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	<title>covid-19 &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Post pandemia, il punto di vista dell’esperto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Veronica Falco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Aug 2022 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Giovanni Matragrano, psicologo e psicodiagnosta È chiaro a tutti quanto la diffusione del Covid-19 abbia modificato le nostre vite, ma quali sono stati gli aspetti più colpiti? Lo scopriamo insieme a Giovanni Matragrano, Psicologo-Psicodiagnosta che, grazie alla sua formazione clinica, ma anche al fatto che si occupa di ambiti legati al mondo psico-scientifico, ci spiega come stiamo reagendo a questa situazione globale. Come credi sia stata percepita a livello psicologico la pandemia? Ha avuto un impatto più o [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center"><strong><em>Intervista a Giovanni Matragrano, psicologo e psicodiagnosta</em></strong></h2>



<p>È chiaro a tutti quanto la diffusione del Covid-19 abbia modificato le nostre vite, ma quali sono stati gli aspetti più colpiti? Lo scopriamo insieme a Giovanni Matragrano, Psicologo-Psicodiagnosta che, grazie alla sua formazione clinica, ma anche al fatto che si occupa di ambiti legati al mondo psico-scientifico, ci spiega come stiamo reagendo a questa situazione globale.</p>



<p><strong>Come credi sia stata percepita a livello psicologico la pandemia? Ha avuto un impatto più o meno grave delle previsioni secondo te?</strong></p>



<p>C’è da fare prima una specifica: se ci pensi bene la pandemia è stata prima di tutto una pandemia psicologica. Nessuno conosceva il virus, tuttavia, tutti sono venuti a contatto con le conseguenze che rappresenta. La pandemia è stata impattante per la psiche delle persone perché ci siamo ritrovati a dover “limitare la nostra vita” per via di un avversario che non conoscevamo. Quando è stato promosso a virus-minaccia per l’uomo dall’OMS, per il Covid non erano state ancora prese in considerazione contromisure sociali, propagandistiche o di sorta. Per intenderci, quando c’è stata la mucca pazza la copertura mediatica in merito e le campagne per agevolare il combattere dell’epidemia furono di dimensioni maggiori, nonostante i mezzi a nostra disposizione erano sicuramente più pochi e più obsoleti».</p>



<p><strong>Quali aspetti sono stati modificati, dunque, oltre a quelli di natura sanitaria-preventiva?</strong></p>



<p>«Le vere armi del virus sono altre. Finora abbiamo temuto che la conseguenza più grande fosse quella sanitaria, eppure, ora che il Covid è leggermente in remissione grazie ai vaccini e alla prevenzione, cominciamo a notare altri aspetti: la paura sociale legata alle situazioni che generano ansia e/o panico, che principalmente attecchisce con i giovani; la diffidenza nei confronti della scienza; l’inefficienza generale dei sistemi di emergenza di molte nazioni. Vi è stata un’incapacità indecorosa nel creare benessere collettivo, data dal fatto che molte nazioni (tra cui l’Italia) si sono concentrate finora sullo sviluppo della burocrazia ignorando quello della salute mentale. A prova di ciò vi è l’innegabile situazione che sta stravolgendo l’Europa: l’istituzione di una salute mentale pubblica, proprio al pari del sistema sanitario nazionale».</p>



<p><strong>Che impatto ha avuto la pandemia per quanto riguarda giovani e formazione, la percezione degli altri e l’ambito sociale in generale?</strong></p>



<p>«Purtroppo non basta “provare a far finta che il Covid non ci abbia mai colpito” per ritornare a vivere come prima. La pandemia ha cambiato tutto, soprattutto il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Intrinsecamente, a causa della pandemia, siamo più portati a fidarci di meno; a chiederci “chissà cosa avrà fatto, dove sarà stato/a e con chi, sarà mica pericoloso/a?”. Siamo più rigidi. Ho seguito casi di ragazzi che hanno smesso di andare a scuola, appoggiati dai genitori, perché “è pericoloso”, oppure persone adulte che non vanno dal medico specialista perché “potrei prendere il covid”. La normalità è esistita ed esiste tuttora, ma vi è quella prima del virus e quella che stiamo per imparare a vivere. L’ avvento del covid ci ha fatto riflettere su un punto fondamentale: perché vivere come se fossimo ancora agli inizi del nuovo millennio, quando non lo siamo più? Il virus ci ha aperto gli occhi sulle opportunità e sulle tecniche che l’essere umano ha in quasi ogni ambito della vita, in termini di convenienza, efficacia ed efficienza. Avevamo le idee giuste per mettere a punto una cura per l&#8217;Alzheimer, ma abbiamo aspettato che l’esigenza ci portasse a brevettare un vaccino in 6 mesi per capire che era necessario agire sull’mRNA anche nelle malattie degenerative ereditarie. Avevamo le idee giuste per un’istruzione più rapida e sicura, ma abbiamo aspettato che l’esigenza ci portasse a creare un sistema digitale di registrazioni e somministrazioni scolastiche per capire che l’istruzione può giovare della tecnologia».</p>



<p><strong>A proposito di istruzione e apprendimento, sei stato candidato per un dottorato di ricerca in <em>Health Promotion</em> e <em>Cognitive Science</em> in materia di istruzione e formazione digitale: cosa puoi dirci?</strong></p>



<p>«Lo scopo del dottorato è quello di promuovere una migliore qualità della vita, in termini di benessere e vivibilità generale. Il fulcro è il “come noi percepiamo la vivibilità”, ergo, le scienze cognitive. Il metro di misura, così come la soluzione, è all’interno dell’io inteso come soggetto giudicante e non da ricercarsi unicamente nell’ambiente fisico d’apprendimento. Per raggiungere lo scopo di apprendere e formare in modo più conveniente, si stanno sviluppano metodi che si spera un giorno rivoluzioneranno i mezzi per la formazione e l’istruzione. Magari stavolta prima che l’emergenza avvenga».</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>The Female Academic in the Pandemic era</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Francesca Astorino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Mar 2021 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[COFFEE BREAK]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[aspiration]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[female]]></category>
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		<category><![CDATA[pandemic era]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>One of the best ways in life is to use humour. Choosing this path helps to face daily challenges. Especially for women who have a thousand problems to solve every day. Women, be they from the academic, research, mothers or young girls, decided to face the pandemic&#8217;s consequences for their work and family lives in this way: making fun of their days.Being a woman during the SARS-CoV19 emergency has increased the gender gap. Suddenly, women have seen their hard-won freedoms [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">One of the best ways in life is to use humour. Choosing this path helps to face daily challenges. Especially for women who have a thousand problems to solve every day. Women, be they from the academic, research, mothers or young girls, decided to face the pandemic&#8217;s consequences for their work and family lives in this way: making fun of their days.<br>Being a woman during the SARS-CoV19 emergency has increased the gender gap. Suddenly, women have seen their hard-won freedoms fail. The pandemic has closed us all in our homes, establishing a wrong balance. Mothers had to struggle between children and work in rooms too small to be free. Several studies report that the COVID-19 pandemic has exacerbated the productivity of researchers who are also dedicated to family care. The results indicate a relatively greater loss of productivity for women and an increase in domestic work.</p>



<p class="has-text-align-center"><br><strong>This pandemic can teach an important lesson: </strong>mothers and fathers together are facing a short-term reorganization of care and working hours. In the long run, these changes in productivity will affect careers. Those with fewer duties will have a promising and more prosperous career. Will anyone in the academic community be concerned about the imbalance between family and work? Not at all. <br>Continuing with the academic choice precludes the possibility of maintaining a family. A choice must be made between career advancement that requires time spent on quality scientific publications, time and ability to seek and obtain funding for research projects, or choose childcare.</p>



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<p class="has-text-align-center"><br></p>



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<figure class="wp-block-gallery alignright columns-1 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="371" height="464" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/03/istockphoto-523151955-170667a.jpg" alt="" data-id="28329" data-full-url="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/03/istockphoto-523151955-170667a.jpg" data-link="https://ventiblog.com/?attachment_id=28329" class="wp-image-28329" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/03/istockphoto-523151955-170667a.jpg 371w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/03/istockphoto-523151955-170667a-240x300.jpg 240w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /></figure></li></ul></figure>



<p></p>
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<p>In the gender-egalitarian countries of Europe, women do most of the care work, spend much more time on housework than men. So what if both members of a heterosexual couple are home? The greater likelihood is that this will aggravate gender inequality. We consider that the start of an academic career is marked by a prolonged precariousness period, which corresponds to the female reproductive period. For over a decade, there have been talks of a maternal wall, referring to working mothers&#8217; discrimination and limitations.<br></p>



<p>Overall, COVID-19 is changing the world of research: new accelerated peer review mechanisms, the greater quantity and speed of data available and the distribution of funding between sectors are changing the balance of the academic sector, but what are the implications on the disparity? <br>People protest gender wage gaps. The wage gap persists among female and male Ph.D. holders. The root causes of those disparities remain unclear. One possibility is that men are more willing to negotiate for higher salaries. Some women might have to make concessions to start families, but it would be a mistake to blame all income disparities on lifestyle decisions. <br>Some studies have been conducted, showing that men are more likely than women to aspire to a career in academia, starting with a doctorate. Interest in both genders is high in the early periods. It&#8217;s the guys who dream of academia when they begin their PhDs, but women are more likely to end up there.<br>Both reports show that a Ph.D. improves overall career and salary prospects. However, the actual value clearly depends on the field of study, market demands and, for reasons still unclear, the person holding the degree. Some institutional barriers or constraints can prevent women from achieving the same level of success that equally qualified men are able to achieve.<br></p>



<p>Men can play a role. They are implementing policies such as guaranteed work leave and care arrangements for family members. <strong>Blocks that must become the subject of subsequent evaluations for career advancement and not barriers to aspirations.</strong><br>How can we change this? If we are to address the academic talent chasm and the challenges of the world, we are going to need diverse brains of all varieties working together.<br></p>



<p>In honor of the <a href="https://www.undp.org/content/undp/en/home/news-centre/speeches/2021/international-womens-day-2021.html#:~:text=Statement%20on%20International%20Women's%20Day,a%20COVID%2D19%20world.'" target="_blank" rel="noreferrer noopener">International Women&#8217;s Day </a>campaign, we underline some aspects of gender equality. First of all, women tend to be judged more severely by their students. They are more likely to be labelled “emotional” or “unfair”, and less likely to be described as “genius’”, “interesting” or “influential”. Women are also more likely to be described as “helpful”, “pleasant” and slightly less likely to be labelled as “experienced”. Women not only face academic career challenges, but they also have to fight the inherently socially constructed gender biases of their students and colleagues (both male and female). This is quite true in many social environments, especially in Academia relevance is particularly important as reviews directly influence promotions and salaries. This could be one of the aspects on which to invest to reduce the effects of gender bias in order to increase the career opportunities of women. </p>



<p>Recent evidence strongly suggests that team collaboration is greatly enhanced by the presence of women in the group, and this effect is mainly explained by the benefits for group processes. Having a woman in the work team, helps to make work easier and faster. The ability to organize, maintain contacts and establish new collaborations are all female prerogatives. </p>



<p>First, studies have shown that women are more likely to care for the collective, which means they are more likely to step in when they see a gap or ambiguity. <br>Second, women are less likely to carve out time during the workday to focus on their top priorities, because they feel guilty or selfish for doing so. If women take time out, they tend to give it away if someone needs it. Nonetheless, their contributions may go unnoticed.</p>



<p>In our ‘society of collaborations,’ it is essential to focus on gender equality, not as a necessary requirement but as a fundamental avant-garde routine.<br></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="1024" height="790" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/03/1_QXq0kKG1cKm5EQPjPzpELA-1-1024x790.jpeg" alt="" class="wp-image-28334" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/03/1_QXq0kKG1cKm5EQPjPzpELA-1-1024x790.jpeg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/03/1_QXq0kKG1cKm5EQPjPzpELA-1-300x232.jpeg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/03/1_QXq0kKG1cKm5EQPjPzpELA-1-750x579.jpeg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/03/1_QXq0kKG1cKm5EQPjPzpELA-1.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Woman: she is confident in her abilities to lead her business and obtain her goals.</figcaption></figure>



<p><br></p>
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		<title>“E allora…” niente, il benealtrismo e quel senso di umanità quasi perduto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sante Filice]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2020 06:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La seconda ondata della pandemia che stiamo vivendo ha prodotto &#8211; oltre all’escalation di contagi di cui puntualmente abbiamo notizia in ogni momento della giornata, sui diversi mass-media &#8211; anche una serie di provvedimenti e di misure, più o meno stringenti, da parte dei diversi esecutivi, sia a livello nazionale, che regionale. Queste disposizioni hanno l’obiettivo primario ed essenziale di frenare la curva dei contagi e riportare la situazione sotto la soglia di controllo. Ormai conosciamo l’importanza dell’andamento dell’indice Rt [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">La seconda ondata della pandemia che stiamo vivendo ha prodotto &#8211; oltre all’escalation di contagi di cui puntualmente abbiamo notizia in ogni momento della giornata, sui diversi mass-media &#8211; anche una serie di provvedimenti e di misure, più o meno stringenti, da parte dei diversi esecutivi, sia a livello nazionale, che regionale. Queste disposizioni hanno l’obiettivo primario ed essenziale di frenare la curva dei contagi e riportare la situazione sotto la soglia di controllo. Ormai conosciamo l’importanza dell’andamento dell’indice Rt e dell’aumento dei ricoveri in terapia intensiva, che fungono da campanello d’allarme per comprendere lo stato di salute del Servizio Sanitario Nazionale. Questi interventi che devono avere, però, lo scopo, altrettanto impellente, di salvaguardare la tenuta del tessuto economico nazionale, nei fatti, purtroppo, hanno anche creato uno stato di paura e di tensione nella popolazione, già provata dal trimestre marzo-aprile-maggio di lockdown generale. L’incertezza circa l’evolversi della situazione generale, da cui dipendono le condizioni personali del singolo cittadino, ha fatto emergere alcune tendenze forse primordiali dell’individuo. Nella gravità di una pandemia, che investe l’intero globo terrestre, sembra che si stia perdendo il senso di comunità e che piuttosto prevalga l’istinto di sopravvivenza del singolo che, talvolta, sembra non tener conto delle esigenze di tutti gli altri. Nessuno degli estranei al campo della scienza poteva immaginare a gennaio, quando i mass-media parlavano dell’esistenza di uno strano virus in Cina, che questo avrebbe provocato quasi 2 milioni di morti e quasi 50 milioni di casi in tutti il mondo. È evidente che il Covid ci ha colto di sorpresa e la nostra impreparazione di fronte ad esso, anziché unirci, come forse avvenuto nei primi mesi di emergenza, ora ci stia dividendo. Il famoso “andrà tutto bene”, però, è realizzabile solo agendo unitariamente a livello globale. Ci salveremo solo se tutto il mondo opera nella stessa direzione. Non è pensabile nell’epoca della globalizzazione sfrenata di poterci salvare da soli senza considerare gli altri. Appare lecito chiedersi, dunque: qual è la direzione da seguire? Sarebbe fin troppo semplice indicare solo le regole che la scienza tenta di fissare e che ormai dovremmo conoscere a memoria. È altrettanto necessario che ognuno di noi inizi, nuovamente, a pensare ed agire in maniera coordinata e unitaria rispetto a chi gli sta vicino. Sta prendendo piede, purtroppo, la tendenza al cosiddetto “E-allorismo”: vale a dire la volontà di giustificare gli errori, eventuali, commessi dal singolo con la circostanza che un errore uguale sia stato commesso da un altro individuo. Come a voler dire che io posso non rispettare le prescrizioni adottate dal momento che anche un’altra persona le ha violate, senza chiedermi le reali motivazioni per cui quell’individuo ha agito in quel modo. Tutto ciò non giustifica, però, il mio errore, che tra l’altro diventa, in quanto reiterato, ancora più grave. Il non rispetto delle regole anti-covid è solo l’esempio contingente, ma sono diverse le situazioni in cui si preferisce giustificare la propria condotta con il fatto che questa sia dovuta ad un comportamento adottato anche ad altri. Innumerevoli volte, in politica, ma anche nella vita quotidiana, possiamo osservare questo tentativo di spostare la discussione, con la locuzione “e allora”. Si ritiene, quindi, che le nostre azioni, errate, siano meno sbagliate se ricorrenti. Si preferisce l’assenza di argomentazione, che possa motivare un determinato comportamento, piuttosto che alimentare la possibile conversazione, con delle tesi che facciano crescere la discussione, soprattutto, in termini qualitativi. Anche qui si nasconde, in maniera non troppo velata, un certo egoismo, poiché, utilizzare comportamenti altrui, errati, per giustificare sé stessi, sembra un tentativo goffo e quasi grottesco di autoassoluzione. In questo contesto, lo scrittore francese Céline, con la frase: “Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione ed è per questo che marcisce.”, appare quanto mai attuale. Un virus del tutto nuovo, del quale ancora si conosce poco, inevitabilmente, può portare a commettere errori di valutazione e leggerezze, nel modo di affrontarlo, da parte di tutti. &nbsp;Questa impostazione del discorso ha trovato, negli ultimi tempi, un potente detonatore nel mondo dei social ma, unita al cosiddetto “benaltrismo”, affonda le sue radici in diversi momenti della storia. Durante la Guerra fredda, era questa la tattica, utilizzata dalle grandi potenze Usa ed URSS, non per giustificare gli eventuali errori commessi, ma per spostare l’attenzione sui problemi interni della potenza avversaria. Il tentativo è quello di dire “ci sono ben altri problemi dall’altra parte”. E ancora oggi, questo modus operandi, sembra troppo spesso pervadere la dialettica non solo politica. Le questioni che riguardano un possibile rivale ci sembrano ben più rilevanti rispetto alle nostre, o comunque maggiormente meritevoli di attenzione. Sembra che sia sempre preferibile considerare la pagliuzza nell’occhio dell’altro piuttosto che la trave nel nostro. La costante è la ricerca quasi ossessiva di un nemico contro cui scagliarsi, ricorrendo talvolta anche a mistificazioni della realtà. Nei fatti, però queste due “tattiche” argomentative sono delle vere e proprie fallacie linguistiche che tendono a nascondere una mancanza di argomentazioni e impediscono l’arricchimento socio-culturale del mondo in cui viviamo. Esse sono figlie di un certo populismo di fondo che preferisce legittimare sé stesso piuttosto che risolvere le diverse problematiche. Quello che bisogna recuperare, soprattutto nella situazione che stiamo vivendo, è il senso di umanità che dovrebbe accomunarci e dovrebbe spingerci, probabilmente in tempi sicuramente più ristretti, fuori dal guado della pandemia. Dovrebbero fungere da faro, in questo momento di difficoltà, le parole di Papa Francesco, che, nella preghiera in solitario del 27 marzo ha evocato l’immagine della barca sulla quale si trova l’intera umanità.</p>



