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	<title>cinema &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Massimo Triggiani, tra la recitazione e il doppiaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonello Santopaolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Massimo Triggiani nasce a Bari e compie gli anni il 10 novembre. Da sempre amante della recitazione, si avvicina al mondo del doppiaggio tramite il doppiatore Alessandro Rossi, con cui collaborerà in alcuni lavori.Massimo Triggiani ha doppiato numerose pellicole: lo ricordiamo nei panni di Colin Hanks in Jumanji: The Next Level, Daniel Henshall in Babadook, Bret McKenzie in Lo Hobbit &#8211; Un viaggio inaspettato. Per quanto riguarda le serie tv ha prestato la voce a Wyatt Russell in The Falcon [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Massimo Triggiani nasce a Bari e compie gli anni il 10 novembre. Da sempre amante della recitazione, si avvicina al mondo del doppiaggio tramite il doppiatore Alessandro Rossi, con cui collaborerà in alcuni lavori.<br>Massimo Triggiani ha doppiato numerose pellicole: lo ricordiamo nei panni di Colin Hanks in Jumanji: The Next Level, Daniel Henshall in Babadook, Bret McKenzie in Lo Hobbit &#8211; Un viaggio inaspettato. Per quanto riguarda le serie tv ha prestato la voce a Wyatt Russell in The Falcon and the Winter Soldier nei panni di John Walker, Jacob Anderson in Il Trono di Spade, Daniel Zovatto in Penny Dreadful: City of Angels, Ross Butler e Charles Melton in Riverdale e Robert Sheehan in The Umbrella Academy. Nei film d’animazione lo ricordiamo per aver doppiato il protagonista Emmet Mattonowski di The Lego Movie e The Lego Movie 2 &#8211; Una nuova avventura. Nelle serie di animazione è la voce di Overhaul in My Hero Academia.</p>



<p>Per quanto concerne il mondo videoludico è stata la voce del protagonista del personaggio maschile in Fallout 4, Alexios in Assassin’s Creed Odyssey, Anders Hellman in Cyberpunk 2077 e più recentemente Peter Quill/Star-Lord nel gioco Marvel’s Guardians of the Galaxy della Eidos Montréal.</p>



<h2>Come ti sei avvicinato al mondo del doppiaggio?</h2>



<p><br>Ho sempre amato tanto recitare. Ho iniziato come attore di presa diretta e poi mi sono avvicinato al doppiaggio, una realtà che mi interessava molto però mi dava l&#8217;idea di essere un mestiere particolare e complesso. Durante le riprese dell&#8217;ispettore Coliandro avevo tantissime scene con Alessandro Rossi, noto doppiatore. Visto che gli piaceva come lavoravo ho chiesto che mi avrebbe fatto piacere provare per vedere cosa ero in grado di fare. Da quel momento abbiamo cominciato a lavorare insieme, contestualmente un collega mi ha consigliato un corso con Maria Pia di Meo e da lì ho cominciato a lavorare.<br></p>



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<h2>Un altro protagonista che hai doppiato è sicuramente Alexios in Assassin’s Creed Odyssey. Quanto è stato complesso lo studio dietro al personaggio realizzato da Ubisoft?</h2>
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<p><br>È stato un doppiaggio davvero divertente perché con l&#8217;autorizzazione del direttore devo dire che abbiamo creato tanto, senza stravolgere il senso delle battute. Gli ho dato un un&#8217;impronta da eroe anni ‘80 di film d’azione, un po’ coatto. Ho farcito il gioco di citazioni: per esempio, ad un certo punto esclamo “tremo tutto” come Kenshiro. In un&#8217;altra occasione ho esclamato “altrimenti mi arrabbio” citazione da Altrimenti ci Arrabbiamo. Mi sono divertito a inserire anche qualche battuta nei vari dialoghi.</p>



<h2>Qual è stato il personaggio più difficile da doppiare, e a quale sei più affezionato?</h2>



<p><br>Sicuramente il personaggio a cui sono più affezionato è Klaus di The Umbrella Academy. Un altro personaggio che mi è piaciuto veramente tanto doppiare è stato John Walker in The Falcon &amp; The Winter Soldier. Devo dire che è stato un personaggio scritto in maniera eccellente. Devo ringraziare Metello Mori per questa splendida opportunità. Dal lato dell&#8217;animazione mi sono divertito a doppiare Overhaul in My Hero Academia, tosto da interpretare ma supportato anche da uno straordinario interprete giapponese. Non posso anche non menzionare il mio primo approccio come protagonista cinema in The Lego Movie. Un&#8217;esperienza dura perché il protagonista ha una miriade di sfumature.</p>



<h2>Quali sono i consigli che daresti a nuovi e aspiranti doppiatori?</h2>



<p>Innanzitutto, devi essere un attore. La Presa diretta, il teatro, il cinema, il doppiaggio, lo speakeraggio sono tutte forme di recitazione con degli elementi tecnici diversi. Non basta avere una bella voce, bisogna sapere recitare. Nel doppiaggio è ancora più difficile perché hai poco tempo per comprendere il personaggio e ricalcarne le sfumature. Senza dimenticarci che bisogna leggere un copione e guardare lo schermo, non è facile. Devi, necessariamente, possedere una base di recitazione. </p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



<p>L’intervista completa su <a href="https://videogiochitalia.it/">Videogiochitalia.it</a></p>
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		<title>Sport su pellicola: il sodalizio perfetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Celeste Centofanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2022 14:56:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Sport]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto simbiotico tra lo sport e il cinema persiste negli anni e riesce a conquistare ancora il pubblico del grande schermo che, senza distinzioni di genere ed età, accoglie positivamente ogni nuova uscita cinematografica riguardante uno dei settori più importanti del vivere quotidiano.&#160; Ad una prima lettura, i due ambiti sembrano distanti, invece sono caratterizzati da molteplici punti in comune, sono fenomeni sociali che sin dal loro sviluppo hanno contribuito a creare la fisionomia di quella che è la [&#8230;]</p>
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<p>Il rapporto simbiotico tra lo sport e il cinema persiste negli anni e riesce a conquistare ancora il pubblico del grande schermo che, senza distinzioni di genere ed età, accoglie positivamente ogni nuova uscita cinematografica riguardante uno dei settori più importanti del vivere quotidiano.&nbsp;</p>



<p>Ad una prima lettura, i due ambiti sembrano distanti, invece sono caratterizzati da molteplici punti in comune, sono fenomeni sociali che sin dal loro sviluppo hanno contribuito a creare la fisionomia di quella che è la società attuale e a delinearne lo scheletro su cui oggi è stata costruita l’intera collettività</p>



<p>Lo sport al cinema può essere rappresentato da diversi punti di vista: partendo dall’atleta, protagonista -discobolo, a tratti eroe, a tratti antieroe, passando per l’allenatore, il creatore di stimoli, il mezzo del realizzabile, arrivando al tifo, viscerale e romantico, o violento e criminale, si attua un viaggio all’interno di un percorso circolare, dove i soggetti si intersecano tra di loro e formano la trama perfetta, che appassiona sempre gli amanti del genere.&nbsp;</p>



<p>Il cinema, che possiede la dote mai banale di trasporre sul grande schermo le emozioni proprie dell’animo umano e di renderle visibili, accessibili e vive, trova nel genere sportivo la giusta fonte di ispirazione, in quanto le storie stesse di alcuni grandi sportive risultano fonte di ispirazione per tanti altri.</p>



<p>Che siano biografici, drammatici o veri e propri documentari, le pellicole sportive raccontano una realtà a sé stante, caratterizzata dalla sfida, dall’adrenalina e dal desiderio costante di volercela fare. Sia che venga utilizzato lo sport come contesto principale, sia che ne venga fatta solo cornice, è possibile attingere ad una vastissima collezione di film, che si soffermano su aspetti diversi del mondo sportivo ma sono accomunati dalle caratteristiche proprie del mondo ginnico.</p>



<p>Va inoltre specificato che taluni film che pongono al centro della loro trama l’ambiente sportivo spesso vengono considerati dei prodotti di intrattenimento, a causa principalmente del genere cinematografico svelto per realizzarli: dal musical alla commedia romantica, fino al demenziale, pellicole come&nbsp;<em>L’Allenatore nel Pallone</em>&nbsp;o&nbsp;<em>DodgeBall,&nbsp;</em>nascono e si sviluppano per una specifica fetta di pubblico e non puntano a raccontare una storia quanto ad intrattenere e divertire lo spettatore.</p>



<p>Nonostante questo, si è cercato di rappresentare sul grande schermo sia gli sport più gettonati che quelli meno seguiti ma pur sempre amati. Il calcio, sport amatissimo soprattutto nel continente europeo, vanta un’ampia quantità di film dedicati ma, tra questi, pochi risultano esperimenti riusciti: se è possibile annoverare tra i successi&nbsp;<em>Victory o&nbsp;The Damned United</em>, tantissimi altri sono stati dimenticati, non riuscendo a colpire l’immaginario collettivo.&nbsp;</p>



<p>Basket e football americano vantano una produzione elevata, forti anche del fatto che sono le discipline più seguite e praticate negli Stati Uniti: se, pensando alla pallacanestro, il primo pensiero va a Michael Jordan/ Looney Tunes in&nbsp;<em>Space Jam</em>, il football ringrazia il magistrale Al Pacino in&nbsp;<em>Any given Sunday</em>&nbsp;e il mai deludente Tom Cruise in&nbsp;<em>Jerry Maguire</em>.</p>



<p>Non è possibile poi parlare di sport e cinema senza dedicare il giusto spazio alla boxe, un grande amore che ha regalato dei&nbsp;<em>cult</em>: la saga di Rocky, ad esempio, è ancora una gallina dalle uova d’oro, la cui formula collaudata ha reso il progetto duraturo nel tempo (<em>Creed III</em>, nono capitolo della saga, uscirà nel 2023). Al contempo, Toro Scatenato, Million Dollar Baby e Cindarella Man sono dei film immortali, che hanno avuto la dote di rappresentare il mondo del pugilato attraverso le mille sfaccettature dei protagonisti.&nbsp;</p>



