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	<title>calcio &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>L&#8217;esempio del Super Bowl per curare un calcio malato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Bartolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Mar 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Già quando vivevo in Italia, mi era capitato un paio di volte di affrontare una nottata insonne per guardare in diretta il famigerato “Super Bowl”. Uno spettacolo tanto esotico per noi italiani quanto venerato e presente nei film hollywoodiani. Vuoi l’evidente stato catatonico, vuoi la visione di uno sport del tutto alieno, non vi capii molto. Ma trovai lo trovai comunque piuttosto godibile. Fast forward al giorno d’oggi, dopo 3 anni in cui ho il piacere di guardare lo spettacolo [&#8230;]</p>
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<p>Già quando vivevo in Italia, mi era capitato un paio di volte di affrontare una nottata insonne per guardare in diretta il famigerato “Super Bowl”. Uno spettacolo tanto esotico per noi italiani quanto venerato e presente nei film hollywoodiani. Vuoi l’evidente stato catatonico, vuoi la visione di uno sport del tutto alieno, non vi capii molto. Ma trovai lo trovai comunque piuttosto godibile.</p>



<p>Fast forward al giorno d’oggi, dopo 3 anni in cui ho il piacere di guardare lo spettacolo con il corretto fuso orario. E, soprattutto, ho l’opportunità di comprenderlo fino in fondo.</p>



<p>Al di là del gioco del football americano, uno sport all’apparenza molto semplice, ma che nasconde una complessità scervellante, quello che più si nota è quanto questo evento sia riuscito negli anni a diventare una vera e proprio religione pagana per i locali.&nbsp;</p>



<p>Tutti guardano il Super Bowl. Anche chi non segue lo sport. Si organizzano party a casa delle persone e nei locali. Tutti i ristoranti e le grandi catene allestiscono promozioni e menu speciali. Pizza e chicken wings sono diventati i piatti ufficiali dell’evento. E probabilmente è meglio sorvolare sulla birra e altre bevande alcoliche, tanto che si spinge affinché <em>the day after the Super Bowl</em> diventi una festa nazionale per attutire i postumi. Lascio per ultimo, solo per la banalità del tema, il fattore dello show dell’intervallo, che raccoglie i migliori artisti del momento in 15 minuti di coreografie assolutamente mozzafiato.</p>



<p>Ed è qui che, ogni volta che spengo il televisore dopo l’evento, mi chiedo come sia possibile che nulla di paragonabile avvenga nel mio sport preferito: il calcio.</p>



<p>Il Super Bowl genera un giro d’affari che tocca gli 1.3 Miliardi di dollari, con soltanto la vendita degli spazi pubblicitari che vale la metà del totale. Spot pubblicitari (venturi a 7 milioni di dollari per 30 secondi) che coinvolgono tutti i migliori attori di Hollywood, consapevoli che quello spezzone sarà visto dall’intera nazione.&nbsp;</p>



<p>Al raffronto, la finale di Champions League genera soltanto 500 Milioni di euro. Anche considerando il cambio, meno della metà rispetto al Super Bowl.</p>



<p>Come è mai possibile una cosa del genere? Stiamo d’altronde mettendo a raffronto uno sport “locale”, come il football americano, che può contare su una popolazione complessiva di 330 milioni di persone (più qualche spostato che all’estero lo segue in notturna), contro lo sport più seguito del pianeta, che, secondo stime del World Population Review, è seguito da 3.5 Miliardi di persone.&nbsp;</p>



<p>Mentre provo maldestramente a trovare pace nel letto, rifletto sul fatto che la malattia è insita in un paziente in crisi ormai da anni, e che deve porvi rimedio al più presto, o patirà per questo la propria fine.</p>



<p>Il calcio europeo è basato su lunghe tradizioni e affetto locale dei propri tifosi. E troppo spesso si tende a dimenticare il fatto che invece gli Stati Uniti non siano uno stato, bensì una federazione di 50 Stati. Quando Kansas City arriva in finale, questa è la squadra del Kansas, e molti altri stati saranno a loro supporto o guferanno in base a relazioni tra stati.</p>



<p>L’allargamento delle proprie operations, o meglio, “scaling”, come viene propriamente detto, è un valore imprescindibile per la crescita di un business. Nessun investitore avrebbe mai messo un dollaro in Facebook se i propositi di Zuckerberg fossero stati quelli di operare soltanto dentro i confini statunitensi.</p>



<p>Sotto questo profilo, la cosiddetta SuperLega (o comunque potrebbe chiamarsi in futuro) non è solo una possibilità da vagliare, quanto una necessità assoluta per il calcio. Ed ogni anno che passa, è un’occasione persa per compiere il next step per lo sport che amo.</p>



<p>Sono consapevole che le storie che tutti amiamo di più sono quelle delle squadre di provincia che abbattono quelle più blasonate. Il nostro gusto non si è evoluto più di tanto dai tempi biblici di Davide contro Golia. Ma nulla deve distogliere l’attenzione dal fatto incontrovertibile che esistono squadre nel panorama europeo che sono storicamente più vincenti, con un brand più forte, una compagine societaria solida, strutture all’avanguardia, etc. Insomma, sono semplicemente più attrezzate.</p>



<p>Attrezzate per cosa? Per dare vita ad un dream team di squadre calcistiche europee in grado di creare la competizione sportiva più rilevante del pianeta, così come il calcio merita. Perché, sebbene ami gli Stati Uniti, non posso accettare che Kansas City contro San Francisco di NFL sia un evento sportivo di maggior rilevanza rispetto ad una qualsiasi finale di Champions League. Buonanotte!</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Lo sport piace ancora, ma solo se c’è competizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sante Filice]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Aug 2023 08:01:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo dello sport in Italia rappresenta, secondo dati Forbes, circa il 3% del PIL, producendo un indotto pari a 78,8 miliardi di euro. Nel nostro Paese, infatti, gli appassionati sono circa 35 milioni di persone e i praticanti sono circa 15,5 milioni. Questo dato, nonostante la sua rilevanza, mostra una graduale, ma inesorabile discesa. Nel 2019 questo settore ha prodotto circa 95,9 miliardi di euro, attestandosi in termini percentuali al 3,6% del PIL nazionale. Anche considerando la più seguita [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Il mondo dello sport in Italia rappresenta, secondo dati Forbes, circa il 3% del PIL, producendo un indotto pari a 78,8 miliardi di euro. Nel nostro Paese, infatti, gli appassionati sono circa 35 milioni di persone e i praticanti sono circa 15,5 milioni. Questo dato, nonostante la sua rilevanza, mostra una graduale, ma inesorabile discesa. Nel 2019 questo settore ha prodotto circa 95,9 miliardi di euro, attestandosi in termini percentuali al 3,6% del PIL nazionale. Anche considerando la più seguita tra le discipline, ovvero il calcio, si può notare come stia subendo un crollo quasi verticale, e la situazione inizia a farsi preoccupante. La serie A non attrae più, basti pensare al fatto che l’asta per i diritti TV per il triennio 2024-2027 si è attestata ben al di sotto del minimo di 1,15 miliardi di euro e si sta pensando di procedere alle trattative private, con le diverse emittenti radiotelevisive. All’asta hanno partecipato solo Mediaset, Dazn e Sky. L’obiettivo a questo punto pare essere quello di raggiungere almeno i 927,5 milioni di euro incassati nelle precedenti stagioni. Anche se sono al vaglio anche strumenti alternativi come la creazione di un canale ufficiale della Lega Serie A che trasmetta almeno una partita in chiaro per ogni turno. La deadline fissata per il 2 agosto si è risolta in un nulla di fatto e molti appassionati aspettano di conoscere come potranno seguire la loro squadra. </p>



<p>Questo declino trova causa essenzialmente in 2 fattori: la pirateria, che si stima dreni dal sistema circa 5 milioni di appassionati, che guardano le tramite il cosiddetto “pezzotto”, e che tradotti in soldoni valgono quasi 2 miliardi di euro, e la perdita d’attrattività del nostro calcio. Per ciò che concerne il primo fattore una punto di svolta può essere segnato dall’approvazione dalla legge “anti pezzotto”, che ha ricevuto l’ok definitivo del Senato all’unanimità lo scorso 13 luglio. Questo provvedimento consente all’AGCOM di bloccare in 30 minuti la visione di contenuti protetti, inasprisce le multe per gli utenti fraudolenti, inserisce lo streaming tra le visione vietate e coinvolge la magistratura nelle ricerche dei pirati digitali. Ulteriore dato da considerare è il drastico calo di ascolti fatto registrare, mediamente, dagli incontri disputati.&nbsp; I numeri premondiale, quindi relativi ai primi giorni di novembre, parlavano di quasi 7,5 milioni di spettatori per ogni turno. Quelli di febbraio si sono attestati, invece, a 5,8 milioni. La riduzione è da imputare, probabilmente, sia al disinnamoramento di molti tifosi juventini, che rappresentano la maggioranza dei tifosi italiani, a seguito delle sentenze sul caso plusvalenze, e insieme a loro molti altri tifosi che hanno assistito ad un competizione più volte modificata in corsa, sia al fatto che la nostra serie avesse già a gennaio decretato la squadra vincitrice. Il Napoli di fatto ha ucciso il campionato. Come spesso è avvenuto negli ultimi anni, non vi è stata una vera competizione, se non per le posizioni di non primaria importanza. </p>



<p>Se il mondo del pallone piange, quello dei motori sembra vivere una situazione totalmente divergente. La Formula fa registrare un crollo verticale degli ascolti TV, con una riduzione media, rispetto al 2022, del 31% di spettatori per GP. Di contro, la MotoGP denota un balzo in avanti del 27% in tema di ascolti televisivi. Questo totale scostamento è dovuto alla mancanza di competitività che regna in Formula 1. La Red Bull di Verstappen appariva la vincitrice designata del mondiale già dal mese di Aprile, mentre sulle due ruote la lotta sembra essere più aperta, con il nostro Bagnaia che sta facendo sognare molti appassionati. Noi italiani, in tema di sport, siamo spesso campanilisti e la Ferrari che da anni annaspa, illudendo gli appassionati nel premondiale per poi deluderli nel corso della stagione non attrae più. Mentre Bagnaia che in vetta alla classifica, lotta per la vittoria in ogni Gran Premio rievoca, negli addetti ai lavori, e senza voler esagerare, i tempi in cui Valentino Rossi regalavi sogni. In tema di due ruote, anche il ciclismo ha fatto registrare un ottima performance, con circa 1,3 milioni di spettatori che hanno assistito alla vittoria di Roglic, giunta alla penultima tappa del Giro d’Italia. </p>



<p>Lo sport competitivo attrae ancora, l’emozione per l’impresa ha ancora un suo fascino insito nella psicologia di ogni uomo, quindi ”qual è la vera vittoria, quella che fa battere la mani o i cuori?”.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Davide Farronato, una vita tra calcio e doppiaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonello Santopaolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Aug 2023 12:33:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Davide Farronato nasce a Torino il 18 maggio del 1988. Appassionato di doppiaggio fin da bambino, frequenta la scuola teatrale Sergio Tofano di Torino, diretta da Mario Brusa per poi intraprendere stabilmente il lavoro come doppiatore.Davide Farronato ha doppiato numerose pellicole, lo ricordiamo nei panni di Sebastian Chacon in Emergency, Jaden goetz in My Fake Boyfriend e Booboo Stewart in The Last Survivos.Nelle serie animate ha prestato la voce a Billy Miller in Inazuma Eleven Ares e Gyutaro in Demon [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Davide Farronato nasce a Torino il 18 maggio del 1988. Appassionato di doppiaggio fin da bambino, frequenta la scuola teatrale Sergio Tofano di Torino, diretta da Mario Brusa per poi intraprendere stabilmente il lavoro come doppiatore.<br>Davide Farronato ha doppiato numerose pellicole, lo ricordiamo nei panni di Sebastian Chacon in Emergency, Jaden goetz in My Fake Boyfriend e Booboo Stewart in The Last Survivos.<br>Nelle serie animate ha prestato la voce a Billy Miller in Inazuma Eleven Ares e Gyutaro in Demon Slayer. Nelle serie tv doppia Miguel Diaz in Cobra Kai.<br>Per quanto concerne i videogiochi ha prestato la voce al personaggio Nick in The Quarry e a Brisone in Assassin’s Creed Odyssey. Inoltre, è direttore del doppiaggio dei due titoli calcistici di eFootball e FIFA.</p>



<h2>Come ti sei avvicinato al mondo del doppiaggio?</h2>



<p>Molto banalmente, scoprendolo. Da bambino ero un divoratore di cartoni animati, in particolar modo adoravo Aladdin e, guardandolo, mi innamorai letteralmente della principessa Jasmine. Allora mia madre mi spiegò che, in quanto cartone animato, non era possibile fosse reale. Io obbiettai, convinto del fatto che dato che parlava, doveva per forza esistere. Ma lei mi spiegò che parlava perché esisteva il mestiere del doppiaggio che dava vita a cose che, apparentemente, non ne avevano. Per me questa fu una rivelazione, mi innamorai completamente di questa idea.<br>Ho iniziato tramite la scuola di teatro diretta da Mario Brusa, frequentando un corso triennale dal 2009 al 2012. Questo percorso mi ha sconvolto la vita. Un po’ perché mi ha dato la possibilità di scoprire le mie capacità, e poi perché mi ha permesso di incontrare tanti amici e colleghi. Molti di loro fanno parte della mia vita, con alcuni ho anche dato vita a una realtà teatrale a Torino chiamata ContraSto.<br>Una volta conclusa la formazione triennale, nel 2014 ho continuato con il corso di doppiaggio, proprio perché mi mancava la tecnica.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="1024" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/07/343079777_109632555436668_1179923759795127002_n-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-34029" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/07/343079777_109632555436668_1179923759795127002_n-1024x1024.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/07/343079777_109632555436668_1179923759795127002_n-300x300.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/07/343079777_109632555436668_1179923759795127002_n-150x150.jpg 150w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/07/343079777_109632555436668_1179923759795127002_n-125x125.jpg 125w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/07/343079777_109632555436668_1179923759795127002_n-750x750.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/07/343079777_109632555436668_1179923759795127002_n.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<h2><strong>Qual è stato il personaggio più difficile da doppiare, e a quale sei più affezionato?</strong></h2>



<p>Il personaggio più difficile da interpretare credo sia stato<strong>&nbsp;</strong>Gyutaro&nbsp;della seconda stagione di&nbsp;<em>Demon Slayer</em>. È un demone con una timbrica particolare, pieno di sofferenze, rabbia e disperazione, e ovviamente per me non è stato facile interpretarlo. Ma anche questo è stato motivo di orgoglio,&nbsp;perché gli anime necessitano di un lavoro differente rispetto a quello dei videogiochi o di altri prodotti. Hanno un codice espressivo e interpretativo molto ben definito e per uno come me è molto più complesso lavorarci rispetto a lavorare ad altro.&nbsp;<em>Il primo è Miguel Diaz di Cobra Kai</em>, che eredita un po’ la veste di teen idol dei giorni moderni che prende il testimone di Daniel LaRusso di&nbsp;<em>Karate Kid</em>.&nbsp;Questo è un motivo di responsabilità, e poi perché è stato una sorta di successo quasi inaspettato. Quando doppiammo&nbsp;<em>Cobra Kai</em>&nbsp;non ci saremmo mai aspettati questa risonanza in Italia e nel mondo. Siamo arrivati a doppiarne cinque stagioni e con una sesta che mi auguro prima o poi si faccia. L’altro personaggio a cui sono legato è&nbsp;Paul Lindbergh di&nbsp;<em>Tempesta d’amore</em>, che va in onda su Rete 4. Essendo una soap il codice interpretativo è chiaramente diverso. Gli sono legato perché ho avuto la possibilità di incontrare l’attore e di diventare suo amico. È arrivato in un momento della mia vita in cui avevo bisogno di avere un personaggio come Paolo, un po’ svampito ma con una bella evoluzione.</p>



