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	<title>mondiali &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Cosa ci resterà dei mondiali in Qatar?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sante Filice]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
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<p class="has-drop-cap">Prende il via oggi la settimana che porterà alla conclusione della 22esima edizione dei Mondiali di calcio. Domenica 18 alle ore 16, infatti, si giocherà l’atto conclusivo di una coppa del mondo strana, insolita, forse affascinante, sicuramente destinata a far discutere. Qatar 2022 è la prima edizione svoltasi in un paese medio-orientale e nel periodo novembre-dicembre, per esigenze legate al clima desertico che nel tradizionale periodo giugno-luglio non consentirebbe lo svolgimento di una competizione sportiva ad alta intensità. Tale scelta innovativa è vissuta con estrema freddezza da noi italiani, poiché per la seconda edizione consecutiva la nostra nazionale non partecipa alla competizione iridata. Conseguentemente, ci è negata la possibilità di unirci tutti insieme verso un unico obiettivo, sentendoci nuovamente popolo, collettivo e comunità. È vero che si tratta solo di un gioco, ma il calcio in Italia, così come in gran parte del mondo, non può essere relegato solo a questo. Quando gioca la nazionale ci si fonde sotto un unico inno, un’unica bandiera e si ha possibilità di abbandonare le rispettive appartenenze di club, per fare spazio alla maglia azzurra. La sbornia post Euro 2020, probabilmente, ci ha illuso, e lo schiaffo subito dalla Macedonia, con la conseguente estromissione dalle qualificazioni, ci ha fatto ripiombare nel baratro. La possibilità di vivere l’innovazione da protagonisti sembrava allettante, invece, ci siamo ritrovati privi dello sport che più appassiona da metà novembre fino al 4 gennaio, e senza poter sostenere l’Italia nei campionati del mondo. La RAI, per poter trasmettere le partite, ha speso una cifra compresa tra i 150 e i 160 milioni di euro: si stima che complessivamente l’evento costerà più di 200 milioni. Mediaset, nel 2018, investì 78 milioni per la prima edizione senza la nostra rappresentativa. Il successo ai campionati europei spiega l’avventato investimento di viale Mazzini, che ora punta sullo spettacolo offerto che dovrebbe indurre la maggior parte degli appassionati di calcio italiani a restare incollati alla TV. Le semifinali e la finale coinvolgono i giocatori più grandi al mondo e questi incontri sono attesi da chiunque ami la palla che gira. Tra tifo e sportività la differenza è sostanziale: è giusto essere sportivi e rendere omaggio alle vittorie degli avversari, cosa totalmente diversa è vincere e festeggiare. A malincuore, dunque, bisogna ammettere che avremmo preferito continuare a guardare la serie A, le coppe europee e non assistere alla vittoria altrui. </p>



<p>L’edizione di Qatar 2022 è destinata a restare nella storia per diversi motivi, legati al campo ma non solo. Si è parlato, e si parlerà ancora a lungo dell’assegnazione dell’organizzazione al Qatar, avvenuta nel 2010, sotto la presidenza Blatter, in un clima di fervide polemiche riguardanti una presunta compravendita di voti con la sospensione di due delegati FIFA che non poterono prendere parte alla votazione. La trasparenza e la regolarità procedurale, come segnalato più volte dal <em>The Sunday Times,</em> sono state palesemente violate. Sebbene le prove a carico di Mohamed bin Hamman sembrassero schiaccianti, la FIFA decise non riscontrò irregolarità di alcun tipo. </p>



<p>Le problematiche legate, inoltre, sia alle morti insabbiate nella costruzioni degli impianti di gara, sia alla violazione dei diritti umani nell’emirato arabo, si sono susseguite con la possibilità negata ai calciatori di diverse nazionali di indossare la fascia arcobaleno durante lo svolgimento delle prime gare. Da qui la foto dei calciatori tedeschi con la mano davanti alla bocca prima della partita, poi persa, col Giappone. Dal Giappone è arrivata, invece, una nota lieta, che ha suscitato quasi meraviglia, nell’opinione pubblica sportiva europea. La cultura giapponese impone, infatti, a giocatori e tifosi del Sol Levante di lasciare puliti gli spogliatoi e gli spalti utilizzati, alla fine delle partite. Si è passati, quindi, dall’assistere a fenomeni di teppismo tra i tifosi al concetto del rispetto degli spazi pubblici e altrui. Sempre dal Giappone arriva l’immagine dell’allenatore Moriyasu che, al termine del match perso ai rigori con la Croazia, si è profondamente inchinato davanti ai tifosi, in segno di ringraziamento verso chi ha attraversato l’intero globo per sostenere la nazionale. </p>



