<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Mario Mendillo &#8211; Venti Blog</title>
	<atom:link href="https://ventiblog.com/author/mario-mendillo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ventiblog.com</link>
	<description>La voce dei Ventenni</description>
	<lastBuildDate>Wed, 03 Feb 2021 22:51:21 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.6.15</generator>
	<item>
		<title>Una questione di prospettiva</title>
		<link>https://ventiblog.com/una-questione-di-prospettiva/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/una-questione-di-prospettiva/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2021 06:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=26860</guid>

					<description><![CDATA[<p>È una questione di prospettiva, è quello che dicono tutti: visione, lungimiranza, progettualità, pianificazione strategica e chi più ne ha più ne metta ma – alla fin fine – di prospettiva parliamo.Nel tragicomico ballet che è andato in scena (e che, si spera, sia chiuso con l&#8217;incarico a Draghi) da quando il leader di IV – si, lo stesso che aveva detto di voler abbandonare per sempre la politica – ha deciso di aprire la crisi di governo, tutti hanno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/una-questione-di-prospettiva/">Una questione di prospettiva</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">È una questione di prospettiva, è quello che dicono tutti: visione, lungimiranza, progettualità, pianificazione strategica e chi più ne ha più ne metta ma – alla fin fine – di prospettiva parliamo.<br>Nel tragicomico ballet che è andato in scena (e che, si spera, sia chiuso con l&#8217;incarico a Draghi) da quando il leader di IV – si, lo stesso che aveva detto di voler abbandonare per sempre la politica – ha deciso di aprire la crisi di governo, tutti hanno discusso di prospettiva.</p>



<p>Ne hanno fatto una bandiera i sostenitori di questo Recovery Plan, dal Presidente Sassoli ai vari esponenti della (fu) maggioranza.<br>Ne hanno fatto una bandiera anche i detrattori, ma in un’ottica differente, come ad esempio i due Mattei.<br>L’uno, oltre a contare le cose con le dita fissando la telecamera, ha in diverse salse pontificato dall’opposizione che l’unico Governo idoneo a garantire una prospettiva di crescita sarebbe il suo, ossia un esecutivo di destracentro, che ha già pronto un altro Plan di gran lunga migliore di quello da ultimo licenziato. Tra l’altro, l’esecutivo di destracentro è quello che avrebbe anche rifiutato buona parte del Recovery Fund.<br>L’altro Matteo, dopo aver dato fondo ai peggiori (o migliori, a seconda di come la si guarda) istinti di cinismo politico, ha rivendicato la frattura, inevitabile data l’assenza di visione e progettualità del bisConte.</p>



<p>Una questione di prospettiva che, sebbene in parte chiusa dall&#8217;affidamento dell&#8217;incarico a Mario Draghi, lascerà pesanti strascichi.<br>Eppure, la politica italiana si trova a fare i conti anche con un’altra questione &#8211; quella di sempre &#8211; quella morale, che forse ingloba in sé anche l’altra, costituendone antecedente logico necessario.</p>



<p>Si è molto discusso negli ultimi giorni di responsabili, costruttori, poltrone, peones e mercato delle vacche, esponendo il premier dimissionario e la sua maggioranza alle facili accuse di incoerenza, contraddittorietà e doppia morale.<br>Il che può anche starci: quando altri – ed è capitato – hanno fatto ricorso ai tanto vituperati responsabili, sono stati violentemente attaccati proprio da coloro che oggi, con il lanternino, responsabili vanno cercando.<br>Certo, le condizioni sono molto diverse: c’è la pandemia, la recessione, la fine del settennato di Mattarella.<br>Però, i veti incrociati, i paradisi promessi e persi, le vendette personali e i sassolini nelle scarpe c’erano allora e ci sono oggi.</p>



<p>Ad ogni modo, all’alba di una nuova stagione di ricostruzione, forse sarebbe il caso di cambiare innanzitutto il modo in cui la politica si racconta, oltre a come la si fa.<br>E questo compito è trasversale: ne sono onerati i leader politici, senz’altro; ma anche i commentatori, i media, il popolo tutto. Bisognerebbe finirla una volta per tutte di interpretare la politica come la serie A e la formazione di un Governo come la vittoria dello Scudetto.</p>



<p>In primis, non è vero che questa crisi è incomprensibile, nessuna crisi lo è.<br>Machiavelli, nel celebre capitolo XVIII del Principe, suggeriva che – per mantenere il principato – è necessario servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo, a seconda delle necessità.<br>Se si dovesse interpretare quanto successo (mentre si scrive siamo alle consultazioni) con le categorie machiavelliane, questa crisi sembrerebbe tutt’altro che incomprensibile. Ci troviamo di fronte a diversi aspiranti Prìncipi che, in questo momento, ritenendolo necessario, stanno ricorrendo ai mezzi delle bestie per mantenere o acquistare il principato; il che – a ben vedere – con la morale non c’entra niente. Machiavelli non ha mai giudicato l’azione immorale come migliore o superiore rispetto all’azione morale, ed è esattamente questo l’equilibrio che sarebbe ideale raggiungere.</p>



<p>Smetterla di farsi – a giorni alterni – depositari del senso etico assoluto, sbandierando le colpe dell’uno o dell’altro come se si trattasse di un derby qualsiasi, per poi – una volta finito tutto – racquetarsi per prepararsi al prossimo sfoggio di nobiltà e coerenza spirituale. Facile così, ma la storia politica italiana ha già constatato quanto inutile possa rivelarsi affidare alla leva morale il sollevamento di una classe dirigente inadeguata.<br>Il facile giudizio morale è distruttivo quando totalmente sovrapposto al giudizio politico. A prescindere dalla questione di prospettiva.<br>Il passaggio è epocale e siamo chiamati tutti ad una comune assunzione di responsabilità, sia chi fa sia chi guarda, ricordandoci tutti &#8211; tutti! &#8211; di non trovarci al Bar Sport. </p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/una-questione-di-prospettiva/">Una questione di prospettiva</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/una-questione-di-prospettiva/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I peccati della Cina contro le religioni</title>
		<link>https://ventiblog.com/i-peccati-della-cina-contro-le-religioni/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/i-peccati-della-cina-contro-le-religioni/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 09:14:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[china]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[musulmani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=24888</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il paradosso di uno Stato laico Il 30 settembre, all’indomani dell’infuocato (e scioccante) primo dibattito tra Trump e Biden, il segretario di Stato Mike Pompeo è arrivato a Roma con l’esplicito obiettivo di costruire, ove possibile, un percorso di riavvicinamento tra gli USA e i suoi due storici alleati, l’Italia e il Vaticano. Alleati che, però, negli ultimi tempi si ‘sarebbero allontanati’ da questa tradizionale cooperazione, promuovendo sempre più frequenti momenti di dialogo con i cinesi. Il pomo della discordia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/i-peccati-della-cina-contro-le-religioni/">I peccati della Cina contro le religioni</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2>Il paradosso di uno Stato laico</h2>



<p class="has-drop-cap">Il 30 settembre, all’indomani dell’infuocato (e scioccante) primo dibattito tra Trump e Biden, il segretario di Stato Mike Pompeo è arrivato a Roma con l’esplicito obiettivo di costruire, ove possibile, un percorso di riavvicinamento tra gli USA e i suoi due storici alleati, l’Italia e il Vaticano.</p>



