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	<title>Maria Carmela Mandolfino &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Alla scoperta di ‘A lumachella con Lorenzo D’Amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[a lumachella]]></category>
		<category><![CDATA[eboli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi lo dice che il tanto angosciante e inquieto Blue Monday non possa diventare un Green Monday? A rendere tutto più fresco, vivace, intrigante e soprattutto green in questo primo lunedì del 2025 dopo le “fatte feste” natalizie ci pensa il giovane imprenditore agricolo Lorenzo D’amore che ci invita a conoscere da vicino il suo progetto imprenditoriale di elicicoltura che ha chiamato ‘A Lumachella, per tener fede alle origini campane, in altre parole ci apre le porte nel suo  magnifico [&#8230;]</p>
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<p>Chi lo dice che il tanto angosciante e inquieto Blue Monday non possa diventare un Green Monday?</p>



<p>A rendere tutto più fresco, vivace, intrigante e soprattutto green in questo primo lunedì del 2025 dopo le “fatte feste” natalizie ci pensa il giovane imprenditore agricolo Lorenzo D’amore che ci invita a conoscere da vicino il suo progetto imprenditoriale di elicicoltura che ha chiamato ‘A Lumachella, per tener fede alle origini campane, in altre parole ci apre le porte nel suo  magnifico regno verde in cui alleva piccole e bavosissime chiocciole!</p>



<p>Lorenzo D’amore di origine napoletana ma ebolitano di adozione arriva ad un giro di boa della sua vita e decide di abbandonare il lavoro che svolgeva per dedicarsi completamente ad una nuova avventura, investendo tempo e danaro nella creazione di un progetto che aveva in mente già da tempo e che finalmente si decide a mettere in piedi, è così che tre anni fa nasce ad Eboli (SA) la sua azienda di elicicoltura. Nasce così un allevamento di chiocciole che inizia con l’ospitare circa 16.000 piccole lumache e che negli anni si sono più che triplicate. Lorenzo racconta che l’idea delle lumache nasce dalla voglia di creare una realtà nuova e non ancora esistente nella città e che ha solo pochi altri esempi nella provincia di Salerno, al contempo decide di investire in un circolo virtuoso che dia possibilità di sviluppare un progetto ecosostenibile, non inquinante, che non abbia alcun impatto ambientale e che soprattutto rispetta la tanto bramata “vita lenta”, tipica del sud Italia e del sud del mondo. Lorenzo prima di essere imprenditore ci tiene a precisare che è un agricoltore: il suo è un lavoro fisico che lo tiene a stretto contatto con la terra dove le lumachine per nascere e riprodursi hanno bisogno di un ambiente umido e curato. Il primo lavoro è quindi quello di coltivare il terreno a cavoli, biete o cicorie che sono immesse in delle vasche, utili a creare un ambiente circoscritto e particolarmente acquitrinoso. Le lumache che vivono in queste vasche vengono utilizzate per un duplice scopo: per la gastronomia e per l’estrazione della bava.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="682" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2025/01/IMG-20241219-WA0012-682x1024.jpg" alt="" class="wp-image-35561" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2025/01/IMG-20241219-WA0012-682x1024.jpg 682w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2025/01/IMG-20241219-WA0012-200x300.jpg 200w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2025/01/IMG-20241219-WA0012-1023x1536.jpg 1023w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2025/01/IMG-20241219-WA0012-750x1126.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2025/01/IMG-20241219-WA0012.jpg 1066w" sizes="(max-width: 682px) 100vw, 682px" /></figure>



<p>La chiocciola finchè è giovane produce molta bava utile alla creazione di prodotti per la cosmesi. Le lumachine periodicamente vengono trasportate fino in Piemonte, precisamente nell’Istituto internazionale di elicicoltura di Cherasco, dove viene estratta la bava e con essa si da vita alla creazione di creme, after shower, DDcream e altri prodotti per la cosmesi con il brand ‘Alumaglow. Tutti i prodotti per la cosmesi fatti con la bava di lumaca possiedono elementi riccamente nutrienti per la pelle e per la rigenerazione delle cellule epiteliali. Lorenzo ci spiega anche che tutto il “viaggio” affrontato dalle chiocciole è “cruelty free” ovvero non viene usato nessun metodo invasivo o nocivo per la vita della lumaca, anche all’interno delle vasche non vengono usati additivi o pesticidi proprio per rispettare il processo naturale della vita delle lumache. Ovviamente la natura richiede dei tempi che sono ben più lenti di quelli artificiali, per questo bisogna avere molta cura e pazienza nella gestione del terreno che deve essere costantemente supervisionato e pulito per evitare l’intrusione di piccoli roditori selvatici che a volte rosicchiano e uccidono le lumachine.</p>



<p>Solo nel momento in cui le piccole ospiti iniziano ad invecchiare e non producono più la quantità di bava utile alla creazione di prodotti, vengono usate per il mondo della gastronomia. Anche in questo caso Lorenzo ha deciso di seguire il loro naturale processo di invecchiamento, senza forzature. Ecco che cosa vuol dire sposare lo stile di “vita lenta”, i frutti che vengono dalla terra sono buoni quando sono genuini, e per avere qualità devono maturare da soli, con il solo supporto umano, ma senza invasione di campo.</p>



<p>Lorenzo ha deciso con le sue “lumachelle” di investire in un progetto ecosostenibile e utile al rispetto della natura e dei piccoli animaletti, in tal modo ha dimostrato che con un po’ di coraggio e con le idee chiare si può restare nella propria terra, dedicandosi all’innovazione e alla possibilità di contribuire ad uno sviluppo economico locale.</p>



<p> Lorenzo ha grandi progetti per il futuro, oltre ai prodotti di cosmesi ‘A lumaglow e alla collaborazione con realtà gastronomiche, vorrebbe che la sua azienda agricola ‘A lumachella diventasse utile ad attività didattiche, invitando scuole e associazioni per invogliare anche i più piccoli a restare ricordando loro che il futuro spesso è proprio nella terra che calpestiamo ogni giorno e a volte non ce ne rendiamo conto.</p>



<p>Foto di Pier Filippo Raso</p>
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		<title>Tutti lo aspettiamo, tutti lo facciamo ma non tutti sappiamo da dove nasce…la magia dell’Albero di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 10:05:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[albero di natale]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
		<category><![CDATA[tradizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni anno arrivati all’8 dicembre c’è una regola non scritta che muove un Intero Paese a tenere fede a una tradizione. C’è chi lo fa anche prima, i veri sentimentali, quelli che amano il clima dalle lucine soffuse e poi ci sono i ritardatari che seppure arrivano a metà dicembre, non si scoraggiano e si mettono al passo degli altri. Insomma, avete capito a cosa mi riferisco? Alla magia meravigliosa che si sprigiona in tutte le case grazie al consueto [&#8230;]</p>
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<p><br>Ogni anno arrivati all’8 dicembre c’è una regola non scritta che muove un Intero Paese a tenere fede a una tradizione. C’è chi lo fa anche prima, i veri sentimentali, quelli che amano il clima dalle lucine soffuse e poi ci sono i ritardatari che seppure arrivano a metà dicembre, non si scoraggiano e si mettono al passo degli altri. Insomma, avete capito a cosa mi riferisco? </p>



<p>Alla magia meravigliosa che si sprigiona in tutte le case grazie al consueto appuntamento con l’addobbo dell’Albero di Natale!</p>