<p>Una barca che può arrivare in porto solo con la collaborazione di tutti.</p>



<p></p>



<p><em>Già pubblicato su L&#8217;Altravoce dei Ventenni &#8211; Quotidiano del Sud 02/11/2020</em></p>
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		<title>International youth day: ricominciamo dai giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Francesca Astorino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2020 04:26:00 +0000</pubDate>
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					<div class="elementor-text-editor elementor-clearfix"><p>Ogni anno, il 12 agosto, si celebra la Giornata Internazionale delle Gioventù. È la giusta occasione per richiamare l’attenzione dei giovani verso la comunità internazionale: il loro ruolo in questa è predominante, perché è ad essi che è affidata la costruzione della società moderna.  La giornata fu istituita il 17 dicembre 1999 con risoluzione 54/120 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con lo scopo di enfatizzare l’importanza della partecipazione dei giovani alla vita, ai mutamenti politici, economici e sociali ed è animata da una serie di eventi, organizzati in modo indipendente in tutto il mondo, che fanno capo a un tema comune. La celebrazione assume quindi la forma di discussione universale, equa ed unanime in cui le voci, le azioni e le iniziative dei giovani sono, di anno in anno, il punto di partenza per una metamorfosi sociale.</p><p>Il tema del 2020, “<strong>Youth Engagement for Global Action</strong>”, rimarca i modi attraverso cui i giovani possono impegnarsi nelle piccole realtà locali e come questo abbia un ampio riflesso nell’intera comunità internazionale.</p><p><img class="aligncenter wp-image-23811 size-full" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/08/IYD2020-main-848x164-1.png" alt="" width="848" height="164" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/08/IYD2020-main-848x164-1.png 848w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/08/IYD2020-main-848x164-1-300x58.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/08/IYD2020-main-848x164-1-640x124.png 640w" sizes="(max-width: 848px) 100vw, 848px" /></p><p>La riflessione nasce dalla presa di coscienza che l’incremento della rappresentanza giovanile nelle politiche ed istituzioni locali e nazionali apporta un rafforzamento delle capacità del sistema internazionale di agire rispetto alle pressanti sfide del nostro tempo. Sicuramente i due esempi più lampanti sono rappresentati dall’epidemia di Covid-19 e dal cambiamento climatico. In quest’ottica, gli interventi necessitano di un coinvolgimento globale, secondo iniziative che richiedono la partecipazione dei giovani. In questo mondo tecnologico, le azioni si realizzano molto spesso attraverso i social: non a caso, tutto il mese di agosto è interessato dalla campagna <em>#31DaysOfYOUth</em>. Corre sui social l’hashtag che invita, in questo gioco di parole, a essere giovani attivi che celebrano ogni giorno il loro impegno nelle realtà globali promuovendo una discussione internazionale.</p><p>L’epidemia da Covid-19 colpisce tutti i segmenti della società. Soprattutto i giovani, che sono la porzione attiva della popolazione, giocano un ruolo chiave nella diffusione e gestione della pandemia. Infatti, è notizia di questi giorni che molti dei rientri in Italia di comitive di ragazzi provenienti da Paesi vicini abbiano determinato un aumento di casi di coronavirus. Allo stesso tempo, è anche vero che i giovani sono maggiormente intaccati dalle conseguenze della pandemia e per molti di loro si presenta ora il problema di vedersi lasciati indietro dai sistemi educativi, dalle minori opportunità economiche, ma anche si avverte una carenza in termini di benessere fisico e psichico, tutto ciò in un momento critico della loro vita, di crescita e sviluppo. La pandemia globale ha dato sfogo a una società moderna, per alcuni termini non abbastanza tecnologica per come la si pensava. In molti Paesi si stima che i ragazzi non siano stati in grado di completare gli studi, impossibilitati dalla Covid-19 e dalla necessità di avere strumenti che permettessero un accesso stabile a Internet e quindi alla didattica a distanza. Queste interruzioni nella istruzione di un giovane, per tempi incerti, possono avere un impatto negativo sull’apprendimento. Se si pensa poi ai paesi più poveri o a realtà in cui ci si affida all’istituzione scolastica anche per il sostentamento nutrizionale e sanitario, allora, il quadro si incrementa di valori numerici più elevati. <br />L’emergenza sta marcando sempre più le differenze sociali e culturali, discorso impossibile in una società moderna che dichiara l’eguaglianza di ogni persona. Nasce quindi la necessità di muovere una discussione, proprio in occasione del 12 agosto, per portare alla luce queste discrepanze e sollecitare i governi a garantire la continuità dell’apprendimento attraverso la promozione di soluzioni tecnologiche e non solo. In quelle realtà dove esiste un più definito divario digitale, si potrebbe sostenere la fornitura di testi anche cartacei, reti cellulari o qualsiasi altro materiale di apprendimento a distanza, che consenta alle famiglie di sostenere il processo educativo senza la necessità dell’intermezzo digitale. I giovani sono soggetti vulnerabili e particolarmente a rischio di Covid e dei suoi impatti. Giovani disoccupati, migranti, emarginati, con disabilità, lavoratori part-time, di diversi orientamenti sessuali e di identità di genere, con normali condizioni di salute fisica o mentale: tutti affrontano sfide e necessitano di una maggiore tutela per l’accesso ai servizi di protezione sociale, economica e sanitaria.</p><p>Numerose sono le richieste, ma anche notevoli sono le risposte che proprio i giovani hanno dato. Non è noto come la malattia colpisca i giovani, ma è importante assumere la capacità di prendere le proprie decisioni in materia di responsabilità della propria salute e di quella degli altri. Un ruolo chiave lo ha quindi l’educazione sanitaria e in particolare ci si può riferire al Programma mondiale di Azione per i Giovani (WPAY) che ha il compito di garantire servizi ed interventi sanitari che soddisfino le esigenze dei giovani. Contemporaneamente, sono fondamentali le informazioni diffuse. La promozione della salute pubblica si basa sul contrasto alla disinformazione online. I governi, attraverso le organizzazioni giovanili ma anche gli stessi ragazzi testimoniano e garantiscono la corretta diffusione di informazioni sulla salute pubblica. I giovani nell’emergenza si sono adoperati come promotori di corretti comportamenti da adottare, attraverso i social media con modi coinvolgenti quali video per spiegare un efficace lavaggio di mani o la giusta distanza sociale da adottare per salvare più vite umane. In più in tutto il mondo, onlus e gruppi di giovani si sono messi a disposizione – volontaria – per iniziative di sostegno alle popolazioni a rischio o colpite più gravemente dalla pandemia. Hanno anche visto la luce startup innovative, guidate da giovani che hanno proposto soluzioni efficaci per affrontare il COVID-19.</p><p>Notevole incidenza, anche in periodo Covid -19, la hanno avuta le voci dei ragazzi che aderiscono a Friday For Future. È un movimento globale, coinvolge migliaia di studenti di tutto il mondo che ogni venerdì scendono in piazza per manifestare contro il riscaldamento globale. È nato dall’azione di <em>Greta Thunberg</em>, che nell’estate del 2018, ha preso posizione, davanti al Parlamento svedese, contro la politica di indifferenza adottata nei riguardi della crisi climatica. La risposta al video appello di Greta è stata quella di una mobilitazione globale spontanea. Non potendo scendere in piazza, ma avendo sempre voglia di fare sentire la propria voce, l’onda dei ragazzi di F<em>ridays For Future</em> ha dato vita, attraverso la tecnologia, al <em>#GlobalDigitalStrike</em>, una campagna unitaria di mobilitazione digitale per cambiare il mondo dalla propria stanza.</p><p>Il collante che dà voce a queste proposte sono eventi quali la Giornata Internazionale della Gioventù: l’occasione della rinascita, della “chiamata alle armi” dei giovani che possono con le azioni concrete, mettere mano al loro futuro.</p></div>
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		<title>I non-festival musicali dell’estate italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Giansiracusa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 04:16:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una breve rassegna dei principali festival musicali italiani in un&#8217;estate senza musica Estate, tempo di sole, vacanze e festival musicali. O, perlomeno, solitamente è così.Quest’anno, a causa della pandemia che ha colpito il mondo intero e, più nello specifico, il nostro Paese, molti dei festival ormai considerati quasi pietre miliari dell’estate si sono visti costretti o a rimandare del tutto gli eventi o ad adottare soluzioni alternative. Tra i festival che hanno fanno slittare il tutto all’anno prossimo possiamo annoverare [&#8230;]</p>
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<h2><em>Una breve rassegna dei principali festival musicali italiani in un&#8217;estate senza musica</em></h2>