<p>Alleati che, però, negli ultimi tempi si ‘sarebbero allontanati’ da questa tradizionale cooperazione, promuovendo sempre più frequenti momenti di dialogo con i cinesi.</p>



<p>Il pomo della discordia sarebbe, dal lato del Governo, la questione 5G e, da quello della Santa Sede, l’accordo provvisorio stipulato tra il Papa e Pechino, che rivede l’iter per le nomine dei vescovi cinesi: in pratica, questi verranno scelti per elezione dai rappresentati cattolici delle diocesi, ma dovranno essere approvati dalle autorità cinesi.&nbsp;</p>



<p>Il Papa non ha ricevuto Pompeo, comunicando di non poter ricevere segretari di Stato in campagna elettorale; le interlocuzioni sono avvenute con il cardinale Parolin e sembra siano andate anche per il verso giusto, considerato che Pompeo ha dichiarato – non appena terminato l’incontro – di avere una “<em>forte intesa con l’Italia sulla risposta alla sfida Cinese</em>”.&nbsp;</p>



<p>Ma, se da un lato è presumibile che – dopo i fortissimi attacchi reciproci durante il <em>lockdown</em> – Cina e USA siano sull’orlo di una ‘guerra fredda’ per cui ogni pretesto diventa motivo di rottura diplomatica, dall’altro lato è innegabile che tale vicenda conduce, ancora, verso una riflessione sui rapporti tra Governo cinese e professioni religiose.&nbsp;</p>



<p>La domanda che, tra le altre, da tempo ci si pone, è tanto semplice quanto sprovvista di riscontri univoci: come può uno Stato – dichiaratamente laico – che conta circa un miliardo e mezzo di abitanti e in cui il potere è esercitato dal solo Partito Comunista governare le tensioni che naturalmente scaturiscono dall’incontro di culture, tradizioni e spiritualità diverse?</p>



<p>Il PCC ufficialmente riconosce (e gestisce in maniera centralizzata) cinque religioni ufficiali: <em>buddhismo, taoismo, protestantesimo, cattolicesimo e l’islam</em>, di cui le ultime due minoritarie. Oltre queste, vi è la religione tradizionale cinese, spesso confusa anche se non del tutto propriamente con il confucianesimo, che è composta da un insieme “credenze native”. </p>



<p>Il taoismo e il buddhismo, insieme al confucianesimo, costituiscono le cosiddette “tre dottrine” e sono la cornice entro cui si collocano le varie tradizioni popolari di cui si è detto.</p>



<p>In Cina, però, sono presenti anche alcuni gruppi “irregolari” – definiti dal Governo centrale come “sette demoniache” o “dottrine maligne”, in quanto in contrasto con l’Autorità statale – chiamate “<em>xiejiao</em>”.&nbsp;</p>



<p>È proprio riguardo a queste ultime che si è manifestata, nella storia, quella capacità repressiva che ha reso la Cina invisa a buona parte del mondo liberale occidentale.&nbsp;</p>



<p><strong>Sin dal periodo dei Ming, queste “dottrine maligne”, vengono monitorate e, se del caso, perseguitate e represse dal Governo: tutte queste organizzazioni sono inserite in apposite liste ufficiali, con indicazione dei membri e dei luoghi di aggregazione. </strong></p>



<p>Una delle più autorevoli ONG che si occupa di persecuzione religiosa (C.S.W.), proprio nel marzo 2020 ha pubblicato un rapporto sulla Cina, evidenziando come siano frequenti da parte delle Autorità episodi quali la distruzione dei luoghi di culto non registrati, la chiusura forzata di chiese (come la Home of Christ Church nel Guangdong), le minacce di revoca dei sussidi alle famiglie cristiane di ceto medio-basso che non rinunciano al proprio credo, le intimazioni a “dimostrare la fedeltà al Partito” indirizzate ai leader dei movimenti spirituali ‘sospetti’.</p>



<p>Sarebbe quindi opportuna una riflessione più approfondita, da parte della Comunità internazionale, sul rispetto dei diritti umani e della libertà di religione in Cina, considerato anche che quest’ultima è partner commerciale di tutti gli Stati occidentali, i quali, forse, dovrebbero assumere in merito posizioni più intransigenti e meno ambigue.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/i-peccati-della-cina-contro-le-religioni/">I peccati della Cina contro le religioni</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/i-peccati-della-cina-contro-le-religioni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Come affrontare la ripresa: lo smart working negli studi professionali</title>
		<link>https://ventiblog.com/come-affrontare-la-ripresa-lo-smart-working-negli-studi-professionali/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/come-affrontare-la-ripresa-lo-smart-working-negli-studi-professionali/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 05:45:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[Ripartenze - 31/08/2020]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=24142</guid>

					<description><![CDATA[<p>Quanto e come il mondo del lavoro risenta dell’approccio Smart &#8211; come si suol dire &#8211; lo scopriremo solo vivendo. E tuttavia, dello “smart working” non si parla da marzo di quest’anno, quando la crisi legata al Covid-19 ne ha comportato l’imposizione, bensì si tratta di un argomento già da tempo discusso da lavoristi ed esperti di economia comportamentale e sociologia. Il lavoro agile è stato infatti definito nell’ordinamento italiano, ben prima di questo autunno (L. n. 81/2017), come “una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/come-affrontare-la-ripresa-lo-smart-working-negli-studi-professionali/">Come affrontare la ripresa: lo smart working negli studi professionali</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-cover" style="background-image:url(http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/07/4-1.png)"><div class="wp-block-cover__inner-container">
<p class="has-text-align-center has-large-font-size"></p>
</div></div>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap">Quanto e come il mondo del lavoro risenta dell’approccio Smart &#8211; come si suol dire &#8211; lo scopriremo solo vivendo. E tuttavia, dello “smart working” non si parla da marzo di quest’anno, quando la crisi legata al Covid-19 ne ha comportato l’imposizione, bensì si tratta di un <a href="http://ventiblog.com/come-lo-smart-working-puo-cambiare-il-paese-gli-stili-di-vita-e-il-territorio/" target="_blank" aria-label="undefined (apri in una nuova scheda)" rel="noreferrer noopener">argomento</a> già da tempo discusso da lavoristi ed esperti di economia comportamentale e sociologia.</p>



<p>Il lavoro agile è stato infatti definito nell’ordinamento italiano, ben prima di questo autunno (L. n. 81/2017), come “<em>una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell&#8217;attività lavorativa</em>”.</p>



<p>Certo, tale definizione appare riduttiva &#8211; soprattutto nel contesto odierno &#8211; per via della limitazione alle ipotesi di “lavoro subordinato”. Tanto è vero che, nel corso degli anni, molti studi hanno mirato ad ampliarne la nozione, fino a ricomprendervi qualsiasi modalità di lavoro che si discosti dai tradizionali vincoli di luogo ed orario correlati all’espletamento delle mansioni lavorative.</p>



<p>Ciò risulta evidente nel panorama odierno, soprattutto per quanto attiene agli studi professionali.</p>



<p>Parliamo, infatti, di studi dove &#8211; per lo più &#8211; i professionisti lavorano in regime di partita IVA, quindi in regime autonomo; modello rivoluzionato, seppur “forzatamente”, in ragione della pandemia sin dal D.P.C.M. dell’11 marzo 2020.</p>