<p>In ultima battuta, va dedicata una piccola attenzione all’automobilismo, altro grande protagonista sul grande schermo: in attesa che Michael Mann regali un bellissimo biopic sulla vita di Enzo Ferrari (2023),&nbsp;<em>Rush</em>&nbsp;sulla storica rivalità tra Hunt e Lauda, e&nbsp;<em>Ford v Ferrari</em>&nbsp;sulla storica 24 Ore di Le Mans del ’66, hanno colpito al centro, funzionando e rappresentando al meglio le vicende ancora vive nei cuori dei tifosi.&nbsp;</p>



<p>La lista degli sport sarebbe infinita, come sarebbe infinita quella dei film ad essi dedicati; quindi, non resta che continuare a vivere le emozioni dei grandi attraverso le quanto più autentiche loro rappresentazioni.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



<p></p>
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		<title>Elliot Page, come si racconta un coming out</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Allevato]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 14:22:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È la sera &#8211; ora italiana &#8211; del 1 dicembre quando Elliot Page pubblica un annuncio sui principali social network: l’attore candidato all’Oscar, noto per essere parte di produzioni come Juno, Inception e, più recentemente, la serie originale Netflix The Umbrella Academy ha fatto coming out come transgender. Nel comunicato, il primo paragrafo specifica da subito la sua preferenza per i pronomi, d’ora in poi infatti ci si potrà riferire a Elliot usando &#8220;he/they&#8220;, ossia pronomi maschili e neutri. Il [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">È la sera &#8211; ora italiana &#8211; del 1 dicembre quando Elliot Page pubblica un <a href="https://www.instagram.com/p/CIQ1QFBhNFg/">annuncio</a> sui principali social network: l’attore candidato all’Oscar, noto per essere parte di produzioni come <em>Juno</em>, <em>Inception</em> e, più recentemente, la serie originale Netflix <em>The Umbrella Academy</em> ha fatto <em>coming out</em> come transgender.</p>



<p>Nel comunicato, il primo paragrafo specifica da subito la sua preferenza per i pronomi, d’ora in poi infatti ci si potrà riferire a Elliot usando &#8220;<em>he/they</em>&#8220;, ossia pronomi maschili e neutri. Il testo cerca di sensibilizzare sulle violenze e le discriminazioni che la comunità trans subisce ogni giorno e in ogni parte del mondo, oltre ad essere pregno di commovente realizzazione. </p>



<p>Realizzazione che è chiaramente frutto di un lungo processo di accettazione di sé, iniziato già da qualche anno dopo il primo <em>coming out</em> pubblico come persona appartenente alla comunità LGBTQA+ e proseguito grazie – a suo dire – alla grande mobilitazione della comunità transgender dell’ultimo periodo che, forte delle campagne d’informazione e le iniziative social che li hanno visti coinvolti, sono riusciti ad avere grande diffusione su diverse piattaforme (basta pensare al successo del documentario <em>Disclosure</em> su Netflix, che parla proprio della presenza mediatica delle celebrità transgender).</p>



<p>Tuttavia, la stampa – e in particolare la stampa italiana, che già mostra di essere molti indietro per l’approccio al linguaggio inclusivo e alla trattazione di temi recenti con la giusta sensibilità – ha dimostrato ancora una volta di aver bisogno di linee guida imperative per trattare di questi temi. Diverse testate si sono riferite a Elliot usando il suo nome precedente, o il sesso in cui non si riconosce, creando molta indignazione nella comunità, che tramite siti e associazioni quali <a href="https://www.glaad.org/resources/ally">GLAAD</a> cerca sempre di comunicare il modo più appropriato con cui trattare queste tematiche.</p>



<h3>La domanda, quindi, sorge lecita: <strong>come si racconta il <em>coming out</em> di una persona transgender?</strong></h3>



<p>È presto detto, ci sono poche regole e semplici e la maggior parte delle testate straniere sta imparando a utilizzarle:</p>



<ul><li>Non riferirsi alla persona transgender tramite il suo<em> deadname</em>, ossia il nome precedente al coming out. In molti casi si urterà la sensibilità dell’interessatə e dell’intera comunità, che vedrà trattate con sufficienza o totale noncuranza le proprie preferenze;</li><li>Parlando di preferenze, utilizzare sempre e solo i pronomi indicati dalla persona transgender e correggere sempre chi fa <em>misgendering</em>, ossia sbaglia, anche inavvertitamente, il genere della persona. In questo modo, anche nel nostro piccolo, si farà informazione e si potrà sensibilizzare sul tema e l’importanza del riconoscimento dell’identità trans;</li><li>Non usare assolutamente frasi come “da lei a lui”, “da femmina a maschio” o “conosciuta inizialmente come…”. La persona transgender non “cambia”, semplicemente col <em>coming out</em> sta comunicando chi è sempre stato, con consapevolezza.</li></ul>



<p>Queste sono solo alcune, ma certamente le linee guida più importanti della comunità per trattare le storie di <em>coming out</em>. Per noi <em>cisgender</em> (persone che si riconoscono nel genere in cui sono nate) sembrerà magari una piccolezza, ma il nostro privilegio non deve toglierci la possibilità di far sentire sempre più inclusi tutti coloro che appartengono alla comunità LGBT+, il nostro dovere è sfruttare la nostra voce come amplificatore per chi non gode dello stesso riconoscimento di diritti nella società contemporanea.</p>



<p>La notizia di Elliot Page ha immediatamente fatto il giro del mondo, in una giornata particolarmente triste soprattutto per la comunità <em>trangender</em> in Gran Bretagna, dove si discute della impossibilità per chi non abbia compiuto 16 anni di accedere alle terapie ormonali (reversibili). <br>L’annuncio ha immediatamente trovato il supporto del mondo, i colleghi dell’attore hanno subito espresso entusiasmo e solidarietà, come anche gli account dedicati alla serie <em>The Umbrella Academy</em> e l&#8217;account di Netflix stesso (che ha subito modificato il nome nell’elenco del cast sulla sua piattaforma).</p>



<p>La vera commozione, tuttavia, è stata assistere ai numerosi messaggi di giovani transgender, <em>out</em> o meno, che si sono sentiti coinvolti e ispirati nell’assistere a una tale rappresentazione positiva e serena del <em>coming out</em> di una personalità rilevante come Elliot, il cui attivismo è sempre stato di grande ispirazione per tuttɜ.</p>



<p>Sembra poco, ma basta realmente <strong>quel</strong> poco per creare un mondo più sereno e inclusivo intorno a noi. E saranno anche piccoli passi, ma sono notizie positive come questa che fanno apparire il traguardo sempre più vicino.</p>
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		<title>Crisi post-Covid: cambiare mestiere o cambiare &#8220;normalità&#8221;?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Giansiracusa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2020 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Facendo seguito alla criticatissima affermazione del viceministro all’economia Laura Castelli — la quale secondo i giornali avrebbe invogliato i ristoratori a cambiare mestiere, invece che analizzare criticamente la situazione creata dal COVID-19 e realizzare che un cambio di rotta sia necessario per alcune professioni — è necessario analizzare alcune delle realtà italiane che si sono dovute reinventare per far fronte alla crisi. Parlando da cittadina di Roma e, più generalmente della regione Lazio, ho potuto notare che molti dei comuni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/crisi-post-covid-cambiare-mestiere-o-cambiare-normalita/">Crisi post-Covid: cambiare mestiere o cambiare &#8220;normalità&#8221;?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Facendo seguito alla criticatissima affermazione del viceministro all’economia Laura Castelli — la quale secondo i giornali avrebbe invogliato i ristoratori a cambiare mestiere, invece che analizzare criticamente la situazione creata dal COVID-19 e realizzare che un cambio di rotta sia necessario per alcune professioni — è necessario analizzare alcune delle realtà italiane che si sono dovute reinventare per far fronte alla crisi.</p>



<p>Parlando da cittadina di Roma e, più generalmente della regione Lazio, ho potuto notare che molti dei comuni di solito al di fuori dei circuiti turistici abbiano cercato di attirare l’attenzione di turisti più “abbordabili”, almeno durante questa fase della pandemia: i corregionali. Difatti, comuni quali Farfa, che ad esempio ha proposto un tour fotografico della cittadina e delle zone naturalistiche limitrofe, hanno puntato sulle bellezze del luogo per attirare turisti, creando quindi anche un interesse di nicchia.</p>



<p>Facendo riferimento più precisamente all’affermazione del viceministro Castelli, è possibile notare che, in effetti, i ristoratori hanno cercato di trovare soluzioni alternative per fronteggiare la crisi causata dal COVID. Ad esempio, locali abbastanza recenti facenti affidamento su una clientela più che altro di quartiere, si sono affidati ai sistemi di ordini online e consegna a domicilio quali JustEat. O, ancora, locali con posti a sedere limitati all’interno del locale hanno approfittato dell’ordinanza che fornisce una metratura maggiore contemplando anche il <em>dehor </em>del locale per mettere tavolini all’aperto o, addirittura, un gazebo con la caffetteria — creando così anche una divisione netta tra la sezione “notturna” del locale e quella “diurna” e, di conseguenza, ampliando la clientela.</p>



<p>Da sottolineare anche l’importanza del FAI in questo periodo, che continua a proporre tour, anche notturni, in luoghi più o meno conosciuti. Per citare giusto una delle proposte, allontanandoci dal Lazio, ad esempio, si può fare “Star Trekking” passeggiando tra i Giganti della Sila — proposta a cui avrei volentieri preso parte se fossi stata nella regione giusta.</p>



<p>In questa cornice si inseriscono anche i vari cinema all’aperto, iniziativa più <em>COVID-friendly</em> della classica versione in sale. Ad esempio, il Cinema Adriano di Roma, situato nella storica sede del 1898 a Piazza Cavour, ha iniziato un partenariato con gli Studios De Paolis di Via Tiburtina, dando luogo ad un cinema all’aperto d’autore. Seguendo un po’ le impronte del Cinema in Piazza a Trastevere — ma più comodamente, fornendo infatti sedie e tavolini piuttosto che cuscini per terra — l’Arena Adriano Studios propone una serie di film di recentissima uscita, spesso seguiti da dibattito con attori o registi, il tutto reso ancora più interessante dalla location: circondati dagli studi in cui sono stati girati molti film della storia cinematografica italiana.</p>



<p>Sulla stessa linea va ovviamente menzionata la proposta di riaprire il drive-in a Roma. La proposta, strettamente legata alle circostanze del COVID e reminiscente dell’“American dream” in cui il drive-in ricopre un po’ il ruolo di rito di passaggio nella vita di ogni americano che si rispetti, si scontra con le logistiche effettive del cercare di seguire un film dalla propria macchina. Ci si chiede infatti quanto forte dovrebbe essere l’audio per essere sentito da tutti o se verranno intervallati degli altoparlanti lungo lo spazio occupato dalle varie macchine. Nonostante i quesiti non trascurabili riguardo questo mezzo un po’ retrò e un po’teenager americana in cerca di emozioni, la proposta non va trascurata — anche perché riporterebbe alla luce un metodo di fruizione che era già presente precedentemente e che, ad esempio, i miei genitori ricordano.</p>



<p>Contemporaneamente, vediamo anche l’Auditorium Parco della Musica reinventarsi, proponendo una lineup di artisti italiani che vanno a sostituire quella di artisti internazionali i cui spettacoli sono stati o rimandanti o sospesi del tutto. Il Roma Summer Fest, o Luglio Suona Bene, quindi quest’anno prende il nome di Auditorium Reloaded, e risulterà essere una delle prime serie di spettacoli in Italia a riprendere, quasi a pieno regime e comunque mantenendo la stessa location (la Cavea dell’Auditorium), nel pieno rispetto delle disposizioni di distanziamento sociale e prendendo tutte le precauzioni anticovid necessarie. Sebbene questo sia un esempio specifico, esso rientra a far parte del progetto Romarama, l&#8217;arte che muove la città. Il progetto, ideato da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale, è incentrato sull’idea di far ripartire Roma al meglio delle proprie capacità, accompagnando quindi cittadini e turisti in una serie di eventi che copriranno, sì, l’estate romana ma anche i prossimi autunno e inverno. Nella lineup troviamo pilastri dell’estate romana quali il Silvano Toti Globe Theatre, diretto da Gigi Proietti a Villa Borghese, e la stagione estiva del Teatro dell’Opera, che quest’anno cambia location per far fronte alle misure anticovid spostandosi dalle Terme di Caracalla al Circo Massimo — location sicuramente non meno spettacolare della più tradizionale.</p>



<p>Quindi, tralasciando la polemica nata dalla frase del viceministro, mi sembra palese che i tentativi di diversificare l’offerta turistica e non delle città e, più generalmente, delle regioni sono vari. Tra visite guidate, concerti e cinema all’aperto, i settori colpiti dalla crisi post-COVID stanno chiaramente cercando di rialzarsi. Bisognerà però aspettare i dati statistici di fine anno per vedere quanto questi tentativi abbiano effettivamente contribuito positivamente.</p>



<p class="has-text-align-center"><em><em>Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni del 27/7/2020</em></em></p>
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		<title>Toko Film Fest, il cinema ha il volto dei giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carmine Marino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2020 05:17:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
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		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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		<category><![CDATA[festival itinerante]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avete presente l&#8217;aggettivo cool, con il quale si designa qualcosa di coinvolgente ed intrigante? Bene. A questo punto, non dovrebbe essere difficile prendere confidenza con la sua variante dialettale: toko. Più che un aggettivo, la porta di accesso a una comunità di ragazzi che &#8211; per riprendere le parole di uno dei suoi animatori &#8211; ha deciso di innescare un «terremoto culturale», con la speranza che quest&#8217;onda sismica risvegliasse i giovani del Vallo di Diano. Questa terra di confine tra [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Avete presente l&#8217;aggettivo cool, con il quale si designa qualcosa di coinvolgente ed intrigante? Bene. A questo punto, non dovrebbe essere difficile prendere confidenza con la sua variante dialettale: toko. Più che un aggettivo, la porta di accesso a una comunità di ragazzi che &#8211; per riprendere le parole di uno dei suoi animatori &#8211; ha deciso di innescare un «terremoto culturale», con la speranza che quest&#8217;onda sismica risvegliasse i giovani del Vallo di Diano. </p>



<p>Questa terra di confine tra Campania e Basilicata ha sprigionato una carica di suoni e visioni che va sotto il nome di Toko Film Fest, la rassegna di cortometraggi nata nel 2014 a Sala Consilina, il centro più popoloso della valle. Il cinema come pretesto «per stare insieme», la socialità come laboratorio di idee in risposta a chi ha improvvidamente sostenuto che, in questi luoghi, gli unici spazi possibili di aggregazione siano bar e ristoranti. </p>



<h4>Ragazzi, avete deciso di portare lo spirito del festival, che si svolge abitualmente nella celebre<em> Chiazzaredda</em> (Piazzetta Gracchi) di Sala Consilina in giro per i comuni del Vallo di Diano. Da cosa è nata questa idea?</h4>



<p>Luigi D&#8217;Auria: Non nascondo che, nel pieno dell&#8217;emergenza sanitaria, abbiamo vissuto una fase di smarrimento &#8211; come tutti, del resto. A un certo punto, però, ci siamo confrontati e ci siamo dati un obiettivo: diventare sacerdoti della bellezza. Dopo aver valutato se ci fossero le condizioni per organizzare il Toko Film Fest, abbiamo deciso di dare vita a tanti piccoli eventi nei paesi della zona, con l&#8217;obiettivo di coinvolgere le singole comunità del Vallo di Diano e le associazioni che operano nei nostri centri. Se il periodo di confinamento fosse proseguito, la nostra idea era quella di portare il cinema a casa, davanti ai condomini e sui balconi, per puro spirito di servizio. </p>



<h4>La vostra missione non è circoscritta al cinema: l&#8217;associazione che organizza il TFF ha cercato di ravvivare il centro storico di Sala Consilina, che negli ultimi anni si è progressivamente spopolato. Come avete cercato di conciliare l&#8217;amore per il cinema con la cultura dell&#8217;incontro e delle relazioni sociali?</h4>



<p>Alex Ferricelli: Il rapporto di amicizia e collaborazione con il Lucania Film Festival, organizzato da Rocco Calandriello a Pisticci (Matera, ndr), ci ha insegnato che il cinema non è importante soltanto come forma di intrattenimento e di svago. Noi pensiamo che il cinema possa essere un formidabile strumento di interazione tra l&#8217;arte e la collettività. Mentre venivano proiettati i corti in questa piazza, osservavo incuriosito<br>gli altri che guardavano esattamente ciò che guardavo io, immaginando nel contempo cosa stessero pensando dei corti che abbiamo selezionato.</p>



<h4>Proviamo a spiegare ai lettori di Venti che cosa significa l&#8217;aggettivo toko, con il quale avete reso senz&#8217;altro più iconico e riconoscibile il festival.</h4>



<p>Luigi D&#8217;Auria: Ti racconto un aneddoto: nel 2015, mentre si completava la procedura di selezione dei corti in gara, siamo stati taggati su Facebook dalla pagina di un corto che noi non avevamo ricevuto. Il messaggio, tradotto dall&#8217;inglese, diceva più o meno così: «Siamo felici di aver partecipato al primo concorso per cortometraggi del Tokyo Film Festival». (Ride). Comunque, è vero: toko è la traduzione di cool in dialetto salese. Questo aggettivo esalta l&#8217;originalità, lo spirito di iniziativa e l&#8217;immaginazione che sono dietro a qualsiasi iniziativa, anche se sbagliata.<br>In questo modo, noi esprimiamo il nostro legame con il nostro territorio e con le nostre origini, benché il festival abbia cercato in questi anni di allargare i suoi orizzonti.</p>



<h4>Quanto è difficile fare cultura in periferia, a maggior ragione quando il sostegno delle istituzioni e dell&#8217;opinione pubblica non è totale?</h4>



<p>Luigi D&#8217;Auria: Sappiamo tutti che è difficile promuovere iniziative culturali da queste parti. Tuttavia, se riesci a mettere al centro di tutto l&#8217;amicizia, si può superare qualsiasi ostacolo. La più grande soddisfazione per noi sono le collaborazioni con festival e rassegne che ricordano molto da vicino il nostro percorso di crescita. Grazie a questi rapporti di collaborazione, abbiamo la grande opportunità di confrontarci con le generazioni successive alla nostra, a cui dobbiamo tanto perché ci hanno convinto<br>a seguire la strada del rinnovamento. La svolta del TFF è avvenuta nel 2016, quando un gruppo di adolescenti chiese di unirsi a noi. In quel momento, abbiamo capito che potevamo davvero farcela.</p>



<h4>Aver coinvolto i più giovani significa che c&#8217;è grande curiosità per i linguaggi dell&#8217;arte cinematografica anche tra i millennials.</h4>



<p>Alex Ferricelli: Ci siamo resi conto che abbiamo tanto da imparare da coloro che si sono avvicinati di recente alla famiglia del &#8220;Toko&#8221;. È la dimostrazione che il cinema, pur essendo un&#8217;espressione artistica apparentemente vecchia, è sempre capace di rinnovarsi senza tradire la sua originaria natura. </p>



<h4>Molti festival hanno scelto di trasferirsi in rete per non arrendersi all&#8217;emergenza sanitaria. Cosa immaginate per il futuro del Toko Film Fest?</h4>