<p>Altra cartolina di Qatar 2022 sarà la scelta dei calciatori iraniani di non cantare l’inno nazionale durante la prima partita in segno di solidarietà con le proteste che da più di due mesi si protraggono nel loro paese. Si è parlato anche delle possibili conseguenze per loro al momento del loro in patria, ma il loro coraggio si è spinto oltre la paura dimostrando che a volte anche il silenzio può fare grande rumore. Passando al campo questi mondiali potrebbero essere l’atto decisivo della sfida tra Messi e Cristiano Ronaldo, se uno dei due dovesse trionfare, potremmo stabilire chi dei due prevale sull’altro, per accontentare gli appassionati di dualismi e rivalità. </p>



<p>Non vorrà fare da spettatore, però, Mbappè che macinando gol su gol sembra voler spezzare l’egemonia dei due campionissimi e rafforzare il suo ruolo nel gotha calcistico all’età di soli 24 anni. Naturalmente le altre nazionali non staranno guardare e ci attendiamo dei grandi incontri. Merita menzione anche l’ennesima dimostrazione che talvolta Davide può battere Golia, data dal Marocco, in grado di battere ai calci di rigore la Spagna, indicata come una delle favorite ad in inizio torneo. A uscire sconfitta, probabilmente, non è stata solo la compagine di Luis Enrique, ma la sua idea di calcio fatta di possesso palla asfissiante ma sterile. A prevalere contro gli spagnoli, è riuscito anche il Giappone. In entrambi gli incontri il possesso palla, con conseguente dominio del gioco, è stato largamente in mano agli iberici. Il risultato finale però dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, che nel calcio contano i gol e che puoi dominare quanto vuoi, ma se gli avversari ne segnano uno in più vincono loro. È la dura legge del gol.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Il Mondiale in Qatar visto dagli occhi di un tifoso italiano non partecipante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Diciamocelo apertamente: essere tifosi della Nazionale Italiana, negli ultimi tempi, non è stata proprio una passeggiata. Come un&#8217;altalena di emozioni contrastanti che, a cadenza di due o quattro anni, riesce a tirarti fuori sentimenti lontani anni luce l&#8217;uno dall&#8217;altro. Gioia, euforia, dolore, sofferenza: stati d&#8217;animo che, a volte, si danno il cambio con una velocità repentina ed impressionante. Neanche il tempo di festeggiare per la vittoria dell&#8217;Europeo che, pronti via, ci siamo ritrovati a disinfettare le sanguinose ferite per la [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Diciamocelo apertamente: essere tifosi della Nazionale Italiana, negli ultimi tempi, non è stata proprio una passeggiata. Come un&#8217;altalena di emozioni contrastanti che, a cadenza di due o quattro anni, riesce a tirarti fuori sentimenti lontani anni luce l&#8217;uno dall&#8217;altro.</p>



<p>Gioia, euforia, dolore, sofferenza: stati d&#8217;animo che, a volte, si danno il cambio con una velocità repentina ed impressionante. Neanche il tempo di festeggiare per la vittoria dell&#8217;Europeo che, pronti via, ci siamo ritrovati a disinfettare le sanguinose ferite per la mancata qualificazione alla coppa del mondo. L&#8217;euforia ha lasciato spazio allo sgomento. E si è finiti dall&#8217;apice al fallimento in otto mesi; dai festeggiamenti in piazza al divanetto dello psicologo in meno di un anno. E nessuno si è assunto le proprie responsabilità. Né Roberto Mancini, né il presidente della FIGC Gabriele Gravina, come se stessero rappresentando una squadra di club e non una nazione.&nbsp;</p>



