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	<title>tiktok &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Anatomia del “super-uomo” qualunque: come nasce, cresce (e muore) una star nel mondo di TitkTok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2022 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La frenetica evoluzione degli strumenti tecnologici condiziona costantemente le vita delle persone, influenzando in modo profondo anche le già complesse meccaniche delle relazioni sociali. Le nuove opportunità offerte dall’universo cibernetico stanno infatti trasformando nel tempo radicalmente le dinamiche del tessuto sociale, descrivendo traiettorie inesplorate nelle relazioni tra singoli e comunità. Dal metaverso alla realtà virtuale, dall’internet delle cose all’intelligenza artificiale, il nuovo mondo interconnesso consente (e talvolta impone), in particolare, di superare il dogma della fisicità, proiettando persone, sentimenti, parole, [&#8230;]</p>
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<p>La frenetica evoluzione degli strumenti tecnologici condiziona costantemente le vita delle persone, influenzando in modo profondo anche le già complesse meccaniche delle relazioni sociali. Le nuove opportunità offerte dall’universo cibernetico stanno infatti trasformando nel tempo radicalmente le dinamiche del tessuto sociale, descrivendo traiettorie inesplorate nelle relazioni tra singoli e comunità. Dal metaverso alla realtà virtuale, dall’internet delle cose all’intelligenza artificiale, il nuovo mondo interconnesso consente (e talvolta impone), in particolare, di superare il dogma della fisicità, proiettando persone, sentimenti, parole, relazioni nell’eterea realtà del virtuale, in cui valgono regole e cinematiche nuove.</p>



<p>Questi cambiamenti sono stati ulteriormente accelerati e catalizzati in epoca recente dalla lunga e travagliata parentesi dell’emergenza pandemica, che ha costretto a una repentina evoluzione forzata le dinamiche dei rapporti professionali e lavorativi, delle unioni sentimentali e più in generale di ogni relazione intersoggettiva.</p>



<p>Entro questo orizzonte, è cambiato anche, per quanto ci interessa, il modo in cui si forma, mantiene e gestisce il “consenso”, in cui si esprime e diffonde un’opinione e se ne governano conseguenze ed effetti sul grande pubblico. È cambiato, di conseguenza, anche il modo in cui si crea il “successo”, la notorietà e la credibilità personale, artistica, politica e professionale.</p>



<p>Basti pensare a come si sia evoluta nel tempo la narrazione politica per assecondare proprio l’irrefrenabile ascesa dei mezzi di comunicazione: l’interlocuzione sempre più diretta tra rappresentanze e base democratica ha aperto a una stagione di <em>leader</em> carismatici e condannato alla necrosi alcuni schematismi strutturali del sistema classico dei partiti.</p>



<p>Più in generale, nel nuovo mondo interconnesso, il consenso si forma in modo talvolta improvviso e travolgente, grazie all’“effetto rete”: basti pensare a come, grazie alla quarta stagione di <em>Stranger Things</em>, la canzone “<em>Running up that hill</em>” sia ritornata in vetta alle classifiche dopo quasi quarant’anni dalla sua uscita, con più di cinquecento milioni di ascolti su Spotify.</p>



<p>Web e social media rappresentano un’arena ancor più complessa e difficile, in cui opinioni e pensieri viaggiano a velocità ultrasoniche. La tecnologia ha infatti progressivamente abbattuto ogni “grado di separazione” tra il singolo e il grande pubblico, consentendo a ciascuno di parlare in ogni momento e da ogni luogo rivolgendosi potenzialmente al mondo intero. Mentre i mezzi di comunicazione tradizionale (radio, televisione, giornali) riservavano il diritto di parola a un ristretto gruppo di eletti, web e social permettono a tutti di “dire la propria”, di raccogliere consensi, approvazione e di diventare, improvvisamente e talvolta senza nemmeno volerlo, qualcuno.</p>



<p>Il web ha cambiato così il modo in cui nasce, cresce e muore una “star”, in quasi ogni settore, consentendo infatti a qualsiasi utente di avere un’occasione di successo, rivolgendosi all’intera platea del mondo digitale, senza intermediari, senza selezioni e senza filtri. È quindi direttamente il pubblico che sceglie chi e cosa premiare, con i like e i follow. I social oggi più seguiti, infine, come TikTok stabiliscono però in sostanza nuove regole per la comunicazione: ora, se vuoi diventare qualcuno, devi riuscire a farti notare possibilmente&nbsp; nei quindici secondi di un video. Hanno poi anche spostato e modellato gli interessi del pubblico, premiando gli utenti secondo logiche e meccaniche del tutto imprevedibili.</p>