<p>Per comprendere meglio il fenomeno, può essere utile ricorrere ad un interessante dato numerico, che ne evidenzia l’incremento.</p>



<p>A partire dal 2012, l’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano si occupa di studiare i dati sul lavoro agile e, relativamente all’anno 2019 – quindi poco prima dello scoppio della pandemia – erano quasi 500mila gli smart workers attivi in Italia, essenzialmente concentrati (circa il 60%) nelle imprese medio-grandi. Il 20% in più rispetto al 2018 e quasi il 2% dei lavoratori totali.</p>



<p>Lo stesso Osservatorio, non appena diffusasi la pandemia, ha rielaborato i dati, che oggi denotano con chiarezza come il lavoro agile si sia diffuso ampiamente anche nel settore terziario, in particolar modo negli studi professionali, principalmente negli studi di commercialisti ed avvocati.</p>



<p>Circa un terzo dei professionisti attivi in questo settore ha iniziato ad utilizzare le modalità di lavoro agile già prima del D.P.C.M. di marzo e ciò non dovrebbe stupire, se si considera che – in genere – i titolari degli studi di questo tipo, sostanzialmente, sono smart workers a tutto tondo.</p>



<p>Il lavoro di un professionista autonomo si svolge spesso e volentieri al di fuori dei vincoli di luogo e di orario, a volte anche nei giorni festivi, così come – specularmente – è ben possibile che lo stesso professionista, in periodi di minor carico di lavoro, possa operare in maniera più “flessibile” anche in giorni non comunemente intesi come ‘di ferie’.</p>



<p>I potenziali vantaggi di tale modello sono confermati da studi e indagini statistiche, quali ad esempio l’ultimo rapporto di PwC Italia “Smart working e coworking, verso un nuovo modello di lavoro” o le ricerche condotte dal Centro Studi Dondena dell’Università Bocconi, che evidenziano come l’introduzione del modello di smart working comporti evidenti benefici in termini di aumento di produttività e minori assenze dei lavoratori.</p>



<p>Senza contare che lo smart working consente di conciliare la vita professionale con quella familiare, di ottenere maggiore spazio per altri impieghi (anche redditizi), attività sportive o di volontariato, corsi di formazione, ecc.</p>



<p>Non solo: non è possibile non citare anche tutti quegli effetti c.d. indiretti positivi derivanti dall’introduzione del lavoro agile. L’emissione degli agenti inquinanti, ad esempio, o del traffico cittadino ad esse strettamente connesso, o dei risparmi in termini di energia elettrica, di carta stampata e di consumi derivanti dal riscaldamento/raffreddamento degli uffici.</p>



<p>Gli stessi studi, tuttavia, notano che – spesso &#8211; a rendere difficile l’introduzione del modello sono lo scarso interesse e/o la resistenza dei datori di lavoro e, soprattutto, la difficoltà a ‘digitalizzare’ determinate attività.</p>



<p>Tali problemi, tuttavia, possono essere superati o con l’alternanza del tempo tra lavoro da remoto e lavoro in presenza durante la settimana lavorativa o, come sperimentato di recente in Finlandia, con la riduzione da cinque a quattro dei giorni lavorativi, cosicchè le due ‘frazioni’ della settimana – quella lavorativa e quella non lavorativa – arriverebbero quasi a pareggiarsi, consentendo da una parte il già citato aumento di produttività e, dall’altra, la possibilità di assicurare anche la prosecuzione di tutte quelle attività non digitalizzate (o difficilmente digitalizzabili).</p>



<p>Certamente, non sono da sottovalutare gli eventuali impatti negativi dello smart working, che molti professionisti hanno già sperimentato durante il Covid: il lavoro a distanza può comportare un’alienazione del lavoratore, connessa alla difficoltà di separare la dimensione professionale da quella privata.</p>



<p>Ad ogni modo, questa difficile fase socioeconomica pone degli interrogativi e delle questioni che è giunta l’ora di affrontare. Non solo lo smart working, ma – ad esempio – il rapporto datore/lavoratore; gli effetti (ormai tristemente celebri) di un atavico digital divide; l’inevitabile sovrapposizione dei modelli di lavoro utilizzati nella P.A. (tradizionalmente un mondo a parte) a quelli delle imprese e degli studi privati; la ‘liquidità’ di orari e luoghi di lavoro; il co-working e via dicendo.</p>



<p>Insomma, alcune interessanti sfide da affrontare e nuovi scenari da analizzare, in una prospettiva di cambiamento generale dell’approccio al “lavoro” – estensivamente inteso – che inevitabilmente verrà rivoluzionato rispetto a come concepito sinora.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo già pubblicato su Il Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei Ventenni il 31/08/2020</em></p>



<div class="wp-block-cover has-background-dim" style="background-image:url(http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/07/4-1.png)"><div class="wp-block-cover__inner-container">
<p class="has-text-align-center has-white-color has-text-color has-large-font-size">Scopri gli altri articoli&nbsp;<a href="http://ventiblog.com/ripartenze-31-08-2020/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">QUI</a></p>
</div></div>



<p></p>



<p></p>



<p>Photo cover by <a href="https://magnet.me/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Magnet.me</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/come-affrontare-la-ripresa-lo-smart-working-negli-studi-professionali/">Come affrontare la ripresa: lo smart working negli studi professionali</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/come-affrontare-la-ripresa-lo-smart-working-negli-studi-professionali/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La censura al contrario, ovvero quando il social è più coscienzioso del Capo di Stato.</title>
		<link>https://ventiblog.com/la-censura-al-contrario-ovvero-quando-il-social-e-piu-coscienzioso-del-capo-di-stato/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/la-censura-al-contrario-ovvero-quando-il-social-e-piu-coscienzioso-del-capo-di-stato/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 18:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERNET]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=22731</guid>

					<description><![CDATA[<p>La censura prende il nome dalla magistratura che nell’antica Roma si occupava di effettuare censimenti periodici sulla popolazione; il termine, dunque, nasce con un’accezione totalmente diversa da quella odierna e privo di connotazione negativa. Con il tempo, la censura è diventata una forma di controllo sociopolitico e morale operato dall’istituzione dominante in una determinata comunità sulle manifestazioni del pensiero e sull’accesso alle informazioni da parte dei membri della comunità stessa. Difatti, i magistrati censori dell’antica Roma &#8211; ben presto &#8211; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/la-censura-al-contrario-ovvero-quando-il-social-e-piu-coscienzioso-del-capo-di-stato/">La censura al contrario, ovvero quando il social è più coscienzioso del Capo di Stato.</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La censura prende il nome dalla magistratura che nell’antica Roma si occupava di effettuare censimenti periodici sulla popolazione; il termine, dunque, nasce con un’accezione totalmente diversa da quella odierna e privo di connotazione negativa.</p>



<p>Con il tempo, la censura è diventata una forma di controllo sociopolitico e morale operato dall’istituzione dominante in una determinata comunità sulle manifestazioni del pensiero e sull’accesso alle informazioni da parte dei membri della comunità stessa. Difatti, i magistrati censori dell’antica Roma &#8211; ben presto &#8211; iniziarono ad occuparsi, oltre che dei censimenti, della vigilanza sulla condotta etico-morale dei cittadini censiti.</p>



