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	<title>femminismo &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Buon compleanno Simone de Beauvoir: perché abbiamo ancora bisogno di te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Nicelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2023 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Penso che il femminismo sia una causa comune per l&#8217;uomo e per la donna, e che gli uomini riusciranno a vivere in un mondo più equo, meglio organizzato, un mondo più valido, soltanto quando le donne avranno uno status più equo e valido; la conquista dell&#8217;uguaglianza li riguarda entrambi”. Questo Simone de Beauvoir – scrittrice, filosofa, insegnante e femminista – scriveva in “Quando tutte le donne del mondo”, pubblicato in Italia nel 1982 da Giulio Einaudi Editore. Simone de Beauvoir [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote"><p><em>“Penso che il femminismo sia una causa comune per l&#8217;uomo e per la donna, e che gli uomini riusciranno a vivere in un mondo più equo, meglio organizzato, un mondo più valido, soltanto quando le donne avranno uno status più equo e valido; la conquista dell&#8217;uguaglianza li riguarda entrambi”.</em></p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Questo Simone de Beauvoir – scrittrice, filosofa, insegnante e femminista – scriveva in “Quando tutte le donne del mondo”, pubblicato in Italia nel 1982 da Giulio Einaudi Editore.</p>



<p>Simone de Beauvoir è una delle più grandi figure intellettuali del Novecento europeo, sebbene venga quasi sempre ricordata solo per il suo contributo al femminismo oppure, decisamente peggio, come “la partner di Sartre”. Simone nasceva all’inizio del ventesimo secolo, proprio il 9 gennaio del 1908, nella Parigi della Belle Époque. Deceduta nel 1986, nel giorno del suo compleanno, la ricordiamo per i suoi studi sulla condizione della donna che hanno rivoluzionato il concetto stesso di femminile e influenzato inesorabilmente il pensiero moderno.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img width="474" height="284" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/01/simone-de-beauvoir.jpg" alt="" class="wp-image-32853" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/01/simone-de-beauvoir.jpg 474w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/01/simone-de-beauvoir-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 474px) 100vw, 474px" /><figcaption>Simone De Beauvoir</figcaption></figure></div>



<p>De Beauvoir pubblica il suo primo romanzo nel 1943, “L’inviata”, che la rivelò come scrittrice, e il secondo nel 1945, “Il sangue degli altri”, durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1954 con “I mandarini” vinse il Premio Gouncourt; molto significative furono le sue opere autobiografiche: “Memorie di una ragazza perbene”, “L&#8217;età forte”, “La forza delle cose&#8221;, “A conti fatti”.</p>



<p>Perché è importante ricordare ancora oggi Simone de Beauvoir? La scrittrice è considerata la “madre&#8221; del movimento femminista: la sua opera più significative, infatti, è sicuramente “Il secondo sesso”<em>, </em>pubblicato nel 1949, che ha portato a una vera e propria rivoluzione nella filosofia di genere e nell’analisi della relazione di potere tra l’uomo e la donna.</p>



<p>De Beauvoir sviluppò il suo pensiero sulla dignità della donna nel contesto sociopolitico successivo alla Seconda guerra mondiale, bisognoso di una nuova rielaborazione dei diritti e delle relazioni sociali fra gli individui. L’autrice, in questo scritto, attua una cesura con il primo movimento femminista, ponendosi in un atteggiamento critico: il suffragio femminile, infatti, è stato l’obiettivo principale della prima ondata femminista, che vedeva in esso il passo decisivo per la liberazione della donna e per la conquista di tutti gli altri diritti, civili, politici, sociali. L’autrice si rese conto che nonostante le donne avessero ottenuto il diritto di voto, la loro condizione non era, di fatto, migliorata all’interno della società. L’autrice pensò a una rifondazione teorica del femminismo per dare dignità alla figura femminile, partendo dalla sua condizione di subordinazione rispetto al sesso maschile, individuandone possibili cause, fino a raggiungere l’emancipazione e la sua piena consapevolezza di sé. De Beauvoir utilizzò una prospettiva filosofica esistenzialista, sostenendo che ogni individuo, uomo e donna in quanto “<em>coscienza</em>&#8220;, era sostanzialmente libero.</p>



<p>“<em>Nelle relazioni di genere le donne, nonostante fossero libere coscienze quanto gli uomini, furono condannate per secoli all’immanenza e alla passività</em><em> e considerate per questo il secondo sesso, inferiore a quello maschile</em>”.</p>