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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap">Estate, tempo di sole, vacanze e festival musicali. O, perlomeno, solitamente è così.<br>Quest’anno, a causa della pandemia che ha colpito il mondo intero e, più nello specifico, il nostro Paese, molti dei festival ormai considerati quasi pietre miliari dell’estate si sono visti costretti o a rimandare del tutto gli eventi o ad adottare soluzioni alternative.</p>



<p>Tra i festival che hanno fanno slittare il tutto all’anno prossimo possiamo annoverare il Rock in Roma, il Firenze Rocks, l’IDAYS festival di Milano ed il Lucca Summer Festival. Ovviamente sono molti altri i festival che fanno parte di questo elenco, ma a mio parere già citando questi pochi si può avere una panoramica della situazione.</p>



<p>Per chi come me è appassionato di musica, i festival estivi hanno sempre avuto un’importanza particolare. Cadendo infatti nel periodo in cui, bene o male, si ha di meno da fare (lavoratori non in ferie esclusi), essi sono sempre stati attesi con ansia, dal momento dell’annuncio della lineup fino al giorno del concerto.</p>



<p>Non posso dire di aver partecipato ad ognuno di questi festival ma, da brava romana, ho certamente esperienza con il Rock in Roma. Attese di ore ed ore sotto il sole brutale dell’estate romana, quantità di bottiglie ghiacciate da far invidia al reparto surgelati e crema solare messa a ripetizione, il Rock in Roma è senza dubbio l’evento dell’anno per i romani appassionati di musica. Chi come me ha vissuto alcuni di questi concerti sa per certo che vi si arriva stremati, complici la corsa folle verso il palco e la pressione che si abbassa con il passare delle ore, ma sa anche che ne sarà valsa la pena. Per quanto mi riguarda, i concerti più attesi di questo festival sarebbero stati quelli dei The Lumineers e dei Cigarettes After Sex. Sicuramente apprezzabile rimane il messaggio con cui è stato annunciato il rinvio dell’intero festival: “Sarà un’estate senza Rock in Roma”, ma, soprattutto, “la salute e la sicurezza del nostro pubblico, dei nostri artisti, delle crew e di tutte le persone coinvolte nell’organizzazione del festival sono la nostra priorità”. &nbsp;</p>



<p>Spostandoci leggermente più a nord abbiamo il Firenze Rocks. Noto per avere sempre una lineup da paura, con mostri sacri del calibro dei The Cure e dei Guns N’Roses, anche il Firenze Rocks si è visto costretto ad annullare i vari concerti. Personalmente, aspettavo con ansia il concerto dei Red Hot Chili Peppers, soprattutto dopo la notizia del rientro di Jack Frusciante nel gruppo. Notevole, in questo caso, che alcuni dei gruppi “maggiori” abbiano già riconfermato la loro presenza nel 2021, dando speranza a chi aveva già acquistato i biglietti. Infatti, la politica che sembrerebbe essere stata adottata per i concerti è quella di offrire la possibilità di un rimborso, la cui richiesta va presentate entro le date specificate dagli organizzatori, ma anche quella di consentire di usare il biglietto non più valido per il 2020 per gli eventi del 2021, ovviamente se riconfermati.</p>



<p>Spostandoci ancora più a nord abbiamo l’IDAYS festival. Anche qui, lineup da strapparsi i capelli, con nomi quali System of a Down e Korn (un mix che ha da subito attirato la mia attenzione), Aerosmith e Foo Fighters, citando solo alcuni dei nomi che sarebbero dovuti salire sul palco quest’anno. Anche in questo caso, purtroppo, i concerti sono stati annullati, ma si vede già un barlume di speranza in quanto i nomi citati faranno parte dell’edizione del 2021, per cui è sempre valida la politica del rimborso o “voucher” secondo l’articolo 88 del Decreto Legge 18 del 17 marzo 2020, convertito poi in legge il 24 Aprile 2020.</p>



<p>Leggermente più particolare è la situazione del Lucca Summer Festival, il quale quest’anno era riuscito ad organizzare una serie di concerti uno meglio dell’altro. Dico che la situazione è più particolare perché, in questo caso, alcuni concerti sono già stati riconfermati, quali quelli di Beck e Liam Gallagher, mentre altri risultano ancora sospesi a data da destinarsi. Purtroppo, unico nome che di sicuro non sarà presente all’edizione del 2021 è quello di Paul McCartney, creando evidentemente scompiglio tale da portare gli organizzatori del festival a scusarsi quasi personalmente per questa tragedia. Poetica e speranzosa, però, è l’immagine che si viene a creare dall’ultima del messaggio di comunicazione del mancato festival di quest’anno: “Torneremo a ritrovarci davanti a un palco, illuminati dai colori di un tramonto toscano e sarà uno dei momenti più felici della nostra vita. Perché in quel momento ritroveremo la musica e l’emozione di condividere una passione con migliaia di persone come noi”. Si può vedere qui, infatti, sottolineata una delle cose che personalmente preferisco dei concerti, ovvero il conoscere persone che condividono la stessa passione.</p>



<p>Parlando più in generale dell’organizzazione dei festival ci si chiede, però, se fosse necessario rinviare del tutto gli eventi o se fosse stato possibile adottare alternative a prova di COVID. Parlando con due amici, Matteo e Rizka, entrambi assidui frequentatori di festival e concerti in generale, si può vedere che la sensazione che traspare è quella che, a seconda del tipo di evento, non fosse esattamente necessario rinviare tutto. Rizka, infatti, ha partecipato di recente ad uno degli eventi dell’Opera al Circo Massimo e ha sottolineato il numero ridotto di spettatori e, soprattutto, le regole di distanziamento sociale applicate ai posti a sedere. Matteo, invece, ci dice che festival come quello di Montelago non si prestano minimamente a soluzione anti-COVID, data la specificità del festival in cui si dà la possibilità di affittare tende e di risiedere lì per la durata del festival.</p>