<p>Si è aperta così una nuova stagione, dominata dal “super-uomo qualunque”. Perché nel velocissimo e vorticoso mondo dei trend, dei <em>reel</em> e delle storie, si può diventare – improvvisamente e senza nemmeno volerlo –protagonisti, pur essendo persone normali che condividono momenti della propria vita, del proprio lavoro, delle proprie relazioni. A volte, basta avere un modo originale e inaspettato di presentare cose semplici. Da “con mollica o senza” a “vediamo cosa ha comprato stamattina mio padre per colazione” a “manué” a “come si chiamano gli abitanti di…” a “pane per le nostre polpette” al tizio che si tuffa nell’atrio del condominio a quello che canta in metro, alla ragazza che prepara la focaccia.</p>



<p>La velocità con cui cambiano le mode e i trend nel web rende però il successo transitorio e passeggero: la notorietà si è ridotta molto spesso al famoso quarto d’ora di Warhol. Oggi la vera sfida per i nuovi protagonisti del web è quindi “rimanere”. Altrimenti si corre il rischio di aver investito tempo ed energie per cadere nel dimenticatoio, sperando di essere riciclati in qualche trasmissione di terz’ordine.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>L’effetto di Tik Tok sui più piccoli – Quando un genitore potrebbe fare la differenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Feb 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’ultimo periodo la piattaforma social di Tik Tok è sulla bocca di tutti; e, come potete vedere, anche sulla mia. Ogni giorno si sente parlare di suicidi, tentativi estremi nel dimostrare la propria forza, la propria resistenza. Ed il tutto è associato, in maniera generale, ad una fascia d’età che va dai dieci ai quindici anni. Ma ci sono casi in cui le vittime di questo fenomeno vanno a toccare fasce d’età ancor più giovani, portando chi di dovere ad [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Nell’ultimo periodo la piattaforma social di <a href="http://ventiblog.com/renegade-la-subcultura-di-tiktok/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tik Tok</a> è sulla bocca di tutti; e, come potete vedere, anche sulla mia. Ogni giorno si sente parlare di suicidi, tentativi estremi nel dimostrare la propria forza, la propria resistenza. Ed il tutto è associato, in maniera generale, ad una fascia d’età che va dai dieci ai quindici anni. Ma ci sono casi in cui le vittime di questo fenomeno vanno a toccare fasce d’età ancor più<span class="has-inline-color has-vivid-red-color"> </span><span class="has-inline-color has-black-color">giovani,</span> portando chi di dovere ad intervenire.</p>



<p>L’argomento di discussione di quest’ultimo periodo è la possibile chiusura del social network, la sua rimozione da ogni dispositivo e dalle vite di coloro che ne fanno uso. Ma siamo sicuri che il problema sia Tik Tok? Siamo certi che, eliminandolo, avremmo risolto il problema?</p>



<p>Tik Tok è soltanto uno strumento momentaneo dove sfogare la propria noia – nel caso degli adulti – e la propria innocenza e poca consapevolezza – nel caso dei più piccoli. Morto un Papa se ne fa un altro. E la stessa cosa vale per Tik Tok; qualche altra piattaforma prenderà il suo posto e il problema si ripresenterà, probabilmente con margini negativi più ampi.</p>



<p>Nel caso dei più piccoli il vero problema è la mancanza d’attenzione di quei genitori che, con incoscienza, non riescono a percepire la gravità di una concessione. Concedere al proprio figlio di dieci anni l’ingresso su Facebook, Instagram e, in questo caso, Tik Tok equivale ad abbattere il muro della privacy offrendo al bambino il mondo dell’online. </p>



<p>Internet è uno strumento che ha cambiato il nostro pianeta, lo ha rivoluzionato e reso migliore. Ma, come tutto a questo mondo, possiede delle controindicazioni che, se non gestite con attenzione, possono risultare fatali. Un bambino di dieci anni non riesce a capire che chattare con uno sconosciuto potrebbe risultare pericoloso. Un bambino di dieci anni non riesce ad individuare un clima sinistro dietro un gioco rischioso che gioco non è. Così come non riconosce la malizia, ignorandone l’esistenza; è sempre stato così, anche oggi che i bambini dimostrano un’intelligenza superiore a quella dei bambini di trent’anni fa.</p>



<p><span class="has-inline-color has-black-color">Io non sono</span> un genitore – e sicuramente molti di loro penseranno che non potrò capire certe dinamiche. Ma so cosa significa voler bene a qualcuno; e immagino cosa si provi a volerne ad un figlio. Molti concedono tanto ai loro piccoli per cercare di non farli sentire diversi dai loro coetanei. Ed è proprio qui che sta l’errore, un errore dettato dalla buona fede; ovvero il dare, il concedere necessariamente per inserire il proprio figlio in società.</p>



