Wooden block with Ukraine and Russian flag.(The four national characters on each wooden block are Korean, Chinese characters, English and Russian)

La partecipazione al conflitto bellico passa dall’uso delle parole

Dunque la guerra è ritornata in Europa. Non che dall’8 maggio 1945 fosse mancato il versamento di sangue seppure, si fa per dire, in modiche quantità ma ad oggi l’azione barbarica di Putin ha stracciato brutalmente la pace europea. La speranza inconfessata delle molte nazioni coinvolte è quella di circoscrivere la faccenda. Eppure, la storia di questi giorni ci consegna uno scenario che lascia insidiare la guerra ucraina nella “Belle époque” europea contrassegnandone la fine.

Giusto per ricordare, lo sfacciato atto di aggressione di Putin ha scavalcato persino il Memorandum di Budapest. Secondo tale accordo, Russia, Stati Uniti e Regno Unito si impegnavano a rispettare l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina; ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza nelle forme di pressione economica e politica, nell’uso di armi nucleari contro l’Ucraina nonché a “sollecitare un’azione immediata del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per fornire assistenza” in caso di un “atto di aggressione” contro il Paese. Tutto cancellato perché, di fatto, il gesto russo non ha portato alla sola demolizione delle città ucraine ma del moderno ordinamento giuridico internazionale.

Del resto, ricordiamo bene che nessun uomo è un’isola e che nessuno può considerarsi al di fuori del resto dell’umanità. Scriveva Hemingway: “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi”.

Segue poi che, nella narrazione dell’aggressione di Putin all’Ucraina, ciò che colpisce è l’ideologia conservatrice di un uomo che rivendica una superiorità culturale, addirittura antropologica del suo popolo rispetto al mondo occidentale. La vera novità di questa battaglia infatti non sono le armi ma il culto della forza bruta che alimenta il conflitto sul versante russo e che dal lato ucraino incrementa la volontà di scegliere in libertà il proprio futuro. Quest’ultimo, il popolo “guerriero”, è nei fatti uno stato europeo che si riconosce nei valori democratici e nel modello di società aperta rigettando l’autocrazia neo-zarista e la proposta di stato minoritario imposti dalla Russia.

Argomentazioni che dalla nostra latitudine non sono egualmente percepite e soprattutto creano un divario sociale\nazionale tra coloro che si rispecchiano nell’ideologia di supporto al popolo ucraino e chi invece vuole che l’Italia si schieri a favore della pace senza alcuna posizione bellica. La politica italiana ha deciso di indossare l’elmetto e scendere simbolicamente in guerra inviando armi al governo ucraino. Lo scorso primo marzo il Presidente del Consiglio Draghi nelle sue comunicazioni alle Camere, ha motivato tale decisione con queste parole: “È necessario che il Governo democraticamente eletto sia in grado di resistere all’invasione e difendere l’indipendenza del Paese”. Però ciò che non è stato riferito al Parlamento e all’opinione pubblica è che la legge italiana sulla neutralità (R.D. 1938 n. 1415, All. B, art. 8) vieta di fornire armi ai paesi in guerra e che tale legge è ancora in vigore nella Repubblica Italiana perché mai abrogata. Legge che sottolinea invece la possibilità di fornire assistenza e materiale sanitario.

Tutto questo in virtù della logica secondo cui, chi fornisce armi ad un paese in guerra, partecipa al conflitto e quindi non può più essere considerato neutrale. Invio di armature, il cui elenco ricordiamo essere rigorosamente secretato, che assegna all’Italia l’immagine di uno stato che muove manovre ostili che come tali sono percepite dalla Russia. Di fatto, il ministero degli Esteri russo ha dichiarato: “Coloro che sono coinvolti nella fornitura di armi letali alle forze armate ucraine saranno responsabili delle conseguenze di queste azioni.”

A queste prese di posizione politiche, non va dimenticato, che si aggiungono le reazioni mediatiche, pubbliche e ancor più governative che utilizzano toni e linguaggi duri per delineare il nemico. Una guerra di parole che vede l’informazione arruolata nella propaganda del conflitto e non come mezzo attraverso cui rendere negoziabile la sua cessazione.

È chiaro quindi che ci muoviamo verso scelte dalle conseguenze imprevedibili in cui le parole più sentite come condannare, affiancare, aiutare – seppur in modo ambiguo – spingono nella direzione del conflitto. Prestiamo attenzione al peso delle decisioni, al modo con cui le dichiariamo e badiamo a non crogiolarci sugli allori perché senza accorgercene potremmo trovarci con indosso l’elmetto.


Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni