambiamento così radicale, mutando nel pensiero e nelle azioni e infine assecondando desideri che in realtà erano sempre stati presenti dentro di lei. Yanky è, invece, colui che muta senza realmente cambiare. In ogni episodio, lui subisce una sfilza di prese di coscienza che non gli danno coraggio ma, al contrario, lo fanno sprofondare in uno stato confusionario sempre più profondo, infelice, disperato.</p>



<p>Yanky ha vissuto tutta la sua vita immerso in un mondo che, su carta, pretende che l’uomo incarni una serie di valori imprescindibili nella corsa verso la rettitudine. Deve essere un ottimo padre e marito, prendersi cura della propria famiglia, mantenere moralità e integrità intatte. Sembra quindi che il momento in cui Esty fugge da Williamsburg per andare a Berlino nel primo episodio e quello in cui comunica al marito di non voler più stare con lui proprio a fine stagione siano gli unici due istanti in cui a Yanky crolla il suo mondo ovattato addosso.</p>



<p>Eppure, a ben riflettere, a mano a mano che la storia si infittisce si può vedere chiaramente che le certezze di Yanky relative al suo ruolo e posto nel mondo non sono state compromesse da Esty in sé e per sé, ma piuttosto da tutto il contorno di personaggi che li circonda. Il cugino di Yanky, Moishe, che lo accompagna in Germania alla ricerca di Esty, è dipendente dal gioco d’azzardo, per cui in passato ha abbandonato moglie e figlio, i quali ora non vogliono più avere a che fare con lui; la madre di Yanky, che in quanto donna dovrebbe avere un ruolo da sottomessa remissiva stando alla lettura apparente del binomio uomo-donna del mondo di Williamsburg, è in realtà colei che tira le redini del rapporto coniugale tra il figlio e la nuora, portando Yanky a chiedere il divorzio a Esty il giorno prima in cui lei decide di fuggire; finanche il padre di Esty, ubriacone che non si è mai preso cura della sua famiglia, rompe gli schemi stereotipati del padre padrone.</p>



<p>Certo, come dice il rabbino Yossele, figura apparentemente patriarcale per eccellenza nel telefilm, <strong>“un ebreo, anche se ha trasgredito, resta un ebreo”. </strong>Ma cosa resta di una <em>identità</em> che trasgredisce? Yanky non lo sa, non lo comprende, la sua mente non riesce a processare né il quesito, né la moltitudine di risposte che potrebbero corrispondervi. Per questo, anche nelle scene in cui non prega e resta immobile, dona al pubblico la sensazione che il suo corpo sia inquieto, tanto quanto la sua anima e la sua mente; che tutto oscilli, senza seguire un disegno o uno schema, alla cieca.</p>



<p>E forse è questa la parola che stavamo cercando. Yanky è cieco, molto più di Esty: non di fronte ad un’unica verità o ad un’unica definizione di ‘giusto’ e ‘sbagliato’, quanto piuttosto alla moltitudine di realtà che abbracciano infinite verità e infinite cose giuste e sbagliate.</p>



<p> <br>Perciò, se si preme di nuovo play, si può vedere che Esty e Yanky sono solo la risposta generazionale confusa ma non opposta a questa realtà che quasi mai corrisponde agli schemi di genere su cui sembra essere cucita. Ma se ora dobbiamo giocare alla vittima e al colpevole, allora ricordiamo che qui la vittima è Yanky e tutte le <em>persone</em> che, come lui, vivono nella confusione più profonda del non trovare punti di riferimento reali che corrispondano alle aspettative in loro riposte e, confusi, non riescono a risollevarsi; come invece riescono a fare le altrettante <em>persone</em> che somigliano ad Esty, che pur non avendo tutte le risposte, hanno il coraggio di mettersi in discussione e porsi le giuste domande.</p>



<p>Ed il colpevole, alla fine, è ognuno di noi, bravo a giudicare ed incapace di andare oltre.<br>Del resto, <strong>“Dio forse si aspettava troppo da me.”</strong></p>



<p class="has-small-font-size"><em><strong>Crediti dell&#8217;immagine in evidenza: <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/04/18/unorthodox-etsy-la-cenerentola-yiddish_fd5de5ea-53f9-41ae-8688-88c53e7ae532.html">https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/04/18/unorthodox-etsy-la-cenerentola-yiddish_fd5de5ea-53f9-41ae-8688-88c53e7ae532.ht</a></strong></em><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/04/18/unorthodox-etsy-la-cenerentola-yiddish_fd5de5ea-53f9-41ae-8688-88c53e7ae532.html"><strong><em>ml</em></strong></a></p>
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		<title>La casa de Papel 4: la &#8220;rapina&#8221; del secolo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2020 16:05:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho aspettato un anno intero per rivedere una delle serie che amo di più. La “Casa de Papel” è stata trasmessa in questo 2020 iniziato in maniera traballante, dopo l’Australia in fiamme, una minacciosa terza guerra mondiale e soprattutto nel bel mezzo del Coronavirus. Ma parliamoci chiaro, siamo davvero soddisfatti di questa stagione? Io, no. Questo “Money Heist”- come lo chiamano a Londra- è diventato il Beautiful delle rapine del secolo o ancora, visto le scene di altruismo e buoni [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ho aspettato un anno intero per rivedere una delle serie che amo di più.</p>



<p>La “Casa de Papel” è stata trasmessa in questo 2020 iniziato in maniera traballante, dopo l’Australia in fiamme, una minacciosa terza guerra mondiale e soprattutto nel bel mezzo del Coronavirus.</p>



<p>Ma parliamoci chiaro, siamo davvero soddisfatti di questa stagione? Io, no.</p>



<p>Questo “<em>Money Heist</em>”- come lo chiamano a Londra- è diventato il Beautiful delle rapine del secolo o ancora, visto le scene di altruismo e buoni sentimenti di questa nuova stagione, un misto tra “Carabinieri” e “Un posto al sole”. Del resto, se non avesse i capelli scuri, Tokyo potrebbe essere la nuova Alessia Marcuzzi e tra pochi anni la ritroveremo a presentare “Temptation Island Vip” perché, per come la conosciamo, le isole deserte le piacciono abbastanza.</p>



<p>Non fraintendetemi, la regia mi piace e la storia, dopo i primi cinque episodi e mezzo (su un totale di otto), ha preso piede, ma cerchiamo di essere razionali: dopo la Banca di Spagna, quale potrebbe essere il prossimo colpo? </p>



<p>Ma il più grande problema è: chi si è occupato della storia ha avuto la brillante idea di non farla terminare al meglio, quindi ci toccherà aspettare per sapere se usciranno da quelle maledette mura. E questa volta l&#8217;attesa durerà un anno e mezzo. No ma prego, fate pure.</p>



<p>La quarta stagione de “<em>La Casa de papel</em>” riesce ad avere stessa durata delle schiacciate di Nami Hayase durante ogni episodio di Mila e Shiro. La sensazione è sempre la stessa e a tutti noi verrebbe da scaraventare via il computer dalla frustrazione.</p>



<p>Differenti cambi scena, gli intrecci amorosi e le nuove amicizie. Questa nuova stagione si focalizza maggiormente su questi aspetti, scadendo alcune volte in una soap-opera messicana anni 70, a causa di quei testi che in spagnolo, italiano e inglese, le uniche lingue che conosco, sembrano essere scritte da un bambino che frequenta le elementari.</p>



<p>Il budget è molto cambiato da quando è stato fatto il salto di qualità. La prima stagione, che aveva come obiettivo una vera rapina, ha spiazzato tutti quanti in termini di qualità e si può dire che nessuno se lo sarebbe aspettato da una produzione spagnola. Ma quelle maschere di Dalì, ormai utilizzate molto meno, con l’aumento delle disponibilità economiche, hanno perso fascino e interesse.</p>



<p>La valutazione di questa stagione è un 50 e 50, dove 50 sono gli schiaffi che darei ad alcuni attori che, anziché migliorare, continuano imperterriti ad essere attori di Glee versione sottopagata; gli altri 50, sono invece dovuti alla suspense che ritrovo ogni qual volta, ringraziando il cielo, la storia incalza e diviene interessante. </p>



<p>Resistete per 5 episodi e gli ultimi tre ne varranno sicuramente la pena.</p>



<p>Per chi non ha ancora visto la serie, chiedo di fermarsi qui, perché lo SPOILER ALERT è divenuto più spaventoso dell’avviso di un nuovo discorso di Conte all’Italia. Ma se non lo avete ancora visto, c’è ancora il tempo di recuperare.</p>



<p>Per chi invece ha visto questa stagione tutta d’un fiato come me, magari non condividerà ciò che scriverò, fatevene una ragione oppure confrontiamoci liberamente e senza pietà.</p>



<p>L’apertura non è stata affatto una delle migliori.</p>



<p>La scena “faccio io – no dai, fallo tu” per decidere se Nairobi dovesse essere addormentata per essere operata, è stata davvero di basso livello. Non tanto per la scena in sé, che ricordava il tipico litigio tra amichetti per chi deve contare a nascondino, ma perché è stato un escamotage non rilevante con cui iniziare. Avrei preferito conoscere meglio l’unico personaggio degno di nota della stagione, che è riuscito, tra fascino e odio profondo a portare un po’ di brio a una iniziale calma piatta: Gandía, interpretato da José Manuel Poga. Non sono un esperto in materia, ma anche con la mia profonda miopia ho potuto constatare una elevata capacità interpretativa, certamente superiore a un Gabriel Garko in l’Onore e il Rispetto.</p>