<p>Il Qatar – e con essi i dodici stadi che hanno ospitato il Mondiale – lo abbiamo ammirato dall&#8217;alto del divano di casa nostra. Senza sciarpe tricolore, né trombette o cene in famiglia. Il tutto sforzandoci di dare un senso a questa competizione che, fortunatamente, volge quasi al termine. D&#8217;altronde noi italiani medi siamo persone semplici: la felicità la otteniamo attraverso una Peroni ghiacciata (anche in inverno), una pizza e una partita di calcio in televisione. Eppure, capita che a volte ci comportiamo come la volpe quando non arriva all&#8217;uva.&nbsp;</p>



<p>Non ci siamo qualificati al Mondiale e, di conseguenza, ne abbiamo avuto inizialmente un rifiuto, fingendoci disinteressati. Abbiamo cercato ogni appiglio per boicottare la manifestazione o il presidente della FIFA Gianni Infantino. Sporcarli e snobbarli facendo leva sulla particolare cultura qatariota. Uno stratagemma atto a mascherare che, in fondo, eravamo e siamo ancora oggi delusi dalla mancata qualificazione degli azzurri. Ma non c&#8217;è stato verso di mantenere il punto, di mostrarci coerenti con noi stessi. Il richiamo di questo sport è stato talmente forte che non siamo riusciti a voltarci dall&#8217;altra parte, a fare gli indifferenti. Non che ci fossero dubbi a riguardo.&nbsp;</p>



<p>Abbiamo accantonato i pregiudizi verso il Qatar e ci siamo divertiti insieme alle giocate di Kylian Mbappé, ai gol di Richarlison, alla voglia di Cody Gakpo, alla classe di Lionel Messi e alle telecronache faziose di Daniele Adani, ma avevamo bisogno di rendere questa esperienza più attraente e appagante possibile. Trovare, insomma, un modo per farci coinvolgere al 100%, nonostante fossimo italiani non partecipanti. Ci siamo riusciti in ben due maniere: giocando al Fantamondiale e scegliendoci una squadra per cui fare il tifo.&nbsp;</p>



<p>Il Fantamondiale – tra pronostici, teorie tattiche e l&#8217;immancabile &#8220;botta di fortuna&#8221; – ci ha resi competitivi, sul pezzo, nel nostro piccolo partecipi a una realtà che non ci siamo meritati. La scelta della squadra da omaggiare é, invece, ricaduta a turno sulle favole di questo Mondiale. Prima sull&#8217;Arabia Saudita del CT Hervé Renard, con la clamorosa vittoria contro l&#8217;Argentina e lo straordinario gol di Salem Al-Dawsari. Poi sulla Corea del Sud dei cloni Kim (chiedere al telecronista Rai), promossa da seconda nel girone dopo la vittoria sul Portogallo. Successivamente sul Giappone degli idoli Holly e Benji, capaci di battere sia Germania che Spagna. E infine sul Marocco dell&#8217;ex Inter Achraf Hakimi e dell&#8217;eterno promesso sposo al Milan Hakim Ziyech, che agli ottavi di finale ha eliminato a sorpresa la Spagna ai calci di rigore. Squadre solo sulla carta inferiori, che abbiamo preso a simpatia, tra aneddoti, curiosità e valori espressi in campo. Senza dimenticare di citare il Ghana che, alla vigilia dell&#8217;esordio nel Mondiale, rischiava di scendere in campo senza le proprie divise, dimenticate accidentalmente a casa. O il Camerun e il Senegal, allenati entrambi dai sosia di Snoop Dogg. Insomma, trovare una squadra da tifare con la speranza di non vedere trionfare eterne rivali come Francia e Inghilterra.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;assenza della nostra Nazionale, in un modo o nell&#8217;altro, ci ha spinti a partecipare in altre vesti, conoscendo nuove squadre, nuovi potenziali talenti e facendoci aprire a nuove culture calcistiche. Non sempre tutte le umiliazioni vengono per nuocere. Anche se preferiamo di gran lunga trovarci nuovamente davanti ad un maxischermo e piangere. Questa volta di gioia.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Buon Compleanno FIGC</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Claudio Ratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 17:08:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi la Fedezione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) compie 122 anni. Un compleanno triste, come quello di tanti altri italiani che sono nati in questo periodo. Non ci saranno eventi, non ci saranno festeggiamenti. Può essere, tuttavia, un’occasione per tirare le somme di questa travagliata vita istituzionale, stando lontano dagli strepiti delle celebrazioni e dalla paura di voler guastare il buonumore. La FIGC nasce, appunto, nel 1898 in un piccolo convivio presieduto da Enrico d’Ovidio, matematico algebrico, maestro di Peano e [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Oggi la Fedezione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) compie 122 anni. Un compleanno triste, come quello di tanti altri italiani che sono nati in questo periodo. Non ci saranno eventi, non ci saranno festeggiamenti. Può essere, tuttavia, un’occasione per tirare le somme di questa travagliata vita istituzionale, stando lontano dagli strepiti delle celebrazioni e dalla paura di voler guastare il buonumore.</p>



