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	<title>lavoro &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Deadline, la sensazione dolce-amara che tutti conosciamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Nicelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jan 2024 09:19:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Termine ultimo, scadenza improrogabile: si avvicina la deadline per la consegna dei lavori. Etimologia: voce ingl.; propr. ‘scadenza’, comp. di dead ‘morte’ e line ‘linea’”. Questa è la definizione secondo il dizionario Garzanti della parola “deadline”. Se c’è una espressione che può riassumere una condizione condivisa da miliardi di persone è proprio deadline. La scadenza è una sensazione maledettamente contemporanea e attuale. Tutti conoscono ciò che c’è prima di quella linea, cioè una mole di lavoro da sbrigare, spesso a [&#8230;]</p>
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<p>“<em>Termine ultimo, scadenza improrogabile: si avvicina la deadline per la consegna dei lavori. Etimologia: voce ingl.; propr. ‘scadenza’, comp. di dead ‘morte’ e line ‘linea</em>’”. Questa è la definizione secondo il dizionario Garzanti della parola “deadline”. Se c’è una espressione che può riassumere una condizione condivisa da miliardi di persone è proprio deadline. La scadenza è una sensazione maledettamente contemporanea e attuale. Tutti conoscono ciò che c’è prima di quella linea, cioè una mole di lavoro da sbrigare, spesso a prescindere da tutto il resto. Possiamo considerarla come la sottile linea da non superare: oltre, infatti, troviamo l’ignoto e il vuoto o, più concretamente, una ramanzina che potrebbe costarci diversi problemi, in particolare sul posto di lavoro. Ma le deadline esistono anche in altri ambiti: pensiamo a quello pubblico, quando vogliamo iscriverci a un concorso. Se lo facciamo un minuto solo dopo la scadenza (la nostra deadline), la domanda sarà automaticamente respinta. La parola deadline è salita alla ribalta durante i primi giorni di questo nuovo anno grazie al <em>New Yorker</em>, periodico statunitense nato nel lontano 1925 e alla copertina – edita dall’italiana Bianca Bagnarelli, artista, illustratrice e fumettista – che ritrae una donna in tuta e calzini, sola in una stanza illuminata solo dall’ampio schermo di un computer, mentre fuori dalla finestra si accendono luci e si vedono fuochi d’artificio, probabilmente a segnare la fine dell’anno. Una festa alla quale la protagonista non può partecipare: nella stanza si vedono pile di fogli accartocciati e un file aperto sulla schermata del pc. Sulla scrivania c&#8217;è un bicchiere ormai vuoto e una tazza, probabilmente lì dalla colazione, con all&#8217;interno una buccia di banana, spuntino consumato come spesso succede davanti allo schermo. E sulla stampante si intravede anche un piatto, che probabilmente poche ore prima conteneva il pranzo o la cena. Unica compagnia è un gattone nero, accoccolato sui fogli. La parola deadline è così universalmente diffusa che le è stata dedicata, addirittura, la prima copertina del nuovo anno. Che mondo ci aspetta, allora? E a che punto siamo arrivati? Sempre più spesso mi è capitato di sentire i miei coetanei ammettere di aver lavorato durante le feste. Io stessa l’ho fatto. Se da una parte si pensa di sfruttare i ritagli di tempo nei momenti in cui il resto del mondo si ferma, alla fine della giornata ci si rende conto di perdersi tutto il divertimento, e resta solo una sensazione dolce-amara.</p>



<p>Una condizione comune a milioni – se non miliardi &#8211; di persone nel mondo. L’effetto di immedesimazione nella donna protagonista è facile: tra chi la interpreta come immagine di serenità a chi (i più) la considera come la rappresentazione del lavoro così come è oggi e delle difficoltà delle persone che lavorano. Se lo abbiamo scelto noi, c’è anche della malinconia: ti stai perdendo qualcosa, fuori imperversa una festa e tu non puoi partecipare, ma è comunque una visione serena, di ritiro e calma da un momento caotico. E ci sono anche tante persone che quel momento non lo scelgono: qualcun altro ha dato una scadenza durante le feste e tocca lavorare, è un obbligo. Quei momenti di frenesia (lavorativa, soprattutto) rappresentano sia l’inizio che la fine, tra l’ansia di mettersi subito al lavoro e quella di perdersi la festa fuori. In questo nuovo anno, iniziato solo da qualche settimana ma già denso di avvenimenti e di frenesia, dovremmo seriamente iniziare a riflettere e a dibattere sul mondo del lavoro di oggi, fatto di angoscia per arrivare in tempo e di paura di non farcela. Di tempo che sentiamo di non avere o che, comunque, non sfruttiamo mai appieno. Un’immagine che suscita sentimenti tempestosi. Vale allora la pena tornare all’intestazione e riflettere sulla parola &#8220;deadline&#8221;: letteralmente si può tradurre in &#8220;linea della morte&#8221; o &#8220;linea mortale&#8221;. E questa traduzione, accostata al tema delle scadenze lavorative, fa un po&#8217; accapponare la pelle: stiamo sacrificando la nostra vita in nome del lavoro? Abbiamo bisogno che ci esplodano i fuochi d&#8217;artificio di fronte agli occhi per farci risvegliare dall&#8217;assuefazione lavorativa? Abbiamo ormai rinunciato a lavorare per vivere e siamo inevitabilmente tutti finiti con il vivere per lavorare?</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



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		<title>La digitalizzazione in Italia: statistiche e considerazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfonso Lamberti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Aug 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scorso 27 giugno l’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, ha pubblicato un articolo sull’uso di dispositivi digitali nel mondo del lavoro nei 27 Paesi dell’Unione: oggetto d’esame è il tempo speso durante l’orario di lavoro con un dispositivo (computer, tablet o smartphone) che sia strumentale o di supporto all’attività lavorativa. L’analisi di questo particolare aspetto del lavoro fa emergere tre dati principali, diversi ma correlati tra di loro. Il primo che viene alla luce è che analizzando il totale degli [&#8230;]</p>
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<p>Lo scorso 27 giugno l’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, ha pubblicato un articolo sull’uso di dispositivi digitali nel mondo del lavoro nei 27 Paesi dell’Unione: oggetto d’esame è il tempo speso durante l’orario di lavoro con un dispositivo (computer, tablet o smartphone) che sia strumentale o di supporto all’attività lavorativa.</p>



<p>L’analisi di questo particolare aspetto del lavoro fa emergere tre dati principali, diversi ma correlati tra di loro. Il primo che viene alla luce è che analizzando il totale degli occupati in Europa, nel 2022 circa il 30% del dei lavoratori ha utilizzato un dispositivo digitale interamente o per gran parte del proprio tempo impiegato a lavoro. Questa evidenza va a consolidare un trend già noto: l’industria dei servizi, almeno in Europa, è cardine principale di crescita, non solo economica ed occupazionale. Non solo, le politiche comunitarie sono orientate a favore di un mercato interno con sempre meno barriere, ambiente dunque favorevole ai servizi ed in particolare per il settore digitale.</p>