<p>Quindi, in conclusione, sebbene in alcuni casi teoreticamente sarebbe stato possibile evitare di rinviare i festival, è certo che le decisioni riflettono l’attenzione verso la sicurezza delle persone che, in un modo o nell’altro, prendono parte ai suddetti festival e, in quanto tale, direi che non sono minimamente criticabili.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud &#8211; l&#8217;Altravoce dei ventenni di lunedì 10 agosto 2020</em></p>



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		<title>Crisi post-Covid: cambiare mestiere o cambiare &#8220;normalità&#8221;?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Giansiracusa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2020 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Facendo seguito alla criticatissima affermazione del viceministro all’economia Laura Castelli — la quale secondo i giornali avrebbe invogliato i ristoratori a cambiare mestiere, invece che analizzare criticamente la situazione creata dal COVID-19 e realizzare che un cambio di rotta sia necessario per alcune professioni — è necessario analizzare alcune delle realtà italiane che si sono dovute reinventare per far fronte alla crisi. Parlando da cittadina di Roma e, più generalmente della regione Lazio, ho potuto notare che molti dei comuni [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Facendo seguito alla criticatissima affermazione del viceministro all’economia Laura Castelli — la quale secondo i giornali avrebbe invogliato i ristoratori a cambiare mestiere, invece che analizzare criticamente la situazione creata dal COVID-19 e realizzare che un cambio di rotta sia necessario per alcune professioni — è necessario analizzare alcune delle realtà italiane che si sono dovute reinventare per far fronte alla crisi.</p>



<p>Parlando da cittadina di Roma e, più generalmente della regione Lazio, ho potuto notare che molti dei comuni di solito al di fuori dei circuiti turistici abbiano cercato di attirare l’attenzione di turisti più “abbordabili”, almeno durante questa fase della pandemia: i corregionali. Difatti, comuni quali Farfa, che ad esempio ha proposto un tour fotografico della cittadina e delle zone naturalistiche limitrofe, hanno puntato sulle bellezze del luogo per attirare turisti, creando quindi anche un interesse di nicchia.</p>



<p>Facendo riferimento più precisamente all’affermazione del viceministro Castelli, è possibile notare che, in effetti, i ristoratori hanno cercato di trovare soluzioni alternative per fronteggiare la crisi causata dal COVID. Ad esempio, locali abbastanza recenti facenti affidamento su una clientela più che altro di quartiere, si sono affidati ai sistemi di ordini online e consegna a domicilio quali JustEat. O, ancora, locali con posti a sedere limitati all’interno del locale hanno approfittato dell’ordinanza che fornisce una metratura maggiore contemplando anche il <em>dehor </em>del locale per mettere tavolini all’aperto o, addirittura, un gazebo con la caffetteria — creando così anche una divisione netta tra la sezione “notturna” del locale e quella “diurna” e, di conseguenza, ampliando la clientela.</p>



<p>Da sottolineare anche l’importanza del FAI in questo periodo, che continua a proporre tour, anche notturni, in luoghi più o meno conosciuti. Per citare giusto una delle proposte, allontanandoci dal Lazio, ad esempio, si può fare “Star Trekking” passeggiando tra i Giganti della Sila — proposta a cui avrei volentieri preso parte se fossi stata nella regione giusta.</p>



<p>In questa cornice si inseriscono anche i vari cinema all’aperto, iniziativa più <em>COVID-friendly</em> della classica versione in sale. Ad esempio, il Cinema Adriano di Roma, situato nella storica sede del 1898 a Piazza Cavour, ha iniziato un partenariato con gli Studios De Paolis di Via Tiburtina, dando luogo ad un cinema all’aperto d’autore. Seguendo un po’ le impronte del Cinema in Piazza a Trastevere — ma più comodamente, fornendo infatti sedie e tavolini piuttosto che cuscini per terra — l’Arena Adriano Studios propone una serie di film di recentissima uscita, spesso seguiti da dibattito con attori o registi, il tutto reso ancora più interessante dalla location: circondati dagli studi in cui sono stati girati molti film della storia cinematografica italiana.</p>



<p>Sulla stessa linea va ovviamente menzionata la proposta di riaprire il drive-in a Roma. La proposta, strettamente legata alle circostanze del COVID e reminiscente dell’“American dream” in cui il drive-in ricopre un po’ il ruolo di rito di passaggio nella vita di ogni americano che si rispetti, si scontra con le logistiche effettive del cercare di seguire un film dalla propria macchina. Ci si chiede infatti quanto forte dovrebbe essere l’audio per essere sentito da tutti o se verranno intervallati degli altoparlanti lungo lo spazio occupato dalle varie macchine. Nonostante i quesiti non trascurabili riguardo questo mezzo un po’ retrò e un po’teenager americana in cerca di emozioni, la proposta non va trascurata — anche perché riporterebbe alla luce un metodo di fruizione che era già presente precedentemente e che, ad esempio, i miei genitori ricordano.</p>



<p>Contemporaneamente, vediamo anche l’Auditorium Parco della Musica reinventarsi, proponendo una lineup di artisti italiani che vanno a sostituire quella di artisti internazionali i cui spettacoli sono stati o rimandanti o sospesi del tutto. Il Roma Summer Fest, o Luglio Suona Bene, quindi quest’anno prende il nome di Auditorium Reloaded, e risulterà essere una delle prime serie di spettacoli in Italia a riprendere, quasi a pieno regime e comunque mantenendo la stessa location (la Cavea dell’Auditorium), nel pieno rispetto delle disposizioni di distanziamento sociale e prendendo tutte le precauzioni anticovid necessarie. Sebbene questo sia un esempio specifico, esso rientra a far parte del progetto Romarama, l&#8217;arte che muove la città. Il progetto, ideato da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale, è incentrato sull’idea di far ripartire Roma al meglio delle proprie capacità, accompagnando quindi cittadini e turisti in una serie di eventi che copriranno, sì, l’estate romana ma anche i prossimi autunno e inverno. Nella lineup troviamo pilastri dell’estate romana quali il Silvano Toti Globe Theatre, diretto da Gigi Proietti a Villa Borghese, e la stagione estiva del Teatro dell’Opera, che quest’anno cambia location per far fronte alle misure anticovid spostandosi dalle Terme di Caracalla al Circo Massimo — location sicuramente non meno spettacolare della più tradizionale.</p>



<p>Quindi, tralasciando la polemica nata dalla frase del viceministro, mi sembra palese che i tentativi di diversificare l’offerta turistica e non delle città e, più generalmente, delle regioni sono vari. Tra visite guidate, concerti e cinema all’aperto, i settori colpiti dalla crisi post-COVID stanno chiaramente cercando di rialzarsi. Bisognerà però aspettare i dati statistici di fine anno per vedere quanto questi tentativi abbiano effettivamente contribuito positivamente.</p>



<p class="has-text-align-center"><em><em>Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni del 27/7/2020</em></em></p>
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		<title>Io sono porcospino: il progetto che ci insegna la nuova routine post covid</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tania Rea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2020 11:01:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo stati educati, storicamente parlando, a definire il tempo in un avanti e dopo Cristo, ma è altamente probabile che quando tutto questo sarà finito definitivamente ci ritroveremo catapultati in una sorta di nuovo anno zero, dove sarà il Covid-19 a dettare il tempo. Durante il lockdown abbiamo fronteggiato, senza alcun dubbio, il nemico senza volto più potente che ci potessimo immaginare. Democratico perché riesce a colpire tutti indistintamente; coercitivo al punto da far vestire la nostra umanità di mascherine [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Siamo stati educati, storicamente parlando, a definire il tempo in un avanti e dopo Cristo, ma è altamente probabile che quando tutto questo sarà finito definitivamente ci ritroveremo catapultati in una sorta di nuovo anno zero, dove sarà il Covid-19 a dettare il tempo. </p>



<p>Durante il lockdown abbiamo fronteggiato, senza alcun dubbio, il nemico senza volto più potente che ci potessimo immaginare. Democratico perché riesce a colpire tutti indistintamente; coercitivo al punto da far vestire la nostra umanità di mascherine e guanti; anticulturale, a tratti inumano, perché ci ha portati a sopprimere la nostra quotidianità, le nostre relazioni e interazioni.  Ci è stato imposto dal Governo di “evitare abbracci, strette di mano e contatti fisici diretti con ogni persona”, ci è stato imposto dunque di privarci di un aspetto antropologicamente costitutivo della nostra civiltà, del nostro essere “umani”. </p>