<p>Quello che ci rimane, oggi, di questa personalità poliedrica e profonda sono le sue innovazioni ideologiche e il suo pensiero progressista. L’unica via possibile per l’emancipazione femminile, secondo l’autrice, è quella della “donna indipendente”. Come si raggiunge l’indipendenza femminile? De Beauvoir individua due momenti fondamentali. Innanzitutto, troviamo la presa di consapevolezza della propria condizione; segue poi fare parte di un movimento collettivo: le donne devono unirsi tra loro, e anche con gli uomini, per combattere tutti assieme contro le disuguaglianze, affinché tutti gli individui possano avere pari diritti, dignità e opportunità sociali, politiche ed economiche. La donna, per Simone de Beauvoir, deve assolutamente assumersi il rischio della sua esistenza e diventare finalmente “soggetto”. Non c’è nessuna pensatrice che si occupi di tematiche di genere che non si sia confrontata con lei, ma Simone de Beauvoir non è solo una teorica femminista, è molto di più: il suo monumentale testo “Il secondo sesso<em>” </em>ha cambiato in maniera radicale la storia dei femminismi ed è per questo che, ancora oggi, abbiamo bisogno di lei.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Cultura, potere e genere: perché il potere è degli uomini, nostro malgrado</title>
		<link>https://ventiblog.com/cultura-potere-e-genere-perche-il-potere-e-degli-uomini-nostro-malgrado/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Teresa Pedace]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 14:18:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[matriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’antropologia culturale è una scienza inquieta, fondata sulla fondamentale e inaspettata dicotomia del distacco scientifico e del coinvolgimento ed è l’interpretazione degli altri in condizioni storiche determinate (Leclerc, 1973), ma soprattutto «non è una scienza imparziale come l’astronomia, che prevede un’osservazione a distanza. (…) La sua capacità di valutare più oggettivamente le vicende che riguardano la condizione umana riflette, a livello epistemologico, uno stato di cose in cui una parte del genere umano trattava l’altra come un oggetto» (Lévi-Strauss, 1966). [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’antropologia culturale è una scienza inquieta, fondata sulla fondamentale e inaspettata dicotomia del distacco scientifico e del coinvolgimento ed è l’interpretazione degli altri in condizioni storiche determinate (Leclerc, 1973), ma soprattutto «non è una scienza imparziale come l’astronomia, che prevede un’osservazione a distanza. (…) La sua capacità di valutare più oggettivamente le vicende che riguardano la condizione umana riflette, a livello epistemologico, uno stato di cose in cui una parte del genere umano trattava l’altra come un oggetto» (Lévi-Strauss, 1966).</p>



<p>L’impresa antropologica è possibile insomma solo quando una storia si trova impegnata di fronte a tutte le altre storie: non vi sono tante antropologie, piuttosto tante culture. <br>Ma cosa intendiamo per cultura? Secondo Edward Tylor, la cultura – presa nel significato etnologico più ampio – è «quell&#8217;insieme complesso che include il&nbsp;sapere, le credenze, l’arte, la morale, il&nbsp;diritto, il costume, e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall&#8217;uomo in quanto membro della società». L’aggettivo acquisiti diventa qui nucleo fondamentale perché sottrae una serie crescente di comportamenti alla spinta organica o innatistica, proponendo una chiave di lettura delle diversità incentrata sulle diversità tra culture stesse. <br>L’antropologia culturale nasce quindi con una duplice <em>missione:</em> rendere conto delle differenze tra popoli e culture e costruire un grande affresco della storia dell’umanità andando a scandagliare presunte origini precedenti. E se inizialmente (XIX/XX sec.) la spinta alla nascita di questa disciplina si riscontrava nei problemi posti ai colonizzatori, l’antropologia è intervenuta via via in soccorso di tutte le battaglie contro il razzismo prima e l’intolleranza a ogni forma di differenza poi, compresa quella di genere. Con Bronisław Malinowski si arriva infatti a definire l’antropologia come lo studio dell’uomo, che comprende anche la donna. In seguito, si giungerà alla consapevolezza che ciò che è uomo e ciò che è donna, in ogni società, non è il frutto di una essenza/natura maschile o femminile, bensì di una forma di relazione e di riconoscimento reciproco particolare, segnata per lo più da reciprocità negativa.</p>



<p>La nuova antropologia delle donne muove i primi passi negli anni Settanta e ha come oggetto di studio e ricerca il modo in cui le donne sono rappresentate. La critica si sofferma su tre aspetti del c.d. <em>pregiudizio androcentrico</em> (partendo dall’ambito della ricerca stessa):</p>



<ul><li>sul campo si tende a cercare informatori maschi (piuttosto che femmine) perché ci hanno insegnato che gli uomini controllano il maggior numero delle informazioni;</li><li>le società considerano le donne in posizione marginale e/o subordinata;</li><li>tutte le relazioni asimmetriche tra uomini e donne in altre culture sono interpretate come equivalenti alle nostre relazioni, in cui l’asimmetria corrisponde a ineguaglianza e l’ineguaglianza a una gerarchia e un rapporto di potere sbilanciato.</li></ul>