<p>In altre parole, potremmo dire che, quando l’uomo ha smesso di occuparsi esclusivamente del procacciamento del cibo ed ha cominciato &#8211; nello sviluppare una propria dimensione privata “estranea” alla società &#8211; ad avvertire la necessità di esprimersi, di prendere posizione, di definire una propria coscienza sociale, l’Autorità &#8211; qualunque essa fosse &#8211; ha ritenuto indispensabile ricorrere al controllo e, se necessario, alla censura.</p>



<p>A seconda dell’istituzione sociale predominante può aversi una censura di tipo religioso (contro l’eresia, ad esempio), di tipo politico (si pensi ai regimi totalitari e al loro uso della propaganda) o di tipo morale.</p>



<p>Non è detto che queste tre tipologie di censura si escludano tra loro, anzi: molto spesso, quando l’Autorità statale agisce con il supporto dell’Autorità religiosa o di uno o più gruppi di pressione, le tre tipologie si sovrappongono, generando un sistema di censura totalizzante che colpisce &#8211; in maniera trasversale &#8211; tutto ciò che afferisce alla libera espressione del pensiero e, quindi, al dissenso. Nella storia si registrano numerosi esempi di censura, sia di un solo tipo, sia generalizzata (nella concezione anzidetta).</p>



<p>Qualche esempio: nel 325 d.C. il Concilio Ecumenico di Nicea decise di reprimere il culto dell’arianesimo; nel 1852 il romanzo “La capanna dello zio Tom” di Stowe venne ritirato in USA da molti stati del Sud perché anti-schiavista; nel 1866 toccò al celebre quadro di Courbet <em>“L’Origin du Monde”;</em> all’inizio degli anni ‘30 in USA venne adottato l’”Hays Code”, codice di condotta per le produzioni cinematografiche; nel ‘37 il regime fascista in Italia istituì il Min.Cul.Pop., per controllare la propaganda e &#8211; similmente &#8211; la Germania nazista vietò libere manifestazioni artistiche quali la Scuola Bauhaus; per anni, in U.R.S.S., venne vietata la pubblicazione della “Fattoria degli Animali” di Orwell; nel ‘59 Papa Paolo IV elaborò un indice dei libri proibiti, dei quali era vietata la diffusione; “La Dolce Vita” di Fellini venne ritirata per alcuni mesi “per ragioni di ordine pubblico”; nel ‘62, durante la trasmissione Canzonissima, Franca Rame e Dario Fo vennero immediatamente allontanati non appena iniziarono a parlare di mafia e morti sul lavoro; censurata per anni su diverse emittenti radiofoniche anche la canzone “Dio è morto” di Guccini. Gli esempi si sprecherebbero, e ci vorrebbe un articolo a parte. Tuttavia, è già possibile osservare come &#8211; nei casi che precedono &#8211; sia stata l’Autorità a censurare l’arte o i <em>media</em>, con lo scopo di servirsene, di utilizzarli e governarli per rafforzare la propria influenza sul tessuto sociale, o per controllare (e reprimere) gli impulsi rivoluzionari o di rottura provenienti dalla base.</p>



<p>Con gli anni e con il sempre più ampio riconoscimento della libertà di stampa, l’utilizzo dei mezzi di informazione da parte delle Autorità non è scomparso, ma cambiato. I leader di tutto il mondo, oggi, accrescono il proprio consenso grazie ai media, non censurandoli &#8211; sia ben chiaro &#8211; ma modellando le proprie strategie di marketing rispetto ai dati da questi provenienti, in primis dai social network. Di qui, tutte le questioni sollevate in merito alla protezione dei dati e al rapporto comunicazione-potere.</p>



<p>Facciamo qualche altro esempio, più attuale: Twitter a marzo ha censurato alcuni tweet del Presidente del Brasile Bolsonaro che minimizzava il rischio Covid; poche settimane fa, sempre Twitter (si è parlato di <em>Twitter diplomacy</em>) ha sospeso circa 7000 account pro-Erdogan; dopo i fatti di Minneapolis, ha oscurato &#8211; come fatto già in passato &#8211; alcuni cinguettii di Trump, accusandolo di esaltazione della violenza. Stessa cosa ha fatto Snapchat; e anche Facebook, durante la memorabile e caldissima estate salviniana del 2019, aveva già provveduto a bloccare diversi post dell’account Lega &#8211; Salvini Premier per incitamento all’odio.</p>



<p>Ebbene, dunque: i leader appena nominati, molto simili tra loro soprattutto in quanto a strategie del consenso, sono stati censurati proprio da quegli stessi social che ne avevano consentito la ascesa. È stato il mezzo di informazione stesso, quasi autocensurandosi, a non poter accettare la fiera di violenza verbale, montaggi artefatti, inesattezze statistiche e false notizie che generava un <em>hype </em>politico mai visto prima. Questo fa riflettere, fuori da ogni riflesso politico, sul punto cui si è giunti nella comunicazione e nella narrazione del potere. Non più, dunque, un potente leader che &#8211; assurgendo a depositario della verità &#8211; pilota l’informazione; bensì, al contrario, uno strumento di comunicazione che, dato (vivaddio!) un limite ai contenuti pubblicabili, ha oscurato gli eccessi del leader il quale, in totale spregio dei fondamentali diritti in tema di libera informazione, aveva costruito il suo consenso sulla distruzione del dissenso, il suo potere sulla menzogna e sull’insulto. Che si tratti o meno di una presa di coscienza, ciò che è (e dovrebbe) essere chiaro a tutti è che &#8211; quando un’autorità (la minuscola è voluta) arriva a spararle così grosse da essere bloccata dallo stesso strumento che le ha conferito spazio &#8211; allora, forse, i valori base di lealtà e competenza, che dovrebbero orientare chi dichiara di volersi occupare della cosa pubblica, stanno esalando l’ultimo &#8211; definitivo &#8211; respiro.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/la-censura-al-contrario-ovvero-quando-il-social-e-piu-coscienzioso-del-capo-di-stato/">La censura al contrario, ovvero quando il social è più coscienzioso del Capo di Stato.</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/la-censura-al-contrario-ovvero-quando-il-social-e-piu-coscienzioso-del-capo-di-stato/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Covid-19 e lavoro irregolare</title>
		<link>https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-irregolare/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-irregolare/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2020 09:59:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=21695</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’emergenza derivante dalla pandemia da Covid-19, oltre alle evidenti e drammatiche conseguenze in termini di salute pubblica, ha provocato (e sta provocando) ricadute importanti sulla tenuta economica dello Stato italiano (se vuoi saperne di più, leggi qui!). Non a caso, diversi osservatori hanno sottolineato come gli interventi economici di sostegno e le politiche emergenziali perseguite dal Governo potrebbero consentire una sorta di ‘effetto tabula rasa’, e quindi di ripensare &#8211; una volta finita l’emergenza o, quanto meno, una volta rodata [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-irregolare/">Covid-19 e lavoro irregolare</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">L’emergenza derivante dalla pandemia da Covid-19, oltre alle evidenti e drammatiche conseguenze in termini di salute pubblica, ha provocato (e sta provocando) ricadute importanti sulla tenuta economica dello Stato italiano (se vuoi saperne di più, <a href="http://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-nero/">leggi qui!</a>). Non a caso, diversi osservatori hanno sottolineato come gli interventi economici di sostegno e le politiche emergenziali perseguite dal Governo potrebbero consentire una sorta di ‘effetto tabula rasa’, e quindi di ripensare &#8211; una volta finita l’emergenza o, quanto meno, una volta rodata la convivenza con il virus &#8211; tutto il sistema economico-fiscale.</p>