<p>In questo caso le soluzioni sono due: o non lo si fa, cercando di spiegare al piccolo i motivi, o lo si fa, sforzandosi di avere un controllo maniacale ed assiduo sul bambino e sui suoi movimenti online. Purtroppo sappiamo bene che col tempo, tra impegni di lavoro ed altro, il controllo andrà a scemare. I bambini si ritroveranno abbandonati a se stessi e liberi di scaricare dal Play Store qualsivoglia social. </p>



<p>Un genitore deve far capire al proprio marmocchio che c’è un’età per ogni cosa; c’è un’età per la patente ed una anche per avere in mano un cellulare e fingere di essere un adulto. Bisogna spiegare ai bambini che la fiducia non si regala, si conquista. Quando quel bambino dimostrerà di avere una testa propria e di saper decidere senza farsi influenzare dal proprio amichetto, allora in quel caso si è pronti. Fino ad allora mettere i social in mano ad una creatura sarà rischioso.</p>



<p>Perché è inutile prendersela con Tik Tok e con gli altri social network; è troppo semplice scaricare l’intera colpa su queste dannate piattaforme. I bambini non avranno Tik Tok se non disporranno di una connessione; di conseguenza i bambini non avranno una connessione se non disporranno di uno smartphone. Azione, conseguenza.</p>



<p>E’ chiaro che se regali uno smartphone a <span class="has-inline-color has-black-color">tuo</span> figlio quest’ultimo ti chiederà una connessione: cos’altro dovrà farci? Com’è chiaro che un bambino, nel vedere il proprio genitore ridicolizzarsi di fronte a Tik Tok, cercherà d’imitarlo. Bisogna avere buon senso e, soprattutto, dare il giusto esempio.</p>



<p>I figli, tante volte, sono lo specchio dei genitori e, molti, ne pagano le loro colpe. Bisogna fare attenzione, seguire i piccoli con costanza, anche al costo di risultare pesanti e troppo apprensivi. Perché un gioco ti fa divertire, non ti toglie la vita.</p>
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		<title>Rolling in the deep: il ritorno dei pattini a rotelle tra TikTok e BLM</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Allevato]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 06:46:08 +0000</pubDate>
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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap">Li vediamo sfrecciare da mesi per le strade e sui social, decorati con colori accesi a contrasto, a volte brillantini e guidati con estrema sicurezza. No, non sto parlando dei monopattini elettrici che ultimamente dominano la cronaca, certo non per il modo in cui sono decorati, ma per il pericolo che costituiscono, specie in assenza di normative che regolino il modo in cui circolano per le strade. A essere tornati prepotentemente di moda sono, infatti, i rollerblade o pattini a rotelle, nella versione squad e di linea, protagonisti di evoluzioni e acrobazie per strada e sui social, soprattutto Instagram e TikTok. I video sotto l’hashtag rollerblade o rollerskate raggiungono infatti oltre le quattro milioni di visualizzazioni e diventano anche occasione di confronto culturale e politico.</p>



<p>Il ritorno di questo passatempo che spopolava soprattutto intorno agli anni Ottanta era stato in parte annunciato dal ritorno a una estetica vintage, che ha permesso alle nuove generazioni di riscoprire gli oggetti e prodotti della cultura pop degli anni passati, il cui picco di interesse è da ricondurre al successo della prima stagione di Stranger Things nel 2016. In seguito, sono stati gradualmente inseriti nei recenti prodotti commerciali indirizzati alla cosiddetta Gen Z, come la serie televisiva <em>Euphoria</em> e il film su Harley Quinn, <em>Birds of Prey</em>. Nessuna sorpresa quindi che siano tornati alla ribalta proprio in un momento storico in cui, con le restrizioni dovute al Coronavirus, il distanziamento sociale e la sospensione di attività sportive di squadra e di eventi di grande portata – come le Olimpiadi e la <em>Champion’s League</em> – i giovani orientassero i loro interessi atletici verso passatempi che non costituissero un problema per l’incolumità generale e conciliassero il bisogno di svagarsi in leggerezza all’aria aperta.</p>



<p>La viralità mediatica è poi stata raggiunta soprattutto grazie a Tiktok, il social che più ha dominato questi mesi di quarantena, e i video-tutorial lanciati da skater professionisti, che grazie ai loro contenuti hanno ispirato milioni di utenti ad approcciare questo sport, che ha anche il grande pregio di poter essere praticato ovunque, senza bisogno di campi appositi o palestre chiuse.</p>



