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	<title>Italia &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Emergenza siccità: l&#8217;acqua è poca e l&#8217;Italia non galleggia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Orefice]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Mar 2023 09:46:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo ancora tutti ricordo della scorsa estate, la prima vera estate italiana segnata dalla siccità: acqua conteggiata, divieti pubblici, politiche per contenere l’emergenza del momento. Per contenere, ma anche per prevenire? Quel momento è terminato l’estate scorsa o ancora continua? Siamo soltanto a inizio marzo e i grandi laghi italiani – Lago Maggiore, di Como e di Garda – sono già al di sotto del loro livello di riempimento medio. Non abbiamo acqua perché non ne arriva di nuova e [&#8230;]</p>
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<p>Abbiamo ancora tutti ricordo della scorsa estate, la prima vera estate italiana segnata dalla siccità: acqua conteggiata, divieti pubblici, politiche per contenere l’emergenza del momento. Per contenere, ma anche per prevenire? Quel momento è terminato l’estate scorsa o ancora continua? Siamo soltanto a inizio marzo e i grandi laghi italiani – Lago Maggiore, di Como e di Garda – sono già al di sotto del loro livello di riempimento medio. Non abbiamo acqua perché non ne arriva di nuova e conserviamo male quella che ci è già disponibile. In effetti, il 2022 è stato l’anno più caldo da quando registriamo le temperature e cioè dal 1800, è piovuto in media il 40% in meno rispetto agli ultimi 30 anni ed è nevicato in media il 45%. La neve caduta nelle scorse settimane, soprattutto al Centro-Sud, non è comunque sufficiente a contenere il deficit idrico dei corpi di acqua dolce, mentre al Nord nemmeno a parlarne. Da dicembre, a parte pochi picchi come quello di fine febbraio, sulle cime delle Alpi la neve assomiglia a delle venature su blocchi di marmo scuro e, per il resto, i paesaggi sembravano già primaverili, con prati verde brillante anche a gennaio tra Nord-Italia e Svizzera. Gli esperti di Isprambiente parlano di severità idrica, che viene monitorata attraverso l’analisi di parametri come volumi, portate, accumuli, livelli in correlazione ad altri parametri come temperatura, evapotraspirazione e andamento delle precipitazioni. Dai valori di questi parametri possono derivare quattro scenari: i) di normalità; ii) di severità bassa, dove la situazione è ancora sotto controllo, ma i parametri sono in peggioramento; iii) di severità media, dove il deficit idrico non garantisce i fabbisogni idropotabili, di irrigazione, industriali e ambientali e dove non si escludono danni economici e ambientali (e, quindi, ancora economici); iv) di severità alta, dove il deficit idrico non esclude danni, anche irreversibili, al sistema e le autorità possono richiedere lo stato di emergenza prolungato secondo il Quadro Europeo delle Acque, Direttiva 2000/60/EC, o lo stato di emergenza nazionale, secondo la L. 225/1992, modificata dalla L. 100/2012. In figura si riporta lo stato di severità idrica per sette zone italiane, distretti, come rilevato da Isprambiente sul suo sito il 16 febbraio. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="463" height="453" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Isprambiente-Immagine-Orefice.png" alt="" class="wp-image-33188" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Isprambiente-Immagine-Orefice.png 463w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Isprambiente-Immagine-Orefice-300x294.png 300w" sizes="(max-width: 463px) 100vw, 463px" /><figcaption>Fonte: Isprambiente</figcaption></figure>



<p>Se questa situazione ci sembra seria, lo è ancor di più in Svizzera, in Grecia e nei Paesi dell’Est Europa secondo l’Osservatorio per la siccità gestito dall’Istituto per la Bioeconomia del CNR. Come spiegano dallo stesso Osservatorio, forse per gli scettici dell’attuale crisi climatica, la siccità è un deficit idrico temporaneo durante il quale possono anche registrarsi singoli eventi piovosi senza, per questo, che la siccità sia passata. Sfruttare le sporadiche piogge è l’idea alla base del Piano Laghetti, già proposto nel 2021 da Anbi (Associazione nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue) e Coldiretti. Tale piano prevede, come già avviene in Spagna e Portogallo da decenni, di raccogliere l’acqua piovana in bacini artificiali: sono stati individuati 223 siti cantierabili, ma corrispondono solo al 2% circa dei 10.000 previsti per contenere l’emergenza. Inoltre, il piano è stato presentato nel 2021 e se ne prevede la realizzazione entro il 2030, ma i lavori non partirebbero prima dell’autunno 2023, con eccezione di un unico laghetto già inaugurato nel bresciano. L’obiettivo è quello di salvaguardare il territorio e proteggere due dei settori più colpiti dalla siccità, agricoltura e turismo, che sono anche due settori cardine per l’economia italiana. In agricoltura, il fabbisogno idrico non è solo quello per l’irrigazione dei campi, ma anche quello per il lavaggio e la lavorazione dei prodotti; anche l’acqua necessaria al turismo non è soltanto quella necessaria al funzionamento delle strutture recettive, ma anche quella di fiumi, laghi, canali che costituiscono una buona fetta del turismo italiano. Una volta completato, il piano permetterà di raccogliere più del 33% delle acque piovane, mentre ora siamo solo all’11%. Oltre a ciò, per contrastare la siccità, bisogna proteggere i suoli favorendo la piantagione di nuovi alberi, ma soprattutto, dati i tempi di crescita di questi ultimi, proteggere quelli esistenti dal disboscamento.</p>



<p>In ogni caso, aldilà di qualsiasi piano di protezione e prevenzione, se a febbraio sono già spuntati prodotti tipicamente primaverili come fragole e agretti, se a febbraio circolavano foto dei canali di Venezia a secco, dovremo riadattare cara Italia la nostra agricoltura e il nostro turismo…se vogliamo continuare a galleggiare.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Il Mondiale in Qatar visto dagli occhi di un tifoso italiano non partecipante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diciamocelo apertamente: essere tifosi della Nazionale Italiana, negli ultimi tempi, non è stata proprio una passeggiata. Come un&#8217;altalena di emozioni contrastanti che, a cadenza di due o quattro anni, riesce a tirarti fuori sentimenti lontani anni luce l&#8217;uno dall&#8217;altro. Gioia, euforia, dolore, sofferenza: stati d&#8217;animo che, a volte, si danno il cambio con una velocità repentina ed impressionante. Neanche il tempo di festeggiare per la vittoria dell&#8217;Europeo che, pronti via, ci siamo ritrovati a disinfettare le sanguinose ferite per la [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Diciamocelo apertamente: essere tifosi della Nazionale Italiana, negli ultimi tempi, non è stata proprio una passeggiata. Come un&#8217;altalena di emozioni contrastanti che, a cadenza di due o quattro anni, riesce a tirarti fuori sentimenti lontani anni luce l&#8217;uno dall&#8217;altro.</p>



<p>Gioia, euforia, dolore, sofferenza: stati d&#8217;animo che, a volte, si danno il cambio con una velocità repentina ed impressionante. Neanche il tempo di festeggiare per la vittoria dell&#8217;Europeo che, pronti via, ci siamo ritrovati a disinfettare le sanguinose ferite per la mancata qualificazione alla coppa del mondo. L&#8217;euforia ha lasciato spazio allo sgomento. E si è finiti dall&#8217;apice al fallimento in otto mesi; dai festeggiamenti in piazza al divanetto dello psicologo in meno di un anno. E nessuno si è assunto le proprie responsabilità. Né Roberto Mancini, né il presidente della FIGC Gabriele Gravina, come se stessero rappresentando una squadra di club e non una nazione.&nbsp;</p>