<p>C’è chi lo preferisce minimal e monocolore, chi lo ama confuso e vissuto, magari qualcuno lo compra vero ogni dicembre e altri lo prendono dal garage ricordando che resiste integro da almeno venticinque anni, c’è chi lo compone solo con il legno nudo e i più creativi danno vita ad opere da museo d’arte contemporanea, c’è chi lo crea sovrapponendo libri e chi invece al posto delle palline appende bigliettini di speranza, insomma tutti lo conosciamo, tutti (o quasi) lo facciamo con la stessa foga di un bambino di quattro anni e tutti ne rimaniamo soddisfatti quando la sera, seduti sul divano, lo vediamo brillare nel nostro salotto. Si ma, ci siamo mai chiesti da dove nasce questa tradizione?<br>Probabilmente molti danno per scontata la tradizione dell’addobbo dell’abete, un po’ come si fa col presepe che è un simbolo strettamente evocativo della religione cristiana ma invece la storia dell’abete natalizio è meno chiara e da vita a più leggende. Si dice che la vera tradizione sia nata nei paesi che si affacciano all’Europa dell’est, tra Lettonia e Lituania, dove gli alberi natalizi sono stati incontrati per primi, addobbati principalmente con datteri, frutta secca e fiori di carta a simboleggiare proprio la floridità della vita. Ma a quanto sembra, il primo vero albero di Natale viene fatto nel 1611 in Germania, nel palazzo della duchessa di Brieg che durante i preparativi di un ballo nota un angolo della sala talmente vuoto da far subito tagliare uno degli abeti piantati in giardino così che nessun’ala del palazzo fosse sguarnita di bellezza. Col tempo la tradizione dell’albero è entrata nello scenario collettivo anche della comunità cristiana che, probabilmente, ha trovato il modo giusto di associare la forma dell’abete ai 3 simboli del cristianesimo, le tre punte rappresenterebbero infatti la trinità. In ogni caso l’abete viene riconosciuto internazionalmente come albero della vita, simbolo propizio che rimarca la speranza e la rinascita del Natale.<br>Le radici lontane di questa tradizione trovano ancora oggi terreno fertile, chiamando a sè bambini e adulti da ogni parte del mondo, spesso le città più grandi usano il momento dell’accensione dell’albero come appuntamento che da inizio alla stagione invernale e al periodo natalizio, questa particolare attrazione a metà tra il folcloristico e il mediatico nasce in America ma arriva pian piano in Europa, determinando anche i flussi economici di alcuni luoghi. Basti pensare al boom di turismo che ha avuto Salerno con il progetto Luci d’Artista sparse in tutta la città, dove l’elemento principale resta l’albero con le sue 280mila luci a led a basso consumo, 60 ghirlande e 48 sfere dorate. Nulla a che vedere però con l’albero del Natale 2008 a Chicago realizzato con 113 alberi sovrapposti, alto 26 metri circa. Fortunatamente poi il sindaco decise di restringere lo spettacolo addobbandone solo uno per ridurre lo spreco degli abbattimenti di alberi.<br>Ma non ci sono solo gli alberi a rendere uniche le feste natalizie, ogni paese infatti ha una sua particolare chicca che inneggia alla rinascita e alla conclusione di un ciclo che da spazio a vita nuova e benefica. Una tradizione curiosa e molto imprimente viene sempre dalla Lettonia: i cittadini alcuni giorni prima del Natale sono soliti portare in casa un particolare ceppo di abete che serve ad assorbire in qualche modo tutti i mali e le cose brutte di quell’anno, una volta finito il giro delle stanze della casa, il ceppo è pronto per essere bruciato nel camino, a simboleggiare la fine dei problemi, lasciando la cenere di qualcosa che finisce e da spazio a vita nuova. Gli svedesi invece ogni 24 dicembre, alle tre del pomeriggio, si piazzano davanti alla tv per guardare l&#8217;episodio natalizio di Paperino del 1958. </p>



<p>Prima dell&#8217;inizio della puntata un conduttore accende in diretta una candela e augura ai cittadini un sereno Natale: questa curiosa usanza si ripete dal 1959. </p>



<p>Invece in Islanda ci sono i jólasveinar (letteralmente ragazzi del Natale), figli dell&#8217;orchessa Grýla. Tredici giorni prima di Natale i bimbi lasciano sul davanzale di casa le loro scarpe: se sono stati buoni, ogni giorno troveranno un dolcetto o un regalino portato da un jólasveinn; se hanno fatto i capricci, ad attenderli ci sarà una patata cruda. </p>



<p>E infine c’è chi a Natale fa anche sport infatti a Caracas, in Venezuela, dal 15 al 23 dicembre si fa più attività fisica del solito: per andare alla messa giornaliera, chiamata Misa de Aguinaldo (dal celtico Eguinand, termine con il quale si definisce il regalo dell&#8217;anno nuovo), i cittadini indossano dei pattini a rotelle.<br></p>



<p>Insomma che si tratti di pattini a rotelle, patate sui davanzali, alberi piccoli o enormi, l’importante è sentirsi parte di un momento che unisce tutti, nella bellezza dei sogni che conserviamo dentro, nella speranza che qualcosa di migliore possa aspettarci dietro l’angolo, nella dolce nostalgia del calore familiare, nella voglia di sapere che andrà tutto bene e che riusciremo ad essere forti per affrontare ogni giornata nuova. </p>



<p>In questo clima di unione e di serenità che spesso dimentichiamo perché presi dalla frenesia della quotidianità, prendiamoci un momento per guardare il nostro albero di Natale e sentirci accolti, anche quest’anno da quelle lucine calde che sembrano volerci abbracciare.<br></p>
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		<title>E se tornassimo a camminare con Zenone?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Aug 2024 04:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERESSI]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Migliaia di anni fa i filosofi presocratici sulle coste tirreniche del Sud Italia si interrogavano su questioni che oggi non siamo più in grado di cogliere. E se seguissimo Zenone e le sue orme per tornare ad nuova percezione delle cose?</p>
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<p class="has-drop-cap has-text-align-left">Le accoglienti coste tirreniche dal clima mite e dalla ampia varietà del paesaggio della provincia di Salerno, ancor prima di attrarre vacanzieri desiderosi di tuffarsi tra spiagge da cartolina, passeggiare per borghi storici e degustare la famosa mozzarella di bufala, attirarono l’attenzione della popolazione della <em>polis</em> di Sibari già qualche migliaio di anni fa. Nel VII Secolo a.C. infatti, viaggiatori provenienti dai primi insediamenti Greci del Mar Ionio si stabilirono alla foce del fiume Sele, per formare la prima colonia tirrenica che prenderà il nome di Poseidonia. Crocevia di merci, mercanti ed idee provenienti dagli angoli più disparati del Mediterraneo, l’odierna Paestum in modo inconsapevole è divenuta culla della cultura mediterranea ed occidentale <em>tout court</em>.</p>



<p class="has-text-align-left">A testimonianza della fervente attività culturale dell’area intorno al 500 a.C., il bellissimo museo archeologico di Paestum raccoglie reperti dal grande valore storico come pezzi unici di arte figurativa dell&#8217;epoca, ne è un esempio la celebre <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tomba_del_tuffatore" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tomba del tuffatore</a>.</p>



<p class="has-text-align-left">Il sito archeologico, esteso per 120 ettari e immerso in un’ampia area verde, è dominato dai Templi di Hera, Nettuno ed Atena, strutture che hanno resistito al peso dei secoli. Non solo, il tempo non ha scalfito nemmeno un altro lascito della cultura della Magna Grecia: il pensiero della scuola eleatica, con Parmenide prima e Zenone poi.</p>



<p class="has-text-align-left">Parmenide, nativo di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Elea-Velia" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Elea</a> (oggi Velia, cittadina a pochi chilometri da Paestum), fu filosofo, legislatore e uomo politico di rilievo; considerato da tutti come il padre dell’ontologia, la branca della filosofia che studia l’Essere. Non solo, le sue intuizioni e il ragionamento da lui tessuto intorno alla definizione di concetti astratti furono alla base della logica Aristotelica. Abbiamo tutti sentito almeno una volta la locuzione “<em>l’essere è e non può non essere</em>”, e abbiamo tutti mostrato un’espressione un po’ perplessa sincerandoci di aver capito bene. Anche i seguaci contemporanei a Parmenide riconobbero la grande validità delle sue tesi, ma anche la loro scarsa fruibilità da parte del pubblico mainstream dell’epoca.</p>



<p class="has-text-align-left">Per tal motivo, Zenone di Elea, concittadino di Parmenide e suo allievo, si è impegnato per gran parte della sua vita a difendere le tesi del suo maestro attraverso nuove tecniche interlocutorie. La sua più grande eredità, pur non avendo contribuito significativamente a nuovi schemi filosofici, la si trova sul piano della comunicazione e della logica.</p>



<p class="has-text-align-left">Zenone infatti ha controbattuto pitagorici ed eraclitei (le due scuole più critiche verso il pensiero di Parmenide) tramite due pietre angolari del pensiero: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Dimostrazione_per_assurdo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il ragionamento per assurdo</a>, ancora oggi usato in diversi valenza, dalla ricerca scentifica alla dialettica quotidiana; ed i celebri paradossi, usati per confutare le tesi degli oppositori. A tal riguardo, quelli della tartaruga e della freccia sono dei veri e propri blockbuster filosofici.</p>