<p>A confermare questo ritorno è il direttore marketing della Rollerblade, la stessa azienda che lanciò il trend nel 1980. Secondo Tom Hyser, le vendite dei pattini a partire da aprile, ossia il mese in cui sono iniziate le restrizioni sociali negli Stati Uniti, sono aumentate del trecento percento. Tuttavia, la comunità nera statunitense è reticente ad attribuire questo ritorno a una moda come un’altra, nella maggior parte dei casi portata alla ribalta dai bianchi.</p>



<p>Queste ultime settimane di proteste del movimento Black Lives Matter, infatti, sono diventate occasione di arricchimento e dibattito anche dal punto di vista storico e culturale. Al di là delle secchiate di vernice contro statue di colonialisti, l’occasione si è fatta propizia per approfondire la conoscenza della Black History, ossia la storia vista dal punto di vista della comunità afroamericana, come un prolungamento del Black History Month, il mese che gli Stati Uniti designano ogni anno per sensibilizzare su tematiche legate alla razza, le discriminazioni e, in generale, le minoranze. Ciò che è quindi emerso con il ritorno dei pattini a rotelle, è che in realtà per la comunità nera non sono mai “tornati”, ma ci sono sempre stati, costituendo un’importanza rilevante per la Black culture, non solo nel ruolo di affermazione della propria identità, ma anche per creare contesti di militanza politica.</p>



<p>Il problema riguardo la tendenza a fare “whitewashing” (ossia l’azione dei bianchi di appropriarsi e riadattare una tendenza o attività che è parte della cultura nera) del rollerskating era stato già denunciato nel 2019 dal documentario “United Skates”, che mostrava lo stretto legame tra l’attività sportiva e il movimento per i diritti civili, difesi da generazioni di pattinatori neri. Pare infatti che durante gli anni della segregazione fosse stato prima impedito ai neri di pattinare, per poi in seguito designare degli spazi specifici per loro. Furono poi le proteste e i boicottaggi a rendere i parchi per lo skate più inclusivi, fino a renderli teatro di trasformazioni culturali: la nascita dell’hip hop fu possibile grazie alle piste di pattinaggio, unico luogo in cui i rapper potevano esibirsi quando gli era proibito farlo altrove.</p>



<p>A fare un ulteriore approfondimento sul ruolo dei pattini nel movimento è Toni Bravo, un ventenne californiano che su TikTok approfondisce proprio il legame storico e culturale tra i rollerblade e la comunità nera, reso ancora più evidente dalla scelta dei manifestanti del movimento BLM di indossarli per fuggire più velocemente dalle azioni repressive della polizia e mostrare più agilmente i cartelli con i messaggi di protesta.</p>



<p>Per concludere, quindi, sembra che come ogni attività sportiva che abbia un certo impatto, si possa attribuire uno spessore culturale anche a questa semplice attività d’intrattenimento che da aprile domina i piedi dei più impavidi e i social di noi tutti, aggiungendo alla leggerezza, un’ulteriore occasione di arricchimento e confronto.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo già pubblicato su Il Quotidiano del Sud &#8211; l&#8217;Altravoce dei Ventenni il 24/08/2020</em></p>



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		<title>Denim Day: non cambierò ciò che sono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Allevato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2020 14:12:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si parla di violenza sessuale, nel bene o nel male l’attenzione ricade sempre sui vestiti. Sono la domanda, la sottile allusione, la curiosità, quasi senza volerlo sono il nostro primo pensiero. Se bisogna passare per strade pericolose, ci chiediamo se indossiamo capi appropriati per scongiurare attenzioni indesiderate, se subiamo un’aggressione sono il campo di battaglia da cui si può intuire se hai lottato o meno, se &#8220;te la sei cercata&#8221; o meno. Ci hanno insegnato che bisogna essere appropriati [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Quando si parla di violenza sessuale, nel bene o nel male l’attenzione ricade sempre sui vestiti. Sono la domanda, la sottile allusione, la curiosità, quasi senza volerlo sono il nostro primo pensiero. Se bisogna passare per strade pericolose, ci chiediamo se indossiamo capi appropriati per scongiurare attenzioni indesiderate, se subiamo un’aggressione sono il campo di battaglia da cui si può intuire se hai lottato o meno, se &#8220;te la sei cercata&#8221; o meno.</p>



<p>Ci hanno insegnato che bisogna essere <em>appropriati</em> e che con i vestiti comunichiamo, per quanto sottilmente, le nostre intenzioni. Ci abbiamo creduto e ne abbiamo fatto una colpa, ma non è così. </p>



<p>E la narrazione sta cambiando.</p>



<p>Da tempo i vestiti, da imputati e colpevoli, sono diventati la bandiera contro la colpevolizzazione delle vittime di violenza, restituendo a entrambi l’innocenza originaria e l’estraneità all’evento traumatico. Adesso sono testimonianza della forza delle vittime, del superamento del trauma e un invito a sensibilizzare sul tema.</p>