<p>Per questo motivo la sottoscritta insieme ad un gruppo di colleghi del corso di Negoziazione dell’ Università Luiss Guido Carli, tenuto da Angelo Monoriti, Rachele Gabellini, Francesco Rossi e Silvia Nutini, si è interrogata se “la legge” può farci rinunciare ad un aspetto così importante della nostra umanità per proteggere la salute umana nostra e di chi amiamo o, più semplicemente ancora, di chi ci sta di fronte. La verità è che era inevitabile una misura simile ma, è anche vero che non può una regola modificare l’identità nazionale di un popolo, eliminare ciò che diversifica noi dagli altri “esseri”.</p>



<p>In una frazione di secondo, sia nelle rarissime occasioni durante la fase 1, ancor di più nella fase 2, siamo stati costretti nel momento in cui abbiamo incontrato amici, parenti e conoscenti a “negoziare” fra il nostro bisogno di rimanere umani e il nostro interesse a proteggerci e a proteggere l’altro, negoziare quindi fra la nostra identità relazionale e il nostro istinto di sopravvivenza. Tale condizione psicologica è stata definita dagli esperti in materia come “dissonanza emotiva”.</p>



<p>Ha preso così vita il progetto “Salutiamoci bene”, grazie a una teoria scientifica relativa alla “gestione delle emozioni” che individua – quale causa delle emozioni stesse – alcune necessità psicologiche umane definite come “le cinque esigenze primarie”: apprezzamento, affiliazione, autonomia, status e ruolo.</p>



<p>Si è quindi ricercata una soluzione in grado di mettere in equilibrio due fra le cinque “esigenze primarie”, che modellano la nostra identità relazionale: “autonomia” e “affiliazione”.</p>



<p>Pertanto, quello che abbiamo proposto consiste in una nuova forma di saluto, un nuovo “rito” condivisibile che riconosce un ruolo fondamentale, non potendo utilizzare il contatto fisico, allo sguardo e alla gestualità: “posare lo sguardo sull’altro è la prima forma di riconoscimento, la prima forma di calore, la prima forma di umanità, girando poi il palmo della mano verso sinistra, verso il cuore” (su youtube si trova “ Tutorial Saluto #Iosonoporcospino”).</p>



<p>Angelo Monoriti – ideatore e promotore del progetto insieme alla prof.ssa Maria Rita Parsi, psicopedagogista e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Movimento Bambino ONLUS – precisa che&nbsp; tale progetto nasce per identificare dei “gesti barriera” che possano funzionare come “attivatori mentali” in grado di ricordare costantemente ai cittadini di mantenere il “distanziamento fisico”, senza annullare le regole della socialità”.</p>



<p>Proprio al fine di diffondere questo saluto, facendolo diventare un “attivatore mentale comune”, ovverosia un gesto frutto di un processo auto-motivazionale, e non come una mera imposizione dall’alto, il progetto di lavoro ha previsto l’ideazione, la scrittura e la realizzazione di un cortometraggio animato dal titolo <a href="https://youtu.be/niN5WgkGgkk">#BEHUMANAGAIN #Iosonoporcospino</a> disponibile su youtube. La regia e la sceneggiatura è a cura di Alessandro Valentini dell’Università “La Sapienza” &#8211; Scienze delle Arte e dello Spettacolo, cui segue una musica avvolgente – curata dagli studenti del Conservatorio di Musica “Luigi Canepa” di Sassari &#8211; che punta dritto all’animo dello spettatore con toni rivitalizzanti e soavi.</p>



<p>Perché il porcospino? Semplice, ci siamo riferiti alla dotta parabola nota come il dilemma del porcospino elaborata nel 1851 da&nbsp;Schopenhauer nel volume “Parerga e paralipomena”.</p>



<p>“Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche. Il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno: di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. Finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”.</p>



<p>Dopo la quarantena, insomma, ci siamo riconosciuti tutti nei porcospini bisognosi di calore umano, ma nello stesso tempo spaventati dal pericolo che ogni contatto umano rappresenta per la nostra salute.</p>



<p>Nonostante ciò, mettendoci di fronte all&#8217;altra persona, rimanendo ad almeno un metro e mezzo di distanza e sollevando il palmo della mano destra ruotandolo verso sinistra senza toccarci, attivando il contatto visivo. Ricordandoci che nella mano ci sono i nostri nuovi occhi, con un semplice gesto possiamo dire: ti vedo, ti sento, ci sono.</p>
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		<title>La crisi post-Covid secondo l&#8217;ISTAT</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marialuisa Inchingolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 05:16:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Uno shock senza precedenti”: viene definita così dalle maggiori testate giornalistiche la crisi che ha travolto l’Italia e continuerà a farlo per i prossimi anni. La causa è nota a tutti: il Coronavirus ha costretto la maggior parte dei lavoratori a rimanere a casa per ben due mesi. Ed alcuni, dopo il famoso lockdown che ha bloccato non solo l’Italia ma tutto il mondo, non sono più tornati sul loro posto di lavoro. La crisi si percepisce passeggiando per le [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">“<strong>Uno shock senza precedenti</strong>”: viene definita così dalle maggiori testate giornalistiche la crisi che ha travolto l’Italia e continuerà a farlo per i prossimi anni.</p>



<p>La causa è nota a tutti: il Coronavirus ha costretto la maggior parte dei lavoratori a rimanere a casa per ben due mesi. Ed alcuni, dopo il famoso <em>lockdown</em> che ha bloccato non solo l’Italia ma tutto il mondo, non sono più tornati sul loro posto di lavoro.</p>



<p>La crisi si percepisce passeggiando per le città: attività chiuse, ristoranti costretti a dimezzare i coperti con effetti che si ripercuotono sul personale impiegato, città d’arte normalmente invase dai turisti anche in piena estate ormai spettrali.</p>



<p>Tutti i settori sono stati colpiti indistintamente da questo virus che ha messo in ginocchio il mondo intero: l’artigianato, il turismo, il settore legale, le grandi aziende.</p>



<p>Qualche giorno fa ero in un negozio di scarpe nel pieno centro di Milano, gestito da un vecchietto molto disponibile e gentile, oltre che logorroico. Mi ha confessato che gli orari di apertura della sua attività sono nettamente diminuiti a seguito del <em>lockdown</em>, perché la città è vuota e vi è una grandissima difficoltà anche a vendere un paio di scarpe a prezzo di costo. Gli uffici sono ancora in modalità <em>smartworking</em> ed i clienti sono restii a spendere soldi. Per loro, produttori delle scarpe che vendono, il problema è marginale, perché sono riusciti a limitare i danni bloccando la maggior parte della produzione primaverile. Ma il problema è notevole se si guarda a tutte le restanti attività.</p>



<p>Molte sono le persone a cui non è stato rinnovato un contratto o che, come i lavoratori autonomi, brancolano nel buio. E, come evidenziato dall’Istat, la situazione andrà peggiorando.</p>



<p>Se solo a maggio si registrano già 84mila occupati in meno, ben il 12% delle imprese è propenso a ridurre l’organico quando terminerà la cassa integrazione ed il blocco dei licenziamenti. Tra questi, i maggiori tagli si avranno tra le piccole imprese, addirittura sopra la media con il 13%, e le microimprese con il 12%.&nbsp; La problematica maggiormente afflittiva per le piccole imprese e le microimprese riguarda proprio l’assenza di liquidità che non permetterebbe alle stesse di fronteggiare tutte le spese dovute nel 2020.</p>



<p>Come emerge dall’indagine Istat sulle Prospettive per l’economia italiana nel 2020-2021, per il 2020 il Pil segnerà un netto crollo. Una ripresa minima si potrà avere solo nel 2021, ma i dati non sono comunque confortanti.</p>



<p>Le misure restrittive applicate nei primi mesi dell’anno, hanno comportato la sospensione delle attività svolte in settori in cui sono presenti ben 2,1 milioni di imprese. Le aziende che hanno dovuto chiudere i battenti per i primi mesi dell’anno rappresentano quasi la metà del fatturato totale delle attività economiche italiane. Per di più, si tratta di attività che si presentavano già a rischio, dovendo fronteggiare la crisi che affliggeva il mercato Italiano, su cui il COVID ha messo il carico da novanta.</p>