<p>Il secondo dato che emerge dall’articolo è la percentuale di genere in Europa che lavora a contatto per molto tempo con un dispositivo nel proprio lavoro: il totale delle donne che lavora a contatto con la tecnologia è più alto degli uomini in tutte le fasce d’età oggetto di studio. Dato che fa riflettere se si considera che all’aumentare del titolo di studi cresce anche la probabilità dell’uso di un pc sul lavoro. Se questo si incrocia con il <em>pay gap</em> (indicatore che misura la differenza di retribuzione tra uomo e donna) emerge un&#8217;evidente incoerenza perchè gli uomini sono mediamente più retribuiti delle donne.</p>



<p>Il terzo dato relativo alla classifica delle Nazioni in questa speciale statistica sul lavoro è quello che ha creato più dibattito. L’Italia infatti si posiziona diciannovesima nel gruppo dei 27 Stati dell’Unione, mostrando uno svantaggio competitivo talvolta anche molto marcato nei confronti di altre grandi Nazioni europee nostre “competitor”. La visione presentata da Eurostat è aggregata a livello nazionale, rendendo quindi difficile capire il livello di digitalizzazione delle diverse regioni italiane; anche senza evidenze concrete è facile assumere che sia il nord ad essere da traino in questo settore, sia per popolosità sia per caratteristiche occupazionali del territorio.</p>



<p>Alla luce di queste tre punti chiave, sorgono diversi spunti di riflessione. Primo su tutti è quello di chiedersi come una Nazione dalla grande tradizione commerciale internazionale come l’Italia sia allo stesso tempo molto indietro su un tema così importante per la crescita economica, e non solo, del Paese. Perché non solo di economia si parla: un mondo del lavoro digitalizzato aiuterebbe lo sviluppo del territorio <em>tout court </em>tramite una maggiore facilità nel fare impresa, servizi pubblici più efficienti, ed un’offerta turistica che sappia davvero valorizzare il patrimonio nazionale. Molti processi sociali sono cambiati rapidamente negli ultimi decenni e la sensazione è che il tema sia stato raramente oggetto di dibattito e di autocritica da parte della classe dirigente.</p>



<p>Su questo, le circostanze non giocano a favore di una corretta pianificazione da parte pubblica: negli ultimi dieci anni, dall’aprile 2013 (governo Letta) ad oggi (governo Meloni), si sono succeduti 7 Presidenti del Consiglio di cui uno tecnico (governo Draghi). In un grande viavai di nomine, insediamenti, assemblee ed inaugurazioni, in meno di due anni è normale aspettarsi che un lavoro di visione pluriennale su un tema molto tecnico faccia fatica ad essere in priorità in agenda, non essendo questo percepito come un’urgenza di breve periodo. Percezione che alla luce di altri dati si rivela poi miope, perché tra il 2021 ed il 2022 di giovani italiani tra i 18 ed i 34 anni che hanno lasciato i confini nazionali per studio o lavoro sono 80.000 (<em>Fonte: Migrantes-Rapporto Italiani nel Mondo. Elaborazione su dati AIRE</em>). Creare delle condizioni per un ecosistema più digitale non sarà la mossa determinante nel trattenere questi ragazzi, ma potrebbe quantomeno aiutare ad invertire il trend di partenze a favore di soluzioni più di prossimità.</p>



<p>A nostra discolpa, ci sono dei vincoli meramente materiali a frenare l’uso del digitale: la popolazione ha l’età media tra le più alte al mondo, la rapidità di evoluzione del settore male si sposa con un sistema per sua natura conservativo.</p>



<p>Alla luce di queste considerazioni, l’auspicio è quello che si possa trovare il tempo per una discussione sul tema nella quale vengano coinvolti diversi soggetti, anche del privato come aziende e <em>start-up</em>, in attesa della prossima statistica dove trovare conferma del lavoro fatto.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Capability Approach, la teoria economica che mette al centro le capacità di ogni individuo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2023 14:04:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Trovare lavoro, oggi, è cosa rara; trovare lavoro nel settore per cui si studia o, più semplicemente, mettere a frutto le proprie passioni facendole diventare un lavoro sembra essere un&#8217;eccezione che capita a pochi fortunati.&#160; Le generazioni di oggi hanno sicuramente più strumenti di quanti ne avessero i loro genitori. Fin da bambini si viene stimolati alla conoscenza di una o più lingue straniere, ci si abitua presto all’uso di nuove tecnologie, si ha la possibilità di dedicarsi ad attività [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Trovare lavoro, oggi, è cosa rara; trovare lavoro nel settore per cui si studia o, più semplicemente, mettere a frutto le proprie passioni facendole diventare un lavoro sembra essere un&#8217;eccezione che capita a pochi fortunati.&nbsp;</p>



<p>Le generazioni di oggi hanno sicuramente più strumenti di quanti ne avessero i loro genitori. Fin da bambini si viene stimolati alla conoscenza di una o più lingue straniere, ci si abitua presto all’uso di nuove tecnologie, si ha la possibilità di dedicarsi ad attività laboratoriali, si viaggia con facilità e flessibilità, cosicché alla fine dell’iter scolastico ogni ragazzo ha già sviluppato delle competenze tali che gli permettono di scegliere se fare i primi passi nel mondo del lavoro oppure se proseguire i propri studi all’università. E non c’è il rischio di non trovare la propria strada, poiché ormai esistono talmente tanti percorsi di studio che hanno mille sfaccettature diverse che indirizzano poi a lauree specialistiche, master oppure scuole di specializzazione, per cui è quasi impossibile non trovare il proprio indirizzo. Anzi, sono così tante le possibilità di percorsi universitari che talvolta ci si disorienta. Se gli strumenti sono così tanti e così tanto fruibili, non è scontato che la loro qualità sia proporzionale a quello che offre la realtà al momento dell’inserimento nel mondo del lavoro. Spesso il gradino che separa il mondo degli studi da quello del lavoro è talmente ripido che sembra impossibile da superare. Le scuole e le università preparano persone competenti e capaci che, molto spesso, sono costrette a fare uno o più passi indietro per adattarsi alle regole del mercato.&nbsp;</p>