<p>Se mi sentisse mia madre, potrebbe svenire.</p>



<p>Parliamo, però, dei personaggi principali nel loro complesso, valutando le loro caratteristiche come si scelgono i personaggi da utilizzare in Tekken alla Playstation 2:</p>



<p><strong>Il Professore:</strong> voto 2.5/5</p>



<p>Non ditemi che questo è il professore che abbiamo conosciuto. Alvaro Morte lo è di nome e di fatto. Il suo spingersi gli occhiali sul naso non è più lo stesso da quando è diventato un perfetto destinatario per “C’è posta per te”, perdendo la poca spina dorsale che aveva. Il momento del toro, scena girata davvero in maniera poco chiara e con Marsiglia che tenta di fare il simpatico, ha davvero abbassato il tono dell’episodio in questione. Per non parlare, poi, dei dieci secondi passati ad interpretare Rocky Balboa che tira ganci ad un sacco, ma sappiamo tutti che il Professore non ha alcuna ragione nel farlo, né tanto meno ha tempo da perdere mentre la squadra si trova in una situazione così pericolosa come la rapina. </p>



<p>Bisogna sicuramente riconoscergli il bellissimo rapporto che ha con tutti i suoi “studenti”, che sono passati da semplici cadetti ad amici; ma davvero mi volete dire che la scelta di accettare di aiutare Nairobi nell’avere un bambino, non vi avesse fatto intendere che di lì a poco sarebbe morta? Grazie a “<em>Gossip Girl</em>” ed “<em>How to get away with murder</em>” è tutto troppo facile. Dovreste guardare più serie TV adesso che ne avete il tempo. Magari imparate.</p>



<p><strong>Tokyo</strong>: voto 2/5 </p>



<p>No. Proprio no. Non ci siamo. Io non mi intendo di automobili, ma se questa è una Maserati, io resto tranquillamente con una Seat Ibiza del 2009. Ora, sappiamo tutti che l’utilità di Tokyo in questa serie televisiva è pari a quella di Mario, l’addetto alla consegna delle buste del Grande Fratello. Fondamentale, ma potrebbe sicuramente farlo qualcun altro. Ricordo una Tokyo eccelsa nella prima stagione, in sella ad una motocicletta, in una scena da Matrix, inspiegabile e meravigliosa, che adesso si è trasformata in un impedimento per il gruppo. </p>



<p>Dalla storia con Rio al suo carattere eccessivo, ha solo portato problemi. Per non parlare delle sue capacità interpretative che precisamente passano dal sentimento di sfida, al pianto e si concludono nel dispiacere e si ripetono in quest&#8217;ordine, continuamente, per circa tre quarti di ogni stagione. Riguarderei altre 1000 volte la scena in cui è arrabbiata con il professore; in spagnolo è davvero, come dire&#8230; divertente! (non ho altre parole per descriverla) Ho apprezzato che sia diventata comandante e la decisione dietro, ma chi poteva esserci al suo posto? Chiunque, anche io. Da casa. Del resto, non è fondamentale ormai dalla prima stagione. Inoltre, per la maggior parte degli episodi è stata legata in una stanza nascosta ma, per quanto mi riguarda, ci hanno fatto un piacere a non mostrarla troppo.</p>



<p><strong>Nairobi</strong>: voto 4.5/5 </p>



<p>Mi chiedo chi rimarrà in questa serie se mi uccidete pian piano gli unici capaci a recitare. Un personaggio costruito alla perfezione che Alba Flores ha interpretato in maniera eccelsa fin dall’inizio. Siamo passati da una ragazza in cerca di riscatto a un complicato mix di durezza e umanità che abbiamo tutti amato – e sfido chiunque a dire il contrario. Non raggiunge i 5 punti perché la sua morte era scontata già dal secondo episodio, perché la promessa di Gandía era chiara e la scena in cui interpreta Clara, la cugina di Haidi, abbinata al nome Ibiza- pensato per il suo bambino- hanno davvero dato un taglio incomprensibile. Nel frattempo, sto decidendo se Milano Marittima possa essere un nome adeguato per il mio, di figlio.</p>



<p><strong>Arturito</strong>: voto 1/5</p>



<p>Davvero dobbiamo parlarne? Recitazione tremenda fin dalla prima stagione. Personaggio viscido e che già precedentemente, con la sua plateale entrata nel luogo della rapina, ha davvero sottolineato la sua estrema inutilità. Per non parlare poi del bisogno della serie di toccare tematiche sociali importanti obbligatoriamente, che ha finito per affidargli la peggiore di tutte: l’abuso su una donna. Sconvolgente. Scelta stilistica orrenda.</p>



<p><strong>Stoccolma</strong>: voto 2.5/5 </p>



<p>Se non la si vede nella scena, la si dimentica molto (troppo) facilmente. È la Fiat 600 della stagione, sempre comparata a Tokyo e che a quanto pare, sostituirà Nairobi, un&#8217;assurdità. Ora, io la vedo come la psicologa del Cioè nel 1997, che rispondeva alle ragazzine spaventate, che pensavano di essere rimaste incinta con il solo tocco della mano del proprio fidanzatino. Del resto lo sappiamo tutti che Rio è l’unica ragazzina in questa serie. Per descrivere al meglio Monica, dovrei riguardare la stagione altre 5 o 6 volte, perché difficilmente mi ricordo di lei.</p>



<p><strong>Rio</strong>: voto 1/5</p>



<p>Alla stregua di Arturito, il personaggio belloccio comincia a sparire come in tutte le serie che fa. Da Elite a La casa de Papel, perde piano piano importanza, perché la recitazione non è il suo forte e rimane di un livello molto basso. Sarebbe il perfetto concorrente per il Grande Fratello Vip, ma Antonella Elia lo farebbe fuori nel giro di qualche minuto. Se non fosse per gli altri personaggi, avrebbe davvero poca importanza. Per non parlare, nuovamente, del fatto che è colpa sua se Gandía è libero e Nairobi è morta.</p>



<p><strong>Denver</strong>: voto 4 su 5</p>



<p>Non è in primissima fila in questa stagione, ma un personaggio studiato correttamente. Jaime Lorente risulta perfetto per interpretare Denver. Certo, anche lui esprime poche emozioni, spesso lo strafottente e l’arrabbiato fanno capolino, ma la crescita del personaggio e della recitazione è davvero notevole. Le scene che non ho amato particolarmente sono state quella del cuore d’oro costruito per la bionda riccia… come si chiama? Ah si Stoccolma. E la scena in cui sembra essere attirato da sua cugina (di primo grado) è stata una scelta stilistica poco carina.</p>



<p><strong>Helsinki</strong>: voto 4.5 su 5</p>



<p>Un orsacchiotto che sa essere versatile nella recitazione e che rende il suo personaggio vivo in ogni scena. Divertente e tenero, impossibile non amarlo. L’amore per un’amica come Nairobi sembra essere vero e nelle lacrime dopo la morte della ragazza, sembra percepirsi questo dolore immenso e profondo. Ho amato ogni scena, ogni scatto, ogni immagine che lo ritraesse; è uno di quei personaggi che partono in sordina e riescono a rimanere nella testa di chi guarda e sa apprezzare.</p>



<p><strong>Palermo</strong>: voto 5 su 5</p>



<p>Fenomenale. Irriverente. Fuori luogo. Stravolgente. Antipatico. Sensibile. Un’irresistibile voglia di sapere che cosa sta per dire nasce in chiunque veda questa serie TV. Dà quasi fastidio la sua presenza e ci si innervosisce al suono della sua voce, ma l’interpretazione pazzesca di Rodrigo de la Serna misto al nuovo lato sensibile mostrato nella scena omosessuale con Berlino e l’amicizia consolidata con Helsinki, la reputo per pochi. Il suo sguardo fa paura e mostra quel lato difficile del suo carattere, ma che lo tiene legato al professore, non solo per fiducia, ma anche, e soprattutto, per l’amore per Berlino.</p>



<p><strong>Berlino</strong>: voto 5 su 5</p>



<p>Dopo un rapidissimo calo, questa stagione mostra nuovamente un Berlino sadico ma innamorato della vittoria e della fiducia nelle persone che profondamente ama, anche se non lo ammetterebbe mai. “<em>Il vero caos non fa rumore</em>” ed è così che si è fatto conoscere, in silenzio, ma con la nitida idea di raggiungere il risultato, pur sapendo che non avrebbe potuto godere dei frutti “intascati”. Converrete sicuramente con me che la scena con la macabra interpretazione tozziana di “Ti amo” possa essere definita l&#8217;apice del trash, degna di una trasmissione della Barbarella nazionale o dei “nuovi mostri” di Striscia la Notizia; reputo incalcolabile, perciò, quest’ultima nella valutazione del personaggio.</p>



<p><strong>Lisbona, Bogotà, Marsiglia e Manila</strong>: voto 2 su 5</p>



<p>Utili a fare da collante. Inutili nell’aumento dell’interesse nella stagione. Fatemi un fischio quando cominceranno a fare qualcosa di serio.</p>



<p><strong>Alicia Sierra</strong>: voto 5 su 5</p>



<p>Già amata in Vis a Vis, la brutta copia di <em>Orange is the new Black</em>, Najwa Nimri conferma le sue capacità interpretative, passando da serie in serie da vittima a carnefice, ma con eleganza e profonda stravaganza. Fuori dal comune la sua interpretazione, capace di farsi odiare inizialmente, per poi farsi apprezzare in toto al finale. Eccelsa!</p>