<p>La FIGC nasce, appunto, nel 1898 in un piccolo convivio presieduto da Enrico d’Ovidio, matematico algebrico, maestro di Peano e Segre. È ironico il fatto che, negli anni seguenti, alla Federazione sia mancata proprio la disciplina e la costanza degli assiomi e delle regole matematiche. Ben presto è diventata un ingorgo di eventi e personaggi, di avventure e passioni, di scandali e tripudi. Ma anche un prezioso capro espiatorio di malefatte, imbrogli, sotterfugi. In pratica, ha subito le vicissitudini e inquietudini di qualsiasi altra istituzione del nostro Paese, un continuo sali e scendi, con un fattore ulteriore, quello del tifo, che ha reso le salite più ripide e le discese più scoscese. Eppure questa rimane: la Madre del calcio più amato e praticato dello Stivale. Ha allevato tifosi, talenti, e tormenti. È stato forse lo specchio più fedele all’immagine del nostro Paese.</p>



<p>Ma andiamo con ordine: si inizia a Torino, la culla di una squadra sconfitta solo dal cielo, il Grande Torino, e dalla Madama sempre posizionata lassù, appena sotto il cielo, ma più in alto degli altri, la Juventus. Due società che non erano ancora nate (la città di Torino era rappresentata dal Football Club Torinese, dall’Internazionale Torino e dalla Società Ginnastica Torino), ma che divennero presto parte della storia che oggi comprende quasi 14 mila società, più di 60 mila squadre e circa 1.400.000 tesserati in campo ogni anno per oltre 600 mila gare.</p>



<p>Due mesi dopo quel 26 marzo si giocò il primo campionato, in un’unica giornata. Il Genoa vinse il primo dei suoi nove scudetti. Per la prima volta della Nazionale bisogna aspettare ben dodici anni, in cui gli azzurri scesero in campo con una maglia bianca, contro la Francia. Arriveranno, nel corso dei decenni, quattro campionati Mondiali e un Europeo, alcuni disastri e tante belle selezioni che ci offrirono spettacolo.</p>



<p>Le selezioni che, <em>voce populi</em>, sarebbero state le favorite non vinsero mai, come nel 2002 o nel 1978. Vincemmo, invece, quando la federazione venne sommersa dagli scandali: con il Totonero nel 1980 (a cui seguirono delle squalifiche per i due anni seguenti) e con Calciopoli nel 2006. L’Italia sa stringersi a coorte di fronte al pericolo. Ecco dunque, il lato oscuro della FIGC: gli scandali e i commissariamenti che non si è mai fatta mancare e da cui, pare, non sia mai riuscita a trarre degli insegnamenti. Nell’ordine: la tangente del Torino nel 1927, le lettere anonime del 1948, la tangente di Pro Patria-Udinese nel 1954, il commissariamento del 1958 per il “disastro di Belfast”, Totonero nel 1980, Totonero bis nel 1986, i passaporti “puliti” nel 2000, Calciopoli nel 2006, Calcioscommesse nel 2011 e le dimissioni di Tavecchio in seguito alla mancata qualificazione ai Mondiali del 2018. Senza dimenticare i fallimenti e le classifiche stravolte delle Serie minori.</p>



<p>Oggi gli stadi sono vuoti, sia sugli spalti che in campo; i campionati sono sospesi o rinviati. C’è un silenzio assordante che chiede che questo vuoto possa essere riempito dai valori culturali dello sport: il rispetto, l’impegno, la lealtà.</p>