<p>Ma non finisce qui: l’antropologia economica indaga i rapporti tra modo di produzione domestico e modo di produzione dominante, mostrando la funzione fondamentale del primo rispetto al secondo, e l’antropologia politica confronta i rapporti tra donne e potere, ipotizzando un cambiamento da una posizione di relativa uguaglianza nelle società pre-statuali e pre-monetarie a una subordinazione legata al formarsi degli Stati.</p>



<p>L’antropologia, con il suo lavoro instancabile di comparazione, ci costringe ad aprire gli occhi. <br>Vi era un tempo in cui Dio era femmina: si pensi al pendaglio d’avorio di mammut ritrovato nella grotta di Hohle Fels, in Germania, raffigurante una donna grassa, con natiche grandi e seni spropositati; quasi sicuramente una divinità femminile, come lo erano le c.d. Veneri del Neolitico ritrovate sia in Asia che in Europa e le statuine di donne-civetta che rimandano a una civiltà precedente a Sumeri e Greci egualitaria, pacifica, che credeva in una dea madre. Una civiltà di donne, insomma. Questa ipotesi del matriarcato, che ritroviamo in miti come le Amazzoni e Medusa, è stata confermata da Momolina Marconi e dai suoi studi sulla civiltà dei Pelasgi che credeva in una Grande madre mediterranea e professava un’età d’oro di bilanciamento tra i sessi. Decine di etnie, ancora oggi, risultano essere matriarcali: dai Mosuo dello Yunnan cinese ai Bemba dell’Africa centrale, dai Trobriandesi della Melanesia ai Cuna al largo di Panamà.</p>



<p>Il matriarcato non è un ribaltamento del patriarcato: è una cultura di bilanciamento dei ruoli in cui i clan funzionano su base assembleare, alla continua ricerca del consenso.  <br>Le cose cambiarono tra il 4500 a.C. e il 3000 a.C., con l’arrivo nella vecchia Europa e nel Vicino Oriente di popoli guerrieri provenienti dalle pianure del Volga, che influenzarono la religione e i costumi dei popoli conquistati nella direzione del patriarcato. Fu un processo lento, che giunse dall’esterno ma trovò l’appoggio di molti maschi nelle popolazioni matriarcali e fu influenzato dalla trasformazione della guerra in forma di economia. Per far sì che le terre conquistate rimanessero ai propri discendenti, i maschi pretesero la sicurezza della maternità e iniziarono a segregare le donne.</p>



<p>Il resto è storia ed è nostro preciso compito interrogarci sulle sue fasi e sul significato di potere, che equivale di volta in volta ai concetti di forza, legittimazione, autorità e partecipazione economica. <br>E un Paese come l’Italia, al 118° posto nel mondo per partecipazione economica delle donne e ultimo in Europa per occupazione femminile, dovrebbe farlo ogni giorno. <br>Le evidenze sull’ampiezza e sulla varietà dei divari di genere suggeriscono, nel nostro Paese, che vi sia un insieme di concause con diversi gradi di persistenza: si va dall’istruzione alla fecondità, dai fattori culturali alla conciliazione tra vita professionale e familiare.</p>



<p>La legislazione italiana, in termini di pari opportunità, ha attraversato tre fasi:</p>



<ul><li>la prima, negli anni Settanta, con il riconoscimento del principio di parità nelle diverse sfere della vita sociale e lavorativa;</li><li>la seconda, negli anni Ottanta, con interventi mirati alla promozione della partecipazione femminile al mercato del lavoro e al coinvolgimento attivo delle donne nei processi decisionali;</li><li>la terza, a cavallo tra gli anni Novanta e gli anni Zero, in cui è stato recepito il principio a livello europeo secondo cui la parità non è un obiettivo, ma dev’essere perseguita in tutti i settori (c.d. gender mainstreaming).</li></ul>



<p>Se il quadro normativo appare quasi allineato a quello degli altri Paesi europei, rimangono differenze rilevanti in termini di effettiva applicazione – e, quindi, efficacia – nel contrasto delle radici dei divari. <br>Questo è ancora un mondo per uomini, ci piaccia oppure no. <br>Ma la storia ci insegna che la parità è possibile e mi auguro che sia ancora e presto «luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice di tempi antichi» (Cicerone).</p>
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		<title>PostPorno, il legame tra pornografia e femminismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosamaria Trunzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gender Line]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[erika lust]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Rachele Borghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pornografia e femminismo sono due sostantivi che sembrano essere agli antipodi: pornografia rievoca la mercificazione del corpo della donna, mentre la parola femminismo ci infiamma con la rivendicazione dei diritti delle donne, schiacciati dal fallocentrismo della società moderna.Come possono, quindi, pornografia e femminismo andare d’accordo? Da quando Hugh Hefner lanciò la rivista playboy nel 1953 gettando le basi dell’erotismo, lo sguardo del maschio bianco etero [e basic… direbbero le bimbe di Lilli Gruber] è diventato predominante nell’immaginario pornografico collettivo. Il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Pornografia e femminismo sono due sostantivi che sembrano essere agli antipodi: pornografia rievoca la mercificazione del corpo della donna, mentre la parola femminismo ci infiamma con la rivendicazione dei diritti delle donne, schiacciati dal fallocentrismo della società moderna.<br>Come possono, quindi, pornografia e femminismo andare d’accordo?</p>