<p>L’abito che indossava “quel giorno” non definisce più la vittima, ma ribadisce che in “quel giorno” non ha avuto alcuna rilevanza. Non è stato lui a determinare l’evento, ma l’aver incontrato sul tuo cammino uno o più criminali.</p>



<p>Insomma, i vestiti ora sono protagonisti che non vogliono essere protagonisti e da questa idea- da questo sovvertimento della storia- sono nate diverse iniziative per sensibilizzare sul tema. </p>



<p>Nel 2013 nasce, ad esempio, il progetto di Jen Brockman &#8211; direttrice del Centro per la prevenzione e formazione sessuale di Kansas &#8211; e di Mary A. Wyandt-Hiebert, responsabile di tutte le iniziative presso il Centro di educazione contro gli stupri dell’Università dell’Arkansas. Diffuso in Italia dall’<a href="https://liberesinergie.org/">Associazione Libere Sinergie</a>, <a href="https://liberesinergie.org/comeri-vestita/">&#8220;Com&#8217;eri vestita?&#8221;</a> propone una fedele ricostruzione degli abiti che indossavano “le donne che non saranno più le stesse”, di cui non viene diffusa l’identità ma solo la loro storia. </p>



<p>Tanto basta per dipingere un quadro decisamente realistico e agghiacciante: possiamo trovare minigonne, top estivi, completi da lavoro, tute da ginnastica, ma anche stampelle, completi per bambini in età prepuberale. Anche nel peggiore degli scenari, è difficile pensare che a qualunque di queste composizioni di stoffa si possa attribuire la colpa di quanto accaduto. </p>



<p>La mostra è stata più volte proposta in Italia, negli anni, e nel 2019, in occasione dell’8 marzo, l’esposizione è stata inaugurata a Milano ed è proseguita fino a novembre scorso, facendo tappa in diverse regioni italiane.</p>



<p>Poi è subentrato quel leggero inconveniente della pandemia globale e ogni progetto è diventato virtuale. Con lo stesso spirito, in occasione del Denim Day (abbiamo parlato della storia di questa giornata <a href="http://ventiblog.com/denimday-non-si-stupra-un-jeans-no/">qui</a>), si è voluto sensibilizzare sul tema e stavolta i protagonisti sono state le vittime stesse. </p>



<p>A partire dal 29 aprile- giornata ufficiale definita dall’<a href="https://www.denimdayinfo.org/">associazione </a>che ha promosso l’iniziativa- giovani ragazzi in tutto il mondo hanno usato TikTok e Instagram e ogni piattaforma a loro disposizione per mostrare il vestito che indossavano “quel giorno”, condividendo la loro storia a parole, per iscritto e tramite i loro sorrisi, perché hanno voluto ribadire che quell’evento non li definisce come persona. </p>



<p>Ad aiutarli, è stata anche la canzone scelta: It’s Time degli Imagine Dragons, con il verso “<em>Now don&#8217;t you understand, I&#8217;m never changing who I am</em>” (trad. “<em>Adesso capisci che non cambierò mai ciò che sono</em>”), ribadisce la loro volontà di non far condizionare il resto della propria vita dal trauma ricevuto, di farsi avanti contro chi ha fatto loro del male e, con l’occasione, lanciare messaggi importanti.</p>



<p>Come per la mostra, anche qui i vestiti mostrati mostrano un quadro vario e sfaccettato, che ci costringe a non vedere la violenza in modo “stereotipato”: grazie all’hashtag #denimday possiamo infatti vedere video di ragazze che mostrano gonne strappate, jeans intatti, ragazzi che mostrano tute di calcio, uomini che non possono mostrare alcun abito &#8211; perché l’abuso subito non ha riguardato un vestito solo e si è protratto per anni o addirittura erano troppo piccoli per aver conservato alcunché.</p>



<p>Il messaggio è chiaro: bisogna sensibilizzare sulla violenza sessuale perché non riguarda solo una categoria, un vestiario, un atteggiamento, ma solo un colpevole che deve pagare per quello che ha fatto, un colpevole a cui non bisogna dare la soddisfazione di aver spezzato una vita, perché da quell’abuso si può rinascere. </p>



<p>Un messaggio positivo, speranzoso, che denota molto coraggio. È una forza virale che ha portato molti a ispirarsi per raccontare e raccontarsi, iniziare conversazioni importanti e creare una <em>community</em> globale, unita in un abbraccio di comprensione e sostegno sincero.</p>
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		<title>Renegade: la subcultura di TikTok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Allevato]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2020 19:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La popolarità crescente di TikTok- il nuovo social per giovanissimi- ha attirato l’interesse delle vecchie generazioni sulla piattaforma, tanto da aumentare il numero dell’utenza e portare perfino politici come Salvini a iscriversi, nel goffo tentativo di mettere in pratica una strategia di marketing che potesse renderli simpatici, virali o oggetto di meme, come era successo per la canzone “Io sono Giorgia” nel 2019. Tuttavia, TikTok non è terreno fertile per questo tipo di linguaggio, infatti pur non essendo alla portata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La popolarità crescente di TikTok- il nuovo social per giovanissimi- ha attirato l’interesse delle vecchie generazioni sulla piattaforma, tanto da aumentare il numero dell’utenza e portare perfino politici come Salvini a iscriversi, nel goffo tentativo di mettere in pratica una strategia di marketing che potesse renderli simpatici, virali o oggetto di meme, come era successo per la canzone “Io sono Giorgia” nel 2019. Tuttavia, TikTok non è terreno fertile per questo tipo di linguaggio, infatti pur non essendo alla portata di tutti sta influenzando radicalmente anche i social in cui non è prevista la diffusione dei suoi contenuti: i video caricati sulla piattaforma vengono condivisi ovunque, creando fenomeni del web in pochissimo tempo. Non si tratta, però, di fama temporanea, ma dell’ascesa delle nuove star del domani. </p>



<p>Nel 2018 un giovane aspirante musicista, Montero Hill, il
cui nome utente era Lil Nas X, ha caricato sul social un video con la sua
canzone “Old Town Road”, il resto è storia, collaborazioni di prestigio, primi
posti in classifica e due Grammys. Altri artisti emergenti hanno trovato
terreno fertile nell’app, che grazie a un sistema di condivisione immediato che
permette agli utenti di aiutarsi a vicenda per raggiungere una popolarità
enorme e pressoché istantanea. Il suo contenuto varia: molti utenti lo usano
per “<em>vloggare”</em>, per mostrare i loro <em>cosplay</em> tramite movimenti
buffi, per ricreare i balletti virali o realizzare i cosiddetti POV, <em>point
of view</em>, brevi clip in cui una o più persone ricreano una situazione
specifica interagendo con l’obiettivo, anche senza parlare e avvalendosi solo di
una canzone incalzante per definirne l’atmosfera. Questi sono i contenuti più
famosi, che spesso sono oggetto di derisione al di fuori della piattaforma e considerati
l’unica proposta disponibile al suo interno. </p>



<p>In realtà, non è così. </p>



<p>Un aspetto molto sottovalutato di TikTok è l’avvalersi di un linguaggio personalissimo, in cui- per esempio- brevi versi delle canzoni vengono usate per ricreare un dialogo e l’utente ha la possibilità di essere creatore, attore e spesso anche cursore nel proprio video, grazie all’inserimento di scritte a comparsa. Questo linguaggio all’apparenza complesso permette di affrontare numerose tematiche, anche le più difficili, in modo semplice ed efficace. </p>



<p>“Ha riempito il vuoto lasciato da Vine e che Snapchat non è mai stato in grado di colmare” dice a Teen Vogue <a href="https://www.teenvogue.com/story/tiktok-what-is-it">Patrice Callander</a>, <em>digital brand manager</em> e <em>social media strategist</em>, che vede giustamente in TikTok, nonostante le censure e le problematiche sulla privacy legate alla ByteDance- che l’ha acquistato nel 2018- il potenziale di un luogo positivo in cui vi sia espressione culturale variegata e aperta, in cui i temi considerati “difficili da affrontare” che spesso hanno comportato uscite esasperate dai più come “non si può più scherzare su nulla” trovano la loro completa spiegazione. L’algoritmo dell’app è estremamente preciso rispetto ai suoi concorrenti e tiene conto immediatamente delle tue preferenze tramite le interazioni. Questo significa che ci si può ritagliare il proprio spazio, in cui potersi sentire al sicuro da ogni critica, ed è anche il motivo principale per cui i ragazzi appartenenti a minoranze o alla comunità LGBT+ sono tra i maggiori fruitori del social e creatori di contenuti. Tramite l’autoironia e il linguaggio già citato, trasmettono messaggi di inclusione che rappresentano anche il futuro dell’intrattenimento, in cui non costituiscono più elemento derisorio ma sono gli stessi che prendono in mano la loro narrazione per renderla coinvolgente e, soprattutto, divertente. </p>