<p>Buon Compleanno FIGC!</p>
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		<title>«Ma le donne non sanno giocare a pallone…»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[EMME]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jul 2019 09:35:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ragazze mondiali e stereotipi di genere 25 Giugno 2019. Chiacchierata tipo in un bar qualunque di una città italiana qualunque: Vediamo la partita dell’Italia stasera? Perché, gioca l’Italia? La nazionale femminile…sta ai mondiali. Ah. E da quando le femmine sanno giocare a pallone? Cos&#8217;è lo stereotipo? Uno&#160;stereotipo è un&#160;concetto rigido ed eccessivamente semplificato di un aspetto della realtà, che non si fonda sulla valutazione personale dei singoli casi. Si tratta di un automatismo concettuale che prevale sull’indipendenza e sull’originalità del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2>Ragazze mondiali e stereotipi di genere</h2>



<p> 25 Giugno 2019.  Chiacchierata tipo in un bar qualunque di una città italiana qualunque:</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img width="245" height="175" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/07/giphy.gif" alt="" class="wp-image-14665"/></figure></div>



<blockquote style="text-align:left" class="wp-block-quote"><p>  <em>Vediamo la partita dell’Italia stasera? </em><br><em> Perché, gioca l’Italia? </em><br><em>La nazionale femminile…sta ai mondiali. </em><br><em>Ah. E da quando le femmine sanno giocare a pallone?</em> </p></blockquote>



<h2>Cos&#8217;è lo stereotipo?</h2>



<p>Uno&nbsp;<strong>stereotipo</strong> è un&nbsp;<em>concetto rigido ed eccessivamente semplificato di un aspetto della realtà, che non si fonda sulla valutazione personale dei singoli casi.</em> Si tratta di un automatismo concettuale che prevale sull’indipendenza e sull’originalità del pensiero, sostituendosi all’opinione formata sull’esperienza personale.&nbsp;<br>Gli stereotipi sono il retaggio delle generazioni passate, di vicende storiche che non abbiamo vissuto, di aneddoti che non conosciamo e che, tuttavia, hanno contribuito a tessere la nostra cultura, il nostro modo di fare e pensare.&nbsp;&nbsp;<br>Noi subiamo ogni giorno, passivamente, stereotipi sociali e linguistici tramandatici da chissà quale fenomeno pregresso. <br>Lo stereotipo consiste nella mancanza di curiosità e approfondimento. Crea questa mancanza e poi si nutre di essa. È un veleno invisibile che fa venir meno la necessità di conoscere meglio una cosa, che tanto tutto quello che c’è da sapere è ciò che ti è stato sottoposto fin dalla nascita, in modo più o meno implicito. Tu ci sei abituato ed è normale che non ti venga voglia di capire il perché delle cose: non esiste un perché. O meglio, è quello che i più credono. Spesso è quello che<em>vogliono</em>farci credere. Alcune persone, infatti, creano nuovi stereotipi o alimentano quelli vecchi, perché su di essi ci costruiscono la propria principale attività remunerativa, che di solito è una carriera politica. </p>



<blockquote style="text-align:left" class="wp-block-quote is-style-large"><p><em>Ebrei, terroni, immigrati.</em></p></blockquote>



<p>Sono tutti stereotipi linguistici creati associando caratteristiche negative ad intere popolazioni ed utilizzati per imporre un pensiero.&nbsp;</p>



<h2>Lo stereotipo di genere</h2>



<p>Ma soffermiamoci sullo&nbsp;<strong>stereotipo di genere</strong>, ovvero la peculiare forma di condizionamento mentale per cui si attribuiscono specifiche qualità alle donne, contrapponendole agli uomini, e viceversa. </p>



<p>La donna rassetta, cucina e, insomma, porta avanti la casa. <br>L’uomo lavora e a casa ci porta i soldi. <br>Istintività contro razionalità.<br>Eleganti e scomode gonne contro pratici pantaloni. <br>Pettegolezzi e frivole conversazioni contro argute discussioni di affari, politica e finanza.<br>Capelli lunghi contro capelli corti. <br>È una continua antitesi. E che nessuno si azzardi ad invertire i ruoli e tradire le aspettative della società se non vuol rischiare di essere etichettato come pazzo o se non vuol mettere a repentaglio la propria fama di eterosessuale convinto,&nbsp;<em>per carità!&nbsp;</em></p>