<p>Il Qatar – e con essi i dodici stadi che hanno ospitato il Mondiale – lo abbiamo ammirato dall&#8217;alto del divano di casa nostra. Senza sciarpe tricolore, né trombette o cene in famiglia. Il tutto sforzandoci di dare un senso a questa competizione che, fortunatamente, volge quasi al termine. D&#8217;altronde noi italiani medi siamo persone semplici: la felicità la otteniamo attraverso una Peroni ghiacciata (anche in inverno), una pizza e una partita di calcio in televisione. Eppure, capita che a volte ci comportiamo come la volpe quando non arriva all&#8217;uva.&nbsp;</p>



<p>Non ci siamo qualificati al Mondiale e, di conseguenza, ne abbiamo avuto inizialmente un rifiuto, fingendoci disinteressati. Abbiamo cercato ogni appiglio per boicottare la manifestazione o il presidente della FIFA Gianni Infantino. Sporcarli e snobbarli facendo leva sulla particolare cultura qatariota. Uno stratagemma atto a mascherare che, in fondo, eravamo e siamo ancora oggi delusi dalla mancata qualificazione degli azzurri. Ma non c&#8217;è stato verso di mantenere il punto, di mostrarci coerenti con noi stessi. Il richiamo di questo sport è stato talmente forte che non siamo riusciti a voltarci dall&#8217;altra parte, a fare gli indifferenti. Non che ci fossero dubbi a riguardo.&nbsp;</p>



<p>Abbiamo accantonato i pregiudizi verso il Qatar e ci siamo divertiti insieme alle giocate di Kylian Mbappé, ai gol di Richarlison, alla voglia di Cody Gakpo, alla classe di Lionel Messi e alle telecronache faziose di Daniele Adani, ma avevamo bisogno di rendere questa esperienza più attraente e appagante possibile. Trovare, insomma, un modo per farci coinvolgere al 100%, nonostante fossimo italiani non partecipanti. Ci siamo riusciti in ben due maniere: giocando al Fantamondiale e scegliendoci una squadra per cui fare il tifo.&nbsp;</p>



<p>Il Fantamondiale – tra pronostici, teorie tattiche e l&#8217;immancabile &#8220;botta di fortuna&#8221; – ci ha resi competitivi, sul pezzo, nel nostro piccolo partecipi a una realtà che non ci siamo meritati. La scelta della squadra da omaggiare é, invece, ricaduta a turno sulle favole di questo Mondiale. Prima sull&#8217;Arabia Saudita del CT Hervé Renard, con la clamorosa vittoria contro l&#8217;Argentina e lo straordinario gol di Salem Al-Dawsari. Poi sulla Corea del Sud dei cloni Kim (chiedere al telecronista Rai), promossa da seconda nel girone dopo la vittoria sul Portogallo. Successivamente sul Giappone degli idoli Holly e Benji, capaci di battere sia Germania che Spagna. E infine sul Marocco dell&#8217;ex Inter Achraf Hakimi e dell&#8217;eterno promesso sposo al Milan Hakim Ziyech, che agli ottavi di finale ha eliminato a sorpresa la Spagna ai calci di rigore. Squadre solo sulla carta inferiori, che abbiamo preso a simpatia, tra aneddoti, curiosità e valori espressi in campo. Senza dimenticare di citare il Ghana che, alla vigilia dell&#8217;esordio nel Mondiale, rischiava di scendere in campo senza le proprie divise, dimenticate accidentalmente a casa. O il Camerun e il Senegal, allenati entrambi dai sosia di Snoop Dogg. Insomma, trovare una squadra da tifare con la speranza di non vedere trionfare eterne rivali come Francia e Inghilterra.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;assenza della nostra Nazionale, in un modo o nell&#8217;altro, ci ha spinti a partecipare in altre vesti, conoscendo nuove squadre, nuovi potenziali talenti e facendoci aprire a nuove culture calcistiche. Non sempre tutte le umiliazioni vengono per nuocere. Anche se preferiamo di gran lunga trovarci nuovamente davanti ad un maxischermo e piangere. Questa volta di gioia.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Born to be free, l&#8217;aborto e la regressione in una società arcaica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Francesca Astorino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jul 2022 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cinquant’anni circa di storia, lotte sociali e di studi per garantire l&#8217;accesso all&#8217;interruzione di gravidanza ed oggi arretriamo drasticamente nel passato lasciando spazio a un futuro di gravi conseguenze economiche ed etiche per la salute delle famiglie e delle donne. Con 6 voti a favore e 3 contrari la Corte Suprema degli USA abolisce il diritto all’aborto, stabilendo che &#8220;l&#8217;autorità di regolare l&#8217;aborto torna al popolo ed ai rappresentanti eletti”. Di fatto è stata annullata la sentenza Roe v. Wade [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Cinquant’anni circa di storia, lotte sociali e di studi per garantire l&#8217;accesso all&#8217;interruzione di gravidanza ed oggi arretriamo drasticamente nel passato lasciando spazio a un futuro di gravi conseguenze economiche ed etiche per la salute delle famiglie e delle donne. </p>



<p>Con 6 voti a favore e 3 contrari la Corte Suprema degli USA abolisce il diritto all’aborto, stabilendo che &#8220;l&#8217;autorità di regolare l&#8217;aborto torna al popolo ed ai rappresentanti eletti”. Di fatto è stata annullata la sentenza Roe v. Wade del 1973 con la quale si proteggeva l’accesso alla pratica abortiva, consentita fino al momento in cui il feto può vivere al di fuori dell&#8217;utero – fissato a 22 o 24 settimane di gravidanza. Ora, saranno i singoli Stati ad applicare liberamente le leggi federali in materia: primo stop alla ‘Trigger Law’ in Louisiana. Neanche una settimana dalla sentenza e già la nuova disposizione sull’aborto diviene vigente. Dallo scorso venerdì negli USA si è alzato il polverone delle proteste. È esplosa la rabbia che dalla città di New York si è trasferita in ogni singolo stato per poi attraversare l’oceano e giungere fino da noi, in Italia.</p>



<p>Non di meglio, quando affrontiamo la tematica del diritto ad abortire in Italia ci riferiamo alla legge 194, entrata in vigore il 22 maggio del 1978 che consente alle donne di ricorrere all&#8217;interruzione volontaria di gravidanza (Ivg, in sigla) in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione, termine oltre il quale si può ancora fare ricorso ma solo per ragioni terapeutiche. Qualche anno in meno ma 44 anni dopo l’adozione della legge, ancora anche in Italia, resta da garantire nell’effettivo. Non sempre è consentito il pieno accesso all’interruzione volontaria di gravidanza e, tra l’altro, è frequente nel nostro paese dover affrontare l’ostruzionismo dell’arretratezza culturale\sociale che porta a trattare tali argomentazioni come pesanti taboo ed inoltre a dimenarsi dinnanzi a medici e strutture sanitarie che respingono le richieste delle donne per portate a termine una gravidanza indesiderata. Tutto ciò esacerbato dalla questione mediatica dirompente che predispone il soggetto femminile e con esso tutto l’apparato medico assistenziale a una pressione psicologica insostenibile, più spesso risolta con ‘viaggi della speranza’ da una regione all’altra piuttosto che oltre frontiera laddove è liberamente concesso di scegliere per la propria vita. </p>