<p class="has-text-align-left">Dove oggi turisti cercano refrigerio all’ombra di un gazebo di un bar con vista scavi e negozi di souvenir, un tempo le discussioni sulle caratteristiche ontologiche della vita assumevano il fervore delle colluttazioni alle quali assistiamo oggi a seguito di un calcio di rigore non fischiato alla Nazionale di Calcio in una partita del mondiale. Parallelismi a parte, nonostante il divario di millenni e le differenze del caso, come è possibile che un tempo si riuscivano a cogliere aspetti che oggi sembriamo non esser più capaci di notare? La risposta è forse nell’uso del tempo?</p>



<p class="has-text-align-left">I Greci, come i Romani avrebbero successivamente codificato, avevano già chiari i concetti e la differenza tra <em>otium</em> e <em>negotium</em>. L’<em>otium</em> non era accusato di essere spreco o colpa, e non era nemmeno riempito da <em>stories</em>  social di matrimoni/divorzi di personaggi dello spettacolo e influencers. E forse questo aiutava il fluire delle cose in modo diverso.</p>



<p class="has-text-align-left">Anche Zenone prima di diventare il creatore della logica dialettica e dei noti paradossi che ponevano dubbi esistenziali sull’apparente ragionevolezza dimostrando come spesso ciò che dovrebbe essere spesso non è, beh anche lui sarà stato un bambino. Avrà ricevuto un’educazione familiare rigida ma che lo ha posto subito in contatto diretto con il mondo esterno. Di certo avrà trascorso i pomeriggi insieme ad altri coetanei a giocare fuori casa, correndo, litigando e sbucciandosi le ginocchia per capire chi davvero potesse vincere tra lui e una tartaruga. E quando a sera, tornava a casa sicuramente la madre lo rimproverava per non essere stato puntuale abbastanza e per essersi fatto male, perché il rimprovero a Zenone serviva a riconoscere il pericolo, a capire quando fermarsi, a sapere cosa gli sarebbe successo se lui non avesse badato a se stesso.</p>



<p class="has-text-align-left">Negli inverni dell’antica Elea ci saranno stati pomeriggi in cui il piccolo Zenone avrà condiviso stanze della casa insieme ali anziani della famiglia, ad ascoltare le loro storie, a conoscere la vita di chi lo ha preceduto ed è proprio in quei pomeriggi in cui non poteva giocare che Zenone ha imparato l’arte dell’ascolto, del rispetto verso la voce degli adulti, della conoscenza delle proprie radici, perché in quei pomeriggi apparentemente noiosi e lenti, lui stava invece scoprendo che la sua storia aveva camminato sulle gambe ormai stanche di chi gli stava seduto di fronte.</p>



<p class="has-text-align-left">Nei giorni in cui nell’antica Elea si svolgeva il mercato nel foro, anche un bambino come Zenone partecipava alle compravendite delle donne della famiglia con i mercanti, perché quello che precedeva il denaro, era lo stabilire quanto quella merce valesse attraverso il dialogo, il compromesso, il confronto e l’abilità nello stabilire un prezzo di mercato che convenisse a chi stava spendendo e chi stava guadagnando. Tutti elementi che stabilivano la formazione dell’uomo che sarebbe diventato in futuro.</p>



<p class="has-text-align-left">Zenone è uno dei più grandi filosofi presocratici, un uomo, un bambino, un saggio che è solo un esempio calzante per dimostrare come i tempi siano cambiati. Nonostante in passato ci fossero meno strumenti di svago per i piccoli, si riusciva ad avere una vita a contatto con il mondo reale fin da subito e si diventava adulti prima del dovuto. Lo stare a contatto con l’aria e la natura, la voglia di gareggiare, di scoprire, di conoscere sono elementi essenziali che stanno prendendo delle strade diverse, tutto passa attraverso le nuove tecnologie che nonostante talvolta siano provvidenziali, tendono ad isolare la persona, e si sa che l’uomo è un animale sociale, ce lo diceva Aristotele, non esiste crescita senza confronto, senza amalgama, senza commistione. Si stava meglio quando si stava peggio, probabilmente non c’è niente di più vero, almeno nella misura in cui stare peggio significasse fare merenda a casa dei propri nonni con pane, olio e zucchero. La vita non è mai stata più saporita!</p>



<p>___</p>



<p class="has-text-align-left">Consigli di lettura: <strong><em>Storia della filosofia greca &#8211; I presocratici</em></strong>, Luciano De Crescenzo (1983)</p>



<p>Foto in copertina degli autori</p>
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		<title>Giornata Internazionale del Dialogo Culturale: l’esempio virtuoso dell’Istituto Comprensivo Virgilio di Eboli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 May 2024 07:55:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[STUDIO]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[eboli]]></category>
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		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 21 maggio ricorre la Giornata Internazionale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo, una giornata da celebrare ogni anno con forza maggiore in un mondo che ha bisogno di tregua, di comunicazione e di incontro più che di scontro. Sono infinite le possibilità di aprire una strada verso l’altro, il mondo adesso è tutto raggiungibile, tutto vicino, non esistono confini concreti che possano compromettere la vicinanza tra i popoli, nonostante ciò è innegabile constatare che i limiti [&#8230;]</p>
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<p>Il 21 maggio ricorre la Giornata Internazionale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo, una giornata da celebrare ogni anno con forza maggiore in un mondo che ha bisogno di tregua, di comunicazione e di incontro più che di scontro.</p>



<p>Sono infinite le possibilità di aprire una strada verso l’altro, il mondo adesso è tutto raggiungibile, tutto vicino, non esistono confini concreti che possano compromettere la vicinanza tra i popoli, nonostante ciò è innegabile constatare che i limiti principali sono costruiti e concepiti unicamente dall’uomo, quello stesso uomo che nasce libero, scevro di alcuna etichetta che lo ingabbi. In questa giornata di libertà umana ed uguaglianza raccontiamo di un esempio emblematico per l’attualità che ha dimostrato che i limiti terreni non esistono e quelli mentali possono essere abbattuti facilmente attraverso la conoscenza.</p>



<p>Siamo nella provincia di Salerno, a Eboli, per la precisione a Santa Cecilia, una zona periferica della città. Qui sorge l’Istituto Comprensivo Virgilio che, in una zona rurale come quella di Santa Cecilia, nota per le coltivazioni di ortaggi e frutta che esporta in tutto il territorio, rappresenta a tutti gli effetti un’istituzione che accoglie, educa e istruisce tutti i bambini delle zone limitrofe. La Virgilio è una scuola di frontiera dove alunni e alunne di diverse etnie e religioni si confrontano quotidianamente. Ogni tipo di attività scolastica ha come obiettivo principale l’inclusione e l’intercultura. È dal 2019 che l’Istituto Comprensivo sotto la guida della Dirigente Scolastica Gabriella Ugatti partecipa ad un progetto finanziato dall’Unione Europea: l’Erasmus Plus. Questo progetto di solito è noto tra i banchi del liceo o addirittura dell’università ma è raro associare questa iniziativa alle scuole medie, eppure l’ostinazione della Preside insieme all’intero corpo docenti ha fatto sì che la possibilità di viaggiare e conoscere il mondo appartenesse anche ai più piccoli. Dal 2019 ad oggi la scuola ha dato l’opportunità di viaggiare agli alunni meritevoli delle classi terze della scuola secondaria di I grado. Le mobilità si sono svolte in diversi Paesi europei per incontrare e toccare con mano coetanei di altri luoghi, di altre culture e di altre scuole. Spagna, Portogallo, Grecia, Bulgaria, Romania sono solo alcune tra le mete in cui sono andati i ragazzi della Virgilio. Hanno trascorso circa una settimana, inizialmente il gruppo di ragazzi coinvolti era molto ristretto, si trattava di 6/7 persone circa, era un’esperienza nuova anche per gli insegnanti che li accompagnavano, si trattava di dover gestire dei ragazzini ancora minorenni, spesso non abituati a viaggiare, e usare una lingua nuova per comunicare, eppure dopo le prime esperienze il progetto ha allargato la possibilità di partecipazione permettendo a molti più alunni di viaggiare.</p>