<p>Non è nemmeno un secolo che le donne italiane hanno il diritto di voto ed è solo da poco più di 40 anni che possono liberamente disporre del proprio apparato riproduttivo. È, questo, un segmento temporale assai piccolo per poter dire che quella italiana sia una società immune da inconsapevoli preconcetti. <br>Per tanto tempo si è ritenuto non opportuno che le donne coltivassero talenti diversi dall’uncinetto. E anche oggi che, finalmente, tante sono le donne che hanno fatto strada nei più disparati settori, l’eco assordante di clichè linguistici e culturali tiene il ritmo dei loro passi.<br>«<em>È una donna con gli attributi</em>» si sente dire. Come se fosse un’eccezione, una donna che è riuscita ad emergere solo perché ha avuto la fortuna di nascere con le caratteristiche intellettive, emotive o fisiche di un uomo. Perché solo l’uomo dispone di caratteristiche vincenti (sic!).<br>Oppure «<em>Chissà cosa ha fatto per arrivare fino a là</em>» alludendo alla presenza di un benefattore, un maschio detentore della macchina dei soldi e del successo che li cede solo dietro corrispettivo di prestazioni sessuali.<br>Virginia Woolf, provando a dare un volto alle donne che rimanevano&nbsp;<em>al proprio posto,&nbsp;</em>cioè all’ombra dei mariti mentre questi raggiungevano il successo, diceva: </p>



<blockquote style="text-align:left" class="wp-block-quote is-style-large"><p>«<em>Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna</em>»</p></blockquote>



<p>Oggi che, per fortuna, lunga è la lista di donne che hanno imposto una quota rosa quando questa ancora non era obbligatoria, lo stereotipo induce a pensare che dietro ogni grande donna ci sia un grande uomo. E per&nbsp;<em>grande donna</em> molto spesso si vuole intendere qualcosa di più simile al meretricio che al merito.</p>



<h2>Le cose da donne vs le cose da uomini</h2>



<p>Facciamo un piccolo gioco: di seguito faccio un breve elenco di attività senza specificare quale di queste,&nbsp;&nbsp;secondo gran parte della società, si addice a chi. Ogni volta che la vostra risposta istintiva (e probabilmente condizionata da uno stereotipo) è orientata verso un solo sesso piuttosto che per entrambi, domandatevi: <em>Perché ho risposto così? In base a cosa questo si addice di più ad una donna o ad un uomo? Sarà perché l’ho visto fare a mia madre? A mio padre? L’altro sesso non ne sarebbe in grado? La donna vedrebbe svilita la propria femminilità e l’uomo la propria virilità?&nbsp;</em></p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Giocare con le bambole <br>Lavorare alla portineria di un palazzo <br>Corteggiare una persona <br>Guidare un camion <br>Cucinare <br>Fare baby-sitting <br>Essere CEO di una grande azienda <br>Essere Premier <br>Fare una gara a chi beve più birra<br>Accudire un figlio dopo la sua nascita<br>Andare in moto <br>Giocare a calcio</em></pre>



<h2>Le donne e il calcio</h2>



<p>Per chiudere il cerchio, concentriamoci proprio su quest’ultima attività, il calcio. <br>Per quanto nell’era di Serena Williams e di&nbsp;<em>Ginnaste: vite parallele</em> possa sembrarci assurdo, nemmeno lo sport è ancora considerato un’attività compatibile con il&nbsp;<em>debole ed esile</em> corpo femminile. </p>