<h2>Noi ti ringraziamo per la tua disponibilità, ma prima di andare vorremmo conoscere un curioso aneddoto sulla tua carriera.</h2>



<p>Qualcosina ho vissuto. Mi è capitato di conoscere il personaggio che doppio in Tempesta d’amore, che va in onda su Rete 4. Ci siamo incontrati a Monaco di Baviera dove viene girata la soap ed è stato molto divertente. Con lui siamo diventati amici e ci sentiamo ogni tanto. Aggiungerei anche la possibilità di lavorare e di avere stretto un rapporto personale con Adani, Pardo, Caressa e Marchegiani. Ad esempio, io ho sempre avuto il sogno di fare radio.<br>Allora Fabio Caressa mi fece assistere nel 2019 a una puntata del programma che fa insieme a Ivan Zazzaroni il sabato su Radio Deejay. Ho partecipato ovviamente non in onda, però sono stato lì con loro, è stato molto divertente e sono stati molto carini.</p>



<p>L&#8217;intervista completa continua su <a href="https://videogiochitalia.it/">Videogiochitalia.it</a></p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Qatar 2022, un gol da 210 miliardi di dollari</title>
		<link>https://ventiblog.com/coppa-del-mondo-qatar-2022-ventiblog/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Carmine Marino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2022 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERESSI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le cifre della Coppa del Mondo più costosa della storia del calcio Le lacrime di gioia e di dolore dei tifosi, i loro volti stupefatti mentre una telecamera ne cattura le emozioni, facendole rimbalzare dagli stadi ai teleschermi di tutto il mondo: frammenti di una passione popolare che si ricompongono intorno a un rettangolo verde. Forse l’unica immagine in grado di conservare intatta la magia di una Coppa del Mondo giocata fuori stagione, frutto amarissimo di un calcio-business che ha [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center">Le cifre della Coppa del Mondo più costosa della storia del calcio</h2>



<p class="has-drop-cap">Le lacrime di gioia e di dolore dei tifosi, i loro volti stupefatti mentre una telecamera ne cattura le emozioni, facendole rimbalzare dagli stadi ai teleschermi di tutto il mondo: frammenti di una passione popolare che si ricompongono intorno a un rettangolo verde. Forse l’unica immagine in grado di conservare intatta la magia di una Coppa del Mondo giocata fuori stagione, frutto amarissimo di un calcio-business che ha accettato le lusinghe (e i miliardi) di un paese senza alcuna tradizione nel <em>football</em> e ha coperto con uno spesso velo di ipocrisia le violazioni dei diritti umani perpetrate in Qatar dalla dinastia al-Thani. Obiezioni, polemiche e denunce (spesso fuori tempo massimo) che sono svanite di pari passo con l&#8217;ingresso in campo di vecchi e nuovi maestri del pallone. Uno spettacolo (in verità piuttosto modesto) che non può far dimenticare l&#8217;enorme investimento sostenuto dagli organizzatori per portare il Mondiale nell&#8217;emirato del Golfo Persico: 210 miliardi di dollari, una cifra che supera di 20 volte il budget stanziato per il torneo disputato in Russia quattro anni e mezzo fa. Lo sport sotto il tallone del denaro: una consuetudine oramai conclamata da quando l&#8217;agonismo si è fatto spettacolo a tutto tondo, ma mai in questi termini. Pertanto, vale la pena di spiegare perché l&#8217;edizione 2022 della Coppa del Mondo sia già un evento senza precedenti, ancor prima del suo epilogo.</p>



<p><strong>QATAR, NON SOLO CALCIO </strong>&#8211; Con l&#8217;assegnazione dei Mondiali di calcio &#8211; scaturita da un vorticoso giro di tangenti versate ai membri del comitato esecutivo della FIFA &#8211; il Qatar ha assecondato un&#8217;inedita vocazione sportiva, piegata a ragioni di mera opportunità politica: prima l&#8217;organizzazione dei Mondiali indoor di atletica nel 2010, poi la settimana iridata di ciclismo su strada &#8211; slittata a metà ottobre del 2016 per prevenire il caldo estremo &#8211; infine i campionati del mondo di atletica del 2019, di cui si ricordano gli ampi vuoti sugli spalti dello stadio “Khalifa” e le maratone disputate nel cuore della notte. Nel febbraio 2024, infine, la capitale Doha ospiterà anche i Mondiali delle discipline acquatiche inizialmente previsti per il 2023. Un&#8217;operazione di facciata cui si è affiancata la massiccia importazione di atlete e atleti da schierare nei grandi appuntamenti internazionali, <em>in primis</em> i Giochi olimpici estivi, per sopperire alla mancanza di una solida base di praticanti. Su quest&#8217;ultimo fronte &#8211; come ha ricordato <em>Il Post </em>in un approfondimento pubblicato nel 2021 &#8211; il regime qatariota ha inaugurato nel 2003 la <em>Aspire Academy</em>, un centro di alta formazione aperto anche alle squadre di calcio durante la sosta invernale dei maggiori campionati europei, su tutte il Paris Saint-Germain, passato sotto il controllo del fondo sovrano del Qatar nel 2011.</p>



<p><strong>TELEMONDIALE </strong>&#8211; Allestire la fiera dei sogni <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/qatar-2022-il-mondiale-piu-costoso-di-sempre-36916">costa </a>sempre di più. E così, a fronte di entrate sempre meno consistenti dalla vendita dei biglietti (circa 500 milioni di dollari, secondo le stime del magazine economico <em>Forbes</em>), la FIFA ha tirato sul prezzo dei diritti televisivi, incassando all&#8217;incirca il quintuplo (2,6 miliardi, compresi i 180 milioni messi sul piatto dalla RAI per la copertura delle 64 partite in programma). Non sorprenda, dunque, la decisione del primo ministro del calcio mondiale, Gianni Infantino, di allargare la platea delle partecipanti a 48 Nazionali fin dall&#8217;edizione del 2026. Più gare da giocare, contratti più onerosi per i network che si aggiudicheranno l&#8217;esclusiva. E il rischio sottaciuto di assistere a partite ben poco degne della centenaria storia del Mondiale.</p>