<p>A livello globale, però, i ricercatori della sanità pubblica e gli economi si interrogano riguardo gli esiti della decisione e soprattutto sono preoccupati dei danni che questa presa di posizione possa portare alla generale condizione socioeconomica. In questi anni gli studi hanno dimostrato che, limitare l’accesso all’aborto, abbia effetti negativi sulle donne incinte, le quali con maggiore frequenza corrono rischi di problemi di salute fisica e mentale proprio in conseguenza all’esito negativo della richiesta. Questo, ovviamente, ha ricadute sulla salute del feto e quindi sul prosieguo della vita del bambino. Dati effettivi sono stati raccolti nel 2013 in Texas quando è stata approvata una legge che limita i servizi di aborto e che ha avuto la diretta ripercussione di far diminuire del 13 per centro il tasso di abortività nello stato. Prove solide a conferma del fatto che, una parte significativa delle donne che desiderano accedere ai servizi abortivi, ma gli sono negati, troveranno modi alternativi, anche pericolosi, per interrompere la gravidanza. </p>



<p>Uno degli studi più completi che documenta dettagliatamente per cinque anni gli effetti dell’accesso all’aborto è il Tunaway Study eseguito su 1000 statunitensi intente ad abortire ma a cui è stata negata la possibilità di farlo. Tali donne, come dimostra lo studio, proseguendo con la gravidanza accentuano la loro condizione di vita in povertà: più spesso non hanno abbastanza denaro per coprire le spese di sostenimento di un figlio, nonché sempre le stesse gravide, si riporta, abbiano maggiori difficoltà in ambiti quali istruzione, lavoro e salute mentale e fisica. Quelle donne a cui viene negato l’aborto, riporta il Turnaway Study, vivono l’esperienza del parto in maniera consapevole al punto di non riuscire a dare poi in adozione il bambino. Questo significa che tali famiglie sono costrette ad avere un figlio quando non è il momento giusto e quindi ad accentuare la povertà, in situazioni già disastrate, dando un impatto profondo soprattutto in quelle comunità agli estremi delle società che non vedono riconosciuto alcun diritto. </p>



<p>Considerato l’emendamento e il conseguente riscontro sociale nasce spontaneo chiedersi: quante donne moriranno di aborto? Viste le innumerevoli fasce meno abbienti, le nuove generazioni e quelle donne che già vivono di stenti e che hanno famiglia, l’interruzione di gravidanza assumerà sempre più la direzione di essere considerata reato e di conseguenza essere praticata in cliniche non specializzate e in strutture non adeguate, quindi, in modo illegale proprio come accadeva fino a qualche decennio fa. Si apre perciò il grande danno di mettere a rischio le vite di migliaia di donne. Riportando le statistiche dell’Abortion Surveillance si tratta di più di 600.000 all’anno di donne e occorre sottolineare che vista la difficoltà di reperire i numeri ufficiali, i dati sono sempre da considerarsi sottostimati. Balza all’occhio l’analisi della OMG – Organizzazione Mondiale della Sanità – che riporta una stima tra il 4.7 % e il 13,2% delle morti connesse alle procedure abortive illegali ed alle loro complicanze. Non di meno, il caso aborto degli USA rimarca il divario sociale e condanna chi è economicamente svantaggiano da non potersi concedere il lusso dei viaggi e delle spese verso quei paesi in cui è ancora lecito praticare l’aborto. </p>



<p>Riflettiamo: neghiamo l’aborto e consegniamo migliaia di donne alla morte o a una degenere vita? Questo è quanto ha scelto la Corte Suprema e tutti i quali non garantiscono un diritto fondamentale per la vita. Scelte dettate a priori che hanno l’ardire di intervenire sul corpo altrui e che rivelano il conto di politiche del tutto bigotte sul tema vita.  </p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>La rinascita dei musei passa anche dai social network</title>
		<link>https://ventiblog.com/la-rinascita-dei-musei-passa-anche-dai-social-network/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Teresa Pedace]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Apr 2022 08:11:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[galleria uffizi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I musei non sono solo luoghi della cultura, ma ricoprono anche un importantissimo ruolo sociale di cui abbiamo sentito la mancanza durante i lunghi mesi di lockdown e restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. E i risultati si sono visti già nel 2021: basti pensare che solo nel trimestre maggio-luglio le visite sono aumentate del +155% rispetto all’anno precedente, grazie anche alla – seppur lenta – ripresa del turismo internazionale. Ci avviciniamo sempre più ai livelli pre-Covid e un aumento considerevole si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I musei non sono solo luoghi della cultura, ma ricoprono anche un importantissimo ruolo sociale di cui abbiamo sentito la mancanza durante i lunghi mesi di lockdown e restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. E <a href="https://ventiblog.com/riapertura-musei-una-cura-necessaria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i risultati si sono visti già nel 2021</a>: basti pensare che solo nel trimestre maggio-luglio le visite sono aumentate del +155% rispetto all’anno precedente, grazie anche alla – seppur lenta – ripresa del turismo internazionale.</p>



<p>Ci avviciniamo sempre più ai livelli pre-Covid e un aumento considerevole si registra soprattutto nei siti delle aree interne perché gli italiani continuano a preferire le aree meno conosciute e frequentate, il cosiddetto turismo di prossimità. Dati che testimoniano come l’introduzione del green pass non abbia scoraggiato i visitatori, anzi sia stata vista come una misura di ulteriore tutela. </p>



<p>Ma quali sono stati i luoghi della cultura più visitati?</p>



<p>Secondo la <a href="https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/la-classifica-dei-musei-pi-visitati-in-italia/133118.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">classifica stilata dal Giornale dell’Arte</a> al primo posto, con 1.721.637 visitatori, troviamo le Gallerie degli Uffizi; seguono il Colosseo con 1.633.436 ingressi, i Musei Vaticani (1.612.530) e il Parco archeologico di Pompei (1.037.766). Per il direttore degli Uffizi Eike Schmidt “<em>siamo di nuovo su una linea ascendente che fa ben sperare per il futuro. Si è trattato di un impegno di squadra che ha coinvolto tutti i colleghi che lavorano agli Uffizi con le più diverse mansioni</em>”. E tra queste spicca l’incredibile e accattivante lavoro svolto sui social network: gli Uffizi, infatti, sono il museo più seguito su Instagram in Italia al 14° posto al mondo, che ha registrato un debutto record su Facebook e che attira sempre più seguaci su TikTok.</p>



<p>L’influencer marketing non è una scelta troppo pop né alimenta la de-sacralizzazione dell’arte, come alcuni hanno maliziosamente suggerito: si tratta, invece, di uno scambio da instaurare con le generazioni più giovani e gli utenti lontani, che in questo periodo storico più che mai diventa apripista delle rinascite dall’emergenza. Basti pensare che, dopo la visita dell’influencer Chiara Ferragni, gli Uffizi hanno registrato il +24% di presenze. Non male, non credete?</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>La partecipazione al conflitto bellico passa dall’uso delle parole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Francesca Astorino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Apr 2022 05:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dunque la guerra è ritornata in Europa. Non che dall’8 maggio 1945 fosse mancato il versamento di sangue seppure, si fa per dire, in modiche quantità ma ad oggi l’azione barbarica di Putin ha stracciato brutalmente la pace europea. La speranza inconfessata delle molte nazioni coinvolte è quella di circoscrivere la faccenda. Eppure, la storia di questi giorni ci consegna uno scenario che lascia insidiare la guerra ucraina nella “Belle époque” europea contrassegnandone la fine. Giusto per ricordare, lo sfacciato [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Dunque la guerra è ritornata in Europa. Non che dall’<strong>8 maggio 1945</strong> fosse mancato il versamento di sangue seppure, si fa per dire, in modiche quantità ma ad oggi l’azione barbarica di Putin ha stracciato brutalmente la pace europea. La speranza inconfessata delle molte nazioni coinvolte è quella di circoscrivere la faccenda. Eppure, la storia di questi giorni ci consegna uno scenario che lascia insidiare la guerra ucraina nella “<em>Belle époque</em>” europea contrassegnandone la fine. </p>