<p>Le prime atlete sono comparse alle Olimpiadi negli anni ’20, perché – insieme al suffragio universale – cominciò a diffondersi la&nbsp;<em>rivoluzionaria&nbsp;</em>idea che lo sport fosse adatto a tutti. <br>E però…attenzione: ci sono sport e sport e il&nbsp;<em>giuoco calcio&nbsp;</em>è roba da maschi!&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Stando alle poche notizie disponibili, <strong>a Milano negli anni ’30 fu fondato il primo Gruppo Femminile Calcistico</strong>, ma fu solo dopo la caduta del regime fascista che cominciò ad aversi un concreto, seppur lento, sviluppo del fenomeno, culminato, nel 1986, con il riconoscimento del campionato di calcio femminile da parte della F.I.G.C.<br>Trent’anni fa, se una bambina avesse espresso il desiderio di iscriversi alla scuola calcio, avrebbe rischiato di essere rimproverata e non accontentata, essendo una scelta fuori dagli schemi. Le poche che venivano appoggiate dalle loro famiglie erano comunque considerate dagli altri delle&nbsp;<em>outsider</em> in lotta contro l’ordine precostituito delle cose.&nbsp;<br>Ma, per fortuna, lo sport ha una potenza tutta sua che prescinde dai preconcetti, abbattendoli il più delle volte. <br>Così, silenziosamente, piccole code di cavallo in calzettoni hanno cominciato a giocare con i maschietti, magari con i loro fratelli e, quando a 12 anni non potevano più farlo, lunghi erano i tragitti pomeridiani per arrivare nella città dove si sarebbero dovute allenare con altre ragazzine che fino a quel momento non sapevo dell’esistenza di coetanee con la loro medesima passione. <br>Caduta dopo caduta. <br>Partita dopo partita. <br>Spalti vuoti e cuore sempre pieno d’orgoglio. </p>



<p>Ma, come abbiamo detto, lo sport ha una potenza particolare.<br>Il potenziale del calcio femminile è stato compreso dalla UEFA che, qualche anno fa, ha richiesto alle Federazioni calcistiche nazionali di promuoverlo. Così, molte società sportive europee hanno creato sezioni giovanili femminili, ed è di questi giorni la notizia che anche il Real Madrid costituirà il proprio team di giocatrici in&nbsp;<em>camiceta blanca.</em> <br>Lo hanno capito anche le televisioni nazionali e private: SkySport ha trasmesso in diretta le partite del campionato femminile italiano di Serie A 2018/2019. Contemporaneamente i numeri delle tesserate e dei loro sostenitori sono aumentati. <br>La dimostrazione tangibile di questa crescita quantitativa e qualitativa ce l’ha offerta la qualificazione ai Mondiali della Nazionale Italiana di calcio femminile. <br>Le partite trasmesse in diretta su Rai Uno, lo stadio che si riempie di bandiere italiane partita dopo partita. <br>Tutti ne stanno parlando, certo con i più variopinti commenti, di cui parecchi anche molto lontani dai tecnicismi, ma, come si dice, nel bene o nel male purché se ne parli&#8230; </p>