<p>Gianluca Pacilio: Avevamo pensato anche noi all&#8217;opportunità di trasmettere l&#8217;evento in streaming, ma riteniamo che il TFF debba essere un appuntamento reale, nel quale le persone possano incontrarsi e parlare tra di loro. Per la verità, non sappiamo se riproporremo la formula itinerante anche l&#8217;anno prossimo o se torneremo alla Chiazzaredda di Sala Consilina. Ad ogni modo, questa emergenza ha dimostrato che il nostro festival si è adattato alle circostanze: d&#8217;altronde, oggi vince chi riesce a evolversi e ad adattarsi meglio. Ovviamente, vogliamo continuare il nostro processo<br>di espansione, senza però rinunciare al desiderio di portare qualcosa di nuovo al pubblico.</p>



<p></p>



<p>Per conoscere da vicino la storia ancora giovane del &#8220;Toko&#8221;, collegatevi al sito www.tokofilmfestival.it oppure seguite le pagine Facebook, Instagram e YouTube della rassegna.<br>Di seguito, le prossime tappe: <br>24 luglio &#8211; Buonabitacolo (Piazza San Donato)<br>27 luglio &#8211; Monte San Giacomo (Villa comunale)<br>29 luglio &#8211; Padula (Battistero di San Giovanni in Fonte)<br>2 agosto &#8211; Teggiano (Largo Sant&#8217;Angelo)<br>4 agosto &#8211; Sala Consilina (Piazzetta Gracchi/&#8217;A Chiazzaredda)</p>



<p></p>
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		<title>A street cat named Bob</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ornella Badagliacca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LIBRI]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[#Libri]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[JamesBowen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’incredibile storia di un senzatetto e del gatto che gli ha cambiato la vita Nel difficile momento che stiamo attraversando tutti noi abbiamo bisogno di sognare. In questi giorni su Netflix mi sono imbattuta in un film stupendo, uno degli ultimi arrivati sulla piattaforma: A street cat Named Bob. È una delle storie vere più emozionanti e coinvolgenti di sempre, che consiglio a tutti, anche a coloro che non si sono ancora fatti incantare dal fascino dei gatti. Diventati star [&#8230;]</p>
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<h2>L’incredibile storia di un senzatetto e del gatto che gli ha cambiato la vita</h2>



<p class="has-drop-cap">Nel difficile momento che stiamo attraversando tutti noi abbiamo bisogno di sognare. In questi giorni su Netflix mi sono imbattuta in un film stupendo, uno degli ultimi arrivati sulla piattaforma: <strong><em>A street cat Named Bob. </em></strong>È una delle storie vere più emozionanti e coinvolgenti di sempre, che consiglio a tutti, anche a coloro che non si sono ancora fatti incantare dal fascino dei gatti. </p>



<p>Diventati star del web a livello internazionale, su YouTube e sui social network troverete tanti filmati di James, oggi scrittore di successo, e Bob, splendido gatto rosso, con le sue caratteristiche sciarpine a maglia colorate, confezionate per lui dai suoi fan; una curiosità che vi anticipo è che Bob interpreta se stesso nel film, insieme ad altri gatti/attori.</p>



<p><strong>Ma da dove ha inizio questa storia?&nbsp;</strong>Tratto da un romanzo diventato <strong>best seller</strong> mondiale, il film è uscito nelle sale nel 2016.&nbsp;Siamo a Londra, una città che va veloce e, immersa nel caos quotidiano, spesso non si accorge di chi ha più bisogno. <strong>James </strong>(interpretato da <strong>Luke Treadaway</strong>) è un giovane senzatetto ex tossicodipendente, ha alle spalle una difficile situazione familiare, è un musicista di strada, non ha di che vivere, mangia con quei pochi spiccioli che riesce a racimolare, spesso si ritrova a vagare per <strong>Covent Garden</strong> e a volte per disperazione è costretto a rovistare nella spazzatura in cerca di un pò di cibo.&nbsp;</p>



<p>La sua fortuna è quella di avere qualcuno che crede in lui, un’assistente sociale che gli dà una chance per ricominciare (<strong>Val</strong>, interpretata da <strong>Joanne Froggatt</strong>) ed è grazie alla fiducia che la donna ripone in lui che ottiene un piccolo appartamento popolare con il programma di recupero; per James sarà come realizzare un sogno: tutto ciò che noi diamo per scontato, come l’acqua calda, per lui è invece un piccolo dono inatteso. Un giorno sente dei rumori provenienti dalla cucina e si accorge che un gatto rosso è entrato dalla finestra e sta mangiando i suoi cereali. James lo osserva tra l’incredulità e la sorpresa, tuttavia gli offre una ciotola con un po&#8217; di latte e sceglie di non mandarlo via, dividendo quel poco che ha con lui. Nei giorni seguenti cercherà di riportarlo a casa, immaginando ne abbia una, ma Bob, splendido e tenerissimo gatto randagio, ha già scelto il suo padrone, ed è proprio James.&nbsp;Da quel momento la sua vita cambierà per sempre.</p>



<p>Un altro incontro speciale nel film sarà quello con <strong>Betty </strong>(interpretata da <strong>Ruta Gedmintas</strong>) ragazza sensibile dal cuore grande che gli darà preziosi consigli per aiutare Bob e lo motiverà a riprendere in mano la sua vita. Quando Bob si ammala James spende i suoi unici risparmi per farlo curare e comprargli le medicine: questo gesto lo aiuterà a riemergere dall’oscurità nella quale era piombato.&nbsp;Il gatto rosso lo costringe a riabilitarsi, a guadagnare soldi sufficienti a comprargli da mangiare e a prendersi cura di lui. <strong>Occuparsi di Bob lo rende vivo, lo responsabilizza nei confronti di un’altra vita che adesso dipende da lui</strong>. Entrambi hanno un gran bisogno l’uno dell’altro.</p>



<p>Emozionante è la scena che ritrae James intento a lasciare Bob libero per la sua strada, ma il gatto non ha intenzione di abbandonarlo e lo segue fino alla fermata dell’autobus, entrando di nascosto con lui. Poco dopo la gente inizia a soffermarsi sulla curiosa coppia, improvvisamente i passanti lo notano, si fermano per fare una carezza al micio o per fare una foto, lo ascoltano cantare &#8211;&nbsp;proprio loro per i quali era stato da sempre invisibile &#8211; Bob è dolcissimo, sta fermo accanto a James che suona e canta. La tenerezza che esprimono i due mi ha riempito il cuore. <strong>Da quel momento diventeranno amici inseparabili.</strong></p>



<p>Il regista &#8211; <strong>Robert Spottiswoode </strong>&#8211; ci mostra una Londra che vediamo filtrata dagli occhi del protagonista, così mi piace immaginarla, raccontata attraverso le sue esperienze: come in una sorta di risalita dall’oscurità James attraversa vari stadi che lo porteranno a vedere le cose in modo diverso &#8211; l’atmosfera è grigia, le sfumature cupe in ogni angolo della città &#8211; ma è solo all’inizio perché ben presto tutto attorno ai due si colora di una luce nuova che sa di speranza. <br><strong>Luke Treadaway</strong> interpreta James in modo impeccabile, dimostra tutte le sue insicurezze, le sue paure, ma quella voglia di rinascere, di <strong>ricominciare nonostante i pregiudizi e le avversità,</strong> la tenacia nel non ricadere nel tunnel della droga e l’arrivo di Bob nella sua vita lo costringerà a combattere e riemergere. A colpirmi è anche il modo in cui il regista racconta la complessità del rapporto tra James e suo padre, un uomo borghese che si è rifatto una vita e sembra provare imbarazzo per la situazione del figlio. Ho apprezzato molto la delicatezza con cui vengono trattati temi forti come la droga, la disintossicazione, il dramma della povertà e il senso di solitudine e abbandono che prova chi vive per strada, lo “scommettere” sulla giornata sperando in un futuro migliore, la nuova luce che mostra allo spettatore la realtà della vita di artisti di strada, luce che finalmente renderà James visibile al pubblico. Il messaggio di questo film è profondo e bellissimo:<strong> la forza si trova nell’amore</strong> ed è incredibile il bene che può fare un animale da accudire per combattere la solitudine.</p>



<p>Se avete voglia di lasciarvi incantare da una storia forte ma piena di tenerezza, che restituisce valore anche alle piccole cose, questo è il film che fa per voi, <strong>perché dimostra che i sogni con perseveranza e fiducia possono realizzarsi.&nbsp;</strong>James, nel film come nella vita vera, vivrà un momento di riscatto dalla società e di rinascita, dimostrando a sé stesso e agli altri che l’amore può presentarsi sotto varie forme e il doversi occupare di qualcuno tira fuori il meglio di noi anche nei momenti più bui.<strong>&nbsp;</strong><br>Oggi <strong>James Bowen</strong> è uno scrittore di successo, ha comprato casa ma non ha dimenticato il suo passato e aiuta gli animali abbandonati e i senzatetto a riabilitarsi, a credere nelle seconde possibilità e a cercare una nuova vita, proprio come ha fatto lui.</p>
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		<title>Dalle &#8220;Yellowface&#8221; hollywoodiane a Parasite:  la rappresentazione asiatica al cinema e nelle serie TV</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Giansiracusa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2020 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[rappresentazione asiatica]]></category>
		<category><![CDATA[Rooney]]></category>
		<category><![CDATA[serie tv]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 6 Aprile segna l’anniversario della scomparsa di Mickey Rooney, attore e comico statunitense da molti di noi ricordato per il suo ruolo come Mr. Yunioshi in Colazione da Tiffany, il capolavoro del 1961 di Blake Edwards. Proprio questo ruolo, oggetto di critiche e analisi sociali, è un ottimo spunto per analizzare la rappresentazione asiatica in film e serie TV statunitensi. È chiaro che vi siano stati dei miglioramenti dal punto di vista della rappresentazione, la quale è stata per [&#8230;]</p>
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<p>Il 6 Aprile segna l’anniversario della scomparsa di Mickey Rooney, attore e comico statunitense da molti di noi ricordato per il suo ruolo come Mr. Yunioshi in Colazione da Tiffany, il capolavoro del 1961 di Blake Edwards. Proprio questo ruolo, oggetto di critiche e analisi sociali, è un ottimo spunto per analizzare la rappresentazione asiatica in film e serie TV statunitensi.</p>