<p>Questo eterno dilemma, che trova un forte dislivello tra quello che si vuole fare e quello che si arriva a fare, è un punto nevralgico che è stato analizzato dall’economista e filosofo indiano Amartya Sen, vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 1998. La teoria che racconta come poter rendere meno ripido lo scalino tra studi e lavoro si chiama “Capability Approach”. Sen pone al centro della teoria economica l’uomo, unico vero fruitore del mercato che, in quanto tale, consente all’economia di girare e, pertanto, deve anche essere “ripagato” prendendone parte attiva. In altre parole: se l’uomo dà qualcosa, deve anche ricevere, altrimenti si crea una macchina che funziona parzialmente e quindi in modo iniquo. L’uomo, dunque, per contribuire al meglio alla creazione di un processo economico che muove il mondo, deve partire dalle cose più sicure e innate che possiede naturalmente e che gli garantiscono una potenziale fruttuosità ovvero le proprie skills, le proprie capacità. Se ogni singolo essere umano riuscisse a potenziare le capacità che possiede facendole combaciare con i propri interessi, otterrebbe il lavoro che desidera e per cui è portato, mettendo in moto un circolo virtuoso di benessere che nasce dal buon uso delle proprie qualità e si trasforma in ricchezza economica per le sue tasche e che ne determina di nuova per coloro che ne fruiscono.&nbsp; Se tutti gli uomini mettessero a frutto le proprie capability genererebbero a loro volta un’economia sana e circolare che permetterebbe l’abbattimento del circolo vizioso a cui molto spesso ci costringono le dinamiche del mercato. Questa teoria rappresenta una rivalutazione che parte dal singolo individuo ma che trova riscontro nel tessuto sociale di cui è parte. Potenziare le proprie capacità significa anche garantire dignità all’uomo in quanto tale oltre che in quanto lavoratore, ponendo su un piano eguale le diverse qualità che caratterizzano i singoli individui e da cui nascono i differenti impieghi. Sen ristabilisce i termini del benessere economico, non più basati solo sui redditi familiari o sul PIL, ma concentrandosi sulla ricchezza che rappresenta ogni uomo attraverso il proprio bagaglio di conoscenze e di capacità. Analizzando attentamente, questa teoria economica si rivela come una delle più adattabili in quanto ripone la completa realizzazione di essa nelle nostre mani. È compito di ognuno di noi riconoscere le capacità che naturalmente possediamo, sta a noi metterle in pratica perseguendo i nostri obiettivi e infine, spetta a noi dare spazio alle nostre volontà più che alle nostre necessità. Questo processo ci metterebbe a riflettere davvero su cosa siamo capaci di fare e chissà se magari non vengono fuori mestieri nuovi che ancora non conosciamo!</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Se il Primo Maggio è la festa degli altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2023 09:13:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una domanda sorge spontanea in questo particolare lunedì appena trascorso, segnato in rosso sul calendario, a sottolineare che si garantisce riposo a tutti i lavoratori senza distinzioni: la festa del Primo maggio, oggi, cosa rappresenta davvero per i lavoratori? A questa domanda apparentemente scontata risponde Maurizio, 30 anni dipendente da 12 in un negozio di elettrodomestici di un centro commerciale: «Oggi questo per me è solo un lunedì, esattamente uguale a quello precedente e a quello successivo. Io lavoro perché [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Una domanda sorge spontanea in questo particolare lunedì appena trascorso, segnato in rosso sul calendario, a sottolineare che si garantisce riposo a tutti i lavoratori senza distinzioni:<strong> la festa del Primo maggio, oggi, cosa rappresenta davvero per i lavoratori?</strong></p>



<p>A questa domanda apparentemente scontata risponde <strong>Maurizio, 30 anni dipendente da 12 in un negozio di elettrodomestici di un centro commerciale</strong>: «<em>Oggi questo per me è solo un lunedì, esattamente uguale a quello precedente e a quello successivo. Io lavoro perché devo, ma non condivido affatto che oggi io sia qui a servire molti più clienti dei giorni normali</em>». Risponde anche <strong>Benedetta, 29 anni, da 10 proprietaria di un ristorante</strong>: «<em>Oggi lavoriamo, eppure noi di solito il lunedì siamo chiusi, ma si sa che le persone quando sono libere non hanno voglia di cucinare e preferiscono accomodarsi e farsi coccolare</em>».  <strong>Anita</strong>, <strong>che di anni ne ha 28 ed è barista da 15</strong>, dice che «<em>Questo giorno è un&#8217;altra data che è in rosso solo sul calendario, non per me che lavoro ogni domenica e ogni festivo</em>». Ci dice la sua anche <strong>Pier Filippo, che fa il vigilante privato da quando aveva 20 anni e oggi ne ha 33</strong>: «<em>Il Primo maggio è la festa degli altri, non la mia. Possono riposare i privilegiati perché per me, che lavoro in un settore privato, questo è solo un giorno che permette loro di riposare mentre io garantisco che qui tutto sia sotto controllo</em>».</p>



<p>Sono solo poche testimonianze, ma bastano per far capire il senso della domanda iniziale. <strong>Il Primo maggio per molti lavoratori non rappresenta più nulla</strong>: non si festeggiano i diritti dei lavoratori che nel tempo sono stati conquistati grazie a lotte e atti di coraggio, non garantisce una giornata di riposo né un momento di unione con gli altri lavoratori ed è proprio questo l’aspetto che fa riflettere. Si è creata nel tempo una divisione tra coloro che possono dire di essere lavoratori perché il Primo maggio riposano e quelli che invece in questa giornata lavorano. Sembra quasi che questa data appartenga a una fetta privilegiata che tende a escludere tutti gli altri. Dunque, <strong>coloro che sono costretti a lavorare oggi </strong>solo perché rientrano in un sistema in cui la loro presenza dipende dalla scelta dai loro datori di lavoro o dalla turnistica, <strong>sono da considerare persone meno valide, meno indefesse, meno meritevoli, in qualche modo “minori” rispetto a chi invece oggi festeggia? </strong>Chi lo ha deciso? Queste sono domande le cui risposte affondano le radici nei meccanismi di espansione selvaggia del mercato e nelle manovre politiche e sociali che da decenni si muovono per offrire sempre qualcosa in più alla società consumistica che viviamo. Non è un caso che oggi i centri commerciali, i bar e ristoranti siano pieni, più del solito. Moltissimi cittadini celebrano questa giornata spendendo soldi andando a fare un giro al chiuso di un centro commerciale, magari senza avere neanche l’esigenza di dover acquistare qualcosa, ma semplicemente per curiosare e infine cedere alla tentazione di spendere e comprare. Basterebbe ricordare che questa giornata nasce per festeggiare la riduzione della giornata lavorativa a “sole” otto ore. E mentre questa conquista accadeva nel 1886, oggi possiamo visitare store che sono aperti ininterrottamente dalle 9:00 alle 21:00, cioè dodici intere ore. Ne restano 8 di sonno, almeno questo è il tempo giusto per una sana dormita e, dunque, ne avanzano 4 da dedicare alla propria famiglia, alle amicizie, allo sport e ai propri interessi. Insomma 4 ore su 24 da dedicare alla propria vita. Questo dovrebbe forse essere un buon risultato?  A questa domanda potrebbe rispondere il sociologo Zygmunt Bauman che nel saggio “La società dell’Incertezza” scrive «<em>Se tra i nostri antenati filosofi, poeti e predicatori si ponevano la questione se si lavorasse per vivere o si vivesse per lavorare, il dilemma che più spesso si sente rimuginare oggi è se si abbia bisogno di consumare per vivere o se si viva per consumare. Qualora si sia ancora capaci di separare il vivere e il consumare, e se ne senta la necessità</em>».</p>



<p>Il Primo maggio nella teoria è la giornata in cui si festeggia l’unione dei lavoratori, il raggiungimento dei pari diritti poiché il lavoro pulito riesce a dare una dignità ad ogni essere umano. Nella pratica, di contro, in questa giornata non tutti sono trattati allo stesso modo: Pier Filippo, Anita, Maurizio e Benedetta e insieme a loro tantissimi altri giovani lavoratori, lavorano affinché gli altri possano godere della libertà che offre questa data. Probabilmente dovremmo riconoscerlo e ricordarcene. Forse dovremmo sentirci uniti davvero per ripetere con coraggio quanto accaduto nel 1886 poiché, <strong>nonostante sia passato un intero secolo, il traguardo di essere riconosciuti egualmente lavoratori sembra ancora troppo lontano.</strong></p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/se-il-primo-maggio-e-la-festa-degli-altri/">Se il Primo Maggio è la festa degli altri</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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		<title>Divari generazionali: la ricchezza degli over 65, la povertà degli under 30</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Francesca Astorino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2023 09:10:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La generazione dei nuovi trentenni è in trepidante attesa di stipendi meritevoli di essere definiti tali. Cifre non esorbitanti, ma che consentano di avviare una famiglia, pagare i mutui e concedersi tempo libero. Fatti confermati dalle stime di Banca d’Italia, nel corso dell’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2020: è netto il divario tra la ricchezza degli over 65 e la povertà degli under 30. L’intervista ha coinvolto 6.000 nuclei familiari. Di questi, sono state monitorate le condizioni economiche [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">La generazione dei nuovi trentenni è in trepidante attesa di stipendi meritevoli di essere definiti tali. Cifre non esorbitanti, ma che consentano di avviare una famiglia, pagare i mutui e concedersi tempo libero. Fatti confermati dalle stime di Banca d’Italia, nel corso dell’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2020: <strong>è netto il divario tra la ricchezza degli over 65 e la povertà degli under 30</strong>. </p>