<p>Da quando Hugh Hefner lanciò la rivista playboy nel 1953 gettando le basi dell’erotismo, lo sguardo del maschio bianco etero [e basic… direbbero le bimbe di Lilli Gruber] è diventato predominante nell’immaginario pornografico collettivo. Il consumo di contenuti pornografici sulle grandi piattaforme on line come PurnHub e YouPorn e la “<em>pornification of the mainstream”, </em>come l’ha definita Brian McNair, hanno operato una trasfigurazione pop delle rappresentazioni figurative tipicamente pornografiche, rendendo la pornografia un fenomeno di massa e normalizzando gli elementi tipici dello straight porn, la pornografia eterosessuale. <br>L’immaginario sessuale creato da uomini per uomini ha contribuito alla costruzione di un modello sociale fortemente strutturato sull’eterosessualità come norma, attraverso performance standardizzate con protagonista l’uomo alpha e modelle super rifatte che impersonano ciclicamente<em> </em>la ragazza della porta accanto, la coniglietta, la cameriera, la segretaria et similia, prone e pronte ad assoggettarsi ai desideri del membro maschile, signore e padrone della scena. <br>Persino la pornografia per donne omosessuali ripropone il sesso tra donne come l’uomo etero crede che sia, focalizzandosi su pratiche come lo squirting, lo scissoring e l’uso di strap on di ogni forma e colore che, in realtà, non assumono la stessa centralità nel vero sesso tra donne.</p>



<p>Era urgente quindi capovolgere la narrazione eteronormativa e fallocentrica della pornografia mainstream per dare spazio ad altre forme di pornografia che esprimessero una sessualità libera. <br>La pornografia sposa il femminismo nella rivendicazione del diritto al piacere, alla sessualità, all’eros in ogni sua sfaccettatura. <br>Nasce così il <strong>PostPorno</strong>, che annovera tra le sue antesignane Annie Sprinkle attrice porno, regista e performer che ha decretato, nei primi anni 90, il passaggio dalla produzione di un porno mainstream a quella di un porno connotato politicamente e con obiettivi di impatto sociale, con una sua performance live dal titolo&nbsp;<em>“A public cervix annoncement”, in cui </em>accoglieva le persone che si avvicinavano alla soglia della sua cervice con l’iconica frase: “<em>Step right up, hi, how are you? Thanks for coming. You are welcome”.</em> Questa performance racchiude in sé elementi fortemente riconducibili al postporno come l’abbattimento della divisione tra pubblico e privato; l’uso dell’ironia; la distruzione del binomio soggetto-oggetto; l’unione tra cultura “alta” e pornografia ritenuta “bassa”; coinvolgimento del pubblico; rovesciamento del rapporto sesso/sessualità e l’uso di protesi.</p>



<p>Secondo Rachele Borghi, geografa e attivista queer: “Il postporno rompe con tutti quei binomi attraverso cui la sessualità viene rappresentata e performata per enfatizzarne il valore politico e farla uscire dalla sfera del privato in cui è stata relegata. Si tratta di un fenomeno fluido, che cerca di liberarsi di ogni etichetta”. Si iniziano così a proporre video porno femministi come quelli di Erika Lust e dei collettivi queer. <br>Antologia del postporno è il “Manifesto Contrasessuale” di Beatriz Preciado in cui, con irriverenza e spregiudicatezza, viene esposta una forte critica alla moderna società <em>fallocratica</em>. <br>La contra-sessualità è lo strumento post identitario per opporsi alla eterosocialità, superando il binomio sesso/genere. Non si parla più di maschile e femminile, ma di soggetti parlanti che rivendicano il diritto di agire la sessualità in modo spudorato, vero e vitale, enfatizzando ed accogliendo la diversità dei corpi e dei desideri. <br>Come dice Fluida Wolf nella presentazione del suo libro -Post Porno. Corpi liberi di sperimentare e sovvertire gli immaginari sessuali- <em>“Il postporno rende visibili corpi e pratiche normalmente esclusi dal porno convenzionale, per rivendicare il diritto di tutt* al piacere e dimostrare come la pornografia possa essere uno strumento: di espressione artistica, esplorazione e liberazione”.</em></p>