<p><strong>I CLUB “RISARCITI” (CON LE BRICIOLE) </strong>&#8211; Com&#8217;è noto, l&#8217;inedita collocazione autunnale della Coppa del Mondo ha stravolto i piani delle squadre di club e, di conseguenza, il calendario della stagione 2022/2023: meno di tre mesi per completare la prima fase delle coppe europee e il girone d&#8217;andata dei singoli tornei nazionali. Un nodo delicato non solo per le grandi del calcio internazionale &#8211; di fatto “oscurate” dall&#8217;evento per almeno un mese &#8211; ma anche per la stessa FIFA, che ha dovuto così stanziare un fondo da 209 milioni di dollari a titolo di indennizzo per i calciatori selezionati dalle 32 Nazionali qualificate per il Mondiale. Una somma a dir poco risibile per due ragioni: come riporta la pagina Facebook <em>Calcio da dietro</em>, il ristoro non finisce soltanto nelle casse della società titolare del cartellino, ma è esteso anche ai club con cui i convocati avevano giocato nelle due stagioni precedenti. Pochi spiccioli se paragonati ai ricavi vertiginosi che la FIFA ha messo in conto per il quadriennio 2019/2022: 6,5 miliardi di dollari. E pazienza se qualcuno rientrerà dal Qatar con le ginocchia a pezzi.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Cosa ci resterà dei mondiali in Qatar?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sante Filice]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prende il via oggi la settimana che porterà alla conclusione della 22esima edizione dei Mondiali di calcio. Domenica 18 alle ore 16, infatti, si giocherà l’atto conclusivo di una coppa del mondo strana, insolita, forse affascinante, sicuramente destinata a far discutere. Qatar 2022 è la prima edizione svoltasi in un paese medio-orientale e nel periodo novembre-dicembre, per esigenze legate al clima desertico che nel tradizionale periodo giugno-luglio non consentirebbe lo svolgimento di una competizione sportiva ad alta intensità. Tale scelta [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Prende il via oggi la settimana che porterà alla conclusione della 22esima edizione dei Mondiali di calcio. Domenica 18 alle ore 16, infatti, si giocherà l’atto conclusivo di una coppa del mondo strana, insolita, forse affascinante, sicuramente destinata a far discutere. Qatar 2022 è la prima edizione svoltasi in un paese medio-orientale e nel periodo novembre-dicembre, per esigenze legate al clima desertico che nel tradizionale periodo giugno-luglio non consentirebbe lo svolgimento di una competizione sportiva ad alta intensità. Tale scelta innovativa è vissuta con estrema freddezza da noi italiani, poiché per la seconda edizione consecutiva la nostra nazionale non partecipa alla competizione iridata. Conseguentemente, ci è negata la possibilità di unirci tutti insieme verso un unico obiettivo, sentendoci nuovamente popolo, collettivo e comunità. È vero che si tratta solo di un gioco, ma il calcio in Italia, così come in gran parte del mondo, non può essere relegato solo a questo. Quando gioca la nazionale ci si fonde sotto un unico inno, un’unica bandiera e si ha possibilità di abbandonare le rispettive appartenenze di club, per fare spazio alla maglia azzurra. La sbornia post Euro 2020, probabilmente, ci ha illuso, e lo schiaffo subito dalla Macedonia, con la conseguente estromissione dalle qualificazioni, ci ha fatto ripiombare nel baratro. La possibilità di vivere l’innovazione da protagonisti sembrava allettante, invece, ci siamo ritrovati privi dello sport che più appassiona da metà novembre fino al 4 gennaio, e senza poter sostenere l’Italia nei campionati del mondo. La RAI, per poter trasmettere le partite, ha speso una cifra compresa tra i 150 e i 160 milioni di euro: si stima che complessivamente l’evento costerà più di 200 milioni. Mediaset, nel 2018, investì 78 milioni per la prima edizione senza la nostra rappresentativa. Il successo ai campionati europei spiega l’avventato investimento di viale Mazzini, che ora punta sullo spettacolo offerto che dovrebbe indurre la maggior parte degli appassionati di calcio italiani a restare incollati alla TV. Le semifinali e la finale coinvolgono i giocatori più grandi al mondo e questi incontri sono attesi da chiunque ami la palla che gira. Tra tifo e sportività la differenza è sostanziale: è giusto essere sportivi e rendere omaggio alle vittorie degli avversari, cosa totalmente diversa è vincere e festeggiare. A malincuore, dunque, bisogna ammettere che avremmo preferito continuare a guardare la serie A, le coppe europee e non assistere alla vittoria altrui. </p>



<p>L’edizione di Qatar 2022 è destinata a restare nella storia per diversi motivi, legati al campo ma non solo. Si è parlato, e si parlerà ancora a lungo dell’assegnazione dell’organizzazione al Qatar, avvenuta nel 2010, sotto la presidenza Blatter, in un clima di fervide polemiche riguardanti una presunta compravendita di voti con la sospensione di due delegati FIFA che non poterono prendere parte alla votazione. La trasparenza e la regolarità procedurale, come segnalato più volte dal <em>The Sunday Times,</em> sono state palesemente violate. Sebbene le prove a carico di Mohamed bin Hamman sembrassero schiaccianti, la FIFA decise non riscontrò irregolarità di alcun tipo. </p>



<p>Le problematiche legate, inoltre, sia alle morti insabbiate nella costruzioni degli impianti di gara, sia alla violazione dei diritti umani nell’emirato arabo, si sono susseguite con la possibilità negata ai calciatori di diverse nazionali di indossare la fascia arcobaleno durante lo svolgimento delle prime gare. Da qui la foto dei calciatori tedeschi con la mano davanti alla bocca prima della partita, poi persa, col Giappone. Dal Giappone è arrivata, invece, una nota lieta, che ha suscitato quasi meraviglia, nell’opinione pubblica sportiva europea. La cultura giapponese impone, infatti, a giocatori e tifosi del Sol Levante di lasciare puliti gli spogliatoi e gli spalti utilizzati, alla fine delle partite. Si è passati, quindi, dall’assistere a fenomeni di teppismo tra i tifosi al concetto del rispetto degli spazi pubblici e altrui. Sempre dal Giappone arriva l’immagine dell’allenatore Moriyasu che, al termine del match perso ai rigori con la Croazia, si è profondamente inchinato davanti ai tifosi, in segno di ringraziamento verso chi ha attraversato l’intero globo per sostenere la nazionale. </p>



<p>Altra cartolina di Qatar 2022 sarà la scelta dei calciatori iraniani di non cantare l’inno nazionale durante la prima partita in segno di solidarietà con le proteste che da più di due mesi si protraggono nel loro paese. Si è parlato anche delle possibili conseguenze per loro al momento del loro in patria, ma il loro coraggio si è spinto oltre la paura dimostrando che a volte anche il silenzio può fare grande rumore. Passando al campo questi mondiali potrebbero essere l’atto decisivo della sfida tra Messi e Cristiano Ronaldo, se uno dei due dovesse trionfare, potremmo stabilire chi dei due prevale sull’altro, per accontentare gli appassionati di dualismi e rivalità. </p>



<p>Non vorrà fare da spettatore, però, Mbappè che macinando gol su gol sembra voler spezzare l’egemonia dei due campionissimi e rafforzare il suo ruolo nel gotha calcistico all’età di soli 24 anni. Naturalmente le altre nazionali non staranno guardare e ci attendiamo dei grandi incontri. Merita menzione anche l’ennesima dimostrazione che talvolta Davide può battere Golia, data dal Marocco, in grado di battere ai calci di rigore la Spagna, indicata come una delle favorite ad in inizio torneo. A uscire sconfitta, probabilmente, non è stata solo la compagine di Luis Enrique, ma la sua idea di calcio fatta di possesso palla asfissiante ma sterile. A prevalere contro gli spagnoli, è riuscito anche il Giappone. In entrambi gli incontri il possesso palla, con conseguente dominio del gioco, è stato largamente in mano agli iberici. Il risultato finale però dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, che nel calcio contano i gol e che puoi dominare quanto vuoi, ma se gli avversari ne segnano uno in più vincono loro. È la dura legge del gol.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Agosto, pallone mio ti riconosco: via al campionato-fiume</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sante Filice]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2022 16:19:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che se ne parli bene o male, il calcio è pur sempre il gioco più bello del mondo Mancano ormai solo 5 giorni all’inizio del prossimo campionato di serie A. Insolitamente, infatti, il via della 121° edizione del principale torneo calcistico di casa nostra è previsto per il 13 agosto. La chiusura, invece, sarà il prossimo 4 giugno. Sarà dunque un campionato-fiume: almeno in teoria, roba da leccarsi i baffi per tutti gli appassionati. In realtà, le competizioni calcistiche &#8211; [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Che se ne parli bene o male, il calcio è pur sempre il gioco più bello del mondo</p>



<p>Mancano ormai solo 5 giorni all’inizio del prossimo campionato di serie A. Insolitamente, infatti, il via della 121° edizione del principale torneo calcistico di casa nostra è previsto per il 13 agosto. La chiusura, invece, sarà il prossimo 4 giugno. Sarà dunque un campionato-fiume: almeno in teoria, roba da leccarsi i baffi per tutti gli appassionati. In realtà, le competizioni calcistiche &#8211; incluse le coppe europee &#8211; subiranno un’interruzione tra il 14 novembre 2022 ed il 3 gennaio 2023, a causa della concomitanza con i Mondiali in Qatar, che si svolgeranno dal 21 novembre al 18 dicembre. Un fatto senza precedenti, poiché eravamo abituati a goderci le partite della Coppa del Mondo durante l’estate. Cosa ancor più strana è la doppia beffa per noi tifosi italiani, perché non dovremo soltanto osservare questa lunga pausa autunnale del campionato, ma non potremo, per la seconda edizione consecutiva, tifare per la Nazionale. Roba da scomodare l’ex premier inglese Winston Churchill, perché la frase « gli italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre» sembra stia perdendo di rilevanza storica. Stavamo già pregustando la possibile novità delle serate quasi invernali davanti alla tv tifando per gli azzurri, ma purtroppo saremo relegati all’infausto ruolo di spettatori non protagonisti. La vittoria ai campionati europei della scorsa estate sembrava aver ridato linfa vitale a un movimento calcistico già fiaccato dalla mancata qualificazione ai Mondiali del 2018, maturata per mano della Svezia. La cocente sconfitta a marzo contro un avversario abbordabile come la Macedonia del Nord ha nuovamente abbattuto la verve di noi italiani. </p>



<p>Ad alimentare questo senso di sfiducia verso il futuro è l’andazzo dello stesso campionato di serie A, che non è più la fucina di talenti di un tempo. Spesso si investe poco e male nei settori giovanili: i ragazzi, infatti, non hanno la possibilità di emergere e di imporsi ad alto livello, anche perché non viene data loro la possibilità di sbagliare. I nostri ragazzi sono spesso vittime di chi, invece, dovrebbe aiutarli. Coloro che sono descritti come campioni non possono diventare brocchi nel giro di 3 partite. Al tempo stesso, anche le eccessive valutazioni legate al denaro non aiutano, perché da un lato non innescano nei giovani la voglia di sacrificarsi per imparare di più, dall’altro le cifre sono un freno per le grandi squadre che potrebbero acquistarli. Sembra che l’equilibrio nei giudizi e nelle attese si sia perso e la volontà di ottenere tutto nell’immediato, senza pensare a un progetto di medio-lungo periodo, ha portato ai risultati terribili che sono sotto gli occhi di tutti. La speranza è che, a partire dalle quattro partite di sabato 13, si possa intravedere la speranza concreta e tangibile di un futuro roseo. Il periodo in cui la Serie A portava 3 squadre su 4 in semifinale di Champions League oppure si conquistava il Mondiale, come accadde nel 2006, sembra lontano. </p>



<p>Gettare le basi per ricostruire il movimento calcistico italiano è tuttavia doveroso: basti pensare che i tifosi in Italia sono circa 25 milioni, quasi un italiano su due. Le squadre più seguite sono Juventus, Milan e Inter, ma la passione collettiva avvolge anche le realtà di periferia più piccole. Ancora: circa 4,6 milioni di italiani praticano​questo sport e 1,4 milioni sono iscritti alla FIGC. Nella fascia d&#8217;età tra i 5 ed i 16 anni, 1 su 5 è tesserato per la federazione. Il calcio è la dodicesima industria del nostro paese, capace di creare un indotto pari a circa 9 miliardi di € l’anno e di dare lavoro a circa 500.000 persone, generando più di un miliardo di € di contributi previdenziali. Pertanto, ridurre questo sport a qualcosa di puramente goliardico e folkloristico è oltremodo sbagliato. La base di questo mondo è costituita dai tifosi e, senza questa base, non si possono avere le altezze, ma l’importanza del fenomeno va ben oltre l’aspetto ludico della competizione e gli sfottò tra tifosi.</p>



<p>Fare un pronostico sulla vincitrice della prossima Serie A appare alquanto difficile, poiché le rose sono ancora incomplete ed il calciomercato chiuderà il 1° settembre. A tutt&#8217;oggi, le 3 big appaiono un gradino sopra alle altre, ma tutto può ancora accadere. Una nuova tendenza che sta prendendo piede oggi in Italia è quella di contrapporre la vittoria al bel gioco. Un’ulteriore divisione che si è creata sembra essere infatti quella tra risultatisti e giochisti , come se il Milan di Sacchi bello e vincente non avesse insegnato nulla. Del resto, lo disse anche Pier Paolo Pasolini: «Qual è la vera vittoria? Quella che fa battere le mani o battere i cuori?» . Probabilmente, è nell’indole di noi italiani tendere sempre a generalizzare ogni categoria del pensiero: in fondo, si può vincere giocando male e perdere giocando bene. Cuori e mani, però, possono battere all’unisono per la stessa vittoria che &#8211; va da sé &#8211; è roba per i risultatisti , perché è noto che la storia la fa chi vince. L’albo d’oro di ogni competizione contiene solo i nomi di chi ha trionfato. Eppure, la ricerca del divertimento fa parte dell&#8217;indole umana ed è più facilmente rintracciabile nel bel gioco, soprattutto se espresso dalla squadra per cui si tifa.</p>



<p>Figlio del fenomeno calcistico è l’altro gioco che ormai da anni sta spopolando nel nostro Paese: il Fantacalcio. Chi di noi non lo conosce? Chi non ha mai voluto mettersi in gioco rivestendo i panni del fantallenatore e, quindi, dello scopritore di talenti, magari in grado di risollevare le sorti del nostro calcio? I fantallenatori italiani sono circa 6 milioni e la modalità di gioco non è più quella della sfida tra amici, ma si stanno diffondendo sempre di più le leghe di caratura provinciale, regionale o nazionale, in cui le sfide si consumano a colpi di bonus e malus con persone provenienti da tutta Italia. In questo agosto rovente, la costruzione della rosa fantacalcistica sembra molto avvicinarsi alla composizione delle liste elettorali in vista delle prossime elezioni. La sfida sarà ardua anche questa volta?</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Il gioco del calcio e quel filo sottile che separa il tifoso dal teppista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 May 2021 04:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Amo lo sport, il gioco di squadra, il sacrificio che ne consegue, lo spirito di gruppo che esso racchiude. Tutti elementi che costituiscono un’unione ed un legame forte, autentico, caloroso e stracolmo di ardore atletico. In particolare, sono un appassionato di calcio sin dall’età di 6 anni, e so bene cosa significa tifare la propria squadra del cuore. Ma so anche che tifare non è per tutti e, soprattutto, non è una cosa semplice. Il calcio non è soltanto un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Amo lo sport, il gioco di squadra, il sacrificio che ne consegue, lo spirito di gruppo che esso racchiude. Tutti elementi che costituiscono un’unione ed un legame forte, autentico, caloroso e stracolmo di ardore atletico. In particolare, sono un appassionato di calcio sin dall’età di 6 anni, e so bene cosa significa tifare la propria squadra del cuore. Ma so anche che tifare non è per tutti e, soprattutto, non è una cosa semplice.</p>



<p>Il calcio non è soltanto un gioco come in molti sostengono. Esso racchiude in se diverse emozioni e tanti sentimenti; si gioisce, ci si arrabbia, si lotta tutti insieme e si, perchè no, si piange tutti insieme. La squadra del cuore, molte volte, viene tramandata di generazione in generazione, sinonimo di un amore che tocca dapprima il nonno, successivamente il figlio, poi il nipote, il tutto per un tifo formato famiglia. </p>



<p>E&#8217; un trasporto che nasce all’improvviso e porta con se l’emozione di un gol, la tristezza di una finale persa, l’amore verso una maglia, reso ancora più forte nei momenti di difficoltà. Non esistono vie di mezzo; non ci sono mezzi tifosi e, se ci sono, definiamoli occasionali. È una questione di dentro o fuori; o lo ami o lo ignori. O ti piace – e lo segui sin da subito – o non ti piace e non hai interesse nel guardarlo e approfondirlo.</p>



<p>Purtroppo, se da un lato questo sport unisce, dall’altro è oggetto a strumentalizzazioni. Molti si servono del calcio per sfogare la loro leggerezza, la loro rabbia interiore per fattori che nulla c’entrano con il calcio. Ogni occasione è buona per distruggere, fare baccano, ricaricarsi di onnipotenza e sfidare le regole. A quel punto intuisci che il calcio – così come lo sport in generale – non è altro che un pretesto. E chi se ne serve non ha a cuore la propria squadra, bensì il benessere dei propri istinti primordiali.</p>



<p>Recentemente, in occasione della promozione in Serie A della Salernitana dopo ben 22 anni, abbiamo assistito all’ennesimo violento raduno distruttivo. La scusa era la solita: festeggiare la promozione. Le intenzioni pure: strumentalizzare lo sport per seminare il panico e liberare la propria follia. Bar distrutti, sedie volanti, tavolini ribaltati, alcool a dismisura, autocontrollo trasformatosi in un lontano ricordo. Questi non sono tifosi; sono teppisti mascherati da amanti del calcio.</p>



<p>Si può festeggiare senza demolire; si può esultare senza sfregiare. L’eccesso non è sintomo di felicità ed euforia, ma di un disagio che porta i giovani ad aggrapparsi a qualsiasi ragione per evadere. E questi gruppi li ritrovi anche sui social network; sono gli stessi che insultano e minacciano, perdendo di vista la realtà per una sconfitta od un torto arbitrale. E, come se non bastasse, non posso non mettermi nei panni di chi ha un’attività e la deve vedere maltrattata per colpa dei vizi e degli sfizi del primo che capita. Per uno sporco divertimento da parte di un branco in cerca di un senso, di un passatempo.</p>



<p>Specialmente in un periodo storico dove si apre e si chiude senza preavviso, aprire la saracinesca della propria attività dev’essere una gioia e non una preoccupazione. Molte volte le stesse società calcistiche sono state etichettate in malo modo per colpa di alcuni dei loro sostenitori. Della serie “le colpe dei tifosi ricadono sulle squadre!”.</p>



<p>Dobbiamo ritornare a considerare il calcio uno sport di contatto sì, ma dentro il campo, non fuori. Dobbiamo ritornare a vivere il calcio come uno svago positivo; uno sport che unisce, non che separa ed incattivisce. Fino ad allora, anche semplicemente andare allo stadio diventerà un rischio per sè e per gli altri. La mia paura maggiore è quando riapriranno gli impianti sportivi; temo potrebbe subentrare il rischio che una piccola parte di ultrà sfrutti la prima occasione per generare il caos e non sarà di certo un bel vedere.</p>



<p>Il calcio riunisce famiglie, amici, coppie, bambini che sognano un giorno di calcare quei campi maestosi e pieni di storia. Tale magia rende questo sport unico nel suo genere e così deve rimanere, senza sfociare nella violenza per un festeggiamento, per un KO, per la mancata vittoria di uno scudetto.</p>



<p>Finchè si considererà soltanto un motto la frase “<em>l’importante non è vincere ma partecipare!</em>” <span class="has-inline-color has-black-color">non si riuscirà</span> mai a fare propri il rispetto e la sportività, due valori principi del giuoco del calcio!</p>
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		<title>Maradona: “sogno o son desto?”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sante Filice]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Nov 2020 10:54:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Tengo dos suenos: jugar una copa del mundo y ganarla” (Ho due sogni: giocare la coppa del mondo e vincerla). Questa frase, letta ed ascoltata più volte in questi giorni, venne pronunciata da Diego Armando Maradona, quando ancora, nel 1978, giocava in patria per l’Argentinos Juniors. Maradona realizzò entrambi i suoi sogni, giocò ben 4 coppe del mondo e nel 1986 riuscì a guidare la sua Argentina alla vittoria. Forse sarebbe più corretto dire che “El Pibe de Oro” vinse [&#8230;]</p>
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<p>“Tengo dos suenos: jugar una copa del mundo y ganarla” (Ho due sogni: giocare la coppa del mondo e vincerla). Questa frase, letta ed ascoltata più volte in questi giorni, venne pronunciata da Diego Armando Maradona, quando ancora, nel 1978, giocava in patria per l’Argentinos Juniors. Maradona realizzò entrambi i suoi sogni, giocò ben 4 coppe del mondo e nel 1986 riuscì a guidare la sua Argentina alla vittoria. Forse sarebbe più corretto dire che “El Pibe de Oro” vinse da solo quel campionato mondiale, poiché segnò 5 gol e dispensò ben 7 assist ai compagni. In quell’edizione Maradona realizzò il gol più bello di sempre. Nei quarti di finale contro l’Inghilterra, al ’54, il numero 10 raccolse la palla nella sua metà campo ed avviò la sua corsa in solitaria verso la porta avversaria. Roba da fantascienza e pura follia. In 10 secondi riuscì a dribblare ben 5 avversari  ed anche il portiere Shilton, irridendo mezza squadra inglese e impressionando, ancora una volta, il mondo. Nella stessa partita soli 3 minuti prima Maradona aveva regalato al calcio un altro pezzo di storia, la cosiddetta “Mano de dios”. Sul campanile erroneamente alzato da un difensore inglese, il Pibe, palesemente in difetto di centimetri rispetto al portiere inglese, saltò ugualmente, toccò il pallone con la mano e la depositò in rete. L’arbitro non vide e convalidò. Formalmente è una scorrettezza, ma durante un’intervista Maradona dichiarò che a toccare la sfera furono la sua testa e la “Mano de dios”. La rete, segnata successivamente, riappacificò anche i cultori del fair play con il tocco di mano. Maradona ingannò gli inglesi, ma dimostrò subito dopo di non necessitare della scorrettezza. Poteva saltarli tutti e segnare ugualmente. Consideriamo anche che la doppietta rifilata agli inglesi risuonò quasi come un riscatto nei confronti dell’Inghilterra. Quattro anni prima, la flotta inglese aveva distrutto le navi argentine al largo delle isole Falkland, in un conflitto per il possesso di queste ultime, con un bombardamento di 19 ore dal sapore di carneficina. La “Mano de dios” apparve come una giusta vendetta. L’Argentina in semifinale battè il Belgio per 2 a 0, con una doppietta del Pibe. Nella finale contro la Germania, invece, quando tutti pensavano ai supplementari ecco il lampo di genio, Maradona si mette al servizio della squadra, assist per Burruchaga e 3 a 2 finale. Diego realizzò il suo sogno. Non lo fece grazie ad altri, ma solo con il suo talento e la voglia di arrivare in cima. Nell’Olimpo del calcio, Diego aveva trovato il suo posto e non un posto qualunque, ma il più alto. Un bambino nato e cresciuto nel barrio di Villa Fiorito, quartiere degradato di Buenos Aires era arrivato sul tetto del mondo. Tentare di giudicare se Diego sia stato il più forte di sempre può essere fuorviante ed anche grottesco. Il confronto eterno con Pelè risulta una questione più da statistici che da amanti del calcio. Ogni epoca ha avuto un calciatore che può essere considerato il più forte, in quel determinato contesto. Sicuramente Maradona è stato il più grande. Diego riuscì a farsi amare dovunque, in patria, al Barcellona, al Napoli e con la maglia albiceleste. Napoli adottò Maradona come un figlio e lui ha profondamente ricambiato, regalando agli azzurri due scudetti, una coppa Italia ed una coppa Uefa. Oltre alla realizzazione dei suoi due sogni, Maradona riuscì in qualcosa di ancora più grande, quasi epico. Egli regalò dei sogni. Quanti di noi, nei primi anni di età, alla domanda: “Cosa vorresti diventare da grande?”, hanno risposto “Vorrei essere Maradona”. Diego rappresentò per una generazione di bambini la possibilità di poter essere qualsiasi cosa. Ancora, il Pibe diede la soddisfazione al meridione ed ai tifosi napoletani di contrapporsi al nord ed alle sue squadre. Il settentrione aveva le grandi industrie, l’economia girava, le sue squadre erano forti, ma qui c’era Maradona (e sicuramente non era poco). Almeno a livello calcistico, il gap era stato colmato. Purtroppo la contrapposizione storica nord-sud, non risparmia neanche lo sport.  Maradona non dimenticò mai le sue origini ed i problemi che si riscontrano in alcune zone del Sud America. Diego esortò anche Papa Giovanni Paolo II a fare qualcosa in più per chi soffre, addirittura vendendo i beni della Chiesa per sfamare i poveri. Anche in politica, Maradona si espose, mettendo la sua immagine in prima linea, nella lotta contro il neocolonialismo statunitense, scagliandosi apertamente contro l’ex presidente Bush. Era amico di Fidel Castro e per una beffa del destino, che ricorda una delle sue proverbiali finte con il pallone, è morto nell’anniversario della scomparsa del lider maximo. Stretti furono anche i rapporti con Chavez, Maduro, Morales e Mujica. Condividendo con loro il sentimento della rivoluzione, che quantomeno in un campo di calcio riuscì a compiere.  <br>Alla domanda “Chi era Maradona?” rispondono degnamente le parole di Falcao “Maradona era un semidio: dio con la palla tra i piedi, un uomo con i suoi pregi ed i suoi difetti nella vita di tutti i giorni”. Infatti, il 17 marzo 1991, si concluse l’esperienza di Maradona al Napoli nel momento in cui venne trovato positivo alla cocaina. Un anno e mezzo dopo nel 1992, riprese la sua carriera al Siviglia, portò la sua nazionale ai mondiali di USA ’94, ma qui venne trovato nuovamente positivo a questo demone, ed estromesso dalla competizione. “Due volte nella polvere, due volte sull’altare” per citare Manzoni.  La vicenda di Maradona ricorda, con un po’ di tristezza, quella legata a Marco Pantani. Il Pirata venne squalificato dal Giro per doping nel 1999 e di fatto lì si concluse una carriera che poteva essere straordinaria. Rivedere oggi la vittoria di Pantani ad Oropa, circondato da ali di folla, non ricorda il San Paolo di Napoli che cantava solo per Maradona? Entrambi hanno lasciato un senso di incompiuto, chissà cosa avrebbe vinto Marco se qualcuno non avesse alterato le sue analisi a Madonna di Campiglio. Chissà cosa avrebbe fatto, su un campo di calcio, Diego se non fosse risultato positivo all’antidoping. Non lo sapremo mai. La squalifica di Maradona fu uno schiaffo, per molti. Bisognava ritornare alla realtà. </p>



<p>Una sogno si era spezzato, dolorosamente. La favola del Napoli capace di far paura alle squadre del nord era svanita. Fu solo una meravigliosa illusione? La vita privata di Diego, come disse lui stesso nel 1991, riguardava solo lui e la sua famiglia. Diego a Napoli conobbe la famiglia camorrista Giuliano. Ci sono alcune foto che lo ritraggono con loro. I camorristi volevano la foto con “l’altro re di Napoli”, ma Diego solo era re e loro non potevano paragonarsi a lui. In città ebbe anche alcune relazioni ed un figlio che, però, riconobbe solo nel 2007, quando Diego Armando jr. aveva 21 anni. A questi comportamenti si aggiunsero delle controversie con il fisco italiano, con un debito accertato di quasi 40 milioni di euro. Non si chiedeva, però, a Diego di essere un esempio di vita, né lui voleva esserlo. Bisogna, certamente, essere grati a Maradona per quanto ci ha regalato, non solo le magie e le giocate con la palla attaccata al piede, ma per aver donato al popolo napoletano, in primis, ma soprattutto al mondo intero una speranza.  Victor Hugo Morales, giornalista uruguaiano, durante la telecronaca del secondo gol di Diego contro l’Inghilterra, usò l’espressione “aquilone cosmico”. Ecco Diego è questo l’aquilone dietro al quale tutti i bambini possono sognare di diventare un giorno Maradona. Fai buon viaggio Pibe.</p>
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		<title>Le nostre notti magiche, trent&#8217;anni dopo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carmine Marino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 04:44:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[SPORT - 24/08/2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Memoria e nostalgia di Italia 90 nel nuovo libro di Furio Zara «Abbiamo vinto, anche se abbiamo perso». La sintesi agrodolce di un&#8217;estate ormai lontana che era iniziata con un sogno collettivo &#8211; una coppa da sollevare in cielo &#8211; ed è invece finita tra le lacrime, a undici metri dalla linea di porta. Eppure, a trent&#8217;anni di distanza, quel sogno è ancora vivo nel nostro immaginario: è fissato nel volto di un ragazzo palermitano che, all&#8217;improvviso, divenne il nostro [&#8230;]</p>
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<h3>Memoria e nostalgia di Italia 90 nel nuovo libro di Furio Zara</h3>



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<p class="has-text-align-center has-large-font-size"></p>
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<p class="has-drop-cap">«<em>Abbiamo vinto, anche se abbiamo perso</em>». La sintesi agrodolce di un&#8217;estate ormai lontana che era iniziata con un sogno collettivo &#8211; una coppa da sollevare in cielo &#8211; ed è invece finita tra le lacrime, a undici metri dalla linea di porta. Eppure, a trent&#8217;anni di distanza, quel sogno è ancora vivo nel nostro immaginario: è fissato nel volto di un ragazzo palermitano che, all&#8217;improvviso, divenne il nostro eroe nazionale. È impresso nelle note e nei versi di un inno (<em>Un&#8217;estate italiana</em>, composto da Giorgio Moroder e interpretato da Edoardo Bennato e Gianna Nannini) che tutti noi abbiamo imparato ad identificare con le prime parole del ritornello: <em>Notti magiche</em>. La definizione simbolica di una stagione della nostra vita – l&#8217;estate mondiale del 1990 – che coincide con le frontiere della storia da attraversare: la Germania Ovest conquista il titolo mondiale tre mesi prima della riunificazione tedesca; la Jugoslavia precipiterà di lì a poco in una drammatica guerra civile, preceduta dagli scontri che si consumarono proprio su un campo di calcio tra tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado; l&#8217;Unione Sovietica è un vecchio impero ormai prossimo all&#8217;estinzione. E Italia 90 sarà anche l&#8217;ultima recita di un sistema di potere politico, economico e finanziario che – nel giro di un paio d&#8217;anni – affonderà sotto i colpi dell&#8217;inchiesta Mani pulite.</p>



<p><em>Le nostre notti magiche</em>, l&#8217;ultimo libro del giornalista e scrittore Furio Zara pubblicato all&#8217;inizio dell&#8217;estate da Baldini + Castoldi, non è una semplice retrospettiva sulla festa mondiale e sui suoi protagonisti, dentro e fuori dal campo. È anzitutto una galleria di volti, personaggi, corpi, feticci da contemplare e ricordare. Dentro si possono riconoscere gli occhi spiritati di Salvatore Schillaci, il ragazzo cresciuto tra i palazzi del Centro di edilizia popolare di Palermo che – partito dalla panchina – conquistò il cuore degli italiani un gol dopo l&#8217;altro. La grazia dei movimenti di Roberto Baggio, il nuovo ragazzo d&#8217;oro del calcio tricolore che, appena cinque anni prima, sembrava sul punto di chiudere la sua carriera a causa di un terribile infortunio che subì quando vestiva la maglia del Vicenza, in serie C1. La feroce determinazione di Diego Armando Maradona, forse non irresistibile come quattro anni prima, quando condusse praticamente da solo la sua nazionale al titolo mondiale, ma ancora capace di lasciare il segno. Anche con le parole, come quelle che pronunciò prima della semifinale contro gli azzurri al San Paolo di Napoli, la sua seconda patria: «Gli italiani si ricordano dei napoletani ogni quattro anni. Trovo di cattivo gusto chiedere ai napoletani di essere italiani per una sera, dopo che per 364 giorni all&#8217;anno li trattate da terroni». <em>El Diez </em>uscì in trionfo dal suo stadio – che pure si era schierato in larghissima maggioranza con l&#8217;Italia allenata da Azeglio Vicini – ai calci di rigore, ma si scoprì improvvisamente umano e vulnerabile pochi giorni più tardi: il suo pianto inconsolabile alla fine della partita contro la Germania Ovest – oltretutto decisa da un rigore piuttosto generoso – mescolava rabbia e dolore. C&#8217;era soltanto dolore, invece, nelle lacrime di Aldo Serena, l&#8217;attaccante dell&#8217;Inter che sbagliò il rigore decisivo nella semifinale contro l&#8217;Argentina. C&#8217;era soltanto gioia, infine, nelle lacrime di François Omam-Biyik, semisconosciuto centravanti del Camerun che decise la partita inaugurale del torneo contro i campioni uscenti. Con i soldi del premio-partita, infatti, Omam-Biyik avrebbe potuto finalmente installare un dente d&#8217;oro al posto dell&#8217;incisivo che aveva perduto in uno scontro di gioco.</p>



<p>Le pagine del libro di Furio Zara restituiscono tutti i colori della festa mondiale, anche quelli più accesi e bizzarri. Per esempio, c&#8217;è la <em>makossa</em>, la danza tipica del Camerun eseguita dopo ogni rete da Roger Milla, l&#8217;attaccante dei Leoni d&#8217;Africa che si spinsero fino ai quarti di finale. E poi il mitico René Higuita, l&#8217;iconico portiere della Colombia che detestava stare in mezzo in pali al punto da spingersi spesso e volentieri in avanti. Anche troppo avanti, come quel pomeriggio al San Paolo in cui si fece soffiare la palla proprio da Milla e condannò i suoi alla sconfitta. Un episodio perfetto per l&#8217;ironia velenosa e beffarda della Gialappa&#8217;s Band, che quell&#8217;estate conquistò i radioascoltatori di tutta Italia &#8211; sintonizzati sulle stazioni del circuito Sper – con le sue cronache mordaci e fuori dalle righe, anticamera di un fenomeno televisivo – <em>Mai dire gol</em>, in onda su Italia 1 dal novembre del 1990 &#8211; che portò allegria e leggerezza in un mondo fin troppo abituato a prendersi sul serio. L&#8217;allegria, certo, ma anche le ombre: Italia 90 fu simbolo di malaffare e corruzione, sprechi e malversazione. Alla fine dell&#8217;evento, si scoprì che la spesa complessiva per l&#8217;ammodernamento degli stadi e la costruzione delle altre opere strategiche era aumentata dell&#8217;85%. L&#8217;onda lunga del «decennio da bere», gli anni Ottanta della spesa pubblica fuori controllo, ci spinse a fare le cose in grande. Con questi risultati: lo stadio Delle Alpi di Torino abbattuto diciotto anni dopo la fine del Mondiale; la stazione ferroviaria di Farneto, a pochi passi dall&#8217;Olimpico, aperta per soli quattro giorni; un albergo da 300 camere a Ponte Lambro, nella periferia di Milano, mai inaugurato e infine demolito nel 2012. Per tacere di impianti scomodi e completamente inadeguati alle esigenze del calcio contemporaneo.</p>



<p>Italia 90 è dunque lo specchio fedelissimo di un Paese che ha vinto anche se ha perso, come ci ricorda l&#8217;autore: innamorato dei suoi ricordi, orgoglioso delle sue imperfezioni, spesso maldestro, geniale a tempo perso. È l&#8217;Italia che arrossisce davanti ai suoi errori per poi dimenticarsene, magari «inseguendo un gol». Come accadde un&#8217;estate di tanti anni fa.</p>



<p class="has-text-align-center has-small-font-size"><em>Già pubblicato su L&#8217;Altravoce dei Ventenni &#8211; Quotidiano del Sud 24/08/2020</em></p>



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		<title>La fase 3 dello sport</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Teresa Pedace]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2020 12:18:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[POST-IT]]></category>
		<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT - 24/08/2020]]></category>
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		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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		<category><![CDATA[sport]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’emergenza sanitaria ci ha costretti a riprogrammare la nostra quotidianità, il lavoro, lo studio, i rapporti interpersonali. A farne le spese è stato anche lo sport, dapprima costretto a una battuta d’arresto e poi al centro di tavoli tecnici, dibattiti di Governo e chiacchiere da bar… pardon, su Zoom. Dallo scorso maggio, tuttavia, anche le attività sportive hanno rivisto il via a piccoli passi con l’adozione di misure come il distanziamento interpersonale, la sanificazione degli ambienti, il divieto di scambiare [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">L’emergenza sanitaria ci ha costretti a riprogrammare la nostra quotidianità, il lavoro, lo studio, i rapporti interpersonali. A farne le spese è stato anche lo sport, dapprima costretto a una battuta d’arresto e poi al centro di tavoli tecnici, dibattiti di Governo e chiacchiere da bar… pardon, su Zoom.</p>



<p>Dallo scorso maggio, tuttavia, anche le attività sportive hanno rivisto il via a piccoli passi con l’adozione di misure come il distanziamento interpersonale, la sanificazione degli ambienti, il divieto di scambiare bottiglie o materiali. Ciascuna federazione ha dato raccomandazioni diverse volte alla riduzione del rischio di diffusione del virus e spetta all’utente metterle in pratica, ma non sempre è così.</p>



<p>Quel che è certo è che tra una pedalata e un cono gelato, noi italiani – sportivi per natura, anche solo col telecomando del televisore – possiamo godere, non senza critiche, del ritorno degli sport individuali, degli sport di contatto, del campionato di calcio, del ciclismo, della Formula1 e chi più ne ha più ne metta. <br>Proprio il campionato, e le coppe, ci hanno infiammati nonostante il tifo sia relegato ai salotti di casa. Quello che abbiamo divorato con gli occhi è ancora il bel gioco? E cosa ci è rimasto di quei mondiali di trent’anni fa raccontati sapientemente da Furio Zara (oltre alla canzoncina dell’inedito duo Nannini/Bennato)?</p>



<p>Abbiamo provato a rispondere a queste domande, consapevoli che non si vive di solo calcio: via libera allora al ritorno dei rollerskate e alla febbrile attesa per le Olimpiadi di Tokyo 2021, senza dimenticare che anche altri sport di contatto come il basket avranno bisogno di attenzione e di capillare organizzazione. <br>Lo sport necessita di aiuti straordinari e di uno sforzo condiviso volto a vivere lo sport stesso in maniera diversa, consapevole e sicura con il contributo di tutti.</p>



<p>Il nostro è in edicola con L’Altravoce dei Ventenni – Quotidiano del Sud e su questi schermi: buona lettura!</p>



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