<p><strong>Gandia</strong>: voto 4 su 5</p>



<p>Da dove sia uscito è ancora poco chiaro, ma grazie al cielo ha portato una ventata di vero testosterone, misto a quello sguardo bastardo alla Sossio Aruta. Poco chiara la sua paura nel finale mentre ripete ciò che gli viene chiesto di dire da Tokyo e soprattutto la capacità di evitare i colpi di pistola e mitragliatrice, ma risulta un personaggio complesso, che avrei voluto vedere anche più avanti, perché ad oggi non si sa cosa aspettarci e se le prospettive sono queste, penso che inizierei a guardare “Sentieri”: Riva era più credibile.</p>



<p>Facendo un riassunto breve: questa serie ha deluso le aspettative di uno spettatore seriale e non si può dire che sia la migliore stagione mai girata. Non immagino la delusione di chi abbia speso tempo e denaro in corsi di recitazione e sia costretto a stare a casa, magari senza un lavoro. </p>



<p>Tra tematiche che si sarebbero dovute evitare, perché sfruttate solo per richiamare l’attenzione di categorie specifiche di essere umani, questa serie ha letteralmente rubato l’attenzione di chi non riesce a vedere oltre la storia costruita con superficialità. Inoltre, ha anche rubato con forza e poco rispetto “Centro di gravità permanente” di Franco Battiato e questo, cari lettori… è inammissibile.</p>



<p><strong>Voto complessivo: 1.5 su 5. </strong></p>



<p><strong>Rimandato a settembre&#8230; 2021</strong>.</p>
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		<title>Star crossed lovers: scandali a Buckingham Palace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2020 09:19:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sia l’amore tra il festaiolo Harry e Megan Markle che l’amore tra l’affascinante William e Kate Middleton hanno generato sicuramente scalpore nella storia della Corona inglese, conquistando le prime pagine dei quotidiani locali e&#160;overtheocean.&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;C’è stato nella storia, però, anche un matrimonio che, prima di questi, ha destato scandalo a Buckingham Palace.&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;Anzi, non solo uno!&#160;&#160;&#160;&#160;Andando in ordine cronologico, era il 3 giugno 1937 quando il duca di Windsor, l’ex re del Regno Unito Edoardo VIII, sposava la pluridivorziata americana Wallis Simpson, [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Sia l’amore tra il festaiolo Harry e Megan Markle che l’amore tra l’affascinante William e Kate Middleton hanno generato sicuramente scalpore nella storia della Corona inglese, conquistando le prime pagine dei quotidiani locali e&nbsp;<em>overtheocean</em>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>C’è stato nella storia, però, anche un matrimonio che, prima di questi, ha destato scandalo a Buckingham Palace.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Anzi, non solo uno!&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Andando in ordine cronologico, era il 3 giugno 1937 quando il duca di Windsor, l’ex re del Regno Unito Edoardo VIII, sposava la pluridivorziata americana Wallis Simpson, che gli fece perdere la testa con corona annessa.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Solo qualche decennio più tardi, dopo questo chiacchieratissimo amore impossibile, la Royal Family impedì anche al giovane Carlo di sposare la bionda&nbsp;Camilla Shand: tra i due il colpo di fulmine era stato immediato e la scintilla non sembrava potesse spegnersi, eppure all’altare Carlo portò la compianta Lady D, perdendo – apparentemente – le tracce dell’amata Cami.&nbsp;</p>



<p>Ebbene, le royal love stories a Palazzo sono sempre state oggetto di critica e revisione perpetua; la stessa Margaret, sorella dell’attuale Regina, veniva tacciata di “ribellione emotiva” nella sua storia con David, al contrario della perfetta Elisabetta, che davanti al cuore metteva sempre prima i suoi royal duties.&nbsp;<br>Sua Maestà la Regina sposò Filippo, Duke of Edinburgh&#8230; ma fu vero amore il loro? Ai posteri l’ardua sentenza.&nbsp;</p>



<p>Da un’attenta lettura delle pagine della storia della corona inglese è innegabile l’intesa mentale fra i due, ma la chimica? Quella reazione che accende il fuoco della passione in tutte le coppie, divampava anche fra di loro?&nbsp;</p>



<p>L’imperturbabilità di Elisabetta non lascia trapelare risposta: un matrimonio durevole, per Lei &#8211; come Lei stessa ha affermato nel discorso recitato per il suo venticinquesimo anno di matrimonio – non abbisogna di amore nel senso più puro del termine ma “<em>deve essere fondato su una rete di fratelli, sorelle, madri e padri, cugini e parenti. Una filigrana, un intreccio di piccoli fili tenuti insieme dal sangue, dalla parentela e dalla fiducia. Solo lì, al centro di quel groviglio di relazioni familiari, può forgiarsi un’unione di successo tra due persone: fedeltà, lealtà, obbedienza e devozione, sono questi i valori cristiani che sorreggono il matrimonio e che legano una famiglia. Non dobbiamo mai dimenticare che essere una famiglia felice è una lotta costante, una battaglia che vale la pena combattere perché non c’è niente nella vita che la eguagli. Una solida unione con il giusto consorte è il fondamento su cui ogni matrimonio di successo deve basarsi. È un giuramento spesso messo in discussione di questi tempi. Esso si basa su una domanda alla quale posso rispondere chiaramente e senza subbio: sì, lo voglio</em>!”.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="960" height="540" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/4179587f915ec2fbf778bdc90ff35e20-kWvF-U110110872113387SC-1024x576@LaStampa.it-Home20Page.jpgfdetail_558h720w1280pfhw7510c77.jpeg" alt="" data-id="20754" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/4179587f915ec2fbf778bdc90ff35e20-kWvF-U110110872113387SC-1024x576@LaStampa.it-Home20Page.jpgfdetail_558h720w1280pfhw7510c77.jpeg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=20754" class="wp-image-20754" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/4179587f915ec2fbf778bdc90ff35e20-kWvF-U110110872113387SC-1024x576@LaStampa.it-Home20Page.jpgfdetail_558h720w1280pfhw7510c77.jpeg 960w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/4179587f915ec2fbf778bdc90ff35e20-kWvF-U110110872113387SC-1024x576@LaStampa.it-Home20Page.jpgfdetail_558h720w1280pfhw7510c77-300x169.jpeg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/4179587f915ec2fbf778bdc90ff35e20-kWvF-U110110872113387SC-1024x576@LaStampa.it-Home20Page.jpgfdetail_558h720w1280pfhw7510c77-640x360.jpeg 640w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="blocks-gallery-item__caption"><em>https://www.lastampa.it/cultura/2017/11/19/news/elisabetta-e-filippo-finche-morte-non-ci-separi-1.34387674</em></figcaption></figure></li></ul></figure>



<p>Ebbene, Queen Elisabeth ha assistito, durante il suo lunghissimo regno, al divampare di diversi amori irrefrenabili, ma da quando Wallis fece il suo ingresso a Palazzo fino a quando Meg uscì dal regno portandosi, questa volta, marito, titoli e tutto il resto, la reazione della Corona è cambiata nel tempo.&nbsp;</p>



<p>Anzitutto occorre precisare che le basi della successione all’interno della Corona britannica sono state determinate dagli sviluppi costituzionali del XVII secolo, culminati nel Bill of Rights del 1689 e nell&#8217;Act of Settlement del 1701. Il Parlamento ha anche stabilito varie condizioni che il Sovrano deve soddisfare: sicuramente è escluso che un cattolico romano possa succedere al trono; il Sovrano deve, inoltre, essere in comunione con la Chiesa d&#8217;Inghilterra e deve giurare di preservare la Chiesa d&#8217;Inghilterra e la Chiesa di Scozia; deve promettere, altresì, di sostenere la successione protestante. La Succession to the Crown Act del 2013 ha modificato le disposizioni del Bill of Rights e dell&#8217;Act of Settlement per porre fine al sistema di primogenitura maschile, in base al quale un figlio minore può spostare una figlia maggiore nella linea di successione. Tale legge ha anche posto fine alle disposizioni in base alle quali coloro che sposano i cattolici romani sono esclusi dalla linea di successione: era ora!<strong></strong></p>



<p>Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo all’inizio di questa gossip story.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Edoardo VIII è stato re del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, dello Stato libero d&#8217;Irlanda e degli altri Dominion britannici, oltreché imperatore d&#8217;India, per meno di un anno e più esattamente dal 20 gennaio all&#8217;11 dicembre 1936, giorno della sua abdicazione.<br>Nel dopoguerra Edoardo frequentò donne sposate, destando le critiche della società tradizionalista: in questi anni conobbe l’americana e già divorziata Wallis Simpson e se ne innamorò perdutamente e quasi illogicamente.</p>



<p>Quando nel 1936 Giorgio V morì, Edoardo salì al trono con il nome dinastico di Edoardo VIII. Lo scandalo più grande fu l’annuncio che, per la cerimonia di incoronazione, sarebbe salito al trono accompagnato dalla cara Wallis, purtroppo già (o ancora?) sposata con un altro uomo: come pretendeva il capo della Chiesa anglicana di fare un tale affronto a tutto il suo popolo? La Simpson era sposata di fronte a Dio e agli uomini con il suo primo marito: Edoardo, re d’Inghilterra, poteva soltanto essere il suo concubino.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="539" height="800" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/wallis-simpson-e-edoardo-viii-696667.jpg" alt="" data-id="20749" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/wallis-simpson-e-edoardo-viii-696667.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=20749" class="wp-image-20749" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/wallis-simpson-e-edoardo-viii-696667.jpg 539w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/wallis-simpson-e-edoardo-viii-696667-202x300.jpg 202w" sizes="(max-width: 539px) 100vw, 539px" /><figcaption class="blocks-gallery-item__caption"><em>http://pochestorie.corriere.it/2018/12/10/edoardo-e-wallis-luomo-che-non-volle-farsi-re-e-la-donna-che-non-fu-regina/</em></figcaption></figure></li></ul></figure>