<p>Il riappropriarsi del corpo, del piacere sessuale e della rappresentazione dei desideri che animano il postporno possiede un valore politico perché nasce per rompere le granitiche concezioni della eteronormalità. La pornografia, d’altronde, rappresenta l’unico mezzo che possa impartire una educazione sessuale che sia accessibile a tutt* e può trasmettere un messaggio capace di risvegliare i corpi e le coscienze. Come si legge sul blog di natafemmina: “Il postporno è il copyleft della sessualità che supera le barriere”. <br>La rivoluzione sessuale non si è fermata agli anni 60, ma rivive nei corpi e nei desideri degli individui che non accettano di essere confinati ai margini e nei margini.</p>



<p><em>Crediti immagine: https://www.doppiozero.com</em></p>



<p>Sitografia:<br><a href="https://www.vice.com/it/article/9k5yz3/alcune-ragazze-lesbiche-ci-dicono-cosa-ce-di-irrealistico-nel-porno-lesbohttp://natafemmina.blogspot.com/2011/01/post-porno.htmlhttps://malapecora.noblogs.org/post/2010/06/11/selecta-postporno-multimedia-dispensa-del-laboratorio-bulagnese/https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/04/03/postporno-questo-porno-che-non-e-un-porno/https://www.doppiozero.com/materiali/ovvioottuso/porno-mainstreamporno-alternativo">https://www.vice.com/it/article/9k5yz3/alcune-ragazze-lesbiche-ci-dicono-cosa-ce-di-irrealistico-nel-porno-lesbo </a></p>



<p><a href="https://www.vice.com/it/article/9k5yz3/alcune-ragazze-lesbiche-ci-dicono-cosa-ce-di-irrealistico-nel-porno-lesbohttp://natafemmina.blogspot.com/2011/01/post-porno.htmlhttps://malapecora.noblogs.org/post/2010/06/11/selecta-postporno-multimedia-dispensa-del-laboratorio-bulagnese/https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/04/03/postporno-questo-porno-che-non-e-un-porno/https://www.doppiozero.com/materiali/ovvioottuso/porno-mainstreamporno-alternativo">http://natafemmina.blogspot.com/2011/01/post-porno.html</a></p>



<p><a href="https://www.vice.com/it/article/9k5yz3/alcune-ragazze-lesbiche-ci-dicono-cosa-ce-di-irrealistico-nel-porno-lesbohttp://natafemmina.blogspot.com/2011/01/post-porno.htmlhttps://malapecora.noblogs.org/post/2010/06/11/selecta-postporno-multimedia-dispensa-del-laboratorio-bulagnese/https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/04/03/postporno-questo-porno-che-non-e-un-porno/https://www.doppiozero.com/materiali/ovvioottuso/porno-mainstreamporno-alternativo">https://malapecora.noblogs.org/post/2010/06/11/selecta-postporno-multimedia-dispensa-del-laboratorio-bulagnese/</a></p>



<p><a href="https://www.vice.com/it/article/9k5yz3/alcune-ragazze-lesbiche-ci-dicono-cosa-ce-di-irrealistico-nel-porno-lesbohttp://natafemmina.blogspot.com/2011/01/post-porno.htmlhttps://malapecora.noblogs.org/post/2010/06/11/selecta-postporno-multimedia-dispensa-del-laboratorio-bulagnese/https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/04/03/postporno-questo-porno-che-non-e-un-porno/https://www.doppiozero.com/materiali/ovvioottuso/porno-mainstreamporno-alternativo">https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/04/03/postporno-questo-porno-che-non-e-un-porno/</a></p>



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<p>Bibliografia:<br>Fluida Wolf. &#8220;Post Porno. Corpi liberi di sperimentare e sovvertire gli immaginari sessuali&#8221;. Eris Edizioni, 2020 di cui è possibile leggere un estratto al link: <br><a href="https://issuu.com/erisedizioni/docs/anteprima_postporno_valentine_aka_fluida_wolf">https://issuu.com/erisedizioni/docs/anteprima_postporno_valentine_aka_fluida_wolf</a><br>Beatriz Preciado. &#8220;Manifesto contrasessuale&#8221;, Il dito e la luna, 2016</p>
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		<title>È colpa vostra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Allevato]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2020 07:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
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		<category><![CDATA[consenso]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[venti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dietro le chat con nudi e dati sensibili di donne si cela un mostro con nome e cognome: cultura dello stupro Cultura dello stupro è il termine utilizzato dagli studi di genere e dalla letteratura femminista e postmoderna per definire una società e- appunto- un tipo di cultura in cui vengono minimizzati e &#8220;naturalizzati&#8221; episodi di violenza sessuale e atti di molestia, spesso tollerando o riconducendo questa condotta- per quanto illegale- alla goliardia e che ricorre in quei gruppi sociali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h3>Dietro le chat con nudi e dati sensibili di donne si cela un mostro con nome e cognome: cultura dello stupro</h3>



<p class="has-drop-cap"><strong>Cultura dello stupro</strong> è il termine utilizzato dagli studi di genere e dalla letteratura femminista e postmoderna per definire una società e- appunto- un tipo di cultura in cui vengono minimizzati e &#8220;naturalizzati&#8221; episodi di violenza sessuale e atti di molestia, spesso tollerando o riconducendo questa condotta- per quanto illegale- alla <em>goliardia</em> e che ricorre in quei gruppi sociali in cui queste condotte di sopraffazione vengono tollerate.</p>