<p>Giusto per ricordare, lo sfacciato atto di aggressione di Putin ha scavalcato persino il <em><strong><a href="https://ventiblog.com/memorandum-di-budapest-quando-conoscere-la-storia-potrebbe-fare-la-differenza/">Memorandum di Budapest</a></strong></em>. Secondo tale accordo, Russia, Stati Uniti e Regno Unito si <strong>impegnavano a rispettare l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina</strong>; ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza nelle forme di pressione economica e politica, nell’uso di armi nucleari contro l’Ucraina nonché a “sollecitare un’azione immediata del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per fornire assistenza” in caso di un “atto di aggressione” contro il Paese. Tutto cancellato perché, di fatto, il gesto russo non ha portato alla sola demolizione delle città ucraine ma del moderno ordinamento giuridico internazionale. </p>



<p>Del resto, ricordiamo bene che nessun uomo è un’isola e che nessuno può considerarsi al di fuori del resto dell’umanità. Scriveva Hemingway: “<em>Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi</em>”. </p>



<p>Segue poi che, nella narrazione dell’aggressione di Putin all’Ucraina, ciò che colpisce è l’<em>ideologia conservatrice</em> di un uomo che rivendica una superiorità culturale, addirittura antropologica del suo popolo rispetto al mondo occidentale. La vera novità di questa battaglia infatti non sono le armi ma il culto della forza bruta che alimenta il conflitto sul versante russo e che dal lato ucraino incrementa la volontà di scegliere in libertà il proprio futuro. Quest’ultimo, il <em>popolo “guerriero”</em>, è nei fatti uno <strong>stato europeo</strong> che si riconosce nei valori democratici e nel modello di società aperta rigettando l’autocrazia neo-zarista e la proposta di stato minoritario imposti dalla Russia. </p>



<p>Argomentazioni che dalla nostra latitudine non sono egualmente percepite e soprattutto creano un divario sociale\nazionale tra coloro che si rispecchiano nell’ideologia di supporto al popolo ucraino e chi invece vuole che l’Italia si schieri a favore della pace senza alcuna posizione bellica. La politica italiana ha deciso di indossare l’elmetto e scendere simbolicamente in guerra inviando armi al governo ucraino. Lo scorso primo marzo il Presidente del Consiglio Draghi nelle sue comunicazioni alle Camere, ha motivato tale decisione con queste parole: “È necessario che il Governo democraticamente eletto sia in grado di resistere all’invasione e difendere l’indipendenza del Paese”. Però ciò che non è stato riferito al Parlamento e all’opinione pubblica è che la <strong><a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:regio.decreto:1938-07-08;1415">legge italiana sulla neutralità</a></strong> (R.D. 1938 n. 1415, All. B, art. 8) <strong>vieta di fornire armi ai paesi in guerra</strong> e che tale legge è <strong>ancora in vigore nella Repubblica Italiana</strong> perché mai abrogata. Legge che sottolinea invece la possibilità di fornire assistenza e materiale sanitario. </p>



<p>Tutto questo in virtù della logica secondo cui, chi fornisce armi ad un paese in guerra, partecipa al conflitto e quindi non può più essere considerato neutrale. Invio di armature, il cui elenco ricordiamo essere rigorosamente secretato, che assegna all’Italia l’immagine di uno stato che muove manovre ostili che come tali sono percepite dalla Russia. Di fatto, il ministero degli Esteri russo ha dichiarato: “Coloro che sono coinvolti nella fornitura di armi letali alle forze armate ucraine saranno responsabili delle conseguenze di queste azioni.” </p>



<p>A queste prese di posizione politiche, non va dimenticato, che si aggiungono le reazioni mediatiche, pubbliche e ancor più governative che utilizzano toni e linguaggi duri per delineare il nemico. Una guerra di parole che vede l’informazione arruolata nella propaganda del conflitto e non come mezzo attraverso cui rendere negoziabile la sua cessazione. </p>



<p>È chiaro quindi che ci muoviamo verso scelte dalle conseguenze imprevedibili in cui le parole più sentite come <strong>condannare</strong>, <strong>affiancare</strong>, <strong>aiutare</strong> – seppur in modo ambiguo – spingono nella direzione del conflitto. Prestiamo attenzione al peso delle decisioni, al modo con cui le dichiariamo e badiamo a non crogiolarci sugli allori perché senza accorgercene potremmo trovarci con indosso l’elmetto.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Revenge porn: quali prove occorrono e a chi rivolgersi per chiedere aiuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Martire]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 09:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di diritto]]></category>
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		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[giornata internazionale per l&#039;eliminazione della violenza contro le donne]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fenomeno del revenge porn, che sta tristemente dominando le pagine di cronaca di questi giorni, consiste nella diffusione di materiale pornografico all’insaputa della vittima a scopo vendicativo. La condotta penalmente rilevante può essere costituita dalla pubblicazione di foto o video intimi o dalla minaccia di pubblicazione (a volte anche a scopo di estorsione). Chi compie questo reato generalmente è (o era) legato alla vittima da un rapporto sentimentale e agisce proprio allo scopo di vendicarsi, umiliare e ledere l’immagine [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Il fenomeno del <em>revenge porn</em>, che sta tristemente dominando le pagine di cronaca di questi giorni, consiste nella diffusione di materiale pornografico all’insaputa della vittima a scopo vendicativo. La condotta penalmente rilevante può essere costituita dalla pubblicazione di foto o video intimi o dalla minaccia di pubblicazione (a volte anche a scopo di estorsione). </p>



<p>Chi compie questo reato generalmente è (o era) legato alla vittima da un rapporto sentimentale e agisce proprio allo scopo di vendicarsi, umiliare e ledere l’immagine e la dignità dell’altro.&nbsp;</p>



<p>Il fenomeno sta diventando sempre più preoccupante e molti Stati (come il Regno Unito, la Germania, Israele e alcuni Stati USA) hanno adottato normative severe atte a contrastarlo. In Italia fino al 2019 non esisteva una normativa specifica sull’argomento, dunque si potevano invocare per quanto possibile le normative sulla privacy, sull’estorsione e sulla diffamazione, spesso insufficienti e non adatte vista la portata e l’importanza del fenomeno.</p>



<p>Il 9 agosto è entrata in vigore in Italia la Legge 19 luglio 2019, n 69, c.d.&nbsp; “Codice Rosso”, che ha introdotto disposizioni specifiche in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere.</p>



<p><strong>In particolare, è stato introdotto l’Art. 612 <em>ter</em> c.p. , sul c.d. &#8220;Revenge Porn&#8221;, rubricato “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”.</strong></p>



<p>Grazie al <strong>Codice Rosso</strong>, è prevista finalmente una normativa <em>ad hoc</em> che disciplina il <em>revenge porn</em>. La nuova fattispecie di reato punisce: &#8220;<em>chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, senza l&#8217;espresso consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati con la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro</em>&#8220;.</p>



<p>La stessa pena, dunque, si applicherà anche nei confronti di chi, avendo ricevuto le immagini o i video, li diffonde a sua volta; si mira quindi a punire anche eventuali soggetti coinvolti nella condivisione del materiale oggetto di revenge porn.&nbsp;</p>



<p>Se il reato di pubblicazione illecita è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, ovvero da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla vittima, il reato è aggravato. Altre aggravanti sono previste se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici o se commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.</p>



<h3><strong>Come si procede?</strong></h3>



<p>Il reato è punibile a querela della persona offesa, che potrà essere proposta nel termine di 6 mesi e rimessa solo in sede processuale; è punibile invece d&#8217;ufficio la diffusione illecita di video o immagini sessualmente esplicite aggravate, nei termini pocanzi chiariti.</p>



