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	<title>scadenze &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Deadline, la sensazione dolce-amara che tutti conosciamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Nicelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jan 2024 09:19:02 +0000</pubDate>
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<p>“<em>Termine ultimo, scadenza improrogabile: si avvicina la deadline per la consegna dei lavori. Etimologia: voce ingl.; propr. ‘scadenza’, comp. di dead ‘morte’ e line ‘linea</em>’”. Questa è la definizione secondo il dizionario Garzanti della parola “deadline”. Se c’è una espressione che può riassumere una condizione condivisa da miliardi di persone è proprio deadline. La scadenza è una sensazione maledettamente contemporanea e attuale. Tutti conoscono ciò che c’è prima di quella linea, cioè una mole di lavoro da sbrigare, spesso a prescindere da tutto il resto. Possiamo considerarla come la sottile linea da non superare: oltre, infatti, troviamo l’ignoto e il vuoto o, più concretamente, una ramanzina che potrebbe costarci diversi problemi, in particolare sul posto di lavoro. Ma le deadline esistono anche in altri ambiti: pensiamo a quello pubblico, quando vogliamo iscriverci a un concorso. Se lo facciamo un minuto solo dopo la scadenza (la nostra deadline), la domanda sarà automaticamente respinta. La parola deadline è salita alla ribalta durante i primi giorni di questo nuovo anno grazie al <em>New Yorker</em>, periodico statunitense nato nel lontano 1925 e alla copertina – edita dall’italiana Bianca Bagnarelli, artista, illustratrice e fumettista – che ritrae una donna in tuta e calzini, sola in una stanza illuminata solo dall’ampio schermo di un computer, mentre fuori dalla finestra si accendono luci e si vedono fuochi d’artificio, probabilmente a segnare la fine dell’anno. Una festa alla quale la protagonista non può partecipare: nella stanza si vedono pile di fogli accartocciati e un file aperto sulla schermata del pc. Sulla scrivania c&#8217;è un bicchiere ormai vuoto e una tazza, probabilmente lì dalla colazione, con all&#8217;interno una buccia di banana, spuntino consumato come spesso succede davanti allo schermo. E sulla stampante si intravede anche un piatto, che probabilmente poche ore prima conteneva il pranzo o la cena. Unica compagnia è un gattone nero, accoccolato sui fogli. La parola deadline è così universalmente diffusa che le è stata dedicata, addirittura, la prima copertina del nuovo anno. Che mondo ci aspetta, allora? E a che punto siamo arrivati? Sempre più spesso mi è capitato di sentire i miei coetanei ammettere di aver lavorato durante le feste. Io stessa l’ho fatto. Se da una parte si pensa di sfruttare i ritagli di tempo nei momenti in cui il resto del mondo si ferma, alla fine della giornata ci si rende conto di perdersi tutto il divertimento, e resta solo una sensazione dolce-amara.</p>



<p>Una condizione comune a milioni – se non miliardi &#8211; di persone nel mondo. L’effetto di immedesimazione nella donna protagonista è facile: tra chi la interpreta come immagine di serenità a chi (i più) la considera come la rappresentazione del lavoro così come è oggi e delle difficoltà delle persone che lavorano. Se lo abbiamo scelto noi, c’è anche della malinconia: ti stai perdendo qualcosa, fuori imperversa una festa e tu non puoi partecipare, ma è comunque una visione serena, di ritiro e calma da un momento caotico. E ci sono anche tante persone che quel momento non lo scelgono: qualcun altro ha dato una scadenza durante le feste e tocca lavorare, è un obbligo. Quei momenti di frenesia (lavorativa, soprattutto) rappresentano sia l’inizio che la fine, tra l’ansia di mettersi subito al lavoro e quella di perdersi la festa fuori. In questo nuovo anno, iniziato solo da qualche settimana ma già denso di avvenimenti e di frenesia, dovremmo seriamente iniziare a riflettere e a dibattere sul mondo del lavoro di oggi, fatto di angoscia per arrivare in tempo e di paura di non farcela. Di tempo che sentiamo di non avere o che, comunque, non sfruttiamo mai appieno. Un’immagine che suscita sentimenti tempestosi. Vale allora la pena tornare all’intestazione e riflettere sulla parola &#8220;deadline&#8221;: letteralmente si può tradurre in &#8220;linea della morte&#8221; o &#8220;linea mortale&#8221;. E questa traduzione, accostata al tema delle scadenze lavorative, fa un po&#8217; accapponare la pelle: stiamo sacrificando la nostra vita in nome del lavoro? Abbiamo bisogno che ci esplodano i fuochi d&#8217;artificio di fronte agli occhi per farci risvegliare dall&#8217;assuefazione lavorativa? Abbiamo ormai rinunciato a lavorare per vivere e siamo inevitabilmente tutti finiti con il vivere per lavorare?</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



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