<p>Da quando il <em>revenge porn</em> è diventato perseguibile, sono molti i casi, dapprima taciuti, che sono stati portati allo scoperto. Quando è stata diffusa la notizia dell’esistenza di più chat su Telegram in cui i membri, protetti dall’anonimato, non solo diffondevano sistematicamente foto e video di ex fidanzate, amiche, colleghe e parenti col fine di umiliarle e farle insultare dal resto del gruppo ma- come riporta l’inchiesta di Wired (che trovate <a href="https://www.wired.it/internet/web/2020/04/03/revenge-porn-network-telegram/">qui</a>)- anche i dati personali e i profili social delle ragazze, le reazioni sono state decisamente inaspettate. </p>



<p>L’esistenza di questi gruppi è, infatti, tristemente nota, così come è evidente la capillarità della loro diffusione; con ogni implemento tecnologico le attività dei loro partecipanti aumentano e cambiano forma, in modo da far perdere sistematicamente le loro tracce ed evitare di essere perseguibili. </p>



<p>Ma non è tutto merito delle chat la loro proliferazione. Infatti, scatta un curioso meccanismo quando si parla di queste aggregazioni di uomini (per la maggioranza, almeno) che arrivano addirittura a condividere materiale pedopornografico e dati sensibili col fine di far perseguitare la “vittima” designata da degli sconosciuti. Nel momento in cui si analizza il fenomeno, infatti, in un modo o nell&#8217;altro il fuoco si sposta sulla vittima e le sue presunte colpe, perché la vittima finisce sempre per essere colpevole in qualche misura.</p>



<p>Ed è così anche per chi si professa contro queste pratiche o addirittura ripudia chi le attua, reagendo con indignazione alle testimonianze di vittime e sopravvissute che raccontano la loro esperienza con gli uomini, al grido di “<em>Not all men</em>” (tradotto: “Non tutti gli uomini”) perché è sbagliato generalizzare. </p>



<p>Invece, in questi casi, generalizzare ci aiuta a mettere a fuoco il problema reale e, di conseguenza, a comprendere come risolverlo. È vero che non tutti gli uomini fanno parte di quel gruppo specifico, ma che sia arrivato a contenere numericamente cinquanta mila componenti non può generare indifferenza. Normalmente simili contenuti sarebbero riconducibili al <a href="https://www.supereva.it/dark-web-cose-e-perche-rappresenta-una-minaccia-4546">dark web</a>, ma queste chat sono mezzi ordinari e al loro interno si trovano uomini altrettanto ordinari, che &#8220;esistano da sempre&#8221; non può essere la norma. </p>



<p>In una cultura in cui i privilegi sono chiaramente sbilanciati, la responsabilità va distribuita tra tutti, perché, se si è detentori di un privilegio, ciò che bisogna fare non è mostrare contrarietà a parole o professare suddetta indifferenza, ma essere attivamente contro quelle azioni che nel tempo hanno legittimato questi atteggiamenti di sopraffazione e atti persecutori verso- prevalentemente- soggetti di sesso femminile. </p>



<p>Questo genere di azioni, infatti, prolifera grazie all’apatia e a un tacito senso di solidarietà che, anche senza esplicita conferma, legittima questi atti. Accettare di entrare in questi gruppi, anche se non si interagisce, ridere per educazione a <em>meme</em> che coinvolgono fotomontaggi sessualmente espliciti di persone ignare e insinuare- quando si parla della questione- che la colpa sia, anche in parte, attribuibile alle ragazze che condividono e pubblicano foto e video sui social network, sposta il focus dal problema principale e crea un’invisibile rete di protezione attorno a questi- non sono esagerata nel definire- criminali. </p>



<p>Svela, inoltre, una completa indifferenza o ignoranza sul più basilare concetto di consenso. Le donne che condividono foto e video privati hanno dato il consenso alla pubblicazione solo in quegli spazi, non hanno dato il consenso affinché quell’immagine venisse diffusa in altri canali e diventasse oggetto di un vero e proprio stupro virtuale.</p>



<p>Perché di questo si tratta, è una cultura fatta di lotta di potere, di ricerca spasmodica di modi con cui sopraffare, umiliare e indebolire gli altri, svalutarli.</p>



<p>Il femminismo non riguarda solo le donne, è vero, ma le problematiche vengono sempre ricondotte al modo in cui viene trattata la loro immagine e per debellare la cultura dello stupro, bisogna iniziare da lì.</p>