<p><strong>La c.d. “economia non osservata”</strong></p>



<p>Il problema principale ed atavico del sistema è, da sempre, la c.d. “economia non osservata”. Si tratta di quel valore derivante dalla somma di quanto generato dall’economia sommersa e dalle attività illegali, che sfugge ai conti nazionali.</p>



<p>L’economia sommersa è quell’insieme di attività che &#8211; generando ricavi &#8211; contribuiscono al prodotto interno lordo e, dunque, sono tecnicamente osservabili; tuttavia, nella realtà, sfuggono all’indagine statistica. Ciò, perché si tratta di attività i cui scambi non seguono i canoni dettati dalle relative normative nazionali e non vi sono operazioni registrate.</p>



<p>I mercati su cui si svolgono tali scambi irregolari, che contribuiscono a formare l’economia sommersa, sono il mercato del lavoro e, per quanto riguarda i beni o i servizi, i mercati tipici (regolari o irregolari) che contemplano la prassi della sottofatturazione. Ciò accade, ad esempio, per le prestazioni professionali, i servizi sanitari, le riparazioni domestiche; ugualmente nel contrabbando di beni o nei rapporti economici tra imprese, nei quali, ai fini di evadere il fisco, si tende all’imputazione fittizia delle spese, alla sottovalutazione di prodotti venduti o servizi resi, ecc.</p>



<p><strong>I numeri e le fonti dell’economia sommersa</strong></p>



<p>L’intero valore dell’economia non osservata può computarsi, secondo i dati Istat pubblicati nel 2019 e relativi al 2017, in poco meno di 211 miliardi di euro, circa 3,5 (quindi, l’1,5%) in più rispetto al 2016.</p>



<p>L’economia sommersa vale 192 miliardi di euro, di cui 97 imputabili alla pratica della sottodichiarazione che spesso, però, si intreccia con la seconda fonte di sommerso, ovvero l’impiego di lavoro irregolare, che vale 79 miliardi. Salta all’occhio, allora, l’incidenza di quest’ultimo fenomeno che diventa, in questo modo, il punto focale di un eventuale (e necessario) ripensamento dell’intero sistema della spesa pubblica.</p>



<p>Ci sono poco meno di quattro milioni di Unità di lavoro a tempo pieno (ULA) in condizione di non regolarità, circa lo 0,7 % in più rispetto al 2016, e si tenga presente che quando si conteggiano le ULA non si conta “per teste”: se, ad esempio, due lavoratori sono divisi su due turni per occuparsi delle medesime mansioni, ai fini dell’indagine ISTAT, valgono una sola ULA.</p>



<p><strong>Ma che cos’è esattamente il lavoro irregolare? In cosa consiste?</strong></p>



<p>Il lavoro irregolare è quella pratica per cui il datore di lavoro, non adempiendo a quello che <em>ex lege</em> è un suo specifico onere, non comunica l’assunzione al Centro per l’impiego e, in questo modo, rende quel determinato rapporto di lavoro subordinato sconosciuto allo Stato, con conseguente omesso versamento dei contributi all’INPS e delle tasse all’Erario e, naturalmente, in assenza di un regolare contratto di lavoro. Quasi 3 dei 3,7 milioni di ULA impiegate irregolarmente sono lavoratori dipendenti; quindi la parte predominante di lavoro irregolare segue lo schema (illecito) appena tratteggiato.</p>



<p>Nel mondo del lavoro autonomo lo schema si capovolge, passando da un lavoro nero “subìto” ad un lavoro nero “richiesto”, per cui il prestatore di lavoro, a fronte di un’attività o servizio, pretende di essere pagato in nero, con conseguente elusione degli oneri fiscali. Ciò accade specialmente per prestazioni a carattere saltuario o quando la prestazione oggetto della specifica transazione sia un “secondo lavoro”.</p>



<p>Secondo i dati dell’ultima indagine INPS le ULA irregolarmente assunte nel settore dei servizi sono 2.935.000; seguono i circa 500.000 nel settore industriale e 200.000 in agricoltura/silvicoltura/pesca.</p>



<p>Quest’ultimo comparto, in particolare, risente negativamente del contributo di due vere e proprie piaghe sociali: il caporalato e lo sfruttamento minorile, concetti che spesso, purtroppo, tendono anche a sovrapporsi tra loro.</p>



<p><strong>Il caporalato </strong>è quel fenomeno che si fonda sullo sfruttamento della manodopera a basso costo, organizzata e gestita da una figura che funge da intermediario (il caporale). Spesso, quando parliamo di manodopera a basso costo, facciamo riferimento al reclutamento di soggetti “ad alto grado di vulnerabilità”, come donne, bambini e cittadini extracomunitari. Questi ultimi, soprattutto, risentono dei limiti linguistici e della loro stessa condizione clandestina, ritrovandosi ad essere reclutati illecitamente per lavori agricoli e/o edili stagionali, ad essere sottopagati ed a vivere in baraccopoli o accampamenti di fortuna, privi perfino delle minime dotazioni igienico-sanitarie. Proprio tale ultimo punto, come è facile immaginare, ha destato le preoccupazioni dei sindacati &#8211; in particolare della Flai CGIL &#8211; che in piena emergenza ha pubblicato una lettera aperta per porre maggiore attenzione a questo delicatissimo tema. Infatti, se è vero che dal 2016 (legge n. 199/2016) l’Italia si è dotata di una specifica normativa in materia di caporalato, è pur vero che tale normativa &#8211; tralasciando del tutto l’incidenza della criminalità organizzata sul propagarsi del fenomeno in oggetto &#8211; ha determinato dei punti di vuoto legislativo. Proprio a tal fine, il Ministero del Lavoro ha di recente adottato il Piano triennale di contrasto al caporalato che, si auspica, potrà fornire idonea protezione ai lavoratori sfruttati soprattutto in pendenza di stato emergenziale. Peraltro, non risultano destituiti di ogni fondamento i timori di alcuni commentatori politici e giuristi che, data l’obbligata assenza di lavoratori ‘stagionali’ per quest’anno, vede necessaria una sorta di sanatoria generale per i lavoratori extracomunitari, che permetta alla filiera agroalimentare di non subire le gravi conseguenze dell’assenza di forza lavoro.</p>



<p><strong>Lo sfruttamento minorile</strong> consiste, invece, nella violazione del divieto di instaurare un rapporto di lavoro con un minore di 16 anni, che diventa 18 nei casi di lavoro usurante. Lo scopo del divieto è quello di evitare la diserzione dell’obbligo scolastico, nonché eventuali pregiudizi alla salute e alla crescita psico-fisica del minore.</p>