<p>Non bisogna neanche sottovalutare l’influenza politica della
piattaforma che, coerentemente con la sua natura di sbocco vitale per
l’espressione di se stessi, permette di lanciare in fretta e a chiunque
messaggi importanti. Il caso che più ha attirato l’attenzione dei media nel
novembre scorso, quello dell’attivista diciassettenne Feroza Aziz- che tramite
l’escamotage di un video tutorial aveva sensibilizzato sul tema dei campi di
concentramento cinesi in cui vengono detenuti gli uiguri- ha ispirato moltissimi
giovani a fare attivismo sulla piattaforma, approfittando della loro
popolarità. Una popolarità che non va soltanto a essere utile all’utenza ma
anche ai creatori stessi. In India e Pakistan, luoghi in cui le donne trovano
difficoltà a ritagliarsi autonomamente un luogo in cui esprimersi o
semplicemente farsi strada per avviare una carriera nell’intrattenimento, sono
numerose le utenti che grazie al seguito raggiunto hanno la possibilità di
essere scelte per recitare, presentare in tv o addirittura proporre le loro
canzoni alle maggiori industrie del settore. A dimostrazione che la sensibilità
nelle nuove generazioni sta cambiando in meglio, grazie anche a questo tipo di
interazione digitale, è il caso della quattordicenne afroamericana Jalaiah
Harmon, ballerina prodigio che ha creato la coreografia del momento <em>Renegade
dance</em>, ad oggi la più popolare su TikTok. Come accade dalla nascita della
musica contemporanea- e in realtà da sempre- la ragazza ha caricato il video
con la sua coreografia su Instagram e l’idea le è stata “soffiata” da una
influencer bianca, Charlie D’Amelio, che ad oggi grazie a quel video ha
raggiunto 90 milioni di follower mentre scrivo, senza dare alcun credito alla
ballerina di Atlanta. La sua storia, però, è stata diffusa e ha avuto un
impatto tale da sensibilizzare sull’importanza della paternità delle creazioni
artistiche, tanto che la stessa Charlie nei giorni scorsi ha sentito l’esigenza
di “ospitarla” sul suo account per ballare insieme e compensare le mancanze
passate, lanciando un messaggio di apertura e condivisione muovendosi al ritmo
di Renegade.</p>
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		<title>10 anni in 10 social</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Allevato]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jan 2020 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNET]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dieci social network che hanno definito il decennio Se siete di quelli che iniziano a contare da zero, il 31 dicembre ha rappresentato per voi non solo la fine dell’anno, ma del decennio. Ho riflettuto molto su ciò che ha caratterizzato la mia vita personale in questi ultimi dieci anni, poi ho osservato lo smartphone nella mia mano destra e ho capito: i social network. Il primo accesso a internet- che in molti ritengono una vera e propria realtà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h3>I dieci social network che hanno definito il decennio</h3>



<p class="has-drop-cap">Se siete di quelli che iniziano a contare da zero, il 31
dicembre ha rappresentato per voi non solo la fine dell’anno, ma del decennio.
Ho riflettuto molto su ciò che ha caratterizzato la mia vita personale in
questi ultimi dieci anni, poi ho osservato lo smartphone nella mia mano destra
e ho capito: i social network. Il primo accesso a internet- che in molti
ritengono una vera e propria realtà parallela, una scoperta più che
un’invenzione- il vero fattore rivoluzionario che ha influenzato le nostre vite
in modo irreversibile sono stati i luoghi in cui abbiamo cominciato a
interagire virtualmente l’uno con l’altro. Sono le “piazze virtuali” che hanno
modificato il nostro modo di comunicare, certo, ma anche il modo in cui ci
muoviamo ogni giorno nel mondo, in cui ci informiamo, lavoriamo, votiamo e
addirittura scopriamo chi siamo e cosa vogliamo essere. Il nostro io non esiste
più se la nostra controparte virtuale non si materializza tramite post, like,
immagini e video diffusi a livello globale. Sono diventati una ghiotta
occasione imprenditoriale e dal boom di Facebook (intorno al 2008) i più hanno
fatto a gara a chi urlava più forte per attirarci nelle loro piazze. Quindi,
quali sono i social network che sono riusciti a lasciare la loro impronta in
questo decennio? Quali sono nati per durare, quali hanno segnato un cambiamento
anche nella nostra quotidianità? In questa lista ho racchiuso i dieci social
che hanno sicuramente influenzato la mia, a cominciare ovviamente da:</p>