<p>L&#8217;immagine della donna è il primo specchio di ciò che siamo: è un&#8217;immagine che da sempre è a uso e consumo degli uomini, un oggetto interamente controllato da loro, che esisteva e meritava di esistere solo se indirizzato al loro compiacimento. E questo è il motivo per cui quella stessa immagine, per molti correnti femministe, è stata oggetto di riappropriazione: l&#8217;immagine non deve compiacere lui, dare potere a lui, ma a me stessa.</p>



<p>Quell&#8217;immagine viene ancora sfruttata per indebolire, a volte proprio &#8220;punire&#8221; la stessa audacia di volersi riappropriare di quel potere e, nel farlo, si fa gruppo, si crea un branco, perché solo in quel modo possono imporsi ed esaltare il proprio <a href="https://thesubmarine.it/2020/04/03/telegram-chat-gruppo-revenge-porn-normale/"><em>ego machista</em>.</a> E nel branco sono in tanti, cinquanta mila. Molti però- giurerebbero- sono lì per caso, quelle frasi non le direbbero mai, quelle foto non le manderebbero mai.</p>



<p>Allora mi rivolgo a voi, che quelle foto non le mandereste mai, vi ritenete <em>completamente</em> innocenti? Pensateci.</p>



<p>Pensateci, quando nelle chat di calcetto ridete di una battuta sullo stupro.</p>



<p>Quando un amico vi manda una foto intima che &#8220;sta girando&#8221; e voi non gli spiegate che non va bene, che è sbagliato.</p>



<p>Quando vi invitano in gruppi di Telegram il cui stesso nome invita a una violenza sessuale e voi non ne uscite e non denunciate perché &#8220;Poi si offendono&#8221;, &#8220;Poi mi escludono&#8221;. </p>



<p>Queste azioni vivono e sopravvivono grazie al branco e, anche se non siete voi a fare violenza, siete rimasti lì inermi a guardare e questo vi rende complici. </p>



<p>La colpa è anche vostra.</p>



<p></p>
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		<title>Amadeus non è un sessista, ma la nostra mentalità sì</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Giordano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jan 2020 15:23:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[conferenza stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Diletta Leotta]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Sofia Novello]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Chimenti]]></category>
		<category><![CDATA[scandalo]]></category>
		<category><![CDATA[sessismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono cose che non cambiano mai…. tipo Sanremo, che ogni anno ci tiene tutti incollati al teleschermo e sulle pagine dei social con la sua fantastica rassegna di scandali, scaramucce e frasi indecenti che contraddistinguono quello che, intitolato Festival della Canzone Italiana, piace a tutti coloro che riescono ad apprezzarlo veramente per il suo tema centrale e che in fondo poi rappresenta il tratto che rende famoso questo paese in tutto il mondo da circa 150 anni a questa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ci sono cose che non cambiano mai…. tipo Sanremo, che ogni anno ci tiene tutti incollati al teleschermo e sulle pagine dei social con la sua fantastica rassegna di scandali, scaramucce e frasi indecenti che contraddistinguono quello che, intitolato Festival della Canzone Italiana, piace a tutti coloro che riescono ad apprezzarlo veramente per il suo tema centrale e che in fondo poi rappresenta il tratto che rende famoso questo paese in tutto il mondo da circa 150 anni a questa parte: <strong>la polemica</strong>.</p>



<p>E attenzione, dato che non ci facciamo mancare proprio nulla, dal momento che quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della manifestazione più (mondana che) musicale d’ Italia, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Amadeus_(conduttore_televisivo)">Amadeus</a>, designato conduttore dell’esclusiva edizione, ha messo le cose in chiaro fin da subito: l’obiettivo proclamato dal medesimo è infatti quello di fare <em>“un’edizione diversa dalle altre”</em>; pertanto, la polemica non poteva che prendere avvio sin dalla prima conferenza stampa del festival.</p>



<p>Ma lasciando da parte l’ironia e il facile sarcasmo che
eventi simili riescono da sempre a stimolare in tutti noi, passiamo all’esame
dei fatti incriminati da cui è nata la polemica e che mette al banco degli
imputati proprio il noto conduttore televisivo della rete pubblica di questo
paese.</p>



<p>Durante la prima conferenza stampa di presentazione del Festival, Amadeus presenta le conduttrici delle varie serate, che peraltro saranno più delle canoniche due, motivando per ciascuna di loro le ragioni che lo hanno indotto a sceglierle per la conduzione delle varie serate. A turno vengono tutte presentate a partire dal fatto che sono bellissime donne – Amadeus risparmia l’incriminato appellativo solo alla Clerici e Rula Jebreal – e in quanto <em>“fidanzata di Valentino Rossi”</em> scelta per la sua <em>“capacità di stare vicino a un grande uomo stando un passo indietro”</em> (<a href="https://www.corriere.it/moda/cards/chi-francesca-sofia-novello-moda-sanremo/chi-e_principale.shtml">Francesca Sofia Novello</a>), per essere &#8220;<em>uno dei volti storici più belli del TG1</em>&#8221; (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Laura_Chimenti">Laura Chimenti</a>), per dimostrare di non essere “<em>solo una ragazza che si può occupare di sport</em>” (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Diletta_Leotta">Diletta Leotta</a>), e in quanto “<em>donna che è stata un’icona sexy tanti anni fa ma che ancora oggi può raccontarci qualcosa</em>” (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Sabrina_Salerno">Sabrina Salerno</a>). C’è da dire che Amadeus in effetti entra in una fase di totale loop nel corso dei 9 minuti dedicati alla presentazione del folto personale femminile che lo coadiuverà nella conduzione del festival, ripetendo per circa undici volte le parole “bella”, “bellissima” e “molto bella”.</p>