<p>È chiaro che vi siano stati dei miglioramenti dal punto di vista della rappresentazione, la quale è stata per anni soggetta ad un filtro razzista, retaggio del passato colonizzatore degli Stati Uniti. Questo filtro, oltre ad essere sociologicamente ed etnicamente problematico, è causa anche di una rappresentazione falsata dei personaggi asiatici, i quali diventano quasi macchiette in balia dei registi statunitensi.</p>



<p>Sebbene sia impossibile negare che anche il nostro paese abbia avuto il suo ruolo nella rappresentazione falsata dei personaggi asiatici (si pensi al cinema muto e all’orientalismo coreutico, dove la danza assume tratti sensuali e allegorici), gli Stati Uniti hanno di sicuro un primato in questo ambito. Tornando al nostro Mr. Yunioshi, è chiaro che il personaggio è una caricatura nonché uno dei primi casi di <em>yellow face</em>, ovvero una persona non di origini asiatiche che impersona una persona di origini asiatiche. Hollywood sembrerebbe ricadere ancora in questo <em>trope </em>di tanto in tanto, basti pensare all’adattamento per il grande schermo del romanzo di David Mitchell “Cloud Atlas”, che propone una serie di attori non-asiatici che rappresentano personaggi asiatici, specialmente nella sezione coreana della storia. Questa rosa di attori non-asiatici fa quasi scomparire Bae Doo-na, attrice estremamente famosa sia in Corea del Sud che all’estero per i suoi ruoli in drama, serie TV e film quali, appunto, “Cloud Atlas” e “Sense8”.</p>



<p>Come accennato all’inizio, sembrerebbero esserci comunque degli sprazzi positivi per quanto riguarda la rappresentazione sul grande e piccolo schermo. La Marvel sembrerebbe rappresentare, in alcuni casi, un precedente positivo da questo punto di vista. Infatti, in “Avengers: Age of Ultron” la dottoressa coreana Helen Cho è interpretata da Kim Soo-hyun, attrice e modella sudcoreana nota all’estero come Claudia Kim (che forse alcuni di noi ricorderanno anche come Nagini in “Animali fantastici &#8211; I crimini di Grindelwald”. Potrebbe sorprendere quindi la scelta di Tilda Swinton in “Doctor Strange” nel ruolo dell’Antico, ma Scott Derrickson ha spiegato che la scelta è stata fatta proprio per evitare di portare sul grande schermo una rappresentazione razzista di un personaggio Tibetano.</p>



<p>La presenza di personaggi o attori coreani in film e serie TV sembrerebbe rappresentare comunque un trend da qualche anno a questa parte, iniziando con i ruoli di Lane Kim in “Una Mamma per Amica” (sebbene l’attrice sia giapponese e non coreana), passando per marito e moglie in “Lost” fino a Cristina Yang in “Grey’s Anatomy”.</p>



<p>È interessante vedere comunque come la rappresentazione asiatica si è evoluta negli anni e come, in generale, il pubblico internazionale sia gradualmente arrivato ad amare personaggi, attori e persino film e serie TV di origini asiatiche. Anime, drama, serie TV e film asiatici hanno adesso molta più visibilità e audience di quanta ne potessero avere in passato. Quale sia il motivo, il risultato è il fenomeno “Parasite”. Inizialmente criticato per non essere in lingua inglese e per costringere gli spettatori a leggere i sottotitoli (i nerd sbeffeggiano la critica pensando agli anni passati guardando anime), “Parasite” di Bong Joon Ho ha raggiunto una popolarità tale da vincere l’Oscar, in una vera e propria rivincita degli emarginati.</p>



<p>La strada da percorrere per evitare il ripetersi di casi di <em>yellow face</em> sembra ancora lunga, ma ci sono dei validi esempi che possono fungere da precedenti positivi per evitare caricature e razzismo. Speriamo che il fenomeno “Parasite” aiuti in quella direzione.</p>
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		<title>The two Popes</title>
		<link>https://ventiblog.com/the-two-popes/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2020 16:50:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto]]></category>
		<category><![CDATA[bergoglio]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[i due papi]]></category>
		<category><![CDATA[Netflix]]></category>
		<category><![CDATA[oscar]]></category>
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		<category><![CDATA[the two popes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Annuntio vobis gaudium magnum: Habemus Papam!Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum,Dominum JosephSanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzingerqui sibi nomen imposuit Benedictus XVI&#8221;. Alle 18:53 del 19 aprile del 2005, il cardinale protodiacono Jorge Medina Estévez così annunciò l&#8217;elezione di Joseph Ratzinger, decano del collegio cardinalizio, che scelse il nome di Benedetto XVI.Il Conclave del 2005 venne convocato a seguito della morte di papa Giovanni Paolo II, avvenuta il 2 aprile dello stesso anno: alle 17:50 del 19 aprile 2005, dopo il quarto scrutinio, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-center has-medium-font-size"><strong><em>&#8220;Annuntio vobis gaudium magnum: <br>Habemus Papam!<br>Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum,<br>Dominum Joseph<br>Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger<br>qui sibi nomen imposuit Benedictus XVI&#8221;.</em></strong></p>



<p class="has-drop-cap">Alle 18:53 del 19 aprile del 2005, il cardinale protodiacono Jorge Medina Estévez così annunciò l&#8217;elezione di Joseph Ratzinger, decano del collegio cardinalizio, che scelse il nome di Benedetto XVI.<br>Il Conclave del 2005 venne convocato a seguito della morte di papa Giovanni Paolo II, avvenuta il 2 aprile dello stesso anno: alle 17:50 del 19 aprile 2005, dopo il quarto scrutinio, dal comignolo della Sistina si levò la fumata bianca.&nbsp;</p>



<p>A quell’epoca la Chiesa era suddivisa in due macrofazioni: una più conservatrice, presieduta dal cardinale tedesco Ratzinger, e una più riformista, il cui esponente principale era invece l’argentino Bergoglio: questi due, insieme all’italiano Carlo Maria Martini, erano i tre cardiali che concorrevano al titolo di Sommo Pontefice.&nbsp;</p>



<p>È con la rappresentazione del Conclave, dall’ingresso teatrale dei 115 Cardinali nella magnifica Cappella Sistina fino alla proclamazione di Benedetto XVI, che si apre il film “<em>I due Papi</em>” diretto da Fernando Meirelles e sceneggiato da Anthony McCarten, visibile su Netflix (film che ho visto due volte tanta la magistralità degli attori di cui riporto testualmente i dialoghi). Il nuovo rappresentante di Dio sulla Terra, non appena  proclamato, suscitò delle reazioni non troppo inaspettate fra i fedeli di tutto il mondo: c’è chi ha subito esclamato – contento – “<em>Ratzinger combatterà il relativismo, si ergerà a difesa del dogma”</em> ma anche chi lo ha prontamente e aspramente criticato per la sua chiusura alle riforme, definendolo come “nazista” – “<em>ha già iniziato a dire troppi no</em>”, “<em>e ai poveri chi baderà adesso</em>?”. In molti, in effetti, durante il suo pontificato, hanno abbandonato il cattolicesimo per la sua visione troppo conservatrice della fede.<br>Bergoglio, al contrario, interpretò, seppur mai pubblicamente, “la vittoria” del rivale come la sconfitta della Chiesa: “<em>La chiesa ha votato di non far passare la riforma che tanto aspettavamo</em>” – motivo per cui iniziò a pianificare il suo ritorno alla semplice vita parrocchiale.<br>Tale decisione si consolidò sempre di più negli anni a seguire fino a quando, nel 2012, lo stesso Bergoglio – prima di essere convocato in Vaticano dal Papa – decise di volare in Italia per comunicargli le sue dimissioni da Cardinale Arcivescovo. <br>Nella pellicola di Meirelles, l’incontro fra i due occupa la prima metà della scena: è <em>ictu oculi</em> percepibile la differenza caratteriale e di approccio alla vita e alla fede dei due uomini di Chiesa. <br>Papa Benedetto XVI incolpa l’amico di essere uno dei suoi critici più severi, in quanto in conflitto con tutto ciò in cui egli crede e che lo stesso attesta come dogma ai fedeli: gli critica la sua semplicità, &#8211; “<em>non alloggi nella residenza dei Cardinali</em>” , definito dal Bergoglio come uno sfarzo puro e semplice. Bergoglio, infatti, incalza: “<em>Come può scegliere la semplicità essere così sbagliato?”.</em><br>Il Papa, poi, lo contesta circa le sue più volte affermate idee rivoluzionarie relative alla sua chiara vicinanza ai “peccatori”, la sua apertura al celibato, alle relazioni fra omosessuali, incalza sgridandolo: “<em>Tu concedi i sacramenti a chi non vive in grazia di Dio</em>!” (<em>rectius</em>: i divorziati) e Bergoglio risponde che “<em>Il sacramento non è un premio per i virtuosi ma è cibo per gli affamati</em>”, sostenendo che i muri che la Chiesa in quel periodo aveva eretto erano solo nocivi; la Chiesa era, infatti, controcorrente e fuori dalla realtà perché i tempi impongono un cambiamento: “<em>Gesù è misericordioso, più grave è il peccato maggiore sarà la Clemenza di Dio</em>”.<br>Ratzinger si inalbera, si alza e si ritira nelle proprie stanze: è contrario a tutto questo permessivismo derivato dal relativismo occidentale. <br>Bergoglio, invece, è convinto delle sue idee: i tempi impongono un cambiamento, non ha più voglia di sentirsi come “<em>un venditore di un prodotto che non posso in tutta coscienza promuovere</em>” perché sente che la Chiesa tutta è ormai distante dai suoi fedeli: “<em>la vita che Egli ci ha donato non fa altro che cambiare</em>”.</p>