<p>L’intervista ha coinvolto 6.000 nuclei familiari. Di questi, sono state monitorate le condizioni economiche tra il 2019 e 2020, tenendo presente anche le conseguenze dovute alla pandemia. Una quota rilevante degli intervistati ha dichiarato che almeno un familiare ha subito una temporanea riduzione o interruzione delle entrate da lavoro, incremento che si è concentrato soprattutto tra le famiglie il cui maggiore percettore di reddito ha meno di 35 anni. <strong>Per fare fronte al calo del reddito le famiglie hanno ridotto alcune spese e liquidato attività finanziarie possedute</strong>. Inoltre, le stime sulla ricchezza netta media hanno evidenziato un incremento della disuguaglianza dovuto all’effetto delle riduzioni dei prezzi delle abitazioni che, per i nuclei familiari di ceto medio, rappresentano la componente principale del patrimonio familiare. La distribuzione diseguale della ricchezza ha fatto risaltare una separazione che riguarda gruppi sociodemografici e, in particolare, la ricchezza delle famiglie più giovani, per le quali si stima un maggiore tasso di povertà. </p>



<p><strong>È aumentata drasticamente la percentuale di giovani, tra i 18 e i 34 anni, che vivono in condizioni di povertà assoluta</strong>, passando dal 3,1% del 2005 all’11%, il che significa ben <strong>1 milione di persone</strong>. L’anello debole, evidenziato nel Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia da Caritas, sono i giovani, spesso con storie familiari di povertà: 6 persone su 10, riporta lo studio, provengono da uno stato economico di fragilità. </p>



<p>Una situazione che non accusa scenari positivi, anche a causa delle forme di contratto di lavoro, sempre più atipiche. <strong>Nel 2022, in Italia, il 18% dei lavoratori tra i 20 ed i 59 anni parla di contratto a tempo parziale, part-time</strong>. Tipologia di contratto, maggiormente diffusa tra i lavoratori più giovani: il 28% degli under 25. I dati fanno riferimento al report Rilevazione sulle Forze Lavoro dell’Istat e riferiscono, inoltre, che per il 7% si tratta di lavoratori mentre per il 32% di lavoratrici part-time. Nel 2022 il 49% dei lavoratori ha dichiarato di aver accettato volontariamente questa tipologia contrattuale, nonostante la ricerca fosse rivolta al full-time. Dato reale se si considera che, gli intervistati, sono soprattutto under 30 che non hanno trovato altro lavoro a tempo pieno mentre <strong>per le lavoratrici sembrerebbe essere una scelta obbligata</strong> dalla contingente necessità e priorità a prendersi cura della casa, della famiglia e dei familiari. Di fatto, solo l’1,2% degli uomini, lavoratori part-time ha dichiarato di aver volontariamente scelto il tempo parziale per impiegare la restante parte della giornata alla cura familiare. </p>



<p>Tutti questi dati non sorprendono affatto. Neanche nella giornata del 1 maggio, festa dei lavoratori. Ogni anno si celebra questo giorno con l’intento di ricordare l’impegno dei movimenti sindacali e delle lotte sociali ed economiche portate avanti dai lavoratori. Eppure, in Italia continuano ad evidenziarsi condizioni inconsuete, anomale inerenti ai lavoratori e alle lavoratrici. Non a caso, <strong>tra i paesi OCSE, lo stato italiano si classifica al ventunesimo posto per il lavoro non retribuito</strong>, per intenderci la cura di sé e dei cari, onere che spesso spetta alle donne.</p>



<p>Si viaggia su binari paralleli, per un rettilineo che è quello dei diritti per ogni lavoratore e lavoratrice, in cui i problemi sono sempre più complessi e le uniche soluzioni disponibili sembrerebbero essere quelle di ricordare ai giovani di essere grati ad avere “un posticino”, magari sottopagato e con orari inverosimili. Di ringraziare per aver ottenuto il mutuo a soli 30 anni, che rappresenterà il peso sulla coscienza per tutta la vita. Di non preoccuparsi di non aver messo su famiglia, perché l’indipendenza è roba sacra. Di smetterla di paragonare le loro vite a quelle dei propri genitori – 28 anni, casa senza mutuo, lavoro retribuito, primo figlio e tempo da trascorrere insieme – perché quella era un’altra generazione, quelli erano altri tempi.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Parità di retribuzione e trasparenza retributiva: l&#8217;Unione Europea a sostegno dei lavoratori</title>
		<link>https://ventiblog.com/il-principio-della-parita-di-retribuzione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Mazzitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Apr 2023 14:05:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[direttiva europea]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[parità retribuzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Unione Europea ha fatto un passo in avanti nell’attuazione del principio della parità retributiva, sancito all’art. 157 TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea). La norma, al paragrafo 1, prevede quanto segue: “Ciascuno Stato membro assicura l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore”. Nell’ottica di dare seguito a quanto stabilito nel Trattato, e in osservanza all’art. 157, par.3, il Parlamento [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">L’Unione Europea ha fatto un passo in avanti nell’attuazione del principio della parità retributiva, sancito all’art. 157 TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea). La norma, al paragrafo 1, prevede quanto segue: “<em>Ciascuno Stato membro assicura l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore</em>”. </p>



<p>Nell’ottica di dare seguito a quanto stabilito nel Trattato, e in osservanza all’art. 157, par.3, il Parlamento Europeo e il Consiglio hanno approvato, lo scorso 11 aprile, una direttiva che mira a tutelare il lavoratore sotto diversi profili. Al fine di perseguire la parità di genere in ambito lavorativo, superando il cosiddetto “gender pay gap” e di rendere conoscibile, fin dall’inizio, il trattamento retributivo per la persona interessata alla offerta di lavoro, la direttiva interviene in merito introducendo due modifiche importanti e innovative. Infatti, l’art. 5, rubricato “<em>Trasparenza retributiva prima dell’assunzione</em>”, che apre il capo II, intitolato alla “Trasparenza retributiva”, stabilisce, per chi si candida ad una posizione lavorativa, il diritto di ricevere dal potenziale datore di lavoro le informazioni adeguate in ordine al livello retributivo iniziale o a alla fascia retributiva da attribuire alla posizione in questione, sulla base di criteri oggettivi e neutri sotto il profilo di genere. Tali informazioni devono essere indicate nell’avviso di posto vacante pubblicato oppure, in alternativa, devono essere fornite al candidato prima del colloquio di lavoro, senza la necessità che sia quest’ultimo a richiederle. Le informazioni devono, quindi, essere comunicate con una modalità che ne garantisca la trasparenza e la chiarezza informativa.</p>