<p>Oltre al reato di cui all’art. 612 ter c.p, ci sono da considerare le norme che sanzionano il cyberbullismo, collegato a una serie reati, tra cui violenza, diffamazione, revenge porn e stalking. Se il reato è a danno di soggetto minorenne, può ricorrere anche la fattispecie criminosa della pedopornografia, punita con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 ad euro 240.000.</p>



<h3><strong>Quali prove servono?</strong></h3>



<p>Gli screenshot non sempre si presentano come prove inequivocabili, perché potrebbe ipotizzarsi una loro possibile manipolazione. Soccorrono, invece, le prove digitali, da raccogliere attraverso dei servizi online che diano un&#8217;effettiva garanzia circa la loro genuinità. È quindi preferibile salvare le prove come file originali in chiavetta usb o un cd che illustri i link diretti alla loro fonte.&nbsp;</p>



<h3><strong>A chi rivolgersi per chiedere aiuto se si è vittime di revenge porn?</strong></h3>



<p>Sono percorribili diverse strade per ottenere aiuto, tra le quali:&nbsp;</p>



<ul><li>le forze dell&#8217;ordine (polizia postale, carabinieri);</li><li>avvocati e associazioni di categoria (ad esempio &#8220;Odiare ti costa&#8221;) per ottenere assistenza legale e studiare la migliore strategia per agire;</li><li>aiuto stragiudiziale, ad esempio start up a vocazione sociale (anche definite “SIAVS”) che offrono aiuto nella rimozione dei contenuti online (per quanto possibile) e la cristallizzazione delle prove digitali. </li></ul>



<p>Nell&#8217;ultimo caso esiste, ad esempio, &#8220;<a href="https://www.chiodiapaga.it/">Chi odia paga</a>&#8220;, una startup innovativa a vocazione sociale nata per combattere ogni forma di odio online, come il cyberbullismo, lo <em>stalking</em>, il <em>revenge porn</em>, l’<em>hate speech</em> o la diffamazione online. Le persone offese possono ricevere un feedback automatizzato per capire se le condotte subite sono legalmente sanzionabili o meno e utilizzare strumenti tecnici e legali necessari per difendersi dai reati subiti.</p>



<p><br></p>
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		<title>Perché fare il south-working quando potremmo sviluppare il &#8220;working-south&#8221;?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rocco Stirparo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 04:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una cosa buona, forse, questa pandemia è riuscita a farla: far capire che molti lavori possono essere fatti anche da casa. Oppure in un bar. O perfino nel “lontano Sud”. Basta avere una connessione ad internet e soprattutto un computer ed il gioco è fatto. Pensate quanto sarebbe bello esser parte di una startup digitale Milanese i cui dipendenti lavorano direttamente dal borgo di Erice, dalle spiagge di Tropea, dai trulli di Alberobello o dall’Isola di Capri. Ecco, prendete questo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/perche-fare-il-south-working-quando-potremmo-sviluppare-il-working-south/">Perché fare il south-working quando potremmo sviluppare il &#8220;working-south&#8221;?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Una cosa buona, forse, questa pandemia è riuscita a farla: far capire che molti lavori possono essere fatti anche da casa. Oppure in un bar. O perfino nel “lontano Sud”. Basta avere una connessione ad internet e soprattutto un computer ed il gioco è fatto. Pensate quanto sarebbe bello esser parte di una startup digitale Milanese i cui dipendenti lavorano direttamente dal borgo di Erice, dalle spiagge di Tropea, dai trulli di Alberobello o dall’Isola di Capri. Ecco, prendete questo bell’esempio del South Working.</p>



<p><strong>Perché mai questa startup dovrebbe essere Milanese? Perché non possiamo fondarla direttamente al Sud, a questo punto?</strong></p>



<p>Storicamente, le grandi industrie necessitavano di materie prime da utilizzare, combustibile/energia per muovere gli ingranaggi e soprattutto le infrastrutture per muovere merci e persone. La mancanza, prevalentemente, di infrastrutture nel meridione, un po’ per la geografia, un po’per sbagliate scelte politiche, ha limitato moltissimo lo sviluppo industriale del Sud Italia. Basti pensare che ancora oggi, per andare da Catanzaro a Napoli ci vogliono quasi 5 ore di treno, mentre per fare Milano-Roma, un tragitto il 50% più lungo, ci vogliono poco più di 3 ore, ovvero il 50% in meno di tempo.</p>



<p>Quindi, con infrastrutture praticamente dimezzate, il Sud non ha quasi mai attratto grandi aziende, e di conseguenza nemmeno tutte le aziende di servizi a cui le industrie devono appoggiarsi. Queste aziende di servizi dovevano essere in vicinanza di questi centri industriali che erano i principali clienti. Ma, <strong>nel 2020, moltissimi servizi (ed anche aziende) funzionano benissimo anche in modo digitale</strong>. Quindi la vicinanza a zone industriali ha un peso nettamente minore, così come le infrastrutture.</p>



<p>Persi quindi gli evidenti svantaggi, il meridione ha invece alcuni vantaggi rispetto an Nord Italia. Ad esempio, il costo della vita: <strong>dal cibo agli affitti, dai ristoranti agli eventi, il Sud è nettamente più economico</strong>. Questo, dal punto di vista aziendale, significa poter offrire stipendi competitivi a cifre più basse. Per fare un esempio sui costi della vita, a Milano un bilocale costa sui 1100 euro mensili, mentre a Palermo arriveremmo sui 400 euro circa. Una differenza così grande da spingere il Sindaco Sala di Milano a richiedere una differenza di retribuzione pubblica tra il nord ed il sud.</p>



<p>Quindi, ritornando al punto principale: visto che alcune aziende potrebbero lavorare interamente, o quasi, in modo digitale: come possiamo agevolare l’apertura di queste aziende direttamente nel Sud Italia? Come favorire l’industrializzazione 4.0 meridionale?</p>



<p>Innanzitutto, è necessario che il Sud investa molto nel digitale di nuova generazione, ed in particolare <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/5G" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nel 5G</a>. Già, perché internet e le connessioni sono le nuove infrastrutture dell’industria moderna, come abbiamo capito da questa pandemia, e chi rimane indietro perderà il treno delle opportunità. <a href="https://www.optimagazine.com/2020/09/24/valanga-di-offerte-per-airpods-e-airpods-pro-su-amazon-il-24-settembre/1935352" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Purtroppo, nuovamente, il Sud sta partendo svantaggiato, anche per colpa delle barriere amministrative e politiche locali che hanno bloccato la costruzione di antenne ed infrastrutture necessarie.</a> Ma non è troppo tardi per recuperare, e spero ci sia anche la volontà politica per investire. Un discorso simile potrebbe essere fatto anche verso la tecnologia della “fibra ottica”, presente molto meno al sud rispetto al nord.</p>



<p>Inoltre, un altro punto importante è la conoscenza dei due linguaggi digitali: il linguaggio di programmazione e l’inglese. Il linguaggio di programmazione è, di fatti, il linguaggio con cui scrivere siti internet, programmi, App. Avere personale in grado di programmare equivale ad avere le materie prime delle precedenti rivoluzioni industriali. Bisogna anche dare molta importanza anche all’inglese. Consideriamo che le industrie digitali non hanno reali confini geografici, e quindi devono saper dialogare usando la lingua più conosciuta al mondo: l’inglese. <a href="https://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/03/13/foto/campania_all_undicesimo_posto_in_italia_per_il_livello_di_conoscenza_dell_inglese-135389765/1/#1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il Sud Italia deve, e può, migliorare in ambedue queste conoscenze</a>. Servirà del tempo, ma serviranno soprattutto iniziative locali e politiche per incentivare corsi e percorsi.</p>