<p>Nel mese di aprile del 2024 gli insegnanti hanno accompagnato 16 ragazzi nel sud della Spagna, in Andalusia, nella scuola di Bailen, per poi spostarsi a Madrid, a Granada e a Malaga. Ogni anno viene stabilita una partnership con una scuola diversa aderente al progetto e si stabilisce una tematica da approfondire, in passato è stato lo sport o la storia, si creano delle lezioni e delle attività ad hoc da svolgere con gli studenti italiani e del posto. I ragazzi hanno la possibilità in quella settimana di essere veri e propri studenti delle scuole che li ospitano partecipando alle lezioni, ai laboratori e anche alle attività ricreative. Tutto questo non è altro che un contenitore in cui il vero contenuto è uno solo: il dialogo che apre alla conoscenza dell’altro. I ragazzi tornano a casa con uno zaino pieno di voci e racconti, di amicizie nuove e di possibilità di avere contatti in tutta Europa, esercitano la lingua e conoscono le tradizioni locali, si abituano a usi, costumi e cibi diversi e poi ricambiano tutto questo quando sono loro, gli alunni e i docenti della scuola Virgilio ad ospitare i ragazzi d’Europa.li accolgono con orgoglio e profonda riconoscenza, diventando ambasciatori di cultura, tradizioni, istruzione e conoscenza di quello che loro stessi sono e che hanno imparato.</p>



<p>La preside Ugatti è stata lungimirante nella sua scelta di immettere la scuola media un progetto di portata così ampia, questo entusiasmo è stato subito accolto dalle professoresse e dai professori che hanno intuito l’imparagonabile esperienza di vita che avrebbero offerto ai loro alunni. La Scuola Virgilio è stata la prima nel circondario ebolitano, come Istituto Comprensivo, a lanciarsi in quest’avventura e nel tempo è diventata modello per le altre scuole che non si sono lasciate scappare quest’occasione. &nbsp;La scuola è la prima rappresentazione dello Stato in cui i cittadini accedono senza neanche rendersene conto, quando sono ancora piccoli ed entrano in prima elementare col loro grembiulino, solo col passar del tempo impareranno che una Scuola che si apre al confronto, al dialogo è rappresentativa di quella parte di Stato che non ha confini, che permette a chiunque di essere libero cittadino del mondo.</p>



<p> La scuola Virgilio di Eboli è l’esempio che i bambini e i ragazzi sono terreno fertile per dare vita ai germogli del dialogo, cittadini attivi e consapevoli del futuro.</p>
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		<title>&#8220;Separati&#8230; ma non troppo&#8221;, la commedia napoletana raccontata da Paolo Caiazzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jan 2024 15:04:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[commedia napoletana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per antonomasia l’argomento antico come il mondo è l’amore. Sono innumerevoli le sue declinazioni, infinite le storie che lo narrano e sconfinati gli orizzonti che apre, questa volta lo assaporiamo in un contesto tutto da ridere che fa sentire leggeri e fortunati grazie alla comicità artistica dell’attore campano Paolo Caiazzo regista della commedia “Separati…ma non troppo”, andata in scena il 7 Gennaio nel Teatro Sociale Aldo Giuffrè di Battipaglia (SA).&#160; La storia è quella di due amici che vengono lasciati [&#8230;]</p>
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<p>Per antonomasia l’argomento antico come il mondo è l’amore. Sono innumerevoli le sue declinazioni, infinite le storie che lo narrano e sconfinati gli orizzonti che apre, questa volta lo assaporiamo in un contesto tutto da ridere che fa sentire leggeri e fortunati grazie alla comicità artistica dell’attore campano Paolo Caiazzo regista della commedia “Separati…ma non troppo”, andata in scena il 7 Gennaio nel Teatro Sociale Aldo Giuffrè di Battipaglia (SA).&nbsp;</p>



<p>La storia è quella di due amici che vengono lasciati dalle loro mogli; entrambi soli, si ritrovano a convivere nello stesso appartamento e a condividere questo tempo difficile di separazione e abbandono, ma anche di nuovi incontri e avventure. Tutto sembra procedere serenamente per i due scapoli, finché i protagonisti non si ritroveranno a un appuntamento ottenuto su Tinder proprio con le loro ex mogli…. Tutto questo è solo l’incipit della storia che diventa esilarante e coinvolgente, grazie a equivoci di percorso e momenti di pura comicità partenopea. Anche una tematica scottante e delicata come la crisi di mezza età o quella matrimoniale diventa quasi una cornice di un contesto più denso di vicende che capitano per casi fortuiti e che, in fondo, raccontano la quotidianità della vita e della leggerezza che trasforma tutto in bellezza, anche nei momenti più complicati.</p>



<p>La napoletanità ancora una volta non delude e viene raccontata in ogni piccolo dettaglio, partendo dall’estro artistico della padrona della casa in cui vivono i due scapoli, che ha la passione per il cinema e la poesia e ogni giorno diventa un personaggio diverso costringendo i due “poveri ommn” a compartecipare ai suoi monologhi, fino ad arrivare alla personalità esuberante e glitterata della moglie di uno dei due single che, molto più determinata di suo marito, racconta di aver picchiato più volte il malcapitato, ma tutto sommato lo ha fatto per il suo bene!</p>



<p>Paolo Caiazzo, classe 1967, originario di Castel San Giorgio, riesce ad abbracciare l’intero pubblico e a farlo sentire accolto e sereno, contagiando con risate e vocine imbarazzate, con imprecazioni tipicamente napoletane e paroline dolci da simpatico ruffiano trainando in una storia fresca che affronta con leggerezza uno spaccato di vita vera. A lui poniamo alcune domande per saperne di più.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="918" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2024/01/Paolo-Caiazzo-@-francescofiengostudios-918x1024.jpg" alt="" class="wp-image-34770" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2024/01/Paolo-Caiazzo-@-francescofiengostudios-918x1024.jpg 918w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2024/01/Paolo-Caiazzo-@-francescofiengostudios-269x300.jpg 269w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2024/01/Paolo-Caiazzo-@-francescofiengostudios-750x837.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2024/01/Paolo-Caiazzo-@-francescofiengostudios.jpg 1080w" sizes="(max-width: 918px) 100vw, 918px" /><figcaption>Crediti: francescofiengostudios</figcaption></figure></div>



<p><strong>Paolo, ormai lei è entrato nelle nostre case grazie al programma Made in Sud con il personaggio di Tonino Cardamone, oggi la ritroviamo su un palcoscenico teatrale, quale ambiente preferisce maggiormente?</strong></p>



<p>«Questa è una domanda a cui rispondo come molti altri avranno già fatto: preferisco di gran lunga il teatro dove ogni momento è come viene, non ci può essere nulla di perfetto perché non ci sono filtri e la bellezza sta proprio lì, nel sentirsi parte di qualcosa di più grande e vibrante che deriva dal momento, dal palco e dalla presenza del pubblico che partecipa con te».</p>



<p><strong>Ha dichiarato che tutto quello che riporta in chiave comica deriva da una profonda osservazione e lei vive uno scenario ricco di sfaccettature come è solo quello napoletano. Crede che potrebbe esistere un Tonino Cardamone del nord?</strong></p>



<p>«Sarò sincero: no, non potrebbe esistere, non perché voglio essere campanilista o territoriale, semplicemente perché lo scenario di vita napoletano è unico nel suo genere, è un teatro a cielo aperto. Basta vedere come i napoletani vivono le piccole cose, o i problemi e si capisce che sono dotati di un carattere profondamente sensibile e volto a cogliere comunque il meglio, tutto questo non si impara, è insito nella cultura».</p>



<p><strong>Nonostante lei sia un comico tocca problematiche intense e profonde, in questo caso la crisi matrimoniale.</strong></p>



<p>«Dietro ogni commedia c’è sempre una piccola o grande tragedia, la bellezza sta nel saper affrontare queste tematiche con leggerezza ma mai con banalità. In “Separati ma non troppo” racconto l’amore, bello, difficile, pacifico, ma pur sempre un racconto dell’amore».</p>



<p><strong>Nei suoi spettacoli non nega mai che il sud ha tanti aspetti irrisolti, ciononostante usa l&#8217;ironia. Quale consiglio dà ai giovani che decidono di rimanere al sud?</strong></p>



<p>«La nostra terra è&nbsp;piena di problematiche, ma è pur vero che la soluzione non sta nel lamentarsi. Ai giovani dico che qui il cambiamento ci può essere se ci si rimbocca le maniche. Molti giovani vanno fuori e diventano più responsabili e disponibili, basterebbe iniziare da qui e le cose migliorerebbero di certo».</p>