<p>La disposizione prosegue prevedendo al paragrafo 2 un ulteriore obbligo in capo al datore di lavoro, stabilendo che quest’ultimo non possa chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti di lavoro, o in quelli attualmente in corso di svolgimento.&nbsp;La direttiva mira a rendere maggiormente tutelabile, sotto il profilo sostanziale, la posizione di chi è sul mercato del lavoro e di chi si accinge ad entrarvi poiché, ai sensi dell’art. 2, le disposizioni contenute nel testo legislativo, si applicano ai lavoratori e a coloro che si candidano ad un impiego (oltre che, dal lato attivo, ai datori di lavoro pubblici e privati). Alla base della direttiva, si rinvengono il principio di non discriminazione e di parità di trattamento &nbsp;&nbsp;il principio della parità retributiva tra sessi, sancito all’art. 157 del TFUE.</p>



<p>La trasparenza retributiva, strumento utile a garantire l’attuazione dei principi suindicati, implica, in primis, l’adozione da parte del datore di lavoro e la conseguente messa a disposizione della controparte contrattuale di tutte le informazioni inerenti alla posizione lavorativa del caso, inclusi i dati inerenti al divario retributivo tra sessi. Al fine di perseguire tale scopo, la direttiva dedica diversi articoli alla trasparenza retributiva, nei termini anche di diritto all’informazione per il lavoratore.</p>



<p>Il concetto di tutela della parità di genere ricomprende innanzitutto la necessità di garantire ogni forma di parità tra uomo e donna, ai sensi dell’art. 11 della Convenzione delle Nazioni Unite del 18 dicembre 1979, e degli artt. 2 e 3, par. 3, del Trattato sull’Unione Europea, ma ricomprende altresì un valore aggiunto, per come delineato dalla giurisprudenza della Corte di giustizia. Essa, infatti, ha chiarito che il principio sulla parità di trattamento tra uomini e donne non può essere limitato alle discriminazioni basate sul fatto che una persona appartenga all’uno o all’altro sesso, ma alla luce del suo scopo e della natura dei diritti che è chiamato a tutelare deve trovare applicazione anche alle discriminazioni derivanti dal cambiamento di sesso.</p>



<p>La direttiva europea, nel delineare le misure minime da garantire nell’ottica di dare seguito al principio delle pari opportunità tra sessi in materia di occupazione e di impiego, da intendere altresì come principio della parità retributiva, invita gli Stati membri ad adottare significative misure nel quadro di un’Europa garante dei diritti e della dignità del lavoratore.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Quando ci si può davvero definire felici?</title>
		<link>https://ventiblog.com/quando-ci-si-puo-davvero-definire-felici/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Mar 2023 10:11:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Celebriamo la giornata internazionale della felicità Il 20 Marzo, in coincidenza dell’equinozio, è solitamente il giorno dell&#8217;anno che ufficializza e sancisce la fine dell’inverno e l’inizio della primavera nell’emisfero boreale. Una data – all’apparenza come tante altre – attesa da tutti gli amanti della natura e non solo, desiderosi di godere di una delle stagioni più belle e miti dell’anno tra picnic, paesaggi fioriti e splendide giornate. Ma, negli ultimi anni, il 20 Marzo non rappresenta soltanto la data astronomica [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center">Celebriamo la giornata internazionale della felicità</h2>



<p class="has-drop-cap">Il 20 Marzo, in coincidenza dell’equinozio, è solitamente il giorno dell&#8217;anno che ufficializza e sancisce la fine dell’inverno e l’inizio della primavera nell’emisfero boreale. Una data – all’apparenza come tante altre – attesa da tutti gli amanti della natura e non solo, desiderosi di godere di una delle stagioni più belle e miti dell’anno tra picnic, paesaggi fioriti e splendide giornate.</p>



<p>Ma, negli ultimi anni, il 20 Marzo non rappresenta soltanto la data astronomica che permette a due stagioni climatiche di darsi il cambio. Dal 2013, infatti, <strong>il 20 Marzo ricorre la giornata internazionale della felicità</strong>. E quest’anno si festeggiano esattamente i primi dieci anni dalla nascita di questa celebrazione. La data è stata stabilita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU). E lo scopo della ricorrenza è quello di <strong>porre l’attenzione sulla rilevanza della felicità e del benessere come obiettivi e aspirazioni universali delle vite degli esseri umani di tutto il mondo</strong>. La giornata riconosce anche la necessità di un approccio più inclusivo, equo e bilanciato alla crescita economica, volto a promuovere lo sviluppo sostenibile, l’eliminazione della povertà, la felicità e il benessere di tutti i popoli.</p>



<p>Ma se dovessimo analizzare nel concreto il vero significato di felicità in maniera più pratica e immediata, <strong>quando ci si può davvero definire felici?</strong><br>Molti sostengono che la felicità sia correlata al successo, al denaro, al potere, al lusso. Una filosofia di pensiero legata maggiormente ad un senso di materialità nei confronti di qualcosa da possedere, da ostentare. Ma in realtá, oltre agli affetti, all&#8217;amore dei nostri cari e alla salute, la vera felicitá trova dimora nella stabilità e nella serenità di tutti i giorni. Due silenziose e umili condizioni che, senza neanche accorgercene, ci rendono felici, vivi, motivati e sognatori. Senza stabilitá non ci sarebbe serenità; e senza questa sorta di benessere giornaliero, verrebbe meno la voglia di vivere, di progettare.<strong> La felicità risiede nella serenità nel condurre una vita normale</strong>, in completa autonomia, senza pensieri negativi, senza preoccupazioni. Tutto l’opposto di quello che la vita ci offre oggi, tra stress e tensioni. Perché purtroppo viviamo in un contesto sociale notevolmente allarmante e complicato, dove non esistono certezze per il domani. <strong>Specialmente per i giovani la parola “futuro” appare come un mostro</strong> a tre teste imbattibile e spaventoso. E non ci sarà nessun pavimento sotto al letto ad accoglierci e tenerci nascosti come accadeva da bambini. Una generazione sospesa in aria, in attesa di un cambiamento significativo in termini lavorativi che purtroppo dipende da altri. La sensazione che, anche con tutto l’impegno applicato non si può raggiungere ciò per cui si aspira, è demoralizzante. Ed ecco che subentrano a gamba tesa scetticismo e frustrazione, sentimenti sempre più in voga specialmente tra i giovani.</p>



<p>Malessere dimostrato anche dall’indagine sulla salute mentale e il benessere condotta da IPSOS su un campione di 30.600 persone di età compresa tra i 18 e i 74 anni in 16 Paesi. Per poter valutare lo stato di benessere mentale, anche quest’anno il Gruppo ha elaborato il Mind Health Index, indice che mira ad identificare potenziali situazioni critiche, per fornire indicazioni sulle azioni possibili da mettere in atto per migliorare il proprio benessere. <strong>L’Italia è il Paese la cui popolazione è più colpita sul fronte della salute mentale</strong>: solo il 18% del campione dichiara uno stato di pieno benessere (Flourishing), un dato in calo rispetto allo scorso anno (20%). È lo stress il disturbo mentale più diffuso a livello globale: in Italia è avvertito dal 56% del campione (+8 pp vs 2022). Il disagio mentale è inversamente proporzionale all’età e i giovani risultano i soggetti più a rischio. A pesare maggiormente sono l&#8217;incertezza sul futuro e l&#8217;immagine corporea, ma anche una maggiore sensibilità alla tematica sul lavoro. Sofferenza che vede le proprie radici immerse nella difficoltà nel cercare un impiego che risulti soddisfacente; nel raggiungimento dell’autonomia finanziaria individuale, nel benessere del nucleo di appartenenza o nell’eventuale costruzione di una propria famiglia. </p>