<p>Detto ciò, bisogna doverosamente partire da alcune premesse. <strong>Stigmatizzare come sessista e maschilista Amadeus</strong>, forse l’unico ad aver portato sul palco di Sanremo un numero così consistente di donne e soprattutto di personalità provenienti dal mondo del giornalismo, a dimostrazione del tentativo di aggiungere una testimonianza di merito a quello che è comunque uno <strong>show televisivo</strong>, sembra davvero ridicolo e frutto di uno sconsiderato metro di giudizio che caratterizza da sempre la <strong>“doppia morale”</strong> di questo paese. Quello che sembra è che ogniqualvolta se ne presenti l’occasione si preferisca esporre alla pubblica gogna il singolo personaggio piuttosto che l’unica e vera imputata, ossia la cultura di questo paese. Il problema non è Amadeus o le sue sciagurate parole, ma ciò che loro rappresentano come riflesso di un comune modo di parlare, e quindi di pensare, del nostro paese.</p>



<p>Inoltre, sembra doveroso sottolineare, sebbene dovrebbe essere ovvio, che <strong>se la bellezza non è un merito, non è nemmeno una colpa o un crimine</strong>. Stiamo parlando di uno show televisivo. E se cominciamo ad affermare che l’immagine non conti o non sia importante nei meccanismi che regolano la televisione – e ciò spesso vale anche per i personaggi maschili &#8211; rischiamo di essere davvero ipocriti. Diletta Leotta non ha meriti giornalisti superiori rispetto a tante altre donne che pure lavorano nel mondo del giornalismo sportivo, ma è chiaro che venga invitata a presenziare al Festival in quanto bella donna – e negare che ciò stia alla base del suo successo è pura miopia &#8211; e soprattutto come personaggio del momento, tutto  per un mero calcolo di audience. Discorso non diverso per Sofia Novello; fermo restando che, sebbene le parole utilizzate nei suoi riguardi da Amadeus siano state davvero di pessimo gusto, vale la pena considerare che come ci stanno tante donne “un passo indietro”, ossia all’ombra, di tanti uomini, vale anche il contrario – si potrebbero fare tanti esempi, ma a me piace <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Joachim_Sauer">Joachim Sauer</a>, professore di Chimica presso l’Università di Berlino e marito di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Angela_Merkel">Angela Merkel</a>. Questo per dire che l’eccellenza e la grandezza non hanno genere, non fanno discriminazioni.</p>



<p>Ma anche a voler
demonizzare la bellezza, viene spontaneo chiedersi: se non vogliamo giudicare
le donne e se al tempo stesso le donne non vogliono essere giudicate sulla base
del loro corpo esteriore ma in base ad altre qualità, perché di fatto
continuiamo tutti, in quanto uomini, a concentrarci principalmente sull’esteriorità
femminile, e in quanto donne, ad esporre costantemente il proprio corpo nei
canali comunicativi ove ciò è possibile?</p>



<p>Un cambiamento
culturale del paese orientato verso la definizione di una vera uguaglianza
morale, culturale e sociale tra uomini e donne passa attraverso un uso attento
del linguaggio, questo è vero. Le parole sono importanti. Soprattutto in
circostanze simili. Ma non possiamo pensare che il tanto auspicato cambiamento non
passi anche attraverso l’abbandono di questa “doppia morale”, prodotto di un
certo modo di pensare frutto di un’ipocrisia recondita e del cattivo vizio di
non porsi le giuste domande, di non contestualizzare, del non andare a fondo
rimanendo sempre a livello superficiale.</p>



<p>Dov’erano i sessisti
quando nella conduzione di Sanremo da parte di Antonella Clerici tutti, uomini
e donne, l’abbiamo derisa per i suoi buffi vestiti? Non dovevamo giudicarla per
la sua capacità di conduzione del Festival e la sua abilità nell’intrattenerci?</p>



<p>Certe cose non
cambiano mai… un po’ come Rita Pavone, che dopo 40 anni dopo la sua prima apparizione
al Festival, ce la troviamo ancora lì, sul grande palcoscenico dell’Ariston.</p>



<p>Certe cose dovrebbero
proprio cambiare…. </p>
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