<p>B. “<strong><em>Dio si trasforma</em></strong>.”<br>R. “<strong><em>Dio dice: “io sono la via”. Come lo troveremmo se fosse sempre in movimento?</em></strong>”<br>B. “<strong><em>Lungo il tragitto.”</em></strong></p>



<p>A Castel Gandolfo, quel giorno, si scontrarono due personalità distinte, tenaci e risolute. <br>I segni del Signore, però, appaiono all’improvviso e dallo scontro nasce un incontro: il soggiorno di Bergoglio a Roma finirà per diventare un&#8217;occasione per i due di conoscersi meglio e confrontare le proprie idee, tra tradizione e progresso, senso di colpa e perdono, spingendo il Pontefice a intraprendere una scelta difficile per il bene di oltre un miliardo di fedeli. <br>Incredibile la scena dei due che suonano, cantano, raccontano barzellette e bevono vino: Bergoglio che accende la tv per vedere la sua squadra del cuore e racconta al Pontefice la storia della sua vocazione; Ratzinger che suona il piano canticchiando ballate tedesche e guarda, rilassato, gli episodi del Commissario Rex: i due vengono ripresi come uomini, normali, reali, vivi, semplici? Forse anche semplici. <br>Questioni urgenti obbligano, purtroppo, i due a tornare a Roma: infatti era appena scoppiato lo scandalo relativo alla divulgazione dei quaderni personali del Pontefice per mano del suo fedelissimo maggiordomo Gianluigi Nuzzi pubblicati sotto il titolo di “<em>Sua santità: le carte segrete di Benedetto XVI</em>”. <br>Sullo sfondo del film nonché della realtà vi sono la corruzione, gli scandali legati agli abusi e la diffusione di atti omosessuali all&#8217;interno degli ambienti ecclesiastici. Ratzinger, insomma, si sarebbe reso conto di non essere nella possibilità, specie per via delle sue precarie condizioni fisiche, di far fronte a una serie di problematiche dilaganti che necessitavano, per essere risolte, del vigore di un pontefice più giovane. <br>Il Papa viene spogliato dalla sua immagine idealizzata dall’immaginario umano: viene visto, finalmente, nella sua fragilità, appare chiara la paura del Pontefice, il suo non sentirsi all’altezza del ruolo che Dio gli ha donato; esclama, infatti, “<em>fare il papa è come darsi in pasto alla gente</em>”.<br>Ratzinger è stanco, si sente solo: “<em>So che Lui è qui ma non ride mai o almeno io non lo sento</em>” e sottolinea invece l’incredibile empatia e sintonia dell’amico-rivale, che addirittura dopo solo poche ore in Vaticano è riuscito a ricevere in dono delle foglie di basilico da parte del giardiniere del Papa.<br>“<em>Sei molto popolare. Cerchi di essere te stesso; io non piaccio alla gente se sono me stesso</em>”. <br>Che Bergoglio già all’epoca fosse molto amato, era chiaro: vediamo, invero, un cardinale che ordina un caffè per le vie del centro, chiede se è buona la pizza ed esclama per il gol e il talento del Pipita.</p>



<p>I due, a questo punto della narrazione, si incontrano nella Cappella Sistina, che è bellissima, ancor più bella vuota, lasciata alla grazia di Dio e ai colori e alle forme di Michelangelo.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="412" height="250" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/sistine-chapel_header-19071.jpeg" alt="" class="wp-image-20189" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/sistine-chapel_header-19071.jpeg 412w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/sistine-chapel_header-19071-300x182.jpeg 300w" sizes="(max-width: 412px) 100vw, 412px" /></figure></div>



<p>Ratzinger, allora, confessa di aver ricevuto un segno dall’Altissimo e comunica, per primo, a Bergoglio la sua maturata decisione: “<em>Sai, si impara a far caso alle piccole cose all’improvviso. L’altra sera ho spento la candela e il fumo è andato giù, non più su come di solito. Era un segno; sisì, tu sei quello giusto! Vado a dimettermi, rinuncio subito a tutte le cariche. Ho cambiato idea: prima temevo di dimettermi perchè ero sicuro che avrebbero scelto te; ti ho conosciuto e ora so per qualche strano motivo che la gente ha bisogno di Bergoglio. La Chiesa deve cambiare e lo farà con te</em>”.<br>La “ritirata” di Benedetto XVI, annunciata l&#8217;11 febbraio 2013 ed entrata in vigore alle ore 20 del 28 febbraio seguente, ha sconvolto il popolo della Chiesa sebbene non fu un unicum: settecento anni prima, più esattamente nel 1294, Celestino V rinunciò e abdicò dalla sua carica. <br>Annunciato l’inizio del periodo di sede vacante, venne, quindi, riconvocato il conclave per l&#8217;elezione del suo successore, come previsto dalla costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. La sera del 13 marzo 2013 venne eletto al soglio pontificio Papa Beroglio, 266º papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma, che scelse il nome di Francesco. <br>Egli si palesò ai fedeli dalla finestrella in Piazza San Pietro con indosso soltanto il saio bianco, nessun orpello d’oro o i tipici paramenti papali e disse, come prima cosa: “<em>dovere del Conclave era quello di scegliere un papa; e loro sono andati a prenderlo alla fine del mondo. Ma siamo qui</em>.”</p>



<p>Nonostante il nome, Papa Bergoglio non è di matrice francescana, ma apparteneva ai chierici regolari della Compagnia di Gesù, c.d. Gesuiti.<br>Essi fanno voto di servire Dio in castità e povertà volontaria, coltivando la consolazione spirituale dei credenti, ascoltando le confessioni e amministrando i sacramenti.<br>In quest’ottica, Papa Francesco è sempre stato vicino ai poveri e agli emarginati. Egli, durante il suo rivoluzionario pontificato, secondo quanto più volte affermato dallo stesso, ha abbracciato un’idea diversa da quella ufficiale della Chiesa sull&#8217;uso di contraccettivi, ritenendo che gli stessi possano essere ammissibili per prevenire la diffusione di malattie anche se si è più volte opposto alla loro distribuzione gratuita. <br>Bergoglio ha ribadito l&#8217;insegnamento della Chiesa cattolica sull&#8217;intrinseca immoralità delle pratiche omosessuali ma, allo stesso tempo, ha insegnato l&#8217;importanza del rispetto per le persone omosessuali. <br>Abbiamo quindi oggi due Papi di cui uno facente funzioni: Benedetto XVI, infatti, successivamente alle sue dimissioni, ha assunto il titolo ufficiale di &#8220;sommo pontefice emerito&#8221; o &#8220;papa emerito&#8221;, mentre riceve ancora il trattamento di &#8220;Sua Santità&#8221;; continua a indossare l&#8217;abito talare bianco semplice, senza tuttavia la pellegrina bianca e la fascia, mentre all&#8217;anulare destro è tornato a portare l&#8217;anello vescovile.</p>



<p>Il&nbsp;<strong>23 marzo del 2013</strong> Papa Francesco si è recato a Castel Gandolfo presso il Palazzo Pontificio per fare visita al papa emerito Benedetto XVI.&nbsp;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="620" height="387" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/pope-and-ex-pope_2553043b.jpg" alt="" class="wp-image-20187" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/pope-and-ex-pope_2553043b.jpg 620w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/pope-and-ex-pope_2553043b-300x187.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/03/pope-and-ex-pope_2553043b-400x250.jpg 400w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></figure></div>



<p>Dopo essersi abbracciati, i due papi hanno pregato insieme, inginocchiati uno accanto all&#8217;altro. Storicamente si è trattato del primo incontro fra due pontefici. <br>Oggi li ricordiamo così, grazie a Netflix che ci fa rivivere questi importanti momenti della storia della fede cattolica. <br>“<em>La vita non è mai statica: l’autorità non viene dal potere o dall’intelletto ma da come si vive o si è vissuto. Tu sei cambiato, Jorge</em>” dice Benedetto XVI all’amico durante una confessione informale.</p>



<p>E con lui anche la Chiesa Cattolica è cambiata, si è rinnovata, si sta pian piano adattando ai tempi e, di certo, il pontificato di Bergoglio, di questo, ne è una grandissima prova. Lo stesso Ratzinger disse a Bergoglio, in occasione del loro ultimo saluto prima della proclamazione a Papa dell’Argentino: “<em>San Francesco veniva chiamato da Dio a restaurare la Chiesa&#8230; e pensava ai mattoni. Adesso pensaci tu</em>”. <br>Che tu sia vicino o meno a Dio, che tu creda o meno, Papa Francesco ti è amico: la sua capacità di parlare e di comunicare riesce a far sì che tutti gli vogliano bene. <br>È conclamato che la Chiesa abbia perso il suo potere originario, oggi viene vista più come potenza economica che come casa dei più bisognosi.<br>Come diceva Ratzinger, è proprio questo il compito, la missione di Papa Francesco: rivoluzionare i pensieri del cattolicesimo conservatore, uscire dalla crisi della fede e riavvicinare, tutti, a Dio. </p>



<p>Così termina la pellicola di Netflix dopo 2 ore e 5 minuti di curiosa attenzione: viene eletto Papa Francesco per accorciare le distanze con la Chiesa del mondo. Non è un caso che lo stesso abbia ricevuto la nomination agli Oscar: che il suo eco, anche nel settore cinematografico, sia veicolo per riportare, chiunque creda, nella Casa del Signore. </p>
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		<title>Se non vi è piaciuto in Tolo Tolo, non avete mai capito nulla di Zalone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Giordano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2020 22:20:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[checco zalone]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[immigrato]]></category>
		<category><![CDATA[italiano medio]]></category>
		<category><![CDATA[quo vado]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luca Medici, in arte Checco Zalone, compie finalmente il suo debutto alla regia con una pellicola – nelle sale cinematografiche dal 1° Gennaio &#8211; che fin da subito, anzi, già dal rilascio del suo trailer, ha attirato su di se un polverone di critiche da parte sia dell’opinione pubblica, della critica e finanche della politica. Il film, che ha suscitato lo scalpore e le protese di molti dei fan del comico pugliese, si intitola Tolo Tolo &#8211; storpiatura dell’espressione “Solo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Luca Medici, in arte Checco Zalone, compie finalmente il suo
debutto alla regia con una pellicola – nelle sale cinematografiche dal 1°
Gennaio &#8211; che fin da subito, anzi, già dal rilascio del suo trailer, ha
attirato su di se un polverone di critiche da parte sia dell’opinione pubblica,
della critica e finanche della politica.</p>