<p>Infine, non dimentichiamoci della qualità della vita a 360 gradi. Perché un’alta qualità della vita non dipende soltanto dallo stipendio, dal panorama, dal clima. Bensì anche dalla sanità, istruzione, inquinamento, sicurezza, etc. Perché il Sud non può semplicemente puntare sull’essere più economico. </p>



<p><strong>La battaglia a chi prende lo stipendio più basso, sarebbe persa in partenza: bisogna puntare ad offrire una situazione lavorativa ideale per le aziende del futuro.</strong></p>



<p>Di quali aziende stiamo parlando? Stiamo parlando delle “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Industria_4.0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Industrie 4.0</a>”, specialmente quelle basate interamente su tecnologie come il <em>cloud</em>, <em>internet delle cose</em>, <em>i grandi dati</em>, <em>social network</em>, <em>sicurezza informatica</em> e <em>realtà aumentata</em>. In questi settori è possibile fondare moltissime startup ed aziende con minimi investimenti ed infrastrutture, che il Sud giá in parte possiede e che deve soltanto migliorare. La quarta rivoluzione industriale offre, finalmente, un’opportunità unica al Sud Italia.</p>



<p>Perché il meridione non deve “accontentarsi” di ospitare qualche dipendente delle aziende distanti. </p>



<p><strong>Il Sud può, e deve, fare una trasformazione digitale per attrarre le industrie</strong>, gli investimenti e le idee di un futuro sempre più prossimo.</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-center"><em>Già pubblicato su L&#8217;Altravoce dei Ventenni-Quotidiano del Sud 12/10/2020</em></p>
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		<title>Skam Italia: gli adolescenti conquistano lo schermo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2020 16:10:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Intrattenimento - 10/08/2020]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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		<category><![CDATA[skam]]></category>
		<category><![CDATA[skam italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un panorama di serie televisive autoctone spesso tristemente fiacche e stinte, Netflix sta sempre più contribuendo a rinfrescare l’offerta multimediale italiana, in linea con gli interessi e le attenzioni di un pubblico sempre più “viziato” e abituato ormai alla ribollente e incalzante produzione d’oltreoceano. In questa cornice, a Skam Italia è toccato l’arduo compito di offrire uno spaccato credibile della gioventù contemporanea, dei “liceali” italiani, eludendo pericolosi stereotipi e facili approssimazioni. Skam nasce come un franchise internazionale di serie [&#8230;]</p>
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					<div class="elementor-text-editor elementor-clearfix"><p style="text-align: center;">In un panorama di serie televisive autoctone spesso tristemente fiacche e stinte, Netflix sta sempre più contribuendo a rinfrescare l’offerta multimediale italiana, in linea con gli interessi e le attenzioni di un pubblico sempre più “viziato” e abituato ormai alla ribollente e incalzante produzione d’oltreoceano.</p><p>In questa cornice, a Skam Italia è toccato l’arduo compito di offrire uno spaccato credibile della gioventù contemporanea, dei “liceali” italiani, eludendo pericolosi stereotipi e facili approssimazioni. <br />Skam nasce come un franchise internazionale di serie televisive, basate su un prodotto originale norvergese, da cui le altre edizioni “locali” traggono la trama e i personaggi, adeguandoli poi al contesto nazionale. Ecco, Skam Italia è riuscita nella sfida di rielaborare in prospettiva tutta italiana la trama originale, lavorando in particolare sulla profondità dei personaggi e sul realismo delle scene, degli atteggiamenti, delle relazioni umane. <br />Netflix ci ha infatti abituato nel tempo a serie tv americane adolescenziali in cui i giovani protagonisti, mentre frequentano le lezioni, devono affrontare situazioni straordinarie e certamente fuori dall’esperienza comune.</p><p>In Skam va in scena la vita “vera” degli adolescenti, nella sua semplicità, nella sua forse banale ma sempre incalzante quotidianità. Sul banco anatomico degli spettatori finiscono infatti i problemi “normali” dei ragazzi “normali”: i primi amori, la scoperta della sessualità, la difficoltà nell’integrazione sociale e religiosa, la costruzione di una relazione sentimentale, le fragilità personali e i problemi familiari. La vera sfida della serie è stata proprio quella di elaborare in un prodotto interessante e godibile la vita vera degli adolescenti che frequentano le superiori, riuscendo a coinvolgere lo spettatore nei loro ordinari problemi quotidiani, senza per forza trascinarlo in articolate trame spettacolari con indagini thriller e draghi sputafuoco. Il sapore di questo realismo si coglie per esempio nelle scene di vita “ordinaria” dei ragazzi e delle ragazze (la partita di pallone, i discorsi al baretto, la cena con il risotto pietrificato), che ricorderanno a tutti gli anni del liceo. La mancanza di una trama epica potrebbe indurre qualche diffidenza, ma la verità è che la narrazione scorre fluida e senza particolari rallentamenti. Basti pensare che, anche per promuovere la serie, sono stati creati i profili sui social media dei protagonisti, accessibili a tutti gli utenti e che hanno contribuito a costruire una caratterizzazione ancor più realistica della loro psicologia.</p><p>A questo risultato – forse paradossalmente &#8211; contribuisce la mancanza di un protagonista dominante: un vuoto che arricchisce il ruolo di tutti gli altri personaggi: manca infatti un personaggio chiave tormentato e tenebroso, che divora lo schermo e monopolizza l’attenzione e così l’attenzione dello spettatore si sposta stagione dopo stagione (anzi, scena dopo scena) orientata dal focus narrativo.</p><p>Un punto a favore di Skam è la resa qualitativa dell’interpretazione. Per Skam Italia è stato scelto (e bene) un cast di attori emergenti, più o meno noti al pubblico, che si è rivelato la vera punta di diamante del girato. Le interpretazioni sono quasi sempre credibili, vere, profonde, senza mai essere scontate e monodimensionali. Per di più, la delicatezza dei temi trattati e la complessità di alcune vicende personali legate ai singoli protagonisti rendevano non certo facile il compito ai giovani attori. Personaggi come Sana e Matteo in particolare richiedevano una consapevolezza non da poco, per evitare pericolosi stereotipi e la banalizzazione di tematiche assai delicate come la diversità di credo e di orientamento sessuale. Un personaggio dalle inaspettate prospettive interiori &#8211; di non facile rappresentazione – è poi Eleonora, le cui vicende familiari e la cui resilienza siano state rese con delicatezza e senza compatimento e commiserazione, in qualche sommessa e mai appariscente confessione agli altri personaggi. Non da meno Eva, che traghetta lo spettatore in alcune tra le fasi più topiche della relazione con Giovanni. Skam ci ha quindi ricordato che esiste un cast di attori giovani e intraprendenti in Italia, che può gettare una nuova luce sui palchi e nelle case.</p><p>Un plauso, infine, ad alcune scene “teatrali” che, spingendo un po’ sull’acceleratore del patos, hanno tentato di esaltare il ritmo narrativo. Va detto che Skam Italia, girato quasi interamente a Roma, sfrutta a pieno la godibilità visiva della città eterna e, rispetto all’originale norvegese, gode di alcuni incomparabili quadri panoramici sulla capitale. Su questo sfondo si incastonano alcune scene “fatte per colpire” che, alla fine, effettivamente colpiscono (il bacio sotto la pioggia in timelapse, Sana e Malik ritratti da lontano nelle vasche, il finale della quarta stagione). <br />Una particolarità della serie, ereditata dalla versione originale norvegese, si rinviene nella morfologia della narrazione: ogni stagione è dedicata ad uno o più personaggi e si concentra prevalentemente sulle relative vicende personali, mettendo un po’ in ombra tutto il resto. Questa scelta stilistica se da un lato consente allo spettatore di immergersi profondamente nella psicologia del singolo personaggio, dall’altro finisce per produrre una certa segmentazione nella narrazione. Tutti hanno sofferto la mancanza di Eva ed Eleonora, scomparse dalla scena nelle spire della seconda e quarta stagione. La serie ne perde anche in fluidità: sviluppando le storie dei personaggi contemporaneamente lo stile sarebbe stato forse più incalzante e travolgente, con più magnetismo.</p><p>Conclusioni? Skam Italia rappresenta oggi un prodotto godibile della produzione multimediale Netflix per la penisola, che apre un punto d’osservazione sui giovani, sui loro problemi e drammi quotidiani, con un realismo davvero accurato. <br />Una sfida non da poco, che possiamo considerare vinta.</p><p> </p><p><em style="color: #111111; font-family: 'Open Sans', sans-serif; text-align: center;">Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dell’Italia del 10 agosto 2020</em></p></div>
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		<title>&#8220;E i Marò?&#8221; Ultimo atto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Martire]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2020 05:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di diritto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Tribunale arbitrale riconosce la competenza dell’Italia Sembra essere giunta ad una &#8220;conclusione&#8221; la tensione diplomatica intercorsa tra Italia e India a seguito della vicenda accaduta il 15 febbraio 2012 al largo delle coste dell&#8217;India. Quasi tutti ricorderemo il caso della petroliera Enrica Lexie: nel 2012, i due militari Massimiliamo Latorre e Salvatore Girone imbarcati sulla nave battente bandiera italiana come nuclei militari di protezione, uccisero per errore due pescatori durante un’operazione di anti-pirateria in India. I casi di pirateria [&#8230;]</p>
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<h2>Il Tribunale arbitrale riconosce la competenza dell’Italia</h2>