<p><strong>Ragion per cui la giornata internazionale della felicità deve farci riflettere su quanto sia fondamentale la ricerca della stabilità e della serenità nelle piccole cose. </strong>Un normale stipendio ma sicuro, un’umile automobile ma efficiente, una compagna/o che ci rispetti e ci accetti per come siamo. E soprattutto un futuro più rassicurante, con più luci che ombre. Perché è la certezza del domani che ci induce a sorridere oggi, provando sulla nostra pelle il vero senso di felicità.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Mercato del lavoro e valore legale del titolo di studio</title>
		<link>https://ventiblog.com/mercato-del-lavoro-e-valore-legale-del-titolo-di-studio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2023 11:07:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa fa davvero curriculum? In base ai principi della scienza economica, il mercato evolve costantemente assecondando i fisiologici assestamenti delle curve di domanda e offerta. Di rimando, le fluttuazioni del mercato incidono anche sul mondo del lavoro, che si trasforma pure influenzato dall’evoluzione tecnologica e dalle dinamiche sociali. Nel corso del tempo, ad esempio, per un verso alcuni mestieri vanno scomparendo per obsolescenza, per l’altro nascono e si sviluppano nuovi settori operativi in cui sono necessarie professionalità del tutto inedite. [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center">Cosa fa davvero curriculum?</h2>



<p class="has-drop-cap">In base ai principi della scienza economica, il mercato evolve costantemente assecondando i fisiologici assestamenti delle curve di domanda e offerta. Di rimando, le fluttuazioni del mercato incidono anche sul mondo del lavoro, che si trasforma pure influenzato dall’evoluzione tecnologica e dalle dinamiche sociali. Nel corso del tempo, ad esempio, per un verso alcuni mestieri vanno scomparendo per obsolescenza, per l’altro nascono e si sviluppano nuovi settori operativi in cui sono necessarie professionalità del tutto inedite. Basti pensare a come si è espanso pervasivamente negli ultimi anni il settore del digitale, in cui sono proliferate nuove professioni, producendo una esplosiva domanda di lavoratori specializzati.</p>



<p>In questa complessa alchimia, un ruolo centrale è certamente giocato dal tema della istruzione e della formazione dei futuri lavoratori. Nell’insieme, non è possibile riassumere in un’unica traiettoria come sia cambiato e stia cambiando il ruolo della formazione preparatoria al mondo del lavoro, ma certo è che negli ultimi anni sul tema si è concentrato un dibattito multi-livello. Le relative riflessioni investono prevalentemente la formazione universitaria e post universitaria.</p>



<p>In epoca recente, il mercato ha valorizzato in modo particolare i percorsi di formazione post lauream di stampo professionalizzante. Sono nati e si sono sviluppati, nel solco di questa tendenza, master e corsi in collaborazione tra mondo accademico e operatori mercato. Proprio questi corsi, in cui le professionalità del mondo del lavoro e dell’impresa si incontrano con la realtà istituzionale dell’università, costituivano e costituiscono una comoda cerniera tra istruzione e lavoro.</p>



<p>Ma anche altri fenomeni, più complessi e per certi versi ancora indefiniti, sono andati sviluppandosi all’orizzonte. Ad esempio, molti operatori economici hanno attivato iniziative interne di formazione per il personale da reclutare (o appena reclutato). Alcune grandi realtà societarie, dotate di strutture organizzative complesse, hanno in sostanza ingegnerizzato corsi formativi propri, finalizzati al reclutamento del personale (ad esempio accademie, training). Questo tipo di iniziativa consente di offrire al lavoratore una formazione specifica per il ruolo da ricoprire, seppur con una utilità asimmetrica. Asimmetrica perché le competenze fornite sono di norma customizzate per la specifica realtà e non sempre possono essere in un futuro spese altrove, il che ridonda anche in una maggiore fidelizzazione verso l’azienda.</p>



<p>Ancora, nella formazione specifica ai fini dell’inserimento nel mondo del lavoro giocano di recente un ruolo importante gli enti privati di formazione, che si stanno affermando nel mercato anche puntando su partnership con gli operatori economici destinatari finali delle assunzioni.</p>



<p>Alla luce di questi nuovi canali, si profila sempre più il rischio di una perdita di centralità del rapporto tradizionale tra istruzione istituzionale e lavoro.</p>



<p>In questo articolato panorama, un tema ricorrente è poi quello di un possibile superamento del valore dei titoli di studi. Per “valore legale” di un titolo di studio si intendono essenzialmente, nella ricostruzione più essenziale, gli effetti giuridici che conseguono al possesso del titolo medesimo. Quando si parla di superamento del valore legale dei titoli, si intende poi di rimettere la valutazione sull’effettivo valore di un titolo al soggetto che intende assumere. Nel privato, è già essenzialmente chi assume a stabilire se e quanto considerare un certo titolo nella valutazione di un <em>curriculum</em>. Attualmente, gli effetti giuridici dei titoli si esplicano principalmente nel settore pubblico. Per partecipare ai concorsi ai fini del reclutamento nelle amministrazioni pubbliche, è normalmente richiesto un titolo di accesso (la laurea, il diploma di istruzione secondaria superiore) e gli ulteriori titoli costituiscono usualmente fonte di punteggio supplementare. Abbattendo il valore legale dei titoli, non sarebbe più ammissibile ogni automatismo di valore.</p>



<p>A frenare queste prospettazioni, resta il fatto che il conseguimento di un titolo comprova la proficua frequenza di un complesso e articolato percorso, la cui importanza e il cui peso non possono (e non devono) essere vanificati. Semmai, si può immaginare di ampliare i contenuti dei corsi di studio per inserirvi momenti esperienziali e lavorativi che arricchiscano il bagaglio finale degli studenti. Ad esempio in alcuni percorsi potrebbero essere implementate &#8211; ma sempre con razionali calibrature alchemiche &#8211; attività professionalizzanti ed esperienze di formazione sul campo, così da ampliare le competenze pratiche (come già succede, con discreti risultati, in molti ambiti).</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Certezza fa rima con sicurezza come passione fa rima con precarietà?</title>
		<link>https://ventiblog.com/certezza-fa-rima-con-sicurezza-come-passione-fa-rima-con-precarieta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Angela Servidio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[genz]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[professione]]></category>
		<category><![CDATA[vocazione]]></category>
		<category><![CDATA[work life balance]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’ultimo ventennio il tema della vocazione professionale ha assunto  valenza di non poco conto. Rispetto ad un passato contrassegnato da un audace benessere economico, i dati che emergono sia dalle indagini di ordine sociologico che dagli studi di ricerca afferenti alla psicologia del lavoro testimoniano, contrariamente alle aspettative, una ricerca di senso nelle scelte delle attività lavorative che si intendono intraprendere. Le nuove categorie legali propendono infatti a veicolare le proprie attenzioni in opportunità ed esperienze di crescita più vicine [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Nell’ultimo ventennio il tema della vocazione professionale ha assunto  valenza di non poco conto. Rispetto ad un passato contrassegnato da un audace benessere economico, i dati che emergono sia dalle indagini di ordine sociologico che dagli studi di ricerca afferenti alla psicologia del lavoro testimoniano, contrariamente alle aspettative, una ricerca di senso nelle scelte delle attività lavorative che si intendono intraprendere. <br>Le nuove categorie legali propendono infatti a veicolare le proprie attenzioni in opportunità ed esperienze di crescita più vicine a proprie attitudini ed interessi. Si registra un’attenzione nella ricerca dell’impiego e del lavoro che trova traccia in contesti lavorativi idonei a garantire condizioni di vita qualitativamente soddisfacenti, capaci di favorire la conciliazione tra vita lavorativa e vita sociale.</p>