<p>Salutiamo così Paolo Caiazzo nel teatro sociale gremito, in cui il pubblico alla fine ha applaudito alzandosi in piedi perché in fondo “Due cose ci salvano nella vita: amare e ridere. Se ne avete una va bene. Se le avete entrambe siete invincibili” (Tarun Tejpal).</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Le letture natalizie che non possono mancare sotto l&#8217;albero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Dec 2023 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LIBRI]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[canto di natale]]></category>
		<category><![CDATA[il natale di poirot]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il periodo natalizio contiene una magia speciale che riesce a rendere piacevole il periodo più freddo dell’anno. La preparazione degli addobbi, l’atmosfera di festa oltre che l’importanza dell’aspetto religioso rendono ogni giorno più emozionante.&#160; Ed è questo il periodo migliore per restare al caldo delle proprie case, sotto un piumone o davanti al caminetto mentre fuori scorre l’inverno e riscoprire il piacere della lettura, magari proprio di fiabe natalizie che sono tra i classici della letteratura! Ecco alcuni libri che [&#8230;]</p>
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<p>Il periodo natalizio contiene una magia speciale che riesce a rendere piacevole il periodo più freddo dell’anno. La preparazione degli addobbi, l’atmosfera di festa oltre che l’importanza dell’aspetto religioso rendono ogni giorno più emozionante.&nbsp; Ed è questo il periodo migliore per restare al caldo delle proprie case, sotto un piumone o davanti al caminetto mentre fuori scorre l’inverno e riscoprire il piacere della lettura, magari proprio di fiabe natalizie che sono tra i classici della letteratura! Ecco alcuni libri che calzano a pennello con questo magico periodo invernale.</p>



<p>Il primo intramontabile classico è ovviamente &#8220;Il Canto di Natale&#8221; di Charles Dickens, un romanzo in cui l’avaro e scorbutico protagonista Scrooge durante la notte di Natale vive un sogno che gli cambierà la vita. Nella sua fredda e solitaria camera da letto gli faranno visita tre spiriti del Natale passato, presente e futuro. Il Signor Scrooge ha la possibilità di guardarsi dall’esterno constatando quanto male abbia inflitto a coloro i quali gli offrivano la loro amicizia e il loro calore; grazie allo spirito del fantasma del Natale futuro il meschino vedrà la sua fine senza nessuno che lo compiangerà ma soprattutto senza che qualcuno abbia conservato di lui un buon ricordo; finalmente lo spirito del Natale presente lo metterà davanti alla possibilità di cambiare perché il suo destino dipende unicamente dalle sue azioni. Un romanzo breve e ricco di sfumature e riflessioni sull’animo umano complesso e ondoso, una storia bellissima da raccontare anche ai bambini.</p>



<p>Per gli amanti dell&#8217;Inghilterra di inizio &#8216;900 non può mancare il racconto delicato e divertente dei meravigliosi topini della penna di Beatrix Potter, disegnatrice e autrice inglese. “Il sarto di Gloucester” è un topolino anziano e occhialuto che ama il suo lavoro, cuce vestiti in seta e organza per i più ricchi della città, ciononostante è sempre rimasto povero e vive in una piccola tana con il suo amico irriverente, il gatto Simpkin. Il sarto è tutto indaffarato perché deve cucire l’abito nuziale per il sindaco della città ma purtroppo a causa del freddo e della neve, l’anziano sarto si ammala ma sarà proprio una squadra di topini ricamatori che lo aiuteranno nella notte di Natale a rifinire il vestito da consegnare il giorno successivo. Una fiaba per bambini e adulti intrisa di calore e umanità, ogni topolino possiede una peculiarità che sarà determinante per portare a compimento il lavoro di squadra. Beatrix Potter ha preso spunto da una vicenda vera ma ha deciso di rendere tutto più fiabesco ambientandola nella notte di Natale e trasformando il sarto e i suoi aiutanti in laboriosi topolini. Hans Christian Andersen, tra le tantissime storie cui ha dato vita, ne ha ambientata una in particolare nella notte di Natale: “La piccola fiammiferaia”. Molti la ricorderanno, altri non la conosceranno perché è una di quelle storie terribili e dolcissime. La protagonista è una bambina povera che vende cerini sul bordo della strada innevata. I passanti sono indaffarati nei preparativi del cenone e nessuno le regala un soldo anzi da tutti viene bistrattata come una mendicante. La piccola non può tornare a casa senza nulla tra le mani e decide di trattenersi ancora nonostante la neve stia aumentando. Per riscaldarsi inizia ad accendere un fiammifero dopo l’altro e in quei pochi secondi di fiammella vede tutto ciò che desidera: una tavola imbandita, un camino e la sua adorata nonna che non c’è più. La bambina è così felice di vederla che le dà la mano e sale con lei nel cielo stellato. La mattina successiva tutti i passanti che fino alla sera prima la scacciavano bruscamente ora la osservano giacere sul tappeto di neve, consapevoli, ormai tardi, di quanto poco sarebbe bastato perché ciò non accadesse. Una fiaba, se così vogliamo definirla, come mai attuale per gli adulti ancor prima che per i bambini.</p>



<p>Passiamo a un autore classico, Nikolaj Vasil&#8217;evič Gogol&#8217;, che con il racconto “La notte prima di Natale” rimarca tutte le contraddizioni tipiche dei regimi dispotici richiamando molto il noto “Maestro e Margherita” di Bulgakov, mescolandole ad una storia d’amore in cui viene raccontata la condizione del popolo sotto il regno di Caterina II. Vakula è un fabbro innamorato di Oksana la più bella del villaggio Dikan’ka in Ucraina. Il diavolo in persona decide di pareggiare i conti col giovane che ha sempre parlato male del diavolo, così gli fa un dispetto: sale in cielo e ruba la luna facendo piombare nell’oscurità più nera l’intero villaggio. Ora è nelle mani di un fabbro riuscire a far valere il bene sul male. Un racconto onirico e cruciale per il periodo storico raccontato oltre che per la cultura di due popoli vicini e al contempo ostili: la Russia e l’Ucraina.</p>



<p>Per gli amanti del giallo non si può rinunciare alla penna enigmatica ed elegante della maestra Agatha Christie che ha ben pensato di affidare a Poirot un’indagine tutta natalizia nel libro “Il Natale di Poirot”.&nbsp; Simeon Lee è un anziano inglese che decide di riunire la sua famiglia dopo molti anni invitandola alla cena di Natale. I figli mostrano fin da subito i difficili e contrastanti rapporti che hanno con l’anziano padre, ognuno di loro aveva un buon motivo per non andare a fargli visita da così tanto tempo. Le tensioni e i volti ambigui raggiungono il massimo dell’inquietudine quando, durante la serata, viene rinvenuto il cadavere dell’anziano in una camera chiusa dall’interno. Ogni presente è un indiziato, ecco che ancora una volta starà all’arguzia di Poirot svelare l’assassino. Insomma, le proposte di lettura sotto l’albero non mancano: basta solo scegliere un buon libro ed immergersi in una fiaba piena di topini muniti di ago e filo, in un romanzo russo in cui la neve fa da protagonista o in un’accattivante atmosfera di mistero, l’importante è leggere. Perché come diceva Umberto Eco, «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito&#8230; perché la lettura è un’immortalità all’indietro».</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>La cantata dei pastori con Peppe Barra al Teatro Aldo Giuffrè di Battipaglia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Dec 2023 11:04:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[(E)VENTI]]></category>
		<category><![CDATA[ARTE]]></category>
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		<category><![CDATA[la cantata dei pastori]]></category>
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<p>&#8220;La cantata dei Pastori&#8221; è una commedia teatrale del 1600 che rappresenta la notte di Natale vissuta dal popolo e dai pastori che si ritrovano per caso a far parte dell&#8217;evento più importante della storia; se volessimo essere semplicistici basterebbe questa frase per definirla, ma la maestria tutta napoletana dell’istrionico Peppe Barra e dell’eclettica Lalla Esposito fa si&nbsp; che questa rappresentazione diventi molto di più.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="800" height="603" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/Peppe-Barra-CANTATA-PASTORI-1.jpeg" alt="" class="wp-image-34613" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/Peppe-Barra-CANTATA-PASTORI-1.jpeg 800w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/Peppe-Barra-CANTATA-PASTORI-1-300x226.jpeg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/Peppe-Barra-CANTATA-PASTORI-1-750x565.jpeg 750w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure></div>