<p class="has-drop-cap">Sembra essere giunta ad una &#8220;conclusione&#8221; la tensione diplomatica intercorsa tra Italia e India a seguito della vicenda accaduta il 15 febbraio 2012 al largo delle coste dell&#8217;India.</p>



<p>Quasi tutti ricorderemo il caso della petroliera Enrica Lexie: <strong>nel 2012, i due militari Massimiliamo Latorre e Salvatore Girone imbarcati sulla nave battente bandiera italiana come nuclei militari di protezione, uccisero per errore due pescatori durante un’operazione di anti-pirateria in India.</strong></p>



<p>I casi di pirateria venivano segnalati frequentemente in quelle zone e i militari erano impegnati a prevenire attacchi del genere; <strong>al largo della costa del Kerala (uno Stato dell&#8217;India meridionale che si affaccia sull&#8217;Oceano indiano dalla parte del Mare Arabico) i due militari credettero di scorgere un’imbarcazione pirata in avvicinamento e decisero di aprire il fuoco.</strong> </p>



<p>Quell’imbarcazione, erroneamente ritenuta pericolosa, era in realtà il peschereccio St. Anthony e la condotta dei militari provocò la morte di due pescatori indiani, Valentine Jalstine e Ajesh Binki. La polizia indiana tenne in stato di fermo la nave Enrica Lexie e la Corte del Kollam dispose che i due marò fossero tenuti in custodia presso la guesthouse della Central Industrial Security Force indiana e non in una normale prigione, solo in un secondo momento furono condotti nel carcere ordinario di Trivandrum.</p>



<p>L’Italia, sin da subito, contestò la competenza dell’India nel giudicarli e l’accordo di risarcimento per le famiglie delle vittime venne ritenuto illegale dalla Suprema Corte indiana. I Marò vennero trattenuti in India e si aprì così il c.d. “<strong>caso Marò</strong>” che procurò un fortissimo clima di tensione fra i due Paesi.</p>



<p><strong>Il Governo indiano faticò a stabilire l’attribuzione della competenza sul caso ai suoi Tribunali</strong> e intanto venne concesso ai militari di ritornare in Italia. Tuttavia, l’allora Ministro degli Esteri del Governo Monti, Giulio Terzi, comunicò che i Marò non avrebbero fatto rientro in India e per tutta risposta l’India decise di limitare la libertà di movimento dell’ambasciatore italiano a Delhi. Questa vicenda si risolse con le dimissioni del Ministro Terzi e col rientro in India dei due militari, che furono accusati anche di terrorismo, reato che in India è punito con la pena di morte. Le ostilità continueranno anche in seguito, arrivando quasi ad una rottura diplomatica tra Italia e India. </p>



<p>La vicenda arriverà ad un primo punto di svolta con il rientro di Latorre a causa di un’ischemia; questi, dopo l’operazione in Italia, non rientrerà più in India.</p>



<p>L’italia decide intanto, nel 2015, di appellarsi al Tribunale internazionale dell’Aja per conoscere in modo definitivo a quale fra i due Paesi spetta la competenza sul caso. In attesa di un giudizio del Tribunale dell’Aja, anche al militare Girone viene concesso il rientro in Italia e l’India sospende i procedimenti nei confronti dei militari.</p>



<h3><strong>La difesa dei Marò</strong></h3>



<p>Analizziamo nel dettaglio su cosa si basava la difesa dei Marò: la loro difesa è stata sempre incentrata sul fatto che la giurisdizione sui fatti contestati appartiene all&#8217;Italia poiché la vicenda è avvenuta in acque internazionali su una nave battente bandiera italiana, con la presenza di  militari italiani coinvolti nell&#8217;ambito di un&#8217;operazione anti-pirateria raccomandata da norme internazionali.</p>



<p>Tali fatti, secondo la difesa dei due militari, rientrerebbero dunque nell&#8217;ipotesi di &#8220;incidente di navigazione&#8221; avvenuto in acque internazionali, a norma dell&#8217;art. 97 della Convenzione di Montego Bay.</p>



<p>Per quanto attiene, invece, all&#8217;immunità funzionale, i Marò  avrebbero agito in regime di immunità giurisdizionale di fronte alle autorità giudiziarie di Stati terzi, in quanto organi dello Stato italiano. Secondo la legge italiana e in base ai trattati internazionali sottoscritti dall&#8217;Italia, in accordo con le risoluzioni dell&#8217;ONU che disciplinano le forme di contrasto alla pirateria internazionale, Latorre e Girone&nbsp;devono essere considerati &#8220;<em>personale militare in servizio su territorio italiano&#8221;</em>. La petroliera Enrica Lexie era una nave civile, tuttavia <strong>la scorta militare alle navi commerciali fu autorizzata dal Parlamento nell&#8217;ambito di un&#8217;operazione ONU contro la pirateria</strong>.</p>



<h3><strong>La decisione del Tribunale arbitrale</strong></h3>



<p><strong>Dopo 8 anni e mezzo, arriva finalmente la risposta del Tribunale internazionale che dà ragione all’Italia: i giudici hanno infatti riconosciuto l’immunità funzionale dei due militari, precludendo all’India la possibilità di esercitare la sua giurisdizione sul caso</strong>. I marò sono stati ritenuti dal Tribunale arbitrale soggetti alla legge italiana in quanto funzionari dello Stato italiano impegnati nell’esercizio delle loro funzioni. Tuttavia, l’Aja riconosce che: “l&#8217;Italia ha violato la libertà di navigazione e dovrà pertanto compensare l&#8217;India per la perdita di vite umane, i danni fisici, il danno materiale all&#8217;imbarcazione e il danno morale sofferto dal comandante e altri membri dell&#8217;equipaggio del peschereccio indiano Saint Anthony.”</p>



<p>Il Tribunale ha dunque invitato le Parti a raggiungere un accordo; la Farnesina ricorda però che il <strong>Tribunale Arbitrale fu adito per pronunciarsi sull&#8217;attribuzione della giurisdizione, e non sul merito. L&#8217;Italia</strong>, annuncia la Farnesina, è pronta ad osservare quanto stabilito dal Tribunale arbitrale e <strong>si impegna a riavviare il procedimento penale aperto dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma nei confronti dei due Marò.</strong></p>