<p>Secondo gli ultimi dati disponibili, in Italia sarebbero 340.000 i bambini e adolescenti costretti al lavoro: nell’edilizia, in agricoltura, presso i chioschi abusivi o nei mercati del pesce e ortofrutticoli. Molti, inoltre, i piccoli ambulanti abusivi. Spesso le paghe si aggirano &#8211; e parliamo tendenzialmente di bambini tra i 10 e 14 anni &#8211; tra i 50 e i 90 euro a settimana. Già gli anni scorsi si registravano piccoli ma costanti incrementi dei casi di sfruttamento minorile (1.437 sono solo le violazioni penali accertate dal 2014 al 2018), spesso celato dietro la fittizia qualifica dell’impresa come “a conduzione familiare”, ma con le difficoltà economiche generate dalla pandemia tali numeri potrebbero salire. Si pensi che, ad oggi, un vero e proprio rapporto di monitoraggio non esiste, se non quanto ricavabile in via indiretta dalle predette tavole Istat.</p>



<p><strong>Un’ultima considerazione</strong></p>



<p>Spesso, come anticipato, i due ultimi fenomeni trattati &#8211; caporalato e sfruttamento minorile &#8211; si intrecciano. A volte, infatti, sotto la direzione dei caporali si ritrovano giovani immigrati: per loro non esiste copertura normativa, perché per lo Stato (letteralmente) non esistono. Tutto ciò, nel 2020, è inaccettabile ma, forse, il monitoraggio, la vigilanza, il controllo non sono gli unici strumenti utilizzabili. Per quanto utopistico possa apparire, infatti, le operazioni di <em>tracking</em> che verranno messe in piedi dal Governo per fornire supporto anche ai lavoratori irregolari, potrebbero (e dovrebbero) spingersi fino alla delimitazione definitiva del fenomeno, così da predisporre una cornice giuridica analitica e sufficientemente dettagliata, che miri a disciplinare &#8211; e sanzionare &#8211; tutte le diverse, e spesso sfuggenti, declinazioni che assume il lavoro irregolare.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-irregolare/">Covid-19 e lavoro irregolare</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-irregolare/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>COVID-19 e lavoro nero</title>
		<link>https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-nero/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-nero/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2020 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Decreto Cura Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Ministra Catalfo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=21644</guid>

					<description><![CDATA[<p>Come mappare i lavoratori nascosti? Si è a lungo discusso dell’efficacia delle misure contenute nel Decreto c.d. “Cura Italia”, relative alla tutela ed al sostegno dei lavoratori durante l’emergenza da Covid-19 che &#8211; oltre a costituire una grave minaccia per la salute pubblica &#8211; sta devastando l’economia mondiale. Già prima dell’approvazione del c.d. “Cura Italia”, la Ministra del Lavoro Catalfo aveva annunciato i primi interventi di sostegno al lavoro, affermando la predisposizione di misure mirate ad una platea di 18 [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-nero/">COVID-19 e lavoro nero</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h4>Come mappare i lavoratori nascosti?</h4>



<p>Si è a lungo discusso dell’efficacia delle misure contenute nel Decreto c.d. “Cura Italia”, relative alla tutela ed al sostegno dei lavoratori durante l’emergenza da Covid-19 che &#8211; oltre a costituire una grave minaccia per la salute pubblica &#8211; sta devastando l’economia mondiale.</p>



<p>Già prima dell’approvazione del c.d. “Cura Italia”, la Ministra del Lavoro Catalfo aveva annunciato i primi interventi di sostegno al lavoro, affermando la predisposizione di misure mirate ad una platea di 18 milioni di lavoratori &#8211; autonomi o dipendenti &#8211; sia regolari che irregolari. <br>Il dato numerico evidenzia un <em>gap</em> di alcuni milioni, tra i 18 richiamati da Catalfo e i 25 di lavoratori (mappati) in Italia, ma un elemento che merita particolare attenzione è quello relativo ai lavoratori irregolari. Secondo l’ISTAT (dati 2017) sarebbero circa 3,7 milioni. La definizione di “irregolari” tuttavia deve accompagnarsi a due precisazioni: innanzitutto, sia l’ISTAT che l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, effettuano il computo non per teste ma per U.L.A. (Unità di lavoro a tempo pieno), il che vuol dire che se &#8211; ad esempio &#8211; le stesse mansioni vengono svolte da due lavoratori irregolari divisi su due turni, comunque il conteggio dell’ISTAT resta di un solo irregolare; in secondo luogo, quando si parla di irregolarità si fa riferimento a tre profili: contrattuale, fiscale o contributivo, ma è ben possibile che un lavoratore sia totalmente in nero, con ciò cumulandosi tutti e tre i profili di cui sopra. <br>Dunque, stando alle dichiarazioni della Ministra Catalfo &#8211; i cui contenuti sono stati ribaditi dal Ministro Provenzano &#8211; anche i lavoratori in nero dovranno (anzi, avrebbero dovuto) essere supportati dallo Stato, considerato che <em>“il lavoro nero non dovrebbe esistere, ma purtroppo è una piaga che c’è</em>”. Condivisibile: del resto, il motto che da marzo sembrano ripetersi tutti i membri dell’Esecutivo è proprio quel <em>“nessuno sarà lasciato indietro</em>” che tanto ha fatto discutere. Tuttavia, come era presumibile, il Decreto di marzo non ha soddisfatto tutte le categorie, soprattutto le più precarie, senz&#8217;altro aizzate dalle opposizioni, ma innegabilmente in difficoltà. Ha dunque iniziato a prendere concretezza una misura già delineata ma ancora poco chiara, ovvero il c.d. REM (Reddito di Emergenza).</p>



<p>Il REM dovrebbe essere definito dal prossimo decreto di aprile ed è, al momento, ancora in via di definizione, sebbene il decreto avrebbe dovuto essere licenziato già la scorsa settimana. Resta nebulosa, tuttavia, la platea di lavoratori destinatari. Il Sottosegretario all&#8217;Economia Baretta conferma i dubbi, ritenendo ancora necessario <em>“definire i bisogni”,</em> prima di stabilire le somme e la loro conseguente distribuzione. <br>Quello della platea è il problema più serio: le misure del Cura Italia, difatti, sembra abbiano lasciato fuori circa 3 milioni di lavoratori; 3 milioni che, confrontati con i dati ISTAT, sembrano potersi sovrapporre ai 3,7 individuati. <br>Tuttavia, la domanda sorge spontanea: possono mapparsi con adeguata certezza e rapidamente i lavoratori in nero? Perché, qualora la risposta dovesse essere negativa, allora gli annunci del premier Conte e dei Ministri Provenzano, Catalfo e Gualtieri sarebbero &#8211; in buona sostanza &#8211; dei bluff. Ove, invece, la risposta fosse positiva, verrebbe naturale chiedersi <em>in primis</em> perché questa mappatura non è stata mai fatta prima in maniera tale da frenare l’incremento dei numeri relativi alla c.d. “economia sommersa”; in secondo luogo, sarebbe auspicabile e sorprendentemente realizzabile, una ripartenza &#8211; quando tutto sarà finito &#8211; che preveda come necessità strutturale l’intervento del legislatore sul tema del lavoro irregolare. <br>Anche il Premier, nella conferenza stampa di annuncio del Cura Italia, sottolineava l’ampiezza del problema, individuando nei Sindaci il <em>trait d’union</em> necessario alla corretta distribuzione delle risorse, sottintendendo, in pratica, che &#8211; con la collaborazione dei primi cittadini &#8211; il <em>tracking</em> dei lavoratori irregolari avrebbe potuto rivelarsi più rapido del previsto. <br>Ora, il tema non è sviscerabile superficialmente, ma senz&#8217;altro apre degli scenari interessanti: il lavoro irregolare costituisce quasi metà del valore dell’economia sommersa (quasi 90 miliardi su 190) e le ispezioni dell&#8217;INL sono, per quanto utili, obiettivamente troppo lente. Per il 2019, l&#8217;INL ha individuato 356.145 irregolari, di cui 41.544 completamente in nero. Tra questi ultimi, circa 8.000 provengono da Paesi terzi, e 1145 sono extracomunitari.</p>