<p>Il film, che ha suscitato lo scalpore e le protese di molti dei fan del comico pugliese, si intitola <em>Tolo Tolo &#8211;</em> storpiatura dell’espressione “Solo Solo” – &nbsp;e si presenta con una trama piuttosto semplice, per la gran parte innestato sul cosiddetto viaggio della speranza che il protagonista interpretato da Checco Zalone, dopo essere scappato in Africa per evitare problemi con il fisco italiano per finire poi a lavorare come cameriere presso un villaggio vacanze, compie insieme ad alcuni migranti dopo lo scoppio di una guerra che porterà alla distruzione dello stesso. Il racconto agile nello spaziare dalla <strong>situazione paradossale e al tempo stesso drammatica</strong> in cui viene calata la storia del protagonista, è ritmato unicamente dalle varie disavventure che danno corpo alla storia e dalla prudente ma sempre sfacciata ironia di Zalone. Amicizie, legami, tradimenti e il carattere istrionesco del protagonista cercano di animare una regia che trova qualche difficoltà nell’essere fluida e un montaggio che spesso si perde nello scandire il succedersi delle sequenze della vicenda. Il finale, forse scontato e moralistico, resta comunque divertente e audace per la scelta di inserire la componente animata al fine di trasmettere meglio il messaggio che infonde poi tutto il canovaccio della pellicola.</p>



<p>Un film, dunque, che probabilmente <strong>non si candida ad essere la commedia rivelazione dell’anno</strong>, non che questo fosse poi nelle intenzioni di chi l’ha ideato e prodotto, almeno a parere di chi scrive. Ma forse è proprio quello di cui finalmente avevamo bisogno di vedere da Zalone. Specie in un momento storico come quello che stiamo vivendo.</p>



<figure class="wp-block-pullquote is-style-solid-color"><blockquote><p> C’è da dire che probabilmente chi è rimasto scandalizzato per la posizione espressa da Checco Zalone nel suo ultimo film, non ha mai davvero compreso chi fosse (interpretasse, n.d.r.) realmente il personaggio in questione e quale fosse il suo scopo </p></blockquote></figure>



<p>Le critiche si susseguono tra chi pretendeva dal comico un
film più divertente, con maggiore irriverenza e comicità, sulla scia dei
precedenti, e chi invece ritiene che nonostante le buone intenzioni di Zalone
quella da lui intentata rappresenti comunque un’occasione persa, vuoi per
mancanza di audacia o vuoi per la pecca di non aver approfondito alcuni
passaggi della vicenda che rischierebbero così di rimanere come delle frecce
scoccate nella direzione giusta senza tuttavia centrare in modo fatale il
bersaglio.</p>



<p>Tuttavia c’è da dire che probabilmente chi è rimasto scandalizzato per la posizione espressa da Checco Zalone nel suo ultimo film, <strong>non ha mai davvero compreso chi fosse (interpretasse, n.d.r.) realmente il personaggio in questione e quale fosse il suo scopo</strong>; a partire dalla sua prima apparizione cinematografica. Il personaggio interpretato da Zalone in <em>Tolo Tolo</em>, infatti, non si discosta minimamente da quello che abbiamo imparato a conoscere nei quattro film che lo hanno preceduto <em>(Cado dalle nubi,&nbsp;Che bella giornata,&nbsp;Sole a catinelle&nbsp;e&nbsp;Quo vado?)</em>: il classico volgarotto, mediocre italiano medio, superficiale e pressapochista, pieno di luoghi comuni e pronto a trovare un modo, il più “italiano” possibile, per aggirare il sistema. Sennonché, questo personaggio questa volta <strong>si scontra con una realtà, concettualmente e praticamente, ben diversa </strong>da quella più vicina alla “tradizione” del nostro paese, magistralmente dipinta nelle precedenti pellicole – specie l’ultima <em>Quo vado? </em>&#8211; &nbsp;imbrigliato com’era tra la corruzione politica, stereotipi e modi di fare tipici dell’uomo medio del nostro paese.</p>



<p>Zalone si confronta con un tema preciso, drammatico e tragicamente attuale, e <strong>decide di assumere una posizione chiara</strong>. Attenzione, non tanto da un punto di vista politico o morale, questo lo ha sempre fatto a meno che non ve ne siate accorti – e sareste pure molto ingenui, in tal caso &#8211; quanto con riferimento al modo in cui intende trattare l’argomento e, giocoforza, farcelo affrontare a noi come spettatori. Checco Zalone decide di mettere da parte, probabilmente anche in ragione della delicatezza dell’argomento, quella sua comicità dissacrante e ironica che ha costituito il motore trainante di tutta la sua carriera, non solo della sua filmografia, p<strong>er affrontare la tematica di petto</strong>, senza fronzoli, senza correre il rischio che il lato drammatico e doloroso delle vicende narrate venisse offuscato sotto la coltre dell’ironia e delle risate incontenibili che i suoi film hanno sempre suscitato sul grande pubblico. Zalone, attraverso il paradosso,<strong> ci costringe ad un’empatia catechetica alla quale nessuno spettatore può sottrarsi: metterci nei panni altrui</strong>, di quelli sfortunati solo perché una “cicogna strabica” li ha fatti nascere dalla parte sbagliata del mondo. Non solo,<strong> ci impedisce di essere indifferenti e annebbiati</strong> nella nostra quotidiana vita occidentale, che per quanto ci appia scomoda, ci consente, fortunatamente, di non fare i conti con quanto di tragico non ci riguarda, sebbene accada a poche miglia da noie spesso con il benestare o la connivenza dei nostri “buoni” governi. Parliamoci chiaro, chiunque parli di guerra, di sopravvivenza, di carestia assoluta non ha assolutamente idea di cosa stia parlando. E con ciò, sia chiaro, ci si riferisce a tutti, anche a quelli che difendono con tutta la loro forza certi diritti o valori: quanti di noi sono mai stati in un centro d’accoglienza? Quanti di noi hanno visto uno sbarco? Centinaia di corpi galleggiare nel buio della notte sino al punto in cui le vesti sgualcite finiscono per confondersi con la superficie del mare? Quanti hanno respirato l’odore di un migliaio di persone chiuse in uno spazio destinato a contenerne meno della metà e con un solo bagno? Eppure, quanti di noi oramai non accennano più ad alcuna sensazione di trasalimento dinanzi all’ennesima notizia di naufragio in mare, o di fronte all’ennesima strage di innocenti? Tutto ciò mentre politici mediocri – esattamente come il concittadino di Checco nel film, che riesce a scalare il successo passando in fretta dal personale giudiziario alla Presidenza della Commissione Europea – dividono interi popoli, come le due frange opposte in protesta durante la scena dello sbarco, mentre i paesi europei si dividono “al kilo” i migranti.</p>



<p>Inoltre, non possiamo non sottolineare la bravura di Checco Zalone nel momento in cui ci fa entrare in contatto con quella che, sapientemente, viene rappresentata più come una tendenza psicologica che politico-storica. Il protagonista infatti durante il corso della vicenda, specie nei momenti più caotici o di stallo, un po’ come accade nella realtà, viene assalito da quelli che gli vengono diagnosticati come <strong>“attacchi di Fascismo”</strong>: sente le voci di Mussolini, ne impersona le buffe e grottesche espressioni, comincia a stare male, entra in crisi fino ad impazzire e perdere i sensi. Ora, a parte la connessione tra la malattia mentale e fascismo, quello che mette in risalto la regia attraverso le parole del medico che presta soccorso a Checco è che <strong>il fascismo “è dentro ciascuno di noi”</strong>, possiamo tutti diventare degli inconsapevoli intolleranti e razzisti in presenza di certe circostanze; magari proprio come quelle che stiamo vivendo in questo momento storico. Un po’ come la candida, per dirla con l’acuto e ingegnoso paragone utilizzato da Zalone in risposta alla diagnosi del medico. Una lezione morale, che in certi casi, non è mai di troppo. </p>