<p>Il blocco delle attività ha sin da subito prodotto effetti con riguardo al numero dei lavoratori occupati che si è ridotto da febbraio a maggio di più di mezzo milione di persone. Si tratta di un numero che tiene ancora conto del blocco dei licenziamenti e, quindi, considera soltanto tutti quei contratti a tempo determinato che sono scaduti senza essere rinnovati, oltre al settore dei lavoratori autonomi che rientra tra le categorie maggiormente colpite.</p>



<p>Il crollo della produzione, inoltre, è notevole soprattutto con riguardo a quei beni non di prima necessità che rientrano tra quelli maggiormente costosi: ad esempio elettrodomestici e automobili che hanno registrato un calo ad aprile dell’85% rispetto al periodo precedente il <em>lockdown</em>.</p>



<p>La fascia maggiormente colpita è quella dei giovani che continuano tutt’oggi a risentire degli effetti della crisi economica del 2008 e che troveranno davanti a loro un mercato lavorativo totalmente in crisi.</p>



<p>Le opportunità di lavoro sono notevolmente diminuite: gli occupati tra i 25 ed i 34 anni si sono ridotti di più di un milione e mezzo. Per non contare i “giovanissimi” occupati fino ai 24 anni ridotti di mezzo milione. I più giovani, peraltro, non hanno potuto molto spesso usufruire degli aiuti statali, in quanto svolgenti lavoro a nero. Questo è un altro dato sconcertante dell’indagine Istat: circa un lavoratore su dieci, soprattutto appartenente alla fascia di età tra i 15 ed i 24 anni o tra gli ultra 65enni, è stato travolto dal blocco lavorativo senza poter trovare sostegno nelle misure di aiuto statali, perché non in possesso di un regolare contratto di lavoro.</p>



<p>Oltre ai giovani, le donne sono il secondo gruppo maggiormente colpito dal virus. Infatti, se nel mese di maggio è stata registrata una riduzione dell’impiego medio dello 0,4%, le percentuali relative al gentil sesso sono sette volte maggiori rispetto a quelle degli uomini. Le donne rappresentano ben lo 0,7% contro lo 0,1% degli uomini, pari rispettivamente a meno 65mila lavoratrici e meno 19mila lavoratori.</p>



<p>Inutile chiedersi il perché le fasce maggiormente colpite dalla crisi siano i giovani e le donne. Le risposte sono già state a più riprese fornite dalla storia del nostro Paese. Una storia che ha portato la maggior parte dei giovani a tentare la loro fortuna all’estero; che ha alimentato spesso e volentieri il fenomeno della fuga dei cervelli; che ha portato le donne ad essere sottopagate rispetto ai loro colleghi uomini; che ha portato all’introduzione delle quote rosa, strumento a mio avviso ancor più discriminatorio, perché la vera uguaglianza lavorativa dovrebbe essere nella meritocrazia. Una storia che, ancora una volta, ci mostra la sua ciclicità, con <em>up</em> e <em>down</em> continui.</p>



<p>E l’unica cosa che possiamo fare è rimboccarci le maniche per uscirne più forti di prima.</p>



<p>Perché, nonostante durante questa quarantena abbiamo riscoperto i valori della famiglia ed abbiamo ritrovato la felicità nelle piccole cose, è inutile negare che il lavoro rappresenta la nostra identità.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Già pubblicato su Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;altravoce dei Ventenni 20/7/2020</em></p>
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		<title>Sport di base, speranze e preoccupazioni per il futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carmine Marino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 05:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[attività sportive]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Diesel Tecnica Pallacanestro trinità]]></category>
		<category><![CDATA[Polisportiva Basket Sala Consilina]]></category>
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		<category><![CDATA[Tanagro Bike School]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poche risposte dalle federazioni su protocolli sanitari e ripresa dell&#8217;attività agonistica: le società sportive del Vallo di Diano al lavoro per non perdere i più giovani L&#8217;agenda degli appassionati era fittissima: le classiche di primavera, il Giro d&#8217;Italia e il Tour de France per gli appassionati di ciclismo; i campionati europei di calcio in versione itinerante; i tornei dello Slam sulla terra rossa e sull&#8217;erba. Infine, i Giochi olimpici di Tokyo, l&#8217;avventura sportiva più affascinante al mondo, capace di accomunare [&#8230;]</p>
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<h5><em>Poche risposte dalle federazioni su protocolli sanitari e ripresa dell&#8217;attività agonistica: le società sportive del Vallo di Diano al lavoro per non perdere i più giovani</em></h5>



<p class="has-drop-cap">L&#8217;agenda degli appassionati era fittissima: le classiche di primavera, il Giro d&#8217;Italia e il Tour de France per gli appassionati di ciclismo; i campionati europei di calcio in versione itinerante; i tornei dello Slam sulla terra rossa e sull&#8217;erba. Infine, i Giochi olimpici di Tokyo, l&#8217;avventura sportiva più affascinante al mondo, capace di accomunare per due settimane campionissimi ed eroi silenziosi.<br>Le pagine di questa agenda sono state strappate dall&#8217;emergenza sanitaria: tre mesi senza sport e un&#8217;infinita serie di rinvii e di cancellazioni. Chi è già ripartito, invece, lo ha fatto a un prezzo pesantissimo: i campionati di calcio procedono a ritmi serratissimi pur di arrivare al capolinea della stagione; il Mondiale di Formula 1 naviga a vista, in quanto manca un calendario definitivo; la MotoGp ha deciso di non varcare i confini europei per limitare al massimo gli spostamenti di piloti e team.<br>Proviamo però a spingerci oltre: cosa sta succedendo in periferia, dove la pratica sportiva è ancora un potentissimo strumento di aggregazione sociale? Il coronavirus ha assestato un colpo durissimo a migliaia di società semiprofessionistiche, dilettantistiche e amatoriali che sono il motore dell&#8217;intero movimento sportivo italiano. Campionati sospesi, eventi annullati, attività di base ridotta ai minimi termini, aiuti economici insufficienti: cosa aspettarsi nel prossimo futuro, allora? Abbiamo ascoltato le voci di dirigenti e atleti del Vallo di Diano, estremo sud della Campania.<br>Il primo a prendere la parola è Francesco Ambrosano, capitano della Diesel Tecnica Pallacanestro Trinità, la squadra di Sala Consilina che partecipa al campionato di serie C Silver: «C&#8217;è un grosso punto di domanda a cui non è stata data alcuna risposta: cosa si è fatto in questi mesi per gli sport di contatto come il basket?», si domanda il giocatore di Battipaglia, che vestirà per il quarto consecutivo la maglia di Trinità. «Al di là del protocollo approvato dalla federazione, non sappiamo come e quando si potrà tornare a giocare. Il mio augurio è che si possa ripartire a settembre». Tuttavia, molte squadre potrebbero decidere di non iscriversi ai campionati dilettantistici per problemi economici. «Mi aspetto che i dirigenti federali» prosegue Ambrosano «aiutino le società in crisi non solo per assicurare la regolarità dei tornei, ma soprattutto per tutelare un patrimonio tecnico, umano e sportivo davvero prezioso».<br>Un patrimonio di cui i giovani sono senza dubbio il principale punto di riferimento. Come lavorare sulle motivazioni di bambini e adolescenti che hanno trascorso mesi e mesi in isolamento? Interviene il responsabile del settore giovanile della Polisportiva Basket Sala Consilina, Giuseppe Aumenta: «Le famiglie ci hanno chiesto di ripartire nel più breve tempo possibile per evitare che i loro figli perdessero interesse per l&#8217;attività sportiva». Richiesta esaudita: da un paio di settimane, caduto il divieto di praticare gli sport di contatto, i ragazzi di Sala Consilina hanno ricominciato a giocare nel campetto allestito all&#8217;interno dello stadio Osvaldo Rossi. «L&#8217;attività all&#8217;aperto è senza dubbio più semplice da organizzare» prosegue Aumenta «perché le regole da seguire sono decisamente meno stringenti. In ogni caso, aspettiamo istruzioni operative più dettagliate dal Comitato olimpico e dalla Federbasket anche sugli allenamenti al chiuso, dato che i protocolli inizialmente approvati falsavano oltremodo lo spirito del gioco». Con i più piccoli lavora anche l&#8217;istruttore di ciclismo Mario Pasquariello, che dirige dal 2017 la Tanagro Bike School, un&#8217;accademia di ciclismo giovanile nata in un piccolo centro della valle, San Pietro al Tanagro. La TBS ha un fratello maggiore, il Ciclo Team Tanagro, che ha legato il suo nome a due rassegne giovanili (i trofei <em>Cycle Fevian </em>e <em>Tanagro Baby</em>) e alla <em>Granfondo del Tanagro</em>, annullate a causa del COVID-19. La sospensione delle attività ha danneggiato anzitutto coloro che si erano appena avvicinati al ciclismo: «Temo che tanti giovani possano abbandonare la pratica sportiva» spiega Pasquariello «a maggior ragione se dovesse trascorrere un altro inverno senza allenamenti e senza gare. Ai più piccoli è altresì mancato il confronto diretto con i coetanei che, del resto, è il sale dell&#8217;agonismo». Con le prove su strada sospese fino a nuovo ordine, la Federciclismo campana sta lavorando per organizzare alcune competizioni a cronometro nel velodromo di Marcianise. Inoltre, i vertici federali hanno diramato le norme che dovranno essere rispettate dagli organizzatori delle corse: «Ogni società dovrà nominare un comitato anti-COVID a cui spetterà il compito di applicare le regole per prevenire il contagio. Nelle città che ospiteranno le corse, inoltre, dovranno essere individuate tre aree separate per i corridori, i dirigenti delle squadre e per il pubblico» conclude Pasquariello. Anche l&#8217;atletica ha dovuto arrendersi: ne ha fatto le spese una manifestazione giovane ma già apprezzata dagli amanti della corsa in montagna, il Trail &#8220;Madonna di Sito Alto&#8221;, organizzato dalla GG Trail di Sala Consilina. «Era tutto pronto per la terza edizione, alla quale avrebbero partecipato 100 atleti in più rispetto al 2019, ma abbiamo dovuto rinviare tutto all&#8217;anno prossimo», dichiara Antonio Spolzino, uno degli ideatori della manifestazione. Eppure, la società che opera nel comune più importante del Vallo ha già intenzione di ripartire: «Se la FIDAL (Federazione italiana di atletica leggera, <em>ndr</em>) ci darà il suo assenso, a settembre organizzeremo una gara di <em>vertical trail </em>(una corsa in salita con dislivello positivo, <em>ndr</em>) a numero chiuso». C&#8217;è fiducia anche per le manifestazioni su pista: «L&#8217;attività giovanile è ripresa il 10 luglio con una riunione ad Agropoli» &#8211; dice Vittorio Granata, tecnico della Metalfer Runner &#8211; Podistica Brienza 2000 &#8211; «alla quale hanno partecipato tre ragazzi iscritti alla gara degli 800 metri». I giorni della piena normalità sembrano davvero lontani, ma è confortante che si cerchi un barlume di speranza.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Già pubblicato su Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;altravoce dei Ventenni 20/7/2020</em></p>
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		<title>Dietro la mascherina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Letizia Stancati]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2020 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[POST-IT]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un guerriero delle luce presta attenzione agli occhi di un bambino. Perché quegli occhi sanno vedere il mondo senza amarezza. Quando desidera sapere se chi sta al suo fianco è degno di fiducia, cerca di vedere la maniera in cui lo guarda un bambino. Paulo Coelho, Manuale del guerriero della luce Un paio di settimane fa ho videochiamato un mio amico dell’università – una di quelle menti acute e brillanti con cui chiacchierare è sempre un infinito piacere – il [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote"><p>Un guerriero delle luce presta attenzione agli occhi di un bambino. Perché quegli occhi sanno vedere il mondo senza amarezza. Quando desidera sapere se chi sta al suo fianco è degno di fiducia, cerca di vedere la maniera in cui lo guarda un bambino.</p><cite>Paulo Coelho, Manuale del guerriero della luce</cite></blockquote>