<p>La Chiesa anglicana, infatti, non permetteva alle persone divorziate di risposarsi se i loro ex coniugi erano ancora vivi; Edoardo fu messo di fronte ad una scelta: l’amore o la corona?&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Egli non avrebbe mai potuto sposare Wallis Simpson e rimanere, al contempo, seduto sul trono.&nbsp;<br>Agli occhi di tutti e a maggior ragione della famiglia reale, l’amore di Wallis sembrava essere divampato più per il denaro e per l’intrigante posizione sociale piuttosto che per the King Himself: malelingue? E chi può dirlo.&nbsp;</p>



<p>L’amore di Edoardo, però, prevalse e sconfisse i sogni di gloria: Edoardo VIII dichiarò ufficialmente e senza esitazione alcuna di voler sposare la Simpson, con o senza l&#8217;approvazione dei suoi governi.&nbsp;<br>Edoardo disse&nbsp;che non avrebbe mai potuto essere&nbsp;un buon re&nbsp;senza il sostegno della “donna che amava”.&nbsp;</p>



<p>Scoppiò una crisi, più che di istituzioni, di valori: epilogo infelice, per il regno, fu l’abdicazione di Edo in favore del fratello minore Alberto, duca di York, che divenne re Giorgio VI del Regno Unito; happy ending d’amore però per la coppia che visse felice e contenta lontana dai riflettori nel ducato di Windsor.</p>



<p>La storia d’amore del prozio Edoardo influenzò, tuttavia, la vita sentimentale del giovane Charles: Carlo, infatti, innamorato fin da ragazzino di Camilla Shand, era seriamente intenzionato a sposarla. In un celebre incontro con Lord Mountbatten, Carlo gli dichiara le sue intenzioni: “<em>Non voglio perderla mai, è quella giusta</em>”.&nbsp;</p>



<p>Ma la Royal Family, anche questa volta, non stette lì a guardare. Un tale affronto non poteva macchiare, ancora, la lucente corona inglese.&nbsp;</p>



<p>Pare che lo zio di Carlo, Lord Mountbatten, abbia detto al nipote: &#8220;<em>È bello per voi due avere un&#8217;avventura, ma tutto questo non può assolutamente finire nel matrimonio</em>&#8220;.<br>La Corona compì tutti i gesti necessari a separarli: Charles fu infatti chiamato improvvisamente a curare degli affari della Marina all&#8217;estero,&nbsp;perché come si suol dire&nbsp;<em>“lontano dagli occhi lontano dal cuore”.</em>&nbsp;&nbsp;<br>Diversamente da quello che appare, però, Carlo non fu così ingenuo da non capire le tattiche della sua famiglia. Egli rientrò a Londra, richiese un incontro privato con la madre e denunciò il suo amore verso Camilla e l’intuita avversione contestuale nei confronti della stessa da parte dell’intero albero genealogico.&nbsp;</p>



<p>“<em>Forse perché lei non è illibata? O non è la famiglia giusta? O perché ragiona con la propria testa? O forse perché diverte tutti prendere due persone che sono perfettamente felici insieme e trovare una ragione per separarli? Non sarebbe la prima volta in questa famiglia</em>.”</p>



<p>Sta di fatto che Carlo sì ebbe il coraggio di parlare, ma purtroppo cuor di leone non ebbe il coraggio di agire: obbedì a mammina Her Majesty the Queen e partì in missione. Al suo ritorno la dolce amata era già unita in matrimonio con il suo, nel frattempo, promesso sposo&nbsp;Andrew Parker Bowles. Camilla alla fine si piegò al volere (imposto) dalla Corona, accettò il suo destino e il suo sogno d’amore con Carlo si infranse.&nbsp;</p>



<p>Più o meno.&nbsp;</p>



<p>Perché Camilla non fosse la candidata più adatta ancora non è chiaro.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>All’epoca si vociferava avesse avuto già troppi concubini, o probabilmente di intralcio fu l’assenza di sangue blu nel suo albero genealogico.&nbsp;</p>



<p>Passò del tempo e finalmente qualche anno dopo, Carlo, lo scapolo più famoso d’Inghilterra, dovette scegliere la sua futura sposa: si propose a Diana nel febbraio del 1981 e cinque mesi dopo la coppia pronunciò il fatidico “I do”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="578" height="279" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/15-most-memorable-moments-from-charles.jpg" alt="" class="wp-image-20750" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/15-most-memorable-moments-from-charles.jpg 578w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/15-most-memorable-moments-from-charles-300x145.jpg 300w" sizes="(max-width: 578px) 100vw, 578px" /><figcaption><em>https://www.chedonna.it/2018/12/21/choc-dallinghilterra-carlo-fu-costretto-a-sposare-lady-diana-il-motivo/</em></figcaption></figure>



<p></p>



<p><br>Problema: nel 1986 Carlo e Camilla erano già tornati intimi e Diana, pervasa e accecata dalla bestia della gelosia, resistette poco al fianco dell’erede al trono d’Inghilterra. </p>



<p>Dopo aver dato alla luce due meravigliosi principini, il 9 dicembre 1992, la coppia comunicò la loro intenzione di separarsi: essi divorziarono ufficialmente il 28 agosto del 1996 e Lady D, considerata sempre un membro della famiglia reale, continuò a vivere a Kensington Palace e a svolgere il suo lavoro pubblico per diversi enti di beneficenza.<br>Il 31 agosto 1997 tutto il mondo pianse la prematura scomparsa della bellissima Principessa, rimasta uccisa in un incidente d&#8217;auto a Parigi: come, quando e perché è un’altra storia.</p>



<p>Si chiude il sipario, Lady D esce definitivamente dalla scena, e ritorna invece come un dejavù la buon vecchia Camilla.&nbsp;</p>



<p>Rimasero impresse nella mente e nel cuore dell’ormai non più troppo giovane Charles le parole della prozia Wallis: nel 1939, al funerale di Edoardo, ella gli regalò un orologio da taschino con una bussola, un lascito da parte dello zio defunto, su cui vi era inciso “<em>non hai scuse per andare nella direzione sbagliata</em>”: lei stessa gli confidò:&nbsp;<em>“non voltare mai le spalle al vero amore; malgrado il dolore e i sacrifici tuo zio ed io non abbiamo avuto mi rimpianti”.</em><br>Beh, non si può dire che Carlo non ascoltò tale consiglio alla lettera.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="1024" height="672" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/carlo-camilla-matrimonio-1024x672.jpg" alt="" data-id="20751" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/carlo-camilla-matrimonio-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=20751" class="wp-image-20751" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/carlo-camilla-matrimonio-1024x672.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/carlo-camilla-matrimonio-300x197.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/carlo-camilla-matrimonio-1536x1008.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/carlo-camilla-matrimonio-scaled.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/carlo-camilla-matrimonio-640x420.jpg 640w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="blocks-gallery-item__caption"><em>WINDSOR, ENGLAND &#8211; APRIL 9: Clarence House official handout photo of the Prince of Wales and his new bride Camilla, Duchess of Cornwall in the White Drawing Room at Windsor Castle after their wedding ceremony, April 9, 2005 in Windsor, England. (Photo by Hugo Burnand/Pool/Getty Images)</em></figcaption></figure></li></ul></figure>



<p>La Corona, tuttavia, al ritorno di fiamma tra Carlo e Camilla reagì con il solito distacco e silenzio stampa che la contraddistingueva: non un briciolo di legittimazione alla nuova compagna di vita (non solo di letto) di Carlo.&nbsp;<br>Queen Elisabeth decise di abbattere il suo incrollabile muro e si avvicinò a Camilla solo nell’estate del 2000, quando la regina non poté rifiutare l’invito alla festa di compleanno del<strong>&nbsp;</strong>re Costantino di Grecia, dove Camilla era stata invitata.&nbsp;<br>Alla fine, The Crown decise di lasciar unire in matrimonio la coppia del secolo:&nbsp;il 9 aprile 2005, al Principe Carlo fu finalmente concesso di sposare la Parker Bowles con una cerimonia civile al Guildhall di Windsor, evento a cui la cocciuta regina diserterà insieme al suo fedele Filippo.</p>



<p>È vero, forse Camilla non sarà mai la moglie del re o se lo diventasse non avrebbe al 100% l’approvazione della Corona, ma in questa vita ha ottenuto qualcosa di valore molto più ingente e prezioso: il grande amore.</p>



<p>Quella di Carlo e Camilla è quindi la favola più irreale di sempre all’interno di Buckingham Palace?&nbsp;<br>E no! Tale padre tali figli.&nbsp;</p>



<p>Il perfetto principe William ha infatti sposato una plebea, tale Kate Middelton, con la quale, tuttavia, come riporta la stampa locale, “<em>forma una squadra vincente: hanno saputo fare della loro grande sintonia il loro grande punto di forza</em>”.&nbsp;<br>Il 29 aprile del 2011, passato alla storia come il giorno del Royal Wedding più importante di sempre, William prese in moglie la dolce e borghese Kate, ex compagna di università (si conobbero infatti all&#8217;Università di St. Andrew) e attuale madre dei tre piccoli principini di Londra.&nbsp;</p>