<p>Si assiste ad uno switch valoriale: al bisogno consolidato e più tradizionale di autodeterminazione personale si associa l’esigenza di soddisfare bisogni di carattere ludico-sociale (come viaggi, tempo libero, sport ecc.) e relazionale (famiglia, amici, amore ecc.) coinvolgendo finanche ambienti di lavoro chiamati a riformulare il proprio <em>mindset</em> aziendale attraverso la promozione di condizioni funzionali allo sviluppo di un ambiente lavorativo salubre.<br>Prende lentamente corpo un’etica della sostenibilità che interessa la tramutazione di un impianto sociale che possa oltremodo restituire le condizioni di un trattamento economico adeguato alle prestazioni adempiute. È il cosiddetto “Work life balance”, il cui obiettivo è la ricerca e il raggiungimento di un “benessere collettivo” traducibile nel miglioramento della qualità di vita proprio di tutti.</p>



<p>Complice anche l’esperienza pandemica, secondo uno studio effettuato dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo (ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore), Millennials e GenZ validerebbero le scelte intraprese in una logica del “qui ed ora”, tesa a scongiurare le promesse di un avvenire che appare poco garante e fruttuoso. I risultati emergenti dal Rapporto Giovani 2022 mostrano, dall’indagine che ha visto protagonisti settemila persone di età comprensiva dai 18 ai 34 anni, una volontà di ripartenza che trova vigore da ciò che si vuole a discapito di quanto la realtà tenda invece ad offrire. Affiora nelle classi emergenti, quindi, un senso di appartenenza vivo, attivo e partecipato al cambiamento che risulta tuttavia soffocato da realtà politiche infelici, manchevoli di una logica educata al modello di una razionalità discorsiva tanto agognata quanto mai concretata.</p>



<p>Assistiamo alla ri-emersione di un bisogno di sicurezza prima sopito e ravvivato in concomitanza al morire del ciclo virtuoso di un’economia fiorente volta a formulare nuovi presupposti di crescita e sviluppo. Studi di matrice sociologica testimoniano, infatti, come la crisi occupazionale prima e l’aumento della precarietà poi, abbiano prodotto, in risposta all’emersione di tale bisogno, un atteggiamento traducibile nella prolungata permanenza nei circuiti del sistema formativo. L’investimento nelle abilità e competenze avrebbe favorito la creazione di figure professionali innovative volte sempre più a soddisfare esigenze di libertà ed autonomia personale mai garantite prima d’ora (Ronald F. Inglehart). L’affermazione di un “umanesimo digitale”, ha oltremodo finito per riformulare i connotati linguistici di un dia-logos che da concettuale e prevalentemente logico è divenuto simbolico paventando così un paradigma di civiltà tendente a sviluppare, prevalentemente nella sfera del sociale, un approccio emotivo tradotto nei risvolti del sentire.</p>



<p>Ma la realizzazione di una passione è giustificata prevalentemente dal merito o da cause accidentali per lo più fortuite?<br>Secondo il filosofo statunitense Michael Sandel, il divario tra vincitori e vinti troverebbe spiegazione nelle crescenti diseguaglianze in termini di reddito e ricchezza. Chi vince dimentica la fortuna che gli ha permesso di raggiungere determinati obiettivi; questo spiegherebbe come talune aspirazioni vengano disattese dall’urgenza di sopperire a bisogni materiali cogenti propri del vivere. La componente fortuna è oltremodo il mezzo attraverso il quale talento e passione trovano occasione di sviluppo. Non necessariamente le due risultano essere antitetiche. </p>



<p>L’uomo contemporaneo trova forse piena realizzazione nella misura dei valori che incarna nel vivere in coerenza a quanto proferisce oltre che nelle virtù, come ad esempio il coraggio e l’onestà, che sente più congeniali alla sua persona. Il successo, nell’accezione ampiamente accolta, risulta esserne conseguenza.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Canta la malinconia rimanendo tra le cosce: MOEH si racconta con la sua musica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Francesca Astorino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[MUSICA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giovane, cosentino e malinconico Simone De Marco in arte MOEH è online con il suo nuovo singolo Cosce 🙁 presente sulle piattaforme digitali. Il tratto leggero, la voce soffusa, le parole cantate all’orecchio hanno l’energia di chi ha fatto della musica il proprio mezzo d’espressione. MOEH canta le sue sensazioni saltellando trai pensieri e desideri. Lo fa con la spregiudicatezza dei suoi giovani anni, rappresentando una generazione malinconica in continua lotta con i sentimenti di inadeguatezza e mancanza di qualcosa [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Giovane, cosentino e malinconico Simone De Marco in arte <a href="https://moeh.site/">MOEH</a> è online con il suo nuovo singolo <a href="https://li.sten.to/moeh-cosce">Cosce <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.0.1/72x72/1f641.png" alt="🙁" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></a> presente sulle piattaforme digitali. Il tratto leggero, la voce soffusa, le parole cantate all’orecchio hanno l’energia di chi ha fatto della musica il proprio mezzo d’espressione. MOEH canta le sue sensazioni saltellando trai pensieri e desideri. Lo fa con la spregiudicatezza dei suoi giovani anni, rappresentando una generazione malinconica in continua lotta con i sentimenti di inadeguatezza e mancanza di qualcosa che ancora non si è vissuto. Ho incontrato Simone per farmi raccontare Cosce ed i suoi futuri progetti artistici.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img width="683" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/12/Credits-by-Francesco-Ruffolo-683x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-32603" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/12/Credits-by-Francesco-Ruffolo-683x1024.jpeg 683w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/12/Credits-by-Francesco-Ruffolo-200x300.jpeg 200w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/12/Credits-by-Francesco-Ruffolo-1024x1536.jpeg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/12/Credits-by-Francesco-Ruffolo-1365x2048.jpeg 1365w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/12/Credits-by-Francesco-Ruffolo-750x1125.jpeg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/12/Credits-by-Francesco-Ruffolo-1200x1800.jpeg 1200w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/12/Credits-by-Francesco-Ruffolo-scaled.jpeg 1366w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p><strong>Hai scelto di fare il cantautore, quanto è dura? Quando hai intrapreso questo percorso?</strong></p>