<h2>Lo stereotipo cade</h2>



<p>Le cose accadono in modi strani, ma accadono. Commenti, critiche, apprezzamenti, mettiamoci pure un po’ di gossip, e alla fine succede che le persone si affezionano, che il commento malizioso si trasforma in parole di incoraggiamento, che la curiosità diventa sostegno, poi passione, poi amore viscerale che ti fa urlare, ridere e piangere per e con questa bella squadra che indossa il nostro tricolore. <br><strong>E succede che lo stereotipo cade. Che tutti cominciano ad abituarsi all’idea che il calcio è uno sport e come tale appartiene a tutti. </strong><br>Non è necessariamente blu, come la danza non è per forza rosa. <br><br>Ai microfoni, le Azzurre hanno raccontato le proprie storie e hanno fatto i nomi dei loro calciatori preferiti, cui da piccole sognavano di assomigliare. Pirlo, Del Piero, Inzaghi, Cristiano Ronaldo. Tutti i grandi nomi dei&nbsp;<em>signori</em> del calcio. <br>Invece, oggi, grazie a loro, le bambine dicono «<em><strong>Mamma, voglio diventare come Aurora Galli!</strong></em>»<br><br>E, ora che questa avventura si è conclusa ai quarti di finale, con le lacrime agli occhi io vi ringrazio tutte e ringrazio le vostre famiglie, Milena Bertolini, tutti i Mister che hanno creduto in voi ed ogni singola persona che vi ha permesso di arrivare fino a qua, a buttare giù la&nbsp;<em>Muraglia cinese</em> ed il muro dei pregiudizi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div><figcaption>Sigla scelta da Sky Sport per la Nazionale azzurra ai Mondiali femminili di calcio 2019 </figcaption></figure>
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		<title>CATTURATI DALLA RETE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elvira Scarnati]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Sep 2014 12:49:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[POST-IT]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[mondiali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>14 giugno – 14 luglio: un mese dall’uscita dello scorso numero di Venti e un mese dall’inizio dei mondiali, che si sono conclusi ieri sera. Inutile dire che non sono affatto appassionata di calcio e che le uniche partite che vedo sono solo quelle in cui gioca la Nazionale, ma la delusione per come sia andato il nostro mondiale è stata tanta; in fondo, ogni italiano ha il grande sogno di rivivere l’emozione del 2006, a prescindere dalla conoscenza e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>14 giugno – 14 luglio</strong>: un mese dall’uscita dello scorso numero di <em>Venti </em>e un mese dall’inizio dei <strong>mondiali</strong>, che si sono conclusi ieri sera.</p>
<p>Inutile dire che non sono affatto appassionata di calcio e che le uniche partite che vedo sono solo quelle in cui gioca la Nazionale, ma la delusione per come sia andato il nostro mondiale è stata tanta; in fondo, ogni italiano ha il grande sogno di rivivere l’emozione del 2006, a prescindere dalla conoscenza e dalla passione per questo sport.<br />
Ieri sera, mentre impaginavo i post di questo numero del blog, seguivo la partita finale gufando un po’ per la Germania… peccato che al 113’ ci ha pensato Goetze a segnare il goal decisivo e far vincere alla sua squadra il titolo, battendo l’Argentina.<br />
A noi italiani non resta che continuare a fare battute sulla “fame cannibalesca” di Suarez e sperare in una formazione vincente per i prossimi europei.</p>
<p>Proprio pensando ai mondiali abbiamo scelto la tematica di questo mese: <strong>la rete</strong>. Fare rete, fare goal, raggiungere gli obiettivi, diramare, diffondere, condividere, fare network, catturare… tanti significati racchiusi in una parola.</p>
<p>Ma la rete per noi è soprattutto <strong>internet</strong>. Siamo la generazione 2.0, i nativi digitali, sempre connessi e online. Siamo nati con la rete e senza di essa, spaventa dirlo, ci sentiamo ormai, forse, quasi persi. La rete è un modo per informarsi e per restare in contatto col mondo. Quasi consola sapere che, almeno potenzialmente, non si è mai soli; anche se, alla fine, restando nascosti, proteggendoci dietro lo schermo di un pc o di uno smartphone, il rischio è proprio quello di restare isolati e di non vivere la realtà che ci circonda.</p>
<p>Ormai si pensa più a condividere sui social network ciò che stiamo facendo, invece di pensare veramente a farlo: davanti a un bel tramonto in riva al mare o un piatto di linguine con le vongole o una serata con gli amici, si preferisce perdere tempo con Instagram, Facebook, Twitter per fotografare, taggare, condividere e far sapere al mondo cosa stiamo facendo, piuttosto che pensare veramente a godere di quel tramonto, ad assaporare quel piatto di pasta, a ridere a crepa pelle con gli amici. <strong>La rete ormai ci ha catturati</strong>.</p>
<p>Il video di<strong> Gary Turk,</strong><em> Look up</em><strong>, </strong>lancia proprio un monito a spegnere la connessione e vivere la realtà.</p>
<p><iframe width="750" height="422" src="https://www.youtube.com/embed/sU7JES5s3w0?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;">“Go out into the world. Leave distractions behind.<br />
Look up from your phone. Shut down that display.<br />
Live life the real way.”</p>
<p>E’ quasi una poesia e mostra come liberarci dalla rete sarebbe semplicissimo: spegnere la connessione dei nostri smartphone, riporli in borsa o in tasca e dimenticarcene, restando off-line, almeno per una sera.</p>
<p>Ma per chi, come me, è ormai internet-dipendente, la questione è molto più difficile di quanto sembri. Ho fatto così ricorso ad <strong>iDon’t</strong>, l’app che aiuta a disintossicarci da internet, bloccando la connessione quando diventa eccessiva.<br />
Al momento la mia situazione è questa:</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2014/09/image84.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1977" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2014/09/image84.jpg" alt="image" width="360" height="600" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2014/09/image84.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2014/09/image84-180x300.jpg 180w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2014/09/image84-300x500.jpg 300w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></a></p>
<p>Riuscirò a liberarmi dalla rete?</p>
<p style="text-align: right;"><a title="ELVIRA SCARNATI" href="http://ventiblog.com/2014/05/elvira-scarnati-2/">Elvira Scarnati</a></p>
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