<p>È evidente come la differenza tra le stime totali &#8211; i 3,7 milioni di cui sopra &#8211; e i lavoratori sottoposti a vigilanza e controllo, sia abissale e che, di questo passo, l’individuazione della platea sarebbe concretamente impossibile in tempi brevi. <br>Eppure, fuori dalla retorica del <em>“ne usciremo migliori”, </em>forse sarebbe il momento di intervenire sul problema del lavoro nero, e cogliere quindi l’occasione per dare finalmente concretezza agli slogan elettorali sulla lotta all&#8217;evasione ed alla precarietà. Tra i lavoratori irregolari rientrano alcune delle categorie più vessate dell’intero comparto produttivo: parliamo del caporalato in agricoltura e nell&#8217;edilizia, dello sfruttamento minorile, degli “imbroglioni” del Reddito di cittadinanza che &#8211; spesso con accordi e interruzioni simulate tra lavoratore e impresa &#8211; percepiscono il sussidio e continuano a lavorare senza contrattualizzazione. Per l&#8217;INL sono 600, ma se la proporzione è quella delle stime richiamate sul lavoro nero, è facile rendersi conto di come si tratti, in realtà, di numeri molto più ingenti. <br>Per concludere, allora: se è possibile individuare celermente tutti i lavoratori irregolari per destinare loro legittimamente gli aiuti economici, allora è possibile individuare buona parte dell’economia <em>non osservabile</em> e, dunque, registrare ed eliminare alcune di quelle sacche di evasione che rappresentano il fallimento del Patto sociale.</p>



<p>Insomma, forse non ne usciremo migliori, ma sicuramente è doveroso provarci.</p>



<p class="has-small-font-size"><em>Già pubblicato su Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei Ventenni 4/5/2020</em></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-nero/">COVID-19 e lavoro nero</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/covid-19-e-lavoro-nero/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Rifugiati ambientali: il clima fa vittime come le guerre</title>
		<link>https://ventiblog.com/rifugiati-ambientali-il-clima-fa-vittime-come-le-guerre/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/rifugiati-ambientali-il-clima-fa-vittime-come-le-guerre/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2020 12:45:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=19451</guid>

					<description><![CDATA[<p>950 eventi metereologici estremi. Circa sette milioni di persone sfollate dalle loro abitazioni. Questi i numeri che emergono da uno rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre, basati sui dati forniti dai governi, dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni umanitarie, solamente per il periodo di riferimento gennaio-giugno 2019. Il ciclone Vayu ha distrutto diverse città indiane (circa trecentomila sfollati); le inondazioni e i maremoti hanno indebolito ancor di più gli ecosistemi delle Filippine (quattrocentomila), dell’Etiopia (duecentomila), della Bolivia (centomila), già particolarmente provati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/rifugiati-ambientali-il-clima-fa-vittime-come-le-guerre/">Rifugiati ambientali: il clima fa vittime come le guerre</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">950 eventi metereologici estremi.
Circa sette milioni di persone sfollate dalle loro abitazioni. Questi i numeri
che emergono da uno rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre, basati
sui dati forniti dai governi, dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni
umanitarie, solamente per il periodo di riferimento gennaio-giugno 2019. </p>



<p>Il ciclone Vayu ha distrutto
diverse città indiane (circa trecentomila sfollati); le inondazioni e i maremoti
hanno indebolito ancor di più gli ecosistemi delle Filippine
(quattrocentomila), dell’Etiopia (duecentomila), della Bolivia (centomila), già
particolarmente provati dallo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali;
e così anche le gravi siccità in Afghanistan e in Somalia, il ciclone tropicale
Gita a Samoa, l’evaporazione del lago Ciad, le inondazioni in Pakistan, senza
contare le conseguenze dell’uragano Dorian che ha colpito le Bahamas nel
settembre del 2019, non incluse nell’indagine dell’IDMC,&nbsp; o i dati che provengono dalla situazione del
Mekong in Asia; quest’ultimo è la fonte di sussistenza di milioni di persone,
che vivono di pesca o di turismo, o che lavorano in prossimità delle grandi
dighe, e che oggi &#8211; ridotto in molte zone ad isola di plastica &#8211; risulta essere
uno dei corsi d’acqua più inquinati al mondo. </p>



<p>Non solo. Sempre in Cina, ad
esempio, circa un milione di persone è stata costretta a spostarsi dall’area
della diga delle Tre Gole, sul fiume Chang Jiang. Tuttavia, la situazione
maggiormente preoccupante si registra in Siria, dove concorrono diversi
fattori: metà dei 22 milioni di siriani &#8211; infatti &#8211; viveva fino a pochi anni fa
di agricoltura, ma la siccità (manifestatasi soprattutto dopo il 2016) ha fatto
collassare completamente l’economia agricola, costringendo le persone a
spostarsi verso centri più grandi come Aleppo, Idlib, Damasco o Hama. Il
problema, però, è che queste città erano già sull’orlo della guerra civile per
via dell’ingresso nel Paese di migliaia di profughi iracheni, in fuga sin dal
2003 a seguito degli attacchi statunitensi; ma c’è di più: il sovraffollamento
ha generato &#8211; nelle periferie &#8211; il proliferarsi dei c.d. <em>slums</em>,
baraccopoli di edifici fatiscenti ad altissima densità abitativa, popolati
principalmente da giovani senza lavoro e senza speranza. L’insieme di questi
elementi ha determinato lo scoppio di rivolte interne, sfociate negli scenari
di guerra civile che vediamo &#8211; pressoché quotidianamente &#8211; nei
telegiornali.&nbsp; &nbsp;</p>



<p>La Banca Mondiale prevede entro
il 2050 che 143 milioni di persone si sposteranno per colpa del clima, dato
confermato dall’Organizzazione Internazionale per le migrazioni e dall’Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i rifugiati. Si tratta di numeri record, che colpiscono
per la loro mole, ma &#8211; purtroppo &#8211; preoccupano poco rispetto a quanto
dovrebbero. Nella parte fortunata del globo, infatti, l’idea che i cambiamenti
climatici stiano distruggendo gli equilibri ecosistemici dell’Africa
subsahariana, dell’Asia del Sud e dell’America Latina, sembra frutto
dell’immaginazione di Isaac Asimov, ma non è così. Nel giro di cinquant’anni, o
forse cento, dovremmo lottare contro la desertificazione anche a Roma, e a
nulla stanno valendo gli appelli e gli sforzi di chi riesce ad interpretare
correttamente questi dati. Purtroppo, noi occidentali siamo affetti dalla
cosiddetta sindrome di NIMBY (Not In My Back Yard) e tendiamo a sottovalutare i
problemi ambientali, poiché vittime di una disfunzione cognitiva che la
letteratura scientifica individua come <em>cognitive behavioral distortion</em> e
che &#8211; fuori dai tecnicismi &#8211; significa semplicemente che, finchè non ne veniamo
interessati, non vediamo il tracollo del pianeta. </p>