<p>Chiudete gli occhi e immaginate di immergervi un un mondo onirico e popolare in cui pastori, pescatori e cacciatori convivono in un contesto vivo e in continuo mutamento come  solo possono essere i vicoli di Napoli anche se l&#8217;ambientazione della natività si svolge in Palestina. In questa cornice dinamica e chiassosa la cosa che accomuna tutti è la povertà, la fame ma anche l’arte del saper vivere e dell’essere contenti di prendere parte alla notte più importante della storia, quella della nascita di Gesù. I personaggi del presepe sotto la direzione di Lamberto Lambertini diventano maschere della nostra società, più attuali che mai:  c’è il ruffiano Razzullo (Peppe Barra), uno scrivano che vuole cambiare lavoro, astuto e impiccione che come creta riesce a mostrare diverse forme  di sé pur di arrivare al suo obbiettivo: reinventarsi e trovare fortuna. C’è Sarchiapone (Lalla Esposito), piccolo, brutto e gobbo, irrefrenabile e instancabile giullare, spalla fidata dello scrivano che ora è forte ora è indifeso, che scappa sulla scena accogliendo Maria e Giuseppe per farli riposare durante una tappa del loro lungo viaggio ma gli capita anche di diventare amico del Diavolo in persona. Ci sono angeli e diavoli che sulla scena cantano o strepitano, il bene e il male avanzano insieme accompagnando i viandanti Maria e Giuseppe in un viaggio difficile e faticoso, in cui l’Angelo Gabriele cerca di proteggerli e il Diavolo cerca di fermarli.&nbsp; Una storia raccontata con passione, in cui si mescolano continuamente religione e paganesimo, sacro e profano: una rappresentazione attualissima in cui tutto si mescola con il contrario di tutto e la verità è relativa, non si sa bene cosa pensare a chi credere, sembra quasi di essere al centro di un vortice in cui le certezze vacillano ma non si sa come tutti sono guidati da una mano più grande che tracci un disegno confuso per portarli tutti nella stessa notte stellata davanti alla grotta in cui i due umili viandanti hanno dato alla luce il loro bambino. Uno scenario commovente ed eterno. </p>



<p>&#8220;La cantata dei pastori&#8221; è stata rappresentata da moltissimi attori ed autori nel corso degli anni, ognuno ha dato la sua chiave di lettura, ognuno ha deciso di raccontarla secondo il proprio punto di vista talvolta ponendo l&#8217;attenzione sulla delicatezza del momento e la sensibilità dei personaggi, talvolta mostrandola come una festa che coinvolge ogni cittadino in un’esplosione di gioia ed euforia. Un racconto che sa di ovattato e impalpabile proprio come nel sogno di Benino, il pastorello con cui si apre l&#8217;opera e che tutti noi dobbiamo ringraziare perché con il suo sonno dolce di bambino sogna l’intero Presepe e tutto ciò che vi accade.</p>



<p>Tutto questo è stato messo in scena il 10 Dicembre nel gremito teatro sociale &#8220;Aldo Giuffrè&#8221; di Battipaglia, punto di riferimento per i cittadini dell&#8217;intera provincia di Salerno. Luogo che offre rappresentazioni teatrali  ma che diventa salotto letterario e luogo di esposizione, insomma è diventato nel tempo il cuore pulsante di cultura e partecipazione cittadina. Ne è stata una dimostrazione il pubblico che quella sera occupava quasi tutti i 400 posti a sedere e che in modo accorato ha partecipato fino alla fine cogliendo le sfumature più toccanti e quelle più veraci di uno spettacolo senza tempo che si conclude con la celebre cantata ”Quanno nascette ninno”, che tutti hanno cantato celebrando quel momento magico insieme all’orchestra dal vivo posta ai piedi del palco proprio come avveniva negli spettacoli teatrali del &#8216;600 in cui attori, orchestra e pubblico diventavano un unico corpo teatrale, esempio concreto e ancestrale di quanto l’arte sia vita.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-3 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="623" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141610-623x1024.jpg" alt="" data-id="34626" data-full-url="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141610.jpg" data-link="https://ventiblog.com/?attachment_id=34626" class="wp-image-34626" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141610-623x1024.jpg 623w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141610-183x300.jpg 183w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141610-935x1536.jpg 935w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141610-750x1232.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141610.jpg 1080w" sizes="(max-width: 623px) 100vw, 623px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="566" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141525-566x1024.jpg" alt="" data-id="34627" data-full-url="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141525.jpg" data-link="https://ventiblog.com/?attachment_id=34627" class="wp-image-34627" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141525-566x1024.jpg 566w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141525-166x300.jpg 166w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141525-849x1536.jpg 849w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141525-750x1356.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG_20231213_141525.jpg 1059w" sizes="(max-width: 566px) 100vw, 566px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="1024" height="683" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045-1024x683.jpg" alt="" data-id="34628" data-full-url="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045.jpg" data-link="https://ventiblog.com/?attachment_id=34628" class="wp-image-34628" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045-480x320.jpg 480w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045-720x480.jpg 720w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045-1200x800.jpg 1200w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045-750x500.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0045.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="1024" height="683" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046-1024x683.jpg" alt="" data-id="34629" data-full-url="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046.jpg" data-link="https://ventiblog.com/?attachment_id=34629" class="wp-image-34629" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046-480x320.jpg 480w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046-720x480.jpg 720w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046-1200x800.jpg 1200w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046-750x500.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/12/IMG-20231213-WA0046.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption">La cantata dei pastori @  Teatro sociale Aldo Giuffrè</figcaption></figure>



<p>I prossimi appuntamenti di questa stagione teatrale sono disponibili sulla programmazione ufficiale del Teatro Sociale Aldo Giuffrè di Battipaglia (SA) che avrà molti ospiti campani tra cui Paolo Caiazzo, Biagio Izzo, Mariano Rigilllo e molti  altri!</p>
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		<title>La guerra tra Hamas e Israele: immagini che parlano e riportano alla guerra di Troia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra esiste da sempre, più o meno da quando esiste l’uomo, nel tempo si è evoluta, ha cambiato forme e strumenti di lotta, ciononostante in fondo la guerra resta sempre dispersione di dolore, povertà e morte. La guerra tra Hamas e Israele è quella che più ci è “vicina&#8221;, ogni giorno sentiamo numeri esorbitanti di morti e feriti. Con uno degli ultimi raid si contano più di 13.000 morti e feriti, molti di loro accolti dall’ospedale di Shifa sotto [&#8230;]</p>
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<p>La guerra esiste da sempre, più o meno da quando esiste l’uomo, nel tempo si è evoluta, ha cambiato forme e strumenti di lotta, ciononostante in fondo la guerra resta sempre dispersione di dolore, povertà e morte.</p>



<p>La guerra tra Hamas e Israele è quella che più ci è “vicina&#8221;, ogni giorno sentiamo numeri esorbitanti di morti e feriti. Con uno degli ultimi raid si contano più di 13.000 morti e feriti, molti di loro accolti dall’ospedale di Shifa sotto il quale si è scoperto l’ennesimo tunnel costruito da Hamas. Questa, come tutte le guerre, non ha rimedio né si individua più la sua origine. Di questa guerra ci hanno scandalizzato le immagini esplicite di cadaveri che occupano le strade, donne uccise a freddo, scuole e ospedali assediati. Tra le tantissime foto che circolano, una mi ha colpito particolarmente. La foto riprende un uomo di spalle alle guida di un motorino che gira per le strade sfoggiando in sella il trofeo della sua vittoria: il corpo morto di uomo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="919" height="581" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/11/IMG-20231018-WA0023-2.jpg" alt="" class="wp-image-34524" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/11/IMG-20231018-WA0023-2.jpg 919w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/11/IMG-20231018-WA0023-2-300x190.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/11/IMG-20231018-WA0023-2-750x474.jpg 750w" sizes="(max-width: 919px) 100vw, 919px" /><figcaption>Credits: redazione Il Post ottobre 2023</figcaption></figure></div>



<p>Non è importante sapere chi tra i due sia palestinese o israeliano, sono due esseri umani, uno in vita e uno a cui la vita è stata tolta.</p>



<p>Questa scena così violenta e penosa mi ha riportato alla mente una guerra molto più lontana che avveniva tra milizie armate di lancia e scudo, svoltasi qualche secolo fa: la guerra di Troia. Anche in quella guerra furiosa Achille appese il corpo di Ettore ormai senza vita al suo carro e lo trascinò lungo le mura di cinta della città per dimostrare che colui che fino ad un attimo prima era venerato e rispettato in quanto figlio del re, era diventato il più perdente tra i miserabili, una massa di sangue e polvere e null’altro se non il suo agognato trofeo.</p>