<p>È dura perché ancora si pensa che la musica sia la seconda scelta. Tu lavori e poi per diletto fai musica. Per me non è così. Io ho frequentato la ragioneria e poi mi ero iscritto al DAMS ma sentivo che la strada non era questa. Ho mollato tutto ed ho iniziato a studiare nella accademia JUL &#8211; Music &amp; Dance Academy e con molti sacrifici ho conseguito il diploma in canto moderno ed oggi continuo gli studi sia in tecnica vocale che teoria musicale. Sono convinto che questa sia la mia strada. Non voglio più tenere per me i pezzi che scrivo, chiusi nella mia stanzetta. Ho fatto e continuo a fare tanti sacrifici per mantenere il mio sogno. Lavoro ma nella testa so che il mio guadagno ha il solo fine di essere impiegato tutto in quello che davvero mi rende felice: fare musica.</p>



<p><strong>Perché per tanto tempo hai tenuto nella stanza la tua musica?</strong></p>



<p>Sapevo di non essere una cima a cantare. Ma la musica era una cosa che mi appassionava tanto. Anche il fatto di scrivere cose mie personali che erano lo specchio di situazioni che osservava, emozioni e sensazioni che provato. Quindi, avevo anche paura a mostrarmi. Sono sempre stato introverso e chiuso. L’accademia mi ha fatto prendere consapevolezza del fatto che lavorando avrei potuto raggiungere dei risultati e soprattutto avrei acquisito il coraggio necessario a farmi ascoltare da qualcuno. Lato scrittura, i testi raccolgono le parole che non riesco a dire a voce. Attraverso la musica posso dire quello che voglio.</p>



<p><strong>I testi sono di tuo pugno e la musica?</strong></p>



<p>Scrivo testi e dopo li accompagno musicalmente. Proprio perché sono mie produzioni, i primi sono chitarra e voce. Poi ho visto che ho interessi ed influenze di diversi generi musicali. Chitarra e voce mi trascinava solo nella composizione su genere Indie-Pop, invece a me piace sperimentare. Ho iniziato a lavorare con produttori e fare qualche altro genere come rap, hip-hop. Quello che voglio dire lo dico ugualmente magari usando più parole nel rap; nell’indie-pop uso la melodia. L’importante è il messaggio. Non voglio essere etichettato in un solo genere perché mi piace sperimentare.</p>



<p><strong>Ti definisci un cantautore malinconico anche nel nuovo singolo Cosce <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.0.1/72x72/1f641.png" alt="🙁" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> ma, non è solo questo. Giusto?</strong></p>



<p>Sì. C’è la malinconia, ci sono i cieli grigi. C’è il mood di pioggia, tristezza che mi rivedo e mi fa stare bene anche se contradditorio. Scrivere questo mi rende quasi felice perché quando scrivo in queste situazioni cupe riesco ad osservare meglio la quotidianità e vedere ciò che mi sfugge. Cosce <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.0.1/72x72/1f641.png" alt="🙁" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> è il risultato di sensazioni e stati d’animo che stavo vivendo. Quando scrivo parto da alcune immagini. In quel momento rivedevo e rivivevo la situazione di non farmi scappare e da qui è uscito ‘chiudimi tra le cosce’. Tutto parte da lì e poi è un mix tra passato e presente. Tra la voglia di andare avanti, fare conoscenze, relazionarmi con amici, famiglia e al contempo sentirmi sempre intrappolato nel passato forse per la paura di non riuscire a rivivere alcune sensazioni che nel mio passato ho idealizzato in un momento sereno.</p>



<p><strong>Sono quindi rappresentazione di ricordi?</strong></p>



<p>Quando scrivo non ci penso perché ho fissa l’immagine in testa. Scrivo senza pensare. Quando poi mi riascolto, sento il brano composto da musica e parole allora è lì che scatta il ricordo del momento felice. Cosce è un testo di tante immagini sconnesse che sono proprio il frutto di ciò che io vedo mentre scrivo. Nella mia testa ognuna è incastrata nel modo giusto e forse chi ascolta il brano riesce poi, alla fine, a trovare il filo che le lega.</p>



<p><strong>Questo è stato un brano di esordio.</strong></p>



<p>Esatto. La prima volta che l’ho fatto ascoltare è stato in chitarra e voce all’apertura del concerto di <a href="https://www.instagram.com/p/CXI9_GGIOal/?utm_source=ig_web_copy_link">Cimini nel 2021</a>, data cosentina del&nbsp;<a href="https://www.ilsitodicimini.it/"><em>Karaoke Tour</em>&nbsp;</a>presso il Mood Social Club di Rende. Wow! Il mio brano è piaciuto subito. In realtà, l’unica a sentirlo per prima è stata Ada che cito nel testo. Le era tanto piaciuto e allora ho deciso che fosse l’ora di farlo sentire a tutti.</p>



<p><strong>Cosce è disponibile sulle piattaforme digitali. È una versione che manca della ‘chitarra e voce’ con cui hai esordito. Quanto di bello c’è nella nuova versione e cosa manca della vecchia?</strong></p>



<p>&lt;&lt; Adesso il brano è bello perché si avvicina, come genere, anche a quegli ascoltatori meno malinconici. Però chitarra e voce è molto intimo. Dà valore maggiore alle parole del testo. È in programma di pubblicare anche questa versione &gt;&gt;.</p>



<p><strong>Quali sono i prossimi progetti di MOEH?</strong></p>



<p>Sicuramente, nuovi brani. Alcuni sono già pronti. Ho bisogno di farli uscire, ascoltare perché una volta scritti devo lasciarli andare. Non devono restare legati a me.</p>



<p><strong>Sei pronto per fare uscire più brani e non solo un singolo?</strong></p>



<p>Sì. Ho diverse storie da voler raccontare e come ho detto, riesco ad esprimermi solo attraverso la musica. Un album, un LP potrebbe essere la chiave per raccogliere i diversi generi musicali che sto sperimentando. Mi avvicinerei a più persone: quelle che ascoltano rap, le malinconiche con l’indie, hip hop. Racchiuderebbe diverse immagini.</p>



<p><strong>Nella tua avventura di cantautorato sei affiancato dai giovani del progetto <a href="https://www.cromosomimedia.com/">Cromosomi</a>, musica e non solo. Made in Calabria, curano l’ufficio stampa, i social e promuovono astri nascenti del panorama artistico italiano. Come è nato il sodalizio e il feeling tra di voi?</strong></p>



<p>Tutto è nato inizio da conoscenze indirette. Un mio amico conosceva Claudia – la founder – e da lì ho conosciuto Francesco – chief editor -. Io volevo fare un passo avanti. Avevo fatto uscire i primi brani ma rimanevo sempre nella cerchia ristretta dei miei amici. Volevo fare ‘le cose fatte bene’ quindi c’era bisogno di un ufficio stampa. Con loro si è stabilito un vero rapporto di amicizia. Sono entrati nella mia quotidianità. Come loro anche tutta la cerchia di persone che collaborano con me, che credono e supportano il mio progetto artistico. Questo è importante. Sono partito da solo, nella mia stanzetta strimpellando. Non credevo di poterci riuscire ma, avevo il bisogno di cantare e raccontare. Ora col supporto di tutti loro, col mio studio ed impegno in accademia ho realizzato il sogno che in realtà è solo l’inizio dell’avventura. Sono stati tanti piccoli passi. Ho imparato che saper procedere con calma, studiare e pazientare sono la chiave vincente per rendere possibile l’impossibile.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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