<ul><li><strong>Facebook</strong>: il mio primo tentativo con i social network- quando ancora non sapevo cosa fossero e perché quel cinquantenne dal nome “user123” volesse collegarsi via webcam con me- è stato MySpace, ma fu Facebook a segnare il mio vero primo tentativo di orientamento in quella giungla virtuale. Mark Zuckerberg ci vide giusto a investire in un social che ti costringe a usare nome e cognome; non per ragioni di privacy che potrebbero interessare personaggi come Marattin, ma perché mai sottovalutare la curiosità delle persone per le vicende del loro vicinato. Facebook è diventato il nostro passaporto, il nostro documento ufficiale, per questo è stato terrificante scoprire che gli affari nostri erano stati smerciati per pochi miliardi di dollari. Continuerà a esistere nei prossimi dieci anni? Si è radicato nel nostro quotidiano quindi- purtroppo- sì, ma con molte regolazioni in più o la stessa utenza potrebbe ribellarsi.</li><li><strong>Twitter</strong>: personalmente, il mio preferito. La grafica di una applicazione di messaggistica istantanea, ma aperta al mondo, dove puoi interagire in continuazione e troverai sempre qualcuno disposto a risponderti. Dove puoi acculturarti, crescere, confrontarti in pochissimi caratteri. Nonostante siano anni che lo diano per molto, è l’unico social in cui siano stati presi provvedimenti contro i messaggi di odio e bullismo e per molti politici rappresenta il migliore megafono dove palesare le loro intenzioni. Basta guardare il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump: utente sempre attivo e sempre pronto a lanciare comunicati prima del suo stesso ufficio stampa; anche recentemente, quando ha pubblicato la bandiera degli Stati Uniti subito dopo- si è poi scoperto- l’attacco da lui ordinato contro il leader iraniano Soleimani.</li><li><strong>Youtube</strong>. Il Tubo è stato il primo contatto dei millenial col concetto di “lavoro sul web”. Le nostr innocenze si sono spezzate quando per la prima volta i nostri intrattenitori preferiti, ragazzi come noi che creavano video per semplice divertimento o come modalità con cui trasmettere la loro creatività, hanno ammesso di guadagnarci soldi. Soldi veri. Da allora, non basta una webcam e tanto carisma per avere successo su questo social, gli standard si sono alzati in modo vertiginoso e i CEO stessi, succedutesi negli anni, hanno dovuto contrastare in ogni modo la concorrenza e definire la loro policy con i tempi che cambiano. Sarà nel nostro prossimo decennio se decideranno di investire di più sui così detti <em>creator </em>e non sulle aziende che creano appositamente il personaggio del giorno.</li><li><strong>Snapchat</strong>: nonostante sia una delle app più utilizzate all’estero, in Italia la sua utenza è presto migrata su Instagram. A livello sociale, rappresentava la versione meno patinata e costruita del suo avversario, che è subito corso ai ripari creando una versione identica delle dinamiche sulla sua piattaforma. Non sarà nel nostro 2020, ma ha segnato i nostri Dieci.</li><li><strong>Instagram</strong>: la creatura acquistata dallo stesso Zuckerberg per un miliardo di dollari e sta superando il suo primogenito. Come social è stato sempre accostato all’estetica superficiale e patinata dell’ ”era digitale” e dei millenial, in cui l’importante è apparire senza pori, senza imperfezioni e possibilmente, sempre allegro. Con l’introduzione delle stories hanno sbaragliato Snapchat e dato più tridimensionalità ai loro contenuti, ma è con le InstagramTV che, se gestite al meglio, potrebbero fare il grande salto e superare in utenza, come già accade, anche Youtube.</li><li><strong>Tumblr</strong>: è il social dei giovani per eccellenza, in utenza non raggiungerà Facebook o Youtube, ma è il luogo in cui nascono le discussioni che bloccano Internet e le mode (o meme) virali.</li><li><strong>Flickr</strong>: ad oggi utilizzato come un’alternativa indie ad Instagram, non dimentichiamo che è il social in cui Chiara Ferragni mosse i primi passi e sfoggiò le sue prime borse firmate. Gli dobbiamo tutto e impavido continua a resistere, gli do fiducia per il futuro.</li><li><strong>MySpace</strong>: citato in precedenza, gli dobbiamo che è stato il nostro primo approccio millenial al virtuale. Ha indicato la via a tutti gli altri, ma ora è solo un lontano ricordo.</li><li><strong>Linkedin</strong>: il “Facebook del lavoro”. Nonostante le premesse incoraggianti, lo scopo di aiutarti a trovare lavoro o a migliorarti nello stesso lo raggiunge solo se hai un certo numero di anni di esperienza. Lì sopra si abusa della parola “skill”, se non le hai non esisti.</li><li><strong>TikTok</strong>: il social che sta monopolizzando il mondo, i suoi video lanciano mode e definiscono davvero il nostro modo di comunicare e fare umorismo. Recentemente è stato utilizzato anche per lanciare messaggi politici importanti. Governo cinese escluso, i suoi contenuti sono diversificati, ha molto potenziale.</li></ul>



<h3>Articolo già pubblicato sul <em>Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em>di lunedì 6 gennaio 2020</h3>
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