<p>Insomma, per concludere, <em>Tolo Tolo</em> è un film ritratto dei nostri tempi, che offre <strong>uno spaccato concreto del nostro paese e della psicologia collettiva che lo contraddistingue</strong>, dando vita ad un quadro dove molte sono le ombre e davvero pochi anche se consistenti gli spunti di luce. Forse le sale cinematografiche che hanno ospitato questo film saranno meno chiassose ed euforiche di quanto ci aspettavamo o volevamo, ma l’impegno civile e umano di Checco Zalone che raccoglie finalmente una sfida molto difficile finisce per consentirci di mettere da parte l’amarezza di una promessa disattesa di un film superficiale e divertente, per lasciare spazio alla possibilità di fare tesoro della conquista di una nuova consapevolezza rispetto a certe realtà non distanti da noi. Una consapevolezza raggiunta con qualche imperfezione, in modo un po’ amaro, un po’ malinconico, come succede quando ci accade qualcosa che non ci aspettavamo, quando le serate vanno diversamente da come ci aspettavamo, ma sempre col sorriso.</p>
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		<title>MYArt Film Festival, a Cosenza l&#8217;incontro tra i giovani artisti del Mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Teresa Pedace]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Apr 2017 06:05:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>i svolgerà a Cosenza i prossimi 28-29-30 aprile il MYArt Film Festival, rassegna del cinema indipendente organizzata dall’associazione culturale multietnica “La Kasbah” e dalla casa di produzione Lago Film. La manifestazione, alla sua prima edizione, porterà nelle sale dei cinema di Cosenza alcuni tra i migliori cortometraggi e documentari prodotti sui temi delle migrazioni, dei diritti umani e del Mediterraneo, visto come punto di incontro tra le culture delle sue diverse sponde e rotta migratoria per eccellenza degli ultimi anni. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="cb-dropcap-small">S</span>i svolgerà a Cosenza i prossimi 28-29-30 aprile il <strong>MYArt Film Festival</strong>, <a href="http://myartfilmfestival.com/">rassegna del cinema indipendente</a> organizzata dall’associazione culturale multietnica “<em>La Kasbah</em>” e dalla casa di produzione <strong>Lago Film</strong>.<br />
La manifestazione, alla sua prima edizione, porterà nelle sale dei cinema di Cosenza alcuni tra i migliori cortometraggi e documentari prodotti sui temi delle migrazioni, dei diritti umani e del Mediterraneo, visto come punto di incontro tra le culture delle sue diverse sponde e rotta migratoria per eccellenza degli ultimi anni.<br />
L’evento gode del sostegno di numerosi partner istituzionali: il <strong>Dipartimento della Gioventù e del Servizio Sociale</strong> della <strong>Presidenza del Consiglio dei Ministri</strong>, la <strong>Provincia di Cosenza</strong>, il <strong>Comune di Cosenza</strong>, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, la <strong>Fondazione Migrantes</strong> e la <strong>Fondazione Calabria Film Commission</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>MYArt Film Festival</strong> sarà una preziosa occasione di incontro e dialogo su prodotti cinematografici di qualità, per lo più poco noti al pubblico italiano, con un’attenzione particolare rivolta a registi giovani e nuovi linguaggi audiovisivi provenienti dai paesi del Mediterraneo.<br />
I lavori valutati dalla direzione artistica sono stati più di 150 e sono giunti da Iran, Libano, Palestina, Croazia, Serbia, Egitto, Grecia, Turchia, Israele, Kosovo, Spagna, Marocco, Francia, Svizzera, Portogallo, Belgio, Germania, Svezia, Polonia, Canada e Italia, naturalmente. Significativi e numerosi anche i lavori prodotti da professionisti calabresi oppure realizzati in Calabria. Soddisfazione è stata espressa dagli organizzatori, che hanno ritenuto di poter ammettere in concorso <strong>12 documentari, 12 cortometraggi e 9 documentari brevi</strong>. D’eccezione le giurie cui spetterà il compito di assegnare il <em>Premio SPRAR</em> per il miglior documentario e i <em>Premi Migrantes al miglior cortometraggio e miglior documentario breve</em>: la giuria per la prima sezione sarà composta da nomi di spicco della cinematografia nazionale, che avranno il compito di valutare i lavori sotto il profilo sia artistico che produttivo; per la seconda sezione, spetterà a giovani professionisti del settore cinematografico esprimersi sotto i profili della direzione, della drammaturgia e dell’interpretazione. Tra i componenti, spiccano il produttore <strong>Mario Mazzarotto</strong>, il regista calabrese <strong>Fabio Mollo</strong> e il documentarista <strong>Gianfranco Pannone</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/MFF.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-10907" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/MFF.png" alt="" width="1233" height="375" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/MFF.png 1233w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/MFF-300x91.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/MFF-1024x311.png 1024w" sizes="(max-width: 1233px) 100vw, 1233px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le proiezioni dei lavori in concorso al <strong>MYArt Film Festival</strong> saranno affiancate da incontri con gli ospiti, dibattiti su temi di attualità e tavole rotonde. Saranno inoltre allestiti il Festival Center, spazio di incontro che ospiterà mostre multidisciplinari e proporrà attività ispirate alle culture dei tre continenti che affacciano sul Mediterraneo, e lo Spazio Scuola, dedicato a proiezioni speciali, seminari di formazione ed incontri con i registi.<br />
Eventi ad hoc sono stati previsti per il documentario di <strong>Gianfranco Pannone</strong> “<em>Lascia stare i Santi</em>” prodotto dall’Istituto Luce, per “<em>The Young Pope – a Tale of Filmmaking</em>” di <strong>Fabio Mollo</strong> e per l’approfondimento sulla figura di <strong>Antonio Gramsci</strong>, in occasione degli ottanta anni dalla sua morte, con la proiezione del docufilm “<em>Gramsci 44</em>” realizzato da <strong>Emiliano Barbucci</strong>.<br />
Tra le opere fuori concorso, troviamo <strong>“<em>Il rumore della vittoria</em>”</strong>, documentario su sei giovani atleti azzurri che raccontano la loro sordità nello sport e nella vita. Abbiamo intervistato <strong>Ilaria Galbusera</strong> e <strong>Tony Guzzardi</strong>, due giovani ragazzi sordi appassionati di arti visive e sport che hanno realizzato il documentario.</p>
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<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;L’idea – </em>ci hanno raccontato<em> – è nata per caso, nel lontano febbraio del 2014, da una discussione che abbiamo avuto circa la mancanza di visibilità da parte dei media nei confronti del mondo sordo sportivo. In quell&#8217;occasione Tony ha lanciato la sfida di creare un documentario e di provare ad inserirci nel mondo cinematografico. Ci siamo così imbarcarti in quest’avventura.<img class="wp-image-10906 size-full alignright" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/MYART-F-F.png" alt="" width="368" height="488" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/MYART-F-F.png 368w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/MYART-F-F-226x300.png 226w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/MYART-F-F-300x398.png 300w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /> Il documentario è nato dal desiderio di raccontare e portare sullo schermo una realtà ancora oggi sconosciuta ai più con l’obiettivo di <strong>sensibilizzare il pubblico su una tematica di cui i media parlano poco</strong>. È diventata nel tempo una scommessa con noi stessi, perché ci chiedevamo se fossimo in grado di affrontare un’impresa del genere non avendo alcuna esperienza cinematografica di questo tipo alle spalle e soprattutto perché siamo due persone sorde.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Siamo amici da anni, ma questa è la prima volta che abbiamo lavorato insieme ed è stato davvero molto impegnativo. Pensavamo sarebbe stata un’impresa più “facile”, se così si può dire, ma con il tempo ci siamo resi conto che effettivamente è molto più di quanto potessimo immaginare. <strong>La nostra testardaggine e perseveranza hanno avuto la meglio su tutto quanto</strong>. Ci sono state diverse difficoltà. In breve, abbiamo fatto tutto insieme, tranne occuparci dei pezzi musicali, dell’audio e del sound mix. A tutto ciò ha pensato il nostro compositore di tutta la musica e della colonna sonora Alessandro Fornara, che ha collaborato con noi a questo progetto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’impegno più grosso era tradurre correttamente in italiano chi segnava, per poter trasporre sullo schermo il giusto concetto che si voleva esprimere. Invece <strong>quando c’erano parole parlate che non riuscivamo a comprendere, perché troppo veloci o &#8220;mangiate&#8221;, chiedevamo alle nostre famiglie</strong>. Non è stato difficile, ma nemmeno facile. È stato invece gratificante vedere che nonostante tutto e nonostante la nostra disabilità ce l&#8217;abbiamo fatta”.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">I protagonisti del documentario sono <strong>Alice Tomat</strong> (pallavolo), <strong>Anna Bonomi</strong> (pallacanestro), <strong>Claudio Boccacci</strong> (snowboard), <strong>Loris Landi</strong> (rugby), <strong>Mauro Grotto</strong> (calcio) e <strong>Pasquale Longobardi</strong> (karate): Ilaria e Tony hanno precisato che</p>
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<p style="text-align: justify;"><em>“sono frutto di lunghe scelte, concordate in anticipo, in base alle loro esperienze vissute e a ciò che avevano e potevano raccontare al pubblico. <strong>Tutti “diversi” tra loro, ma con il denominatore comune della sordità e dello sport</strong>. C’è chi porta l’impianto cocleare, chi le protesi, chi segna, chi parla e chi comunica in entrambe le lingue: l’italiano e la LIS (Lingua dei segni italiana). Alla nostra richiesta di voler far parte di questo progetto, hanno accettato tutti più che volentieri. Abbiamo girato una ventina di città, dal nord al sud. Città di provenienza dei ragazzi, oppure città dove hanno svolto i raduni, gli allenamenti e le preparazioni atletiche. Tutti e sei indossano la maglia azzurra e gareggiano sia nelle società udenti sia nelle società sorde affiliate alla Federazione Sport Sordi Italia”.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il risultato è un documentario delicato, intenso e potente, in cui la sordità appare come un limite che è possibile superare. Le esperienze raccontate aprono gli occhi (ed il cuore). Il messaggio, per Ilaria e Tony, è chiaro: “<em>Ci auguriamo non solo che il progetto porti più visibilità a questo mondo sconosciuto ai più, ma anche che le parole dei ragazzi, campioni nello sport e nella vita, siano d’insegnamento e uno stimolo per tutti, un esempio per affrontare gli ostacoli e le difficoltà che la quotidianità spesso pone. <strong>Insegnamenti da loro che nella vita hanno vinto tutto</strong></em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’appuntamento è per venerdì 28 aprile alle 17 per l’inaugurazione del <strong>MYArt Film Festival</strong> e a seguire per tutto il weekend, durante il quale si susseguiranno proiezioni ed eventi e Cosenza sarà luogo di incontro, confronto, scambio tra i popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco il programma completo delle due giornate:</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/programma-myartff-small.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-10908" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/programma-myartff-small.jpg" alt="" width="1140" height="1629" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/programma-myartff-small.jpg 1140w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/programma-myartff-small-210x300.jpg 210w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/programma-myartff-small-717x1024.jpg 717w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2017/04/programma-myartff-small-300x429.jpg 300w" sizes="(max-width: 1140px) 100vw, 1140px" /></a></p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/myart-film-festival-cosenza-lincontro-giovani-artisti-del-mediterraneo/">MYArt Film Festival, a Cosenza l&#8217;incontro tra i giovani artisti del Mediterraneo</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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