<p>“<em>Il carattere di uno, compensa quello dell’altro. William ha un lato impulsivo, Kate invece è costantemente calma e questo la rende la migliore partner possibile: si prendono cura l’uno dell’altro ma in modi diversi. Qualcuno potrebbe dire che hanno un matrimonio vecchio stampo, ma sembra funzionare, è molto collaudato</em>”.<br>Con le nozze, i Windsor hanno aperto le porte a una <em>Commoner</em>: una borghese, Kate Middleton, figlia di un ex hostess e di un dipendente della British Airways, destinata adesso, un giorno, a diventare Regina.<br><br>Da allora nulla è stato più come prima: l’arrivo di Meghan Markle, la prima divorziata bi-etnica, a palazzo ha cambiato, per l’ennesima volta, le carte in tavola.<strong>           <br></strong>Una donna americana, già sposata, figlia di padre bianco e madre afroamericana<strong>,</strong>ha in qualche modo distrutto l’idea di una monarchia britannica ancorata a pregiudizi ormai superati.           </p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/105531379-fd9518ef-6c79-4f80-9d94-dc9cff5062b5-1024x683.jpg" alt="" data-id="20752" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/105531379-fd9518ef-6c79-4f80-9d94-dc9cff5062b5.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=20752" class="wp-image-20752" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/105531379-fd9518ef-6c79-4f80-9d94-dc9cff5062b5-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/105531379-fd9518ef-6c79-4f80-9d94-dc9cff5062b5-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/105531379-fd9518ef-6c79-4f80-9d94-dc9cff5062b5-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/105531379-fd9518ef-6c79-4f80-9d94-dc9cff5062b5-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/105531379-fd9518ef-6c79-4f80-9d94-dc9cff5062b5-600x400.jpg 600w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/105531379-fd9518ef-6c79-4f80-9d94-dc9cff5062b5.jpg 1110w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="blocks-gallery-item__caption"><em>https://d.repubblica.it/moda/2018/12/03/news/kate_middleton_parla_della_gravidanza_di_meghan_markle_incinta_kate_sfratta_meghan-4212495/</em></figcaption></figure></li></ul></figure>



<p><br>In conclusione, la Corona ha affrontato, negli ultimi dieci anni, scandali, matrimoni, eventi che hanno cambiato la Royal Family per sempre.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>L’hanno distrutta? I più tradizionalisti pensano di sì, altri dicono di no.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Molti hanno visto, in tutta questa ribellione, una necessità e un’occasione di rinnovamento.<br>Una monarchia che viene obbligata dalle contingenze –&nbsp;<em>dall’amore incontrollabile e finalmente incontrollato</em>&#8211; ad essere diversa, consapevole dei propri limiti e, di conseguenza, più moderna.<br><br>I Windsor hanno dimostrato di saper cambiare se stessi per rinnovarsi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Ennesima prova ne è stata la decisione, presa dall’ultima arrivata e sofferta in prima persona da Sua Altezza Reale, della c.d. “Megxit”: Harry e Meghan, contestando l’assedio dei reporter e l’invasione della privacy, dopo solo pochi giorni di royal wedding, dichiarano di essere stanchi di vivere con la luce dei riflettori puntata addosso.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Pertanto, l&#8217;8 gennaio scorso, Meghan e il Principe Harry hanno annunciato su Instagram la loro decisione di fare un passo indietro come membri Senior della famiglia reale britannica, dividendo il loro tempo tra il Regno Unito e il Nord America, e di diventare finanziariamente indipendenti.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;evento è stato soprannominato Megxit: il New York Times ha registrato: &#8220;<em>&#8216;Megxit&#8217; Is the New Brexit in a Britain Split by Age and Politics</em>&#8220;.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>La Megxit ha portato ad un incontro della famiglia reale il 13 gennaio, soprannominato &#8220;Sandringham Summit&#8221; e descritto come senza precedenti.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Queen Elisabeth, ancora una volta, è stata elogiata per le sue incredibili qualità nella gestione della crisi: è Lei l’unico membro della Royal Family a saper governare i propri sentimenti, si può dire. </p>



<p><br>Invero, in molti a casa Windsor sono andati contro tutto l’assetto dei valori reali, contro la Corona, l&#8217;opinione pubblica, gli scandali e il tempo: il risultato è quello che, in fondo, sogniamo tutti noi.<br>Il grande amore e il lieto fine.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>E, in qualche modo, chi più chi meno, chi scendendo a compromessi, chi aspettando e pazientando, chi sopportando in silenzio, tutti i Windsor hanno amato nella loro &#8211;&nbsp;&nbsp;<em>lunga, si può dire?</em>– vita.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Anche Elisabeth.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Che non si dica che la Regina non abbia amato in vita sua: innamorata della Corona, della Famiglia, della Sua Patria.<br>Lunga vita alla Regina!&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Aspetto con ansia l’annuncio della prima fidanzata di George&#8230; chissà Cupido quali danni provocherà con le sue frecce questa volta.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Peccato non ci sarà Elisabeth a gestire la prossima crisi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Forse.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="1024" height="576" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/Regina-Elisabetta-1-compressed-1024x576.jpg" alt="" data-id="20756" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/Regina-Elisabetta-1-compressed.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=20756" class="wp-image-20756" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/Regina-Elisabetta-1-compressed-1024x576.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/Regina-Elisabetta-1-compressed-300x169.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/Regina-Elisabetta-1-compressed-640x360.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/04/Regina-Elisabetta-1-compressed.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption">https://www.meteoweek.com/2020/01/24/regina-elisabetta-abitudini-alimentari/</figcaption></figure>



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		<title>The two Popes</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2020 16:50:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto]]></category>
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		<category><![CDATA[i due papi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Annuntio vobis gaudium magnum: Habemus Papam!Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum,Dominum JosephSanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzingerqui sibi nomen imposuit Benedictus XVI&#8221;. Alle 18:53 del 19 aprile del 2005, il cardinale protodiacono Jorge Medina Estévez così annunciò l&#8217;elezione di Joseph Ratzinger, decano del collegio cardinalizio, che scelse il nome di Benedetto XVI.Il Conclave del 2005 venne convocato a seguito della morte di papa Giovanni Paolo II, avvenuta il 2 aprile dello stesso anno: alle 17:50 del 19 aprile 2005, dopo il quarto scrutinio, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-center has-medium-font-size"><strong><em>&#8220;Annuntio vobis gaudium magnum: <br>Habemus Papam!<br>Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum,<br>Dominum Joseph<br>Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger<br>qui sibi nomen imposuit Benedictus XVI&#8221;.</em></strong></p>



<p class="has-drop-cap">Alle 18:53 del 19 aprile del 2005, il cardinale protodiacono Jorge Medina Estévez così annunciò l&#8217;elezione di Joseph Ratzinger, decano del collegio cardinalizio, che scelse il nome di Benedetto XVI.<br>Il Conclave del 2005 venne convocato a seguito della morte di papa Giovanni Paolo II, avvenuta il 2 aprile dello stesso anno: alle 17:50 del 19 aprile 2005, dopo il quarto scrutinio, dal comignolo della Sistina si levò la fumata bianca.&nbsp;</p>



<p>A quell’epoca la Chiesa era suddivisa in due macrofazioni: una più conservatrice, presieduta dal cardinale tedesco Ratzinger, e una più riformista, il cui esponente principale era invece l’argentino Bergoglio: questi due, insieme all’italiano Carlo Maria Martini, erano i tre cardiali che concorrevano al titolo di Sommo Pontefice.&nbsp;</p>



<p>È con la rappresentazione del Conclave, dall’ingresso teatrale dei 115 Cardinali nella magnifica Cappella Sistina fino alla proclamazione di Benedetto XVI, che si apre il film “<em>I due Papi</em>” diretto da Fernando Meirelles e sceneggiato da Anthony McCarten, visibile su Netflix (film che ho visto due volte tanta la magistralità degli attori di cui riporto testualmente i dialoghi). Il nuovo rappresentante di Dio sulla Terra, non appena  proclamato, suscitò delle reazioni non troppo inaspettate fra i fedeli di tutto il mondo: c’è chi ha subito esclamato – contento – “<em>Ratzinger combatterà il relativismo, si ergerà a difesa del dogma”</em> ma anche chi lo ha prontamente e aspramente criticato per la sua chiusura alle riforme, definendolo come “nazista” – “<em>ha già iniziato a dire troppi no</em>”, “<em>e ai poveri chi baderà adesso</em>?”. In molti, in effetti, durante il suo pontificato, hanno abbandonato il cattolicesimo per la sua visione troppo conservatrice della fede.<br>Bergoglio, al contrario, interpretò, seppur mai pubblicamente, “la vittoria” del rivale come la sconfitta della Chiesa: “<em>La chiesa ha votato di non far passare la riforma che tanto aspettavamo</em>” – motivo per cui iniziò a pianificare il suo ritorno alla semplice vita parrocchiale.<br>Tale decisione si consolidò sempre di più negli anni a seguire fino a quando, nel 2012, lo stesso Bergoglio – prima di essere convocato in Vaticano dal Papa – decise di volare in Italia per comunicargli le sue dimissioni da Cardinale Arcivescovo. <br>Nella pellicola di Meirelles, l’incontro fra i due occupa la prima metà della scena: è <em>ictu oculi</em> percepibile la differenza caratteriale e di approccio alla vita e alla fede dei due uomini di Chiesa. <br>Papa Benedetto XVI incolpa l’amico di essere uno dei suoi critici più severi, in quanto in conflitto con tutto ciò in cui egli crede e che lo stesso attesta come dogma ai fedeli: gli critica la sua semplicità, &#8211; “<em>non alloggi nella residenza dei Cardinali</em>” , definito dal Bergoglio come uno sfarzo puro e semplice. Bergoglio, infatti, incalza: “<em>Come può scegliere la semplicità essere così sbagliato?”.</em><br>Il Papa, poi, lo contesta circa le sue più volte affermate idee rivoluzionarie relative alla sua chiara vicinanza ai “peccatori”, la sua apertura al celibato, alle relazioni fra omosessuali, incalza sgridandolo: “<em>Tu concedi i sacramenti a chi non vive in grazia di Dio</em>!” (<em>rectius</em>: i divorziati) e Bergoglio risponde che “<em>Il sacramento non è un premio per i virtuosi ma è cibo per gli affamati</em>”, sostenendo che i muri che la Chiesa in quel periodo aveva eretto erano solo nocivi; la Chiesa era, infatti, controcorrente e fuori dalla realtà perché i tempi impongono un cambiamento: “<em>Gesù è misericordioso, più grave è il peccato maggiore sarà la Clemenza di Dio</em>”.<br>Ratzinger si inalbera, si alza e si ritira nelle proprie stanze: è contrario a tutto questo permessivismo derivato dal relativismo occidentale. <br>Bergoglio, invece, è convinto delle sue idee: i tempi impongono un cambiamento, non ha più voglia di sentirsi come “<em>un venditore di un prodotto che non posso in tutta coscienza promuovere</em>” perché sente che la Chiesa tutta è ormai distante dai suoi fedeli: “<em>la vita che Egli ci ha donato non fa altro che cambiare</em>”.</p>