<p>Allo stesso modo l’immagine di quel cadavere portato a spasso su un motorino mentre la folla aizza alla vittoria per averlo ucciso, rappresenta in modo netto quanto ancora siamo fuorviati dall’idea di vincere a tutti i costi. L’orgoglio, l’onore, il potere dell’uno sull’altro sono motivi che si acuiscono durante una guerra, perdendo sempre più rapidamente la lucidità nel riconoscere che si uccidono persone: padri, sorelle, figli. La cultura dell’odio serpeggia in ogni gesto che porta alla vittoria durante una guerra, perdendo ogni concezione di salvezza. Achille ed Ettore erano avversari in un contesto in cui solo con la forza si poteva diventare padroni di un popolo e di un territorio, la loro educazione era volta alla lotta, all’idea che si è uomini solo se si riesce a vincere, e si vince solo se si depreda e si uccide. Ma oggi? Possiamo ancora nasconderci dietro questi “valori” bellici bruciando tappe e traguardi che si sono raggiunti grazie alle lotte per i diritti umani, alle aperture delle frontiere per l’accoglienza, grazie alla pacifica convivenza tra etnie e religioni che esiste, non dimentichiamolo, in moltissimi luoghi del mondo. Com’è possibile dopo tante battaglie ridurre tutto ad una massa che gioisce e grida vittoria nei confronti di un concittadino che porta il corpo di un uomo ucciso in guerra?</p>



<p>Achille aveva vinto due volte: prima uccidendo Ettore e spodestandolo dal suo potere e poi portandosi a casa il trofeo del suo corpo, ma la storia ci insegna che perfino Achille ha dovuto chinare il capo davanti ad un gesto che lo ha disarmato più di qualunque duello. La sua tracotanza si è arrestata davanti a Priamo, vecchio e stanco padre di Ettore che si presenta nella tenda dell’uomo che aveva ucciso suo figlio e ne aveva anche profanato il corpo e l’onore. Priamo si presenta da Achille munito di sola fermezza e compassione, abbandonando rancore e rabbia, chiedendogli di poter riavere quel che resta di Ettore per potergli concedere almeno una degna sepoltura, riportandolo a casa e garantirgli un ricordo dell’uomo che è stato, non del trofeo che è diventato. Se questo gesto di Priamo ci racconta la forza naturale che può avere un padre nei confronti del proprio figlio senza avere più paura della violenza inaudita di chi lo ha ucciso e usurpato, la docilità e l’arrendevolezza di Achille che glielo concede, è ancora più imprimente, tanto da farlo tornare alle radici di cosa significhi essere umani.</p>



<p>Ecco, a questo livello di consapevolezza nel riconoscere le atrocità che una guerra può portare, noi non siamo ancora arrivati. Quel corpo della guerra tra Hamas e Israele per ora resta solo un trofeo, non c’è ancora nessun Priamo che si sia presentato spoglio di ogni ruolo per dire semplicemente “Basta”. Ma quell’uomo non è solo un trofeo, è figlio di qualcuno che lo sta piangendo e rivestendosi della sola forza di essere uomo vorrebbe dire a gran voce “Giungo ora presso di te affinchè io riscatti il cadavere di mio figlio, abbi compassione di me ricordandoti che anche tu hai avuto un padre”.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



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		<title>Valentina di Filippo e Yume, l’arte sartoriale come mestiere e sogno da coltivare anche al Sud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 08:41:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[moda]]></category>
		<category><![CDATA[salerno]]></category>
		<category><![CDATA[Yume]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se vi dicessi che ho conosciuto una sarta, sono sicura che nella vostra mente si materializzerebbe l’immagine di una vecchina occhialuta, con i capelli raccolti e la fronte corrugata, lo scialle sulle spalle e il ditale al medio, ma questa volta devo deludervi. La sarta che ho conosciuto io è decisamente diversa: Valentina di Filippo, classe 1989, nata in provincia di Salerno, si presenta radiosa in una mattina d’ottobre che sa di primavera, fa la sarta di professione ormai da [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Se vi dicessi che ho conosciuto una sarta, sono sicura che nella vostra mente si materializzerebbe l’immagine di una vecchina occhialuta, con i capelli raccolti e la fronte corrugata, lo scialle sulle spalle e il ditale al medio, ma questa volta devo deludervi. La sarta che ho conosciuto io è decisamente diversa: Valentina di Filippo, classe 1989, nata in provincia di Salerno, si presenta radiosa in una mattina d’ottobre che sa di primavera, fa la sarta di professione ormai da quando aveva 14 anni e crea abiti di alta moda. Capelli lunghi fin sotto le spalle, occhi nocciola grandi e vispi, un sorriso contagioso e consapevole di cosa significhi rivestire questo ruolo nel mondo frenetico di oggi, vive nella provincia di Salerno ed è molto decisa rispetto ai suoi progetti futuri.</p>



<p><strong>Com’è nata in te la passione per questo mestiere?</strong></p>



<p>«Sono una sarta ormai da vent’anni, ma a me sembra di farlo da molto prima, ho imparato da sola, guardando le mani degli altri e poi cimentandomi. Fin dalle scuole superiori ho deciso che la mia passione sarebbe diventata il mio lavoro, infatti una volta diplomata ho frequentato l’accademia di alta moda a Roma e ho svolto il mio stage prima dallo stilista Antonio Grimaldi e poi da Valentino».</p>



<p><strong>Hai avuto l’opportunità di lavorare con nomi importanti nel cuore pulsante del mondo della moda, come mai sei tornata a Salerno?</strong></p>



<p>«Io ho scelto di tornare nella provincia Salerno, non è stato un caso. Roma mi ha fatto crescere, professionalmente e umanamente, ho conosciuto insegnanti, colleghi, stagisti e da ognuno di loro ho rubato qualcosa che magari a me ancora mancava o che mi incuriosiva particolarmente, per renderla mia. Ho guardato, ascoltato, provato e sono tornata a casa mia con un bagaglio di conoscenza ricchissimo. È qui che voglio dar vita a un marchio tutto mio, qui il terreno è fertile e pronto ad accogliere un tipo di arte del genere».</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="720" height="720" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/11/YUME4.jpg" alt="" class="wp-image-34411" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/11/YUME4.jpg 720w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/11/YUME4-300x300.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/11/YUME4-150x150.jpg 150w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/11/YUME4-125x125.jpg 125w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption>Valentina di Filippo @Antonia Checchia</figcaption></figure></div>



<p><strong>Noi immaginiamo sempre la sarta con ago e filo tra le mani, per te invece è una forma di arte. Dicci di più.</strong></p>



<p>«Cucire è solo una parte del mio lavoro, ma dietro l’abito c’è uno studio di linee e forme che io amo molto. Ho studiato design di moda, elaboro e disegno i miei bozzetti, poi scelgo il colore e, se non lo trovo, lo creo: nel mio laboratorio non mancano colori acrilici, ad acqua, vernici e pigmenti, mi piace scoprire nuove sfumature, dare vita al nuovo. Poi passo alla scelta delle stoffe, al taglio e infine alla cucitura».</p>



<p><strong>Qual è la cosa più importante che ti ha insegnato questo lavoro?</strong></p>



<p>«Mi ha insegnato due cose fondamentali: avere pazienza, molta, soprattutto quando devo soddisfare l’idea del committente, ma mi ha anche insegnato a essere decisa e ferma. Quando hai un paio di forbici tra le mani e puoi fare solo un taglio per rimodulare la stoffa, non puoi sbagliare e quando questo succede d’improvviso dietro le quinte di una sfilata, è questione di secondi: o sai quello che fai o perdi l’intero abito. È così che le persone iniziano a fidarsi delle tue mani».</p>



<p><strong>Hai detto che ti piacerebbe aprire un marchio tutto tuo, parlaci di questo progetto.</strong></p>



<p>«In realtà ho già dato vita a questo progetto, i vestiti che creo portano il mio marchio: <em>Yume</em>, che in giapponese significa sogno. Io amo il mondo orientale con la sua armonia tra equilibri diversi, i miei vestiti sono così: semplici, puliti, raffinati, le linee e le forme creano connubi armonici. Tutti i miei lavori li pubblico sulla mia pagina instagram che si chiama proprio <em>Yume</em>. Per ora è una piccola realtà, ma vorrei diventasse un luogo in cui i sogni e le idee diventano concreti».</p>



<p><strong>Sei così giovane, ma hai già molta esperienza: che consiglio senti di dare a chi, come te, vorrebbe intraprendere questo mestiere?</strong></p>