<p></p>



<p class="has-drop-cap">Un paio di settimane fa ho videochiamato un mio amico dell’università – una di quelle menti acute e brillanti con cui chiacchierare è sempre un infinito piacere – il quale, parlando del più e del meno, tra covid e Salvini, mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere. “<em>Sai, la soffro molto, a livello sociale, questa storia della mascherina, il non vedere il volto delle persone, mi crea disagio</em>”. Così, ci ho pensato un attimo.</p>



<p>Se il covid-19 ci ha reso tutti più inermi, facendoci riscoprire simili, dietro la mascherina non siamo tutti uguali, non tutti sorridiamo, non tutti arricciamo le labbra o sospiriamo. Le mascherine – quando indossate – pongono un confine netto tra noi e gli altri, confine che si aggiunge al già sofferto metro di distanza. Ho sempre la strana sensazione che tutti si fissino, si scrutino curiosi per capire chi si celi dietro una ffp2 o una chirurgica. Ci si studia, ci si analizza mentre si è in fila in banca o al supermercato. Ma questa potrebbe una mia impressione. Tra l’altro, ho notato che è anche molto facile imbattersi in persone che oltre la mascherina indossano gli occhiali da sole, come se fossero pronti per il prossimo colpo in banca. Allora, l’unico modo che abbiamo per mostrarci all’altro sono i nostri occhi. </p>



<p>Quindi sì, il mio amico ha ragione, anche a me manca non vedere il viso delle persone, l’espressione spazientita quando non arriva l’autobus, il dilatarsi delle narici durante una conversazione accesa, il movimento delle labbra mentre si parla o si pensa. Soprattutto mi manca il sorriso. Decifrare lo sguardo altrui non è una cosa facile, prevede di fare un passo indietro e provare a canalizzare il proprio. Guardarsi negli occhi, in questo periodo, dovrebbe essere il nostro saluto, il nostro mostrarci agli altri nonostante il viso coperto. Sorridere con gli occhi è possibile, come è possibile comunicare rabbia, tristezza o frustrazione. Certo dovremmo prima imparare a riconoscere le emozioni che ci attraversano. </p>



<p>La mascherina mozza il nostro modo di comunicare ed emozionarci, lasciando che sia il solo sguardo a fare tutto. Può essere una protezione utile in una giornata negativa, una di quelle in cui indossare una maschera non è uno sforzo ma una grazia. Diventa però un impedimento quando siamo colti da un impeto di felicità. Ironizzare sull’uso della mascherina serve a esorcizzare il fatto stesso di indossarla, ma sarà sempre una copertura, un nascondimento, una sottrazione di noi e di ciò che siamo. Essa cancella in maniera arbitraria alcuni dei nostri connotati unici ed esclusivi, quelli che ci fanno riconoscere dagli altri. Anche da noi stessi. Il punto è che impedisce, in realtà, il più essenziale dei bisogni umani: comunicare. E poi riconoscersi, chiamarsi per nome. Identificarsi.&nbsp;</p>



<p>Come fare, allora, a decifrare ogni sguardo? Come capire ciò che un perfetto estraneo mi sta dicendo in fila, se non riesco a seguire – o sostenere &#8211; il suo sguardo? Il volto è un insieme di combinazioni e piccoli movimenti, e il fatto che l’armonioso equilibrio di esso sia turbato dalla mascherina, rende tutto più compromesso e difficile. Cosa leggere, ad esempio, dietro il semplice gesto di portarsi una mano alla bocca mentre si sorride, o il toccarsi il naso mentre si è pensierosi se siamo coperti? Come interpretare il corrugarsi di sopracciglia? Perplessità o sorpresa? </p>



<p>Indossare la mascherina non può equivalere ad un’omologazione o appiattimento delle emozioni. Magari sarà questa una delle tante sfide della ripresa da coronavirus: imparare a conoscersi e riconoscersi dagli occhi. Perché non potremo sempre vedere oltre quel pezzo di stoffa, non sempre ce ne sarà il tempo e la voglia. Già non facevamo caso agli altri prima, figuriamoci adesso che abbiamo la giustificazione dello schermo.&nbsp;</p>



<p>Forse sarà il momento delle grandi incomprensioni e fraintendimenti, ma io mi auguro che accada altro. Mi auguro che, banalmente, il bene trionfi sul male, ovvero che sulla paura dell’altro trionfi la bellezza di guardarsi oltre. Mi auguro che il nostro tempo sia sempre più costellato da momenti in cui ci prendiamo un attimo per osservarci oltre questo muro. Mi auguro di poter vedere per davvero gli altri, per quello che sono, imparando a coglierne la complessità da un solo guardo o gesto – qualunque cosa vogliano dire. Non voglio che la mascherina rimanga un limite e ostacolo, perché ho la necessità di aprirmi al mondo e a tutti anche se schermata. Indosserò la mascherina come se raccogliesse anch’essa quell’unicità e vastità del mio volto, con le sue espressioni, cicatrici, tracce della mia vita.</p>
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