<p>B. “<strong><em>Dio si trasforma</em></strong>.”<br>R. “<strong><em>Dio dice: “io sono la via”. Come lo troveremmo se fosse sempre in movimento?</em></strong>”<br>B. “<strong><em>Lungo il tragitto.”</em></strong></p>



<p>A Castel Gandolfo, quel giorno, si scontrarono due personalità distinte, tenaci e risolute. <br>I segni del Signore, però, appaiono all’improvviso e dallo scontro nasce un incontro: il soggiorno di Bergoglio a Roma finirà per diventare un&#8217;occasione per i due di conoscersi meglio e confrontare le proprie idee, tra tradizione e progresso, senso di colpa e perdono, spingendo il Pontefice a intraprendere una scelta difficile per il bene di oltre un miliardo di fedeli. <br>Incredibile la scena dei due che suonano, cantano, raccontano barzellette e bevono vino: Bergoglio che accende la tv per vedere la sua squadra del cuore e racconta al Pontefice la storia della sua vocazione; Ratzinger che suona il piano canticchiando ballate tedesche e guarda, rilassato, gli episodi del Commissario Rex: i due vengono ripresi come uomini, normali, reali, vivi, semplici? Forse anche semplici. <br>Questioni urgenti obbligano, purtroppo, i due a tornare a Roma: infatti era appena scoppiato lo scandalo relativo alla divulgazione dei quaderni personali del Pontefice per mano del suo fedelissimo maggiordomo Gianluigi Nuzzi pubblicati sotto il titolo di “<em>Sua santità: le carte segrete di Benedetto XVI</em>”. <br>Sullo sfondo del film nonché della realtà vi sono la corruzione, gli scandali legati agli abusi e la diffusione di atti omosessuali all&#8217;interno degli ambienti ecclesiastici. Ratzinger, insomma, si sarebbe reso conto di non essere nella possibilità, specie per via delle sue precarie condizioni fisiche, di far fronte a una serie di problematiche dilaganti che necessitavano, per essere risolte, del vigore di un pontefice più giovane. <br>Il Papa viene spogliato dalla sua immagine idealizzata dall’immaginario umano: viene visto, finalmente, nella sua fragilità, appare chiara la paura del Pontefice, il suo non sentirsi all’altezza del ruolo che Dio gli ha donato; esclama, infatti, “<em>fare il papa è come darsi in pasto alla gente</em>”.<br>Ratzinger è stanco, si sente solo: “<em>So che Lui è qui ma non ride mai o almeno io non lo sento</em>” e sottolinea invece l’incredibile empatia e sintonia dell’amico-rivale, che addirittura dopo solo poche ore in Vaticano è riuscito a ricevere in dono delle foglie di basilico da parte del giardiniere del Papa.<br>“<em>Sei molto popolare. Cerchi di essere te stesso; io non piaccio alla gente se sono me stesso</em>”. <br>Che Bergoglio già all’epoca fosse molto amato, era chiaro: vediamo, invero, un cardinale che ordina un caffè per le vie del centro, chiede se è buona la pizza ed esclama per il gol e il talento del Pipita.</p>



<p>I due, a questo punto della narrazione, si incontrano nella Cappella Sistina, che è bellissima, ancor più bella vuota, lasciata alla grazia di Dio e ai colori e alle forme di Michelangelo.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="412" height="250" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/sistine-chapel_header-19071.jpeg" alt="" class="wp-image-20189" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/sistine-chapel_header-19071.jpeg 412w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/sistine-chapel_header-19071-300x182.jpeg 300w" sizes="(max-width: 412px) 100vw, 412px" /></figure></div>



<p>Ratzinger, allora, confessa di aver ricevuto un segno dall’Altissimo e comunica, per primo, a Bergoglio la sua maturata decisione: “<em>Sai, si impara a far caso alle piccole cose all’improvviso. L’altra sera ho spento la candela e il fumo è andato giù, non più su come di solito. Era un segno; sisì, tu sei quello giusto! Vado a dimettermi, rinuncio subito a tutte le cariche. Ho cambiato idea: prima temevo di dimettermi perchè ero sicuro che avrebbero scelto te; ti ho conosciuto e ora so per qualche strano motivo che la gente ha bisogno di Bergoglio. La Chiesa deve cambiare e lo farà con te</em>”.<br>La “ritirata” di Benedetto XVI, annunciata l&#8217;11 febbraio 2013 ed entrata in vigore alle ore 20 del 28 febbraio seguente, ha sconvolto il popolo della Chiesa sebbene non fu un unicum: settecento anni prima, più esattamente nel 1294, Celestino V rinunciò e abdicò dalla sua carica. <br>Annunciato l’inizio del periodo di sede vacante, venne, quindi, riconvocato il conclave per l&#8217;elezione del suo successore, come previsto dalla costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. La sera del 13 marzo 2013 venne eletto al soglio pontificio Papa Beroglio, 266º papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma, che scelse il nome di Francesco. <br>Egli si palesò ai fedeli dalla finestrella in Piazza San Pietro con indosso soltanto il saio bianco, nessun orpello d’oro o i tipici paramenti papali e disse, come prima cosa: “<em>dovere del Conclave era quello di scegliere un papa; e loro sono andati a prenderlo alla fine del mondo. Ma siamo qui</em>.”</p>



<p>Nonostante il nome, Papa Bergoglio non è di matrice francescana, ma apparteneva ai chierici regolari della Compagnia di Gesù, c.d. Gesuiti.<br>Essi fanno voto di servire Dio in castità e povertà volontaria, coltivando la consolazione spirituale dei credenti, ascoltando le confessioni e amministrando i sacramenti.<br>In quest’ottica, Papa Francesco è sempre stato vicino ai poveri e agli emarginati. Egli, durante il suo rivoluzionario pontificato, secondo quanto più volte affermato dallo stesso, ha abbracciato un’idea diversa da quella ufficiale della Chiesa sull&#8217;uso di contraccettivi, ritenendo che gli stessi possano essere ammissibili per prevenire la diffusione di malattie anche se si è più volte opposto alla loro distribuzione gratuita. <br>Bergoglio ha ribadito l&#8217;insegnamento della Chiesa cattolica sull&#8217;intrinseca immoralità delle pratiche omosessuali ma, allo stesso tempo, ha insegnato l&#8217;importanza del rispetto per le persone omosessuali. <br>Abbiamo quindi oggi due Papi di cui uno facente funzioni: Benedetto XVI, infatti, successivamente alle sue dimissioni, ha assunto il titolo ufficiale di &#8220;sommo pontefice emerito&#8221; o &#8220;papa emerito&#8221;, mentre riceve ancora il trattamento di &#8220;Sua Santità&#8221;; continua a indossare l&#8217;abito talare bianco semplice, senza tuttavia la pellegrina bianca e la fascia, mentre all&#8217;anulare destro è tornato a portare l&#8217;anello vescovile.</p>



<p>Il&nbsp;<strong>23 marzo del 2013</strong> Papa Francesco si è recato a Castel Gandolfo presso il Palazzo Pontificio per fare visita al papa emerito Benedetto XVI.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="620" height="387" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/pope-and-ex-pope_2553043b.jpg" alt="" class="wp-image-20187" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/pope-and-ex-pope_2553043b.jpg 620w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/pope-and-ex-pope_2553043b-300x187.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/pope-and-ex-pope_2553043b-400x250.jpg 400w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></figure></div>



<p>Dopo essersi abbracciati, i due papi hanno pregato insieme, inginocchiati uno accanto all&#8217;altro. Storicamente si è trattato del primo incontro fra due pontefici. <br>Oggi li ricordiamo così, grazie a Netflix che ci fa rivivere questi importanti momenti della storia della fede cattolica. <br>“<em>La vita non è mai statica: l’autorità non viene dal potere o dall’intelletto ma da come si vive o si è vissuto. Tu sei cambiato, Jorge</em>” dice Benedetto XVI all’amico durante una confessione informale.</p>