<p>«In questo campo bisogna essere bravi, e per diventare bravi serve esercitare molto la pazienza. L’unica cosa che serve per perseguire il proprio obbiettivo è non scoraggiarsi mai. Non lasciatevi abbattere dal primo ostacolo, da una valutazione negativa, da un errore tecnico: tutti gli errori fanno parte del percorso che porta al miglioramento e quindi all’obbiettivo finale».&nbsp;</p>



<p>Mentre saluto Valentina penso a quanto sia importante sfruttare le capacità che si possiedono e perseguirle fino in fondo. Lei ha una passione nel cuore e un’arte fra le mani, le è bastato riconoscere entrambe le cose per rendere concreto il suo sogno. Valentina se ne va leggera e fiera, e me la immagino che volteggia e danza tra stoffe e pantoni, nel suo mondo di ricami, organza e sete, non sarà un caso che la parola<em> Yume</em> significhi anche “danzare tra i sogni”.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Io capitano: il cinema che racconta la vita vera, come la storia di Fatmatà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Carmela Mandolfino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[io capitano]]></category>
		<category><![CDATA[matteo garrone]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se non avete ancora visto “Io Capitano” di Matteo Garrone al cinema, cercate di recuperare il prima possibile. Non è una storia nuova, ma è unica come le storie di chiunque e vi lascerà senza parole per la brutale logica che costringe ogni singolo migrante a seguire una rotta già tracciata e ben definita in ogni suo ingranaggio. È la storia di due ragazzini senegalesi che intraprendono il viaggio verso l’Europa con lo scopo di diventare due star, ma cerchiamo [&#8230;]</p>
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<p>Se non avete ancora visto “Io Capitano” di Matteo Garrone al cinema, cercate di recuperare il prima possibile. Non è una storia nuova, ma è unica come le storie di chiunque e vi lascerà senza parole per la brutale logica che costringe ogni singolo migrante a seguire una rotta già tracciata e ben definita in ogni suo ingranaggio.</p>



<p>È la storia di due ragazzini senegalesi che intraprendono il viaggio verso l’Europa con lo scopo di diventare due star, ma cerchiamo di abbandonare il <em>pathos</em>, l’empatia naturale verso i protagonisti, tralasciamo ogni sentimentalismo e trattiamo questa storia per quello che è davvero: un inferno senza capo né coda, apparentemente. Un mosaico in cui ognuno diventa padrone di qualcun altro e tutto si può ottenere solo grazie al denaro. Costa cara la vita di esseri umani che si spingono ad un viaggio così incerto e violento, ma è pur sempre minore il prezzo da pagare rispetto alla disperazione che vivono quotidianamente.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="717" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/10/io-capitano-locandina-onedistribution-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-34319" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/10/io-capitano-locandina-onedistribution-717x1024.jpg 717w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/10/io-capitano-locandina-onedistribution-210x300.jpg 210w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/10/io-capitano-locandina-onedistribution-750x1071.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/10/io-capitano-locandina-onedistribution.jpg 1050w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /><figcaption>Crediti: 01distribution</figcaption></figure></div>



<p>Per non essere retorici ci facciamo raccontare qualcosa, quello che si riesce a capire e quello che affiora alla mente senza fare troppo male, da Fatmatà, sedicenne Ivoriana che vive in Italia da due anni e ancora non riesce a comporre una intera frase in italiano. Fatmatà, Fatou per gli amici, decide di partire dalla Costa D’avorio nel 2019, affronta questo viaggio insieme a una sua cugina e alcune altre ragazze del villaggio da cui proviene, non ha ricevuto alcuna istruzione, consce solo Allah, la sua famiglia numerosa, i cugini, le mogli di suo padre, i suoi fratelli e sorelle e i suoi zii. È una ragazza che conosce la campagna, i lavori domestici e ama cucinare in compagnia delle donne, e porta questa abitudine anche in Italia, mostra i sui capelli cortissimi e nodosi solo alle donne, non permette a nessun uomo di guardarla senza l’Hijab. Ha due occhi che sono enormi chicchi di caffè, un sorriso triste e sullo zigomo sinistro si vede una cicatrice ormai assorbita dalla pelle. Fatou non avrebbe mai voluto lasciare il suo villaggio se non avesse dovuto farlo pur di sostenere la sua famiglia ridotta in totale povertà, si è vista costretta insieme agli elementi più giovani della sua famiglia ad attraversare il deserto fino alla Libia e ad arrivare in Italia sui barconi. I soldi chiamano, e l’eco è forte, tutti rispondo, che sia per colmare la povertà o per saziare la propria avidità di potere, in questa storia i soldi sono il motore di tutto. Fatou affronta il deserto, spossata e ridotta in qualcosa che assomiglia ad un essere umano arriva in Libia e lì resta per più di un anno.</p>



<p>Garrone racconta molto bene come funzionano le prigione libiche: sono un coacervo di interessi monetari e di raggiungimento di potere, da una parte la cosiddetta polizia libica arresta tutte le ondate di migranti che riescono a superare vivi il deserto e alla frontiera chiede se hanno soldi: chi li ha li consegna e viene poi costretto a lavorare per poter guadagnare e pagarsi il proprio viaggio in mare, se non si hanno si viene torturati, violentati, abusati &nbsp;e a questo punto due sono le soluzioni: la morte o la lenta e dolorosa sopravvivenza da cui si esce solo grazie ad un altro ingranaggio della macchina migratoria quella che Fatmata chiama salvezza, ma che in realtà si chiama mafia internazionale.</p>



<p>I prigionieri sopravvissuti vengono acquistati, letteralmente, da scagnozzi di potenti della zona, o di potenti esteri che però amano trascorrere le loro vacanze al caldo tepore del nord Africa. Gli scagnozzi impiegano i migranti acquistati nelle prigioni in lavori di manovalanza. Nel film, ad esempio, il protagonista si finge muratore esperto per costruire una fontana al proprietario di una grandissima villa nel deserto; Fatmata, invece, è diventata la cameriera privata di un ricco uomo che si serviva di lei in tutto. Fatmata non riesce a descrivere bene questo lungo anno, è confusa e a disagio, smette di parlare in francese e usa il suo dialetto locale, il diouala. Ci dice che lei ha dovuto dormire con quest’uomo, e anche con i suoi amici, per un anno. Lei non abbassa mai lo sguardo, non versa una lacrima. Semplicemente smette di parlarne. Ed è proprio quest’uomo che lei deve ringraziare perché dopo quel lungo periodo lui l’ha finalmente liberata e le ha dato la possibilità di imbarcarsi. Proprio come nel film. I soldi, ancora una volta, permettono l’accesso alla salvezza, anche se si ottengono per vie terribili, inumane e degradanti.</p>



<p>È così che Fatou riesce a imbarcarsi, finalmente felice di essere libera e dir aggiungere l’Italia, ma il suo viaggio dura una settimana circa, non lo sa nemmeno lei quanto duri di preciso: ricorda solo le onde, l’acqua salata, le piogge nell’acqua, l’orizzonte sempre uguale. Non riesce a fare il bagno adesso, neanche dopo due anni dal suo viaggio. Non riesce a guardare negli occhi gli uomini più grandi di lei, ma si sa difendere benissimo da chi prova ad accarezzarla senza il suo consenso, si fa capire anche senza parlare in italiano, le piace giocare con i bambini – in fondo lo è anche lei – e cucina con amore. Non ha perso questa passione ed è felice di essere circondata da persone a cui si può affezionare davvero.</p>



<p>“Io capitano” è una storia che non racconta bugie, non ne ha bisogno, dà voce a tutte quelle persone che non conosciamo da vicino e probabilmente non arriveremo mai a conoscere, però dobbiamo sapere cosa succede ad una terra che è separata da noi da una striscia di mare. Una terra in cui arrivano quotidianamente armi e stecche di sigarette gratuite per i prigionieri, costellata di grandi ville e casa meravigliose di sceicchi, magnati e politici europei, dove la polizia non difende nessuno e si vende al miglior offerente e i cittadini non sono tutelati.  Lo dobbiamo sapere perché dietro tutta questa enorme macchina ci sono persone come Fatmata, che è qui davanti a me: io posso ascoltarla e toccarla, non posso far finta del contrario. Mi ha raccontato una storia che mi riguarda più di quello che penso, perché io sono solo più fortunata di lei e mentre la guardo, turbata, mi sorride e mi dice «<em>la vie n&#8217;est pas difficile, c&#8217;est nous qui la rendons difficile</em>».</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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