<h3><strong>La reazione dell&#8217;India</strong></h3>



<p><strong>In India, i media e il sito India Today hanno sostenuto che l’India</strong> <strong>“ha vinto il caso”</strong> perchè “ha il diritto al risarcimento, ma non può processarli”. Come stabilito dalla sentenza del Tribunale arbitrale, i due militari &#8220;hanno violato il diritto internazionale e di conseguenza l&#8217;Italia ha violato la libertà di navigazione dell&#8217;India”, per questo motivo, asserisce il sito indiano: “<em>l&#8217;India ha il diritto di ricevere un risarcimento dall&#8217;Italia per la perdita di vite subita</em>”.</p>
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		<title>Concorsi in salsa Covid</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosamaria Trunzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 15:41:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[concorsi]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le novità introdotte dal Decreto Rilancio per lo svolgimento dei concorsi pubblici E’ finalmente arrivata la tanto agognata fase 3. L’abbiamo desiderata, invocata a gran voce e abbiamo lottato affinché giungesse il prima possibile insieme al sole, alle spiagge, alla ripresa delle attività economiche e delle nostre vite, messe in stand-by dal virus. Era il 13 Maggio quando il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, tenne la conferenza stampa a Palazzo Chigi con i Ministri Roberto Gualtieri (Economia e Finanze), Roberto [&#8230;]</p>
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<p><strong>Le novità introdotte dal Decreto Rilancio per lo svolgimento dei concorsi pubblici</strong></p>



<p class="has-drop-cap">E’ finalmente arrivata la tanto agognata fase 3. L’abbiamo desiderata, invocata a gran voce e abbiamo lottato affinché giungesse il prima possibile insieme al sole, alle spiagge, alla ripresa delle attività economiche e delle nostre vite, messe in stand-by dal virus.</p>



<p>Era il 13 Maggio quando il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, tenne la conferenza stampa a Palazzo Chigi con i Ministri Roberto Gualtieri (Economia e Finanze), Roberto Speranza (Salute), Stefano Patuanelli (Sviluppo Economico) e Teresa Bellanova (Politiche Agricole Alimentari e Forestali) per presentare l’attesissimo Decreto Rilancio.</p>



<p>Rilancio è il concetto cardine su cui si poggiano le misure previste per rinnovare il vigore della nostra martoriata economia, già in terribile agonia prima della venuta del virus.</p>



<p>In quella conferenza stampa Conte esordì dicendo: “<em>Abbiamo lavorato a questo decreto nella consapevolezza che c&#8217;è un Paese in grande difficoltà, c&#8217;è una comunità di donne, di persone, in grande sofferenza e la manovra per fronteggiare questa fase di emergenza è una manovra che contiene però anche delle premesse perché questa fase di ripartenza possa già concretizzare una prospettiva di ripresa economica e sociale”.</em> Ha proseguito poi aggiungendo che il DL è “<em>Un testo complesso che contiene oltre 250 articoli ma tenete conto che parliamo di 55 miliardi pari a due manovre, due leggi di bilancio”. </em>Dalle dichiarazioni rilasciate in molti hanno iniziato a credere che il testo tanto decantato contenesse la panacea a tutti i mali dell’Italia, ma malgrado siano poi immancabilmente venute alla luce delle “sbavature” che fanno storcere il naso e porre le questioni di fiducia, rimane comunque un punto di partenza per regolare molte questioni che erano rimaste in sospeso. Dal mare magnum dalle materie contenute nel Decreto emergono nuove direttive per far rispettare alla Pubblica Amministrazione le promesse fatte e far svolgere i concorsi pubblici, previsti per questo anomalo 2020, in modalità covid free. Le parole chiave di questa nuova fase delle procedure concorsuali sono: velocizzazione; digitalizzazione e semplificazione. In questa seconda parte dell’anno verranno inoltre sperimentati nuovi approcci come la decentralizzazione delle prove e la somministrazione di test rapidi in modalità telematica, in ottemperanza alle direttive di distanziamento.</p>



<p>Negli stessi giorni della conferenza stampa sul Decreto Rilancio, la ministra della Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, si aggiunse al coro di governo dichiarando che i concorsi pubblici sarebbero ripresi seguendo delle nuove modalità e che lo svolgimento delle prove in un unico edificio tipo Fiera di Roma (dove si sono svolti tutti i concorsi pubblici pre-covid19), oramai è “impensabile”. La Dadone ha inoltre dichiarato che in condizioni normali si sarebbero impiegati, in media, 18 mesi dalla fase di pubblicazione del bando a quella di comunicazione dei risultati finali delle prove ai candidati, e che l’obiettivo prefissato è di finalizzare tutto, usando i nuovi metodi, in meno della metà del tempo. L’intento è, come ha specificato la ministra, quello di “<em>Velocizzare senza banalizzare e senza voler scegliere in maniera asettica o priva di un criterio meritocratico. Le prove devono rimanere e si devono semplificare delle procedure</em>”. Ricapitolando, le principali novità introdotte dal DL Rilancio e contenute all’art.247 consistono: nello svolgimento delle prove concorsuali in sedi decentrate individuate sulla base del criterio geografico di provenienza dei candidati e con utilizzo della tecnologia digitale; la prova orale potrà essere svolta in video conferenza; le domande di partecipazione potranno essere inoltrate, solo on line e mezzo piattaforma digitale apposita, entro 15 giorni dalla data di pubblicazione del bando sulla Gazzetta Ufficiale; i candidati per poter partecipare devono possedere un indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) personale e registrarsi alla piattaforma attraverso il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID). “Last but not least” [ultimo ma non per importanza n.d.r.] il requisito di accesso sarà individuato, esclusivamente, sulla base del titolo di studio stabilito, per la specifica posizione in concorso, dal contratto collettivo nazionale del lavoro. Il tutto condito con la promessa che se la sperimentazione di queste modalità smart dovesse conseguire i risultati sperati, verrà applicata anche in seguito. Sarà finalmente giunta l’era del cambio generazionale nei meandri degli uffici della Pubblica Amministrazione? Le premesse sembrano esserci tutte. Del resto io ed i miei coetanei abbiamo aspettato già abbastanza, con cuore trepidante, lo sblocco del tour over che ha impedito le assunzioni nella PA troppo a lungo. A conferma di quanto sia necessaria nuova linfa vitale a tutti i livelli amministrativi è stato da poco indetto un concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di duemilacentotrentatre posti di personale non dirigenziale, a tempo pieno ed indeterminato, nel profilo di funzionario amministrativo, nei ruoli di diverse amministrazioni, rientrante nel progetto RIPAM. Le figure richieste, per citarne alcune, verranno collocate al Ministero dell’Interno; al Ministero dell’Economia e delle Finanze; al Ministero dello Sviluppo Economico; al Ministero del lavoro e delle politiche sociali; all’avvocatura generale dello Stato, al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo e in tanti altri ministeri e agenzie nazionali. Luca Cordero di Montezemolo una volta disse: “L&#8217;efficienza della pubblica amministrazione è il fulcro indispensabile per rilanciare lo sviluppo del Paese. Senza una pubblica amministrazione efficiente non si potranno fornire servizi di qualità alle imprese e ai cittadini tempi certi della giustizia, sostegno concreto ai redditi dei più deboli, un welfare moderno, una scuola e un&#8217;università valutate e premiate in base al merito”. Questa è, dunque, un’occasione di rinnovamento da non perdere.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo già pubblicato su Il Quotidiano del Sud- l’Altravoce dei Ventenni il 13/07/2020</em></p>
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