<p>E con lui anche la Chiesa Cattolica è cambiata, si è rinnovata, si sta pian piano adattando ai tempi e, di certo, il pontificato di Bergoglio, di questo, ne è una grandissima prova. Lo stesso Ratzinger disse a Bergoglio, in occasione del loro ultimo saluto prima della proclamazione a Papa dell’Argentino: “<em>San Francesco veniva chiamato da Dio a restaurare la Chiesa&#8230; e pensava ai mattoni. Adesso pensaci tu</em>”. <br>Che tu sia vicino o meno a Dio, che tu creda o meno, Papa Francesco ti è amico: la sua capacità di parlare e di comunicare riesce a far sì che tutti gli vogliano bene. <br>È conclamato che la Chiesa abbia perso il suo potere originario, oggi viene vista più come potenza economica che come casa dei più bisognosi.<br>Come diceva Ratzinger, è proprio questo il compito, la missione di Papa Francesco: rivoluzionare i pensieri del cattolicesimo conservatore, uscire dalla crisi della fede e riavvicinare, tutti, a Dio. </p>



<p>Così termina la pellicola di Netflix dopo 2 ore e 5 minuti di curiosa attenzione: viene eletto Papa Francesco per accorciare le distanze con la Chiesa del mondo. Non è un caso che lo stesso abbia ricevuto la nomination agli Oscar: che il suo eco, anche nel settore cinematografico, sia veicolo per riportare, chiunque creda, nella Casa del Signore. </p>
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		<title>Il mio 2018 in 16:9</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Allevato]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 22:21:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella percezione comune gennaio è il mese più lungo dell’anno, perché serve tempo per elaborare l’anno passato e soprattutto perché serve tempo per ricordarsi di cambiare la cifra finale quando scriviamo le date. Se ripenso al mio 2018 ho chiarissima l’immagine di una giovane donna impegnata e attiva, che con malcelata soddisfazione mette da parte le cose da fare, apre il pc e si stravacca sul divano a guardare Netflix avvolta in una calda coperta. Netflix è l’unica piattaforma streaming [&#8230;]</p>
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<p>Nella percezione comune gennaio è il mese più lungo dell’anno, perché serve tempo per elaborare l’anno passato e soprattutto perché serve tempo per ricordarsi di cambiare la cifra finale quando scriviamo le date. Se ripenso al mio 2018 ho chiarissima l’immagine di una giovane donna impegnata e attiva, che con malcelata soddisfazione mette da parte le cose da fare, apre il pc e si stravacca sul divano a guardare Netflix avvolta in una calda coperta.</p>
<p><img class="size-full wp-image-13411 alignleft" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/Netflix_icon.svg_-e1549492175450.png" alt="" width="150" height="150" /></p>
<p><strong>Netflix</strong> è l’unica piattaforma streaming che uso attualmente, le serie tv di mio interesse sono reperibili lì, ma non escludo che il mio campo visivo non possa ampliarsi in questo 2019 (è tra i miei buoni propositi, insieme a cose di minore importanza come, per esempio, la laurea).</p>
<p>Per ricapitolare quello che è stato il meglio del mio 2018 televisivo, quindi, non posso che partire da ottobre. Per almeno due terzi dell’anno, infatti, Netflix si è concentrato molto di più sulla produzione di film, lasciando che qualcuna delle serie ancora in corso si concludesse e alcune piccole perle facessero il loro esordio lasciandoci nell’oblio del “verrà rinnovata?”. Una su tutte The end of the f***ing world di cui abbiamo già parlato approfonditamente <a href="https://ventiblog.com/the-end-of-the-fing-world/">qui</a>. Per cui ben vengano le commedie sentimentali con giovani adolescenti, della cui qualità sono ignara perché decisamente non rientro più nel pubblico di riferimento, né ho mai sopportato i drammi amorosi, davanti e dietro lo schermo.</p>
<p>Una menzione speciale va a “Sulla mia pelle”, il film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, la cui storia è tuttora oggetto di dibattiti e discussioni, stravolgimenti e censure. Il regista Alessio Cremonini ha saputo raccontare con i silenzi, le porte chiuse e un po’ di romanaccio la storia che non voleva essere vista, la storia che la sorella di Stefano, Ilaria, ha reso oggetto della sua battaglia. Attraverso il talento di Alessandro Borghi, attore protagonista, sentiamo tutto il peso del silenzio che racchiude ciò che non viene detto e anche di ciò che non viene ascoltato. Le senti tutte, le ferite di Stefano e della famiglia Cucchi, quelle fisiche e non, e non sarà più possibile ignorarle.</p>
<p>Detto ciò, ci sono tre eventi televisivi che più hanno fatto tremare la tazza di tè nelle mani. Iniziamo da una nota dolente:</p>
<h3><strong>La terza stagione di Daredevil</strong></h3>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-13419" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/37957.jpg" alt="" width="851" height="315" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/37957.jpg 851w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/37957-300x111.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/37957-640x237.jpg 640w" sizes="(max-width: 851px) 100vw, 851px" /></p>
<p>L’ultimo capitolo della migliore serie Marvel su Netflix ha mostrato il meglio di sé, giusto in tempo per spezzarci il cuore. Da un po’ di mesi era in corso una mattanza dei prodotti Disney sulla piattaforma: durante l’estate ci hanno privato dei film d’animazione più famosi e man mano ogni serie è stata cancellata. A quanto pare la Walt Disney Company ha in serbo una piattaforma di streaming indipendente, quindi ogni prodotto sotto il loro marchio è stato inevitabilmente abbandonato dalla concorrenza.</p>
<p>Quando hanno annunciato la fine di Iron Fist sapevamo tutti che non sarebbe mancato a nessuno. Della fine di Luke Cage apparentemente si sono intristiti tutti tranne me. Non doveva sorprendere i fan che avrebbero fatto lo stesso col Diavolo di Hell’s Kitchen, eppure. La notizia ha dato un sapore dolceamaro al finale, che si è rivelato spettacolare. Forse perché avvisati per tempo dell’imminente cancellazione, gli sceneggiatori sembrano aver investito ogni sforzo per concludere tutte le storyline lasciate a metà e riempire le lacune dei fan per impreziosire la storia. Rispolverato lo storico villain del supereroe, Kingpin, gli è stata data nuova forza, mentre Matt Murdock affrontava gli ultimi demoni del suo passato e ne incontrava di nuovi, finalmente al suo livello. Il barlume di speranza e ottimismo è palpabile nell’ultima scena, in cui hanno voluto inserire un cliffhanger alla <em>Avatar</em> o, se vogliamo, alla <em>Breaking Dawn parte uno</em>, comunque palesemente inutile. E in questo coacervo di uomini dotati, si sono rivelati essenziali alla storia proprio i personaggi privi di capacità sovrumane: una volta approfondito il passato di Karen Page, il suo lato oscuro (prima solo accennato o sussurrato) si è manifestato in tutte le sue problematicità, rendendola un personaggio completo e ancora più attivo rispetto alle stagioni passate. Non serve che mi dilunghi sugli altri, ma ognuno dei personaggi secondari, per quanto brevemente in vita, ha saputo trovare un posto d’onore nella trama orizzontale. E nel mio cuore. Chiudere dopo l’ultimo episodio stato più doloroso che assistere allo schiocco di Thanos.</p>
<h3>La cancellazione di Brooklyn 99</h3>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-13420" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/cropped-15137-2.jpeg" alt="" width="940" height="198" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/cropped-15137-2.jpeg 940w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/cropped-15137-2-300x63.jpeg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/cropped-15137-2-640x135.jpeg 640w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /></p>
<p><em>Brooklyn Nine-Nine</em> è la comedy migliore in circolazione e negli anni ha saputo conquistarsi una fanbase solida e leale. Con all&#8217;attivo cinque stagioni, la serie ha come protagonista Jake Peralta, un poliziotto dalla personalità esuberante dell’immaginario distretto 99 di New York. Al centro della trama ci sono, quindi, i casi da indagare, ma soprattutto le relazioni  polizia e le stramberie di cui sono capaci i comprimari.</p>
<p>Ma a maggio 2018, la batosta: la FOX cancella la serie e internet esplode. I fan generano un terremoto che non passa inosservato e gli ideatori si mettono subito all’opera per cercare un’altra rete televisiva che possa ospitarli. La scelta ricade sulla NBC che, in meno di ventiquattr’ore, permette alla serie di proseguire per una sesta stagione. L’evento ha sconvolto il mondo e internet, provando che la lealtà dei fan, è ben riposta, perché i produttori, gli sceneggiatori, gli attori e tutti gli addetti ai lavori di <em>Brooklyn Nine-Nine</em> sono riconoscenti per la fiducia riposta e se la meritano.</p>
<p>Raramente una serie comedy ha saputo affrontare temi difficili. I diritti delle donne, la condizione lavorativa e sociale delle minoranze negli Stati Uniti e l’omofobia, vengono affrontate con una giusta alternanza di comico e serio, dando valore e spazio a magone e risata, senza che l’uno superi l’altra. E, alla fine, sembra davvero che in questa serie siano tutti dei pezzi di pane. Melissa Fumero e Stephanie Beatriz (rispettivamente: le detective Amy Santiago e Rosa Diaz nella serie) hanno spesso parlato dell’importanza della rappresentazione delle minoranze a Hollywood, mostrandosi grate verso i produttori per le scelte del casting della serie, che, rompe l’abitudine hollywoodiana di scegliere “un attore latino per volta”, assumendo entrambe. Inoltre, recentemente, Terry Crews- che interpreta il Sergente Terry Jefford- ha mostrato il suo supporto al movimento #MeToo denunciando un episodio di molestie che lo ha visto vittima delle attenzioni di un produttore potente, mettendo in luce come certe dinamiche di potere non riguardino solo un genere o una categoria. Partecipare a una conversazione del genere, sulla natura degli abusi sessuali, ad oggi è ancora rischiosa e la prova sono i commenti ricevuti dall’attore dopo le sue dichiarazioni: perpetuando quella che è una visione malata della mascolinità, molti “colleghi” dell’industria dell’intrattenimento hanno mostrato perplessità- se non deriso- la testimonianza di Terry. Come può un uomo muscoloso, alto e dalla carriera decennale sentirsi piccolo e impotente, di fronte a un’avance esplicita? Forse ha capito male, forse è una &#8220;mammoletta&#8221;? No. Direi che forse, più che mai, le parole di Terry si sono rese necessarie (anzi fondamentali) per iniziare una discussione sull’argomento.</p>
<p>Insomma, la serie è un piccolo gioiello, davvero, ma io piango di commozione davanti a tale impegno.</p>
<h3>The Haunting of Hill House</h3>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-13421" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/the-haunting-of-hill-house-5bc5809a9b30b.jpg" alt="" width="1000" height="185" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/the-haunting-of-hill-house-5bc5809a9b30b.jpg 1000w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/the-haunting-of-hill-house-5bc5809a9b30b-300x56.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/02/the-haunting-of-hill-house-5bc5809a9b30b-640x118.jpg 640w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Per ultimo, ma non per importanza, il culmine raggiunto da Netflix nel 2018 e forse nella storia della sua esistenza. La serie horror The Haunting of Hill House conta una sola stagione, autoconclusiva. È ispirata al romanzo di Shirley Jackson <em>L’incubo di Hill House</em>, nota per saper mescolare con efficacia elementi sovrannaturali e introspettivi: nei suoi romanzi la spiritualità è funzionale alla sfera emotiva dei protagonisti e interagisce con le loro emozioni in forma di presenze, mai palpabili ma sempre presenti.</p>
<p>Le differenze tra i due prodotti sono notevoli, ma senza voler oscurare il talento della Jackson, è chiaro che scrivendo nel contesto degli anni 50 e 60 non potesse approfondire alcune tematiche e la serie, da questo e molti altri punti di vista, risulta essere un prodotto più completo, capace di mescolare voci e storie diverse per creare un quadro variopinto e, per ovvie ragioni, incredibilmente cupo e di notevole impatto. I protagonisti sono i membri della famiglia Crain, mostrati in due finestre temporali diverse: l’estate che trascorrono a Hill House e l’inverno in cui, da adulti, decidono di fare i conti con il loro passato.</p>
<p>I fratelli Crain sono cinque storie, cinque personalità, cinque traumi diversi che si uniscono per affrontare demoni comuni, reali e fluttuanti.</p>
<p>Ora, non mentirò, è sì una serie horror, ma di un horror come si deve. Il brivido freddo che ti scorre dentro mentre la guardi non ti abbandona fino alla fine (e sinceramente non mi lascia neanche adesso). Ci sono cadaveri, fantasmi e soggetti psicolabili, ma sono presenze che spariscono il tempo di un urlo. Il disagio vero, l’inquietudine che sa trasmettere la serie è quella che inutilmente cercano di instillare senza successo i film di paura degli ultimi anni. Che senso ha inserire <em>jumpscare(da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jumpscare">Wikipedia</a>: &#8220;[&#8230;]tecnica usata nei film e nei videogiochi horror per spaventare lo spettatore con un evento improvviso o inaspettato&#8221; </em><em>)</em> se li annunci con un crescendo musicale? In Hill House c’è un jumpscare- uno solo! &#8211; non te lo aspetti e “salti di paura” per davvero. E sono felice di aver ceduto quei dieci anni di vita per averlo guardato.</p>
<p>E, oltre all’horror, c’è molto di più. La storia dei fratelli Crain si sviluppa mostrando gli stadi di elaborazione del lutto giungendo ad un epilogo che è un traguardo sofferto in cui ogni cosa trovata e persa nel percorso trova il suo senso. La casa, così maestosa, ma chiusa e impenetrabile, diventa un personaggio a sé e incarna la metafora finale, con la quale vuole mostrare i modi in cui i morti possono manifestare la loro “presenza” nelle vite di coloro che li hanno amati. Una versione migliore di “I fantasmi sono una metafora”, la frase che viene continuamente ripetuta in Crimson Peak- un film che ha acquistato senso per me solo alla visione di Tom Hiddleston in abiti vittoriani. Hill House ti lancia un enorme bagaglio emotivo addosso, ma al termine della visione, senti solo la malinconia dolcissima di chi saluta i parenti prima di partire per un lungo viaggio. Il finale chiude tutte le porte e ogni questione in sospeso, per una volta non viene lasciato niente al caso e i dubbi smettono di essere tali.</p>
<p>Decisamente non è la serie da mettere in sottofondo mentre si fanno le faccende di casa. Qualcuno ha accennato alla possibilità di realizzare una seconda stagione, ma le premesse non fanno sperare in una continuazione della storia dei Crain. E, se permettete, ne hanno già passate fin troppe, diamo un po’ di tregua a questi ragazzi.</p>
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		<title>The end of the f***ing world, la scommessa vinta da Netflix</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Teresa Pedace]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jan 2018 10:54:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[jessica barden]]></category>
		<category><![CDATA[Netflix]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>The end of the f***ing world è una serie tv destinata a far parlare a lungo di sé. Scritta da Charlie Covell e tratta dall’omonimo fumetto di Charles S. Forsman, è articolata in otto episodi della durata di venti minuti ciascuno. Praticamente un invito a nozze per le maratone notturne. Rilasciata da Netflix all’inizio del 2018, ha da subito attirato l’attenzione di un vastissimo pubblico, proponendosi come black comedy schietta e dai ritmi serrati. I protagonisti sono due adolescenti che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>The end of the f***ing world è una serie tv destinata a far parlare a lungo di sé. Scritta da <strong>Charlie Covell</strong> e tratta dall’<strong>omonimo fumetto di Charles S. Forsman</strong>, è articolata in otto episodi della durata di venti minuti ciascuno. Praticamente un invito a nozze per le maratone notturne. Rilasciata da <strong>Netflix</strong> all’inizio del 2018, ha da subito attirato l’attenzione di un vastissimo pubblico, proponendosi come black comedy schietta e dai ritmi serrati.</p>
<h3>I protagonisti sono due adolescenti che non esiterei a definire fuori di testa:</h3>
<p>James, al secolo Alex Lawther, già protagonista dell’episodio Shut up and dance della controversa serie Netflix Black Mirror, e Alyssa, interpretata da Jessica Barden (agli spettatori più attenti non saranno sfuggite le sue interpretazioni in Penny Dreadful e The Lobster).<br />
James ha diciassette anni e un piano ben preciso, che lo tormenta da anni: uccidere qualcuno.  Si è allenato a lungo, uccidendo dapprima piccoli animali, dissociandosi via via dal mondo reale.<br />
Alyssa, sua coetanea, ha un piano un po’ diverso: una fuga in grande stile, cucita su misura su un carattere a dir poco difficile.<br />
I due ragazzi scappano insieme, rubando la macchina del padre di lui: se James progetta da subito di uccidere Alyssa, lei si interroga sulla possibilità di innamorarsi di lui.</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-12085 size-full" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2018/01/the-end-of-the-fing-world.jpg" alt="" width="1024" height="576" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2018/01/the-end-of-the-fing-world.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2018/01/the-end-of-the-fing-world-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>(Credits: Netflix)</p>
<p>No, non stiamo scivolando in cliché già visti perché il rapporto tra i due ragazzi è ben più complesso, a tratti divertente e romantico (ma mai banale), sicuramente poco convenzionale.<br />
L’inizio della loro avventura è dettato da istinto e rapidità, i protagonisti vivono in una cittadina che odiano e dietro sguardi tanto simili quanto assenti nascondono un bisogno di evadere molto simile: James ha perso la madre, detesta il padre, non ha amici e coltiva la passione per l’omicidio – dopo aver ucciso vari animaletti, deve solo decidere quale essere umano utilizzare per passare al livello successivo. Alyssa non vede il padre da anni, ha una madre ossessionata dall’apparenza e dalla perfezione e un patrigno subdolo.<br />
Se James è riservato e taciturno, Alyssa è chiassosa e ribelle. Si incontrano, iniziano una relazione buffa ed impacciata e scappano.<br />
Alyssa sta cercando qualcosa (anzi qualcuno, suo padre) ed è stanca della corazza che indossa. James vede nella fuga un’occasione per mettere in atto il suo piano omicida, ma per la prima volta prova qualcosa: si sta innamorando.</p>
<h3>La serie è un crescendo di comicità, romanticismo, splatter, un mix che da subito le fa guadagnare l’affetto del pubblico ed il successo delle serie di culto.</h3>
<p>La fotografia e la colonna sonora, così vicine al cinema indipendente, convincono anche il pubblico più esigente. Il sipario cala su The end of the f***ing world quando in realtà la storia sarebbe ancora tutta da narrare, lasciando aperti gli spiragli per una seconda stagione, ma al contempo sembra mettere un punto.<br />
È difficile parlare di questi novelli Harold e Maude: sono distruttivi, disfunzionali, cinici, freddi, maleducati, eppure dolci, spaventati e in cerca di identità. Talvolta ricordano Bonnie e Clyde e talaltra scavano portando a galla profondità emotive inaspettate, in un crescendo che culmina in un finale controverso.</p>
<h3>Insomma, The end of the f***ing world è imperdibile.</h3>
<p><strong>Curiosità:</strong> la detective che indaga sui crimini da loro commessi è interpretata da Gemma Whelan, la Yara di Game of Thrones.</p>
<p><iframe width="750" height="422" src="https://www.youtube.com/embed/vbiiik_T3Bo?feature=oembed" frameborder="0" allow="autoplay; encrypted-media" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/the-end-of-the-fing-world/">The end of the f***ing world, la scommessa vinta da Netflix</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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