<p>E’ ora di fare attenzione. Il
caso di Ioane Tetiota, il primo rifugiato climatico, può aiutarci a
comprendere: si tratta di un cittadino dell’isola di Tarawa Sud, che compone
l’arcipelago di Kiribati, nell’Oceano Pacifico, dove i cambiamenti climatici
stanno avanzando molto più velocemente che in altre parti del mondo, e
l’innalzamento del livello del mare diventa quotidianamente più preoccupante.
Tetiota ha visto respingere le proprie istanze sia in Nuova Zelanda &#8211; dove era
emigrato &#8211; che in seno alle Nazioni Unite, a seguito di una denuncia inoltrata
al Comitato per i diritti umani; tuttavia, le Nazioni Unite hanno riconosciuto
per la prima volta lo <em>status </em>di rifugiato climatico, con ciò aprendo gli
occhi della comunità internazionale al fenomeno.</p>



<p>Fa riflettere, allora, il fatto che vediamo quotidianamente esponenti politici di spicco ritenere che le migrazioni siano frutto di libere scelte. Qualcuno ricorderà, ad esempio, quando Giorgia Meloni pronunciò il celebre “perché gli va”, riferendosi a coloro che scappavano dal proprio paese di origine sperando di trovar fortuna in Europa. A prescindere dagli echi fascisti, che non bisogna aver paura di ricordare e sottolineare perché non si ripetano mai più, c’è ben poco da discutere: l’asilo, i permessi umanitari, la richiesta di protezione internazionale, non sono scuse. Può accadere che &#8211; surrettiziamente &#8211; ci sia chi sfrutti tali condizioni, ma si tratta di casi straordinari, come accade in qualsiasi attività umana, di per sé corruttibile e deviabile. In realtà, scappare dalla guerra, dai soprusi, dalla pulizia etnica sono solo alcune delle ragioni che portano i popoli a migrare. Oltre queste ragioni vi è quella, maggiormente irreversibile seppur meno tangibile, dei cambiamenti climatici. Lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari, le inondazioni &#8211; differentemente dalle guerre &#8211; sfuggono completamente al controllo umano, e non può non individuarsi la responsabilità degli Stati più evoluti nella distruzione degli ecosistemi. Proprio per tale ultimo motivo è nato infatti il concetto di responsabilità differenziate, derivante dal riconoscimento di una maggiore responsabilità degli Stati più avanzati nell’inquinamento ambientale. E allora, in un certo senso, offrire accoglienza a chi fugge per motivi climatici rappresenta quasi atto dovuto, cui nessuno Stato che si dica civile, secondo coscienza, dovrebbe sottrarsi. </p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><em>Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud &#8211; l&#8217;Altravoce dell&#8217;Italia di lunedì 02/03/2020</em></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/rifugiati-ambientali-il-clima-fa-vittime-come-le-guerre/">Rifugiati ambientali: il clima fa vittime come le guerre</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/rifugiati-ambientali-il-clima-fa-vittime-come-le-guerre/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sana e robusta contestazione</title>
		<link>https://ventiblog.com/sana-e-robusta-contestazione/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/sana-e-robusta-contestazione/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2020 19:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=18179</guid>

					<description><![CDATA[<p>Se ti fai eleggere puoi parlare, se non ti fai eleggere non puoi parlare.Quante volte abbiamo sentito questo leitmotiv ripetersi nei discorsi di tutti coloro che come hobby ormai praticano la politica dell’insulto. E quante volte abbiamo sentito gli stessi riempirsi la bocca di parole come “legittimazione” o “popolo”, travisandone completamente il senso e utilizzandole &#8211; decontestualizzate &#8211; come jolly per ogni occasione. Insomma, se ti fai eleggere puoi parlare &#8211; perché ‘legittimato’ (secondo un uso improprio del termine) &#8211; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/sana-e-robusta-contestazione/">Sana e robusta contestazione</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Se ti fai eleggere puoi parlare, se non ti fai eleggere non puoi parlare.<br>Quante volte abbiamo sentito questo <em>leitmotiv </em>ripetersi nei discorsi di tutti coloro che come hobby ormai praticano la politica dell’insulto. E quante volte abbiamo sentito gli stessi riempirsi la bocca di parole come “legittimazione” o “popolo”, travisandone completamente il senso e utilizzandole &#8211; decontestualizzate &#8211; come jolly per ogni occasione. </p>



<p>Insomma,
se ti fai eleggere puoi parlare &#8211; perché ‘legittimato’ (secondo un uso
improprio del termine) &#8211; e se, invece, non ti fai eleggere, la tua espressione
spontanea non può interessare il dibattito politico nazionale, perché non sei
nessuno o, peggio, sei un agitatore di folle manovrato da questo o quel potere
forte. </p>



<p>Quanto
premesso è utile a inquadrare ciò che sta accadendo con il movimento delle
Sardine. Dotarsi di una compiuta strutturazione politica è un’arma a doppio
taglio, e lo sanno anche loro: da una parte, senz’altro le doterebbe di una
‘legittimazione’ intrinseca, dall’altra le renderebbe vittima dell’assurdo ma
attuale giogo politico, per cui tanto puoi parlare in quanto ti votano. Da qui
questo eterno navigare tra ipotesi di congresso nazionale, che dovrebbe tenersi
a marzo, e dichiarazioni rassicuranti del tipo “Non faremo un partito!”. </p>



<p>La
voce principale delle Sardine, Mattia Santori, ha dichiarato che si tratterà
non di un vero e proprio congresso, quanto di una “due giorni di sintesi per
ripartire lavorando sulla dimensione nazionale”, a seguito delle elezioni
regionali in Emilia e del primo confronto tra i referenti del movimento,
avvenuto a Roma il 15 dicembre scorso. Tuttavia, anche qui, Santori ha
affermato chiaramente che sicuramente non si farà un partito delle Sardine. </p>



<p>A
questo punto, una riflessione: ciò che ha distinto le Sardine da tutti gli
altri movimenti (più o meno) spontanei, alla cui nascita abbiamo assistito nel
corso degli anni &#8211; vedasi i girotondi, o il Movimento 5 Stelle &#8211; è stato il fatto
di emergere non cavalcando la demonizzazione dei partiti o delle dinamiche
parlamentari; si tratta del primo movimento popolare che va in piazza non per
odio, ma per svegliare gli animi intorpiditi di tutti (si badi, tutti) gli
esponenti politici di quell’area che potremmo definire come ‘liberale e
riformista’, da contrapporre a quella ‘conservatrice’ che prende sempre più
piede. Le Sardine nascono come un’espressione della società civile, ne sono una
costola e &#8211; per dirla con il Presidente emerito della Consulta Cassese &#8211; già
solo per questo andrebbero ascoltati, perché “promossi” dalla Costituzione.
Nascono dal popolo, ma non sono populisti, bensì popolari. E ogni movimento
popolare o sociale costituisce un modulo organizzativo della società civile, del
cui scarso apporto e interesse verso il dibattito pubblico ci si è ultimamente tanto
lamentati. Ora, invece, il coinvolgimento della società civile sembra quasi
faccia paura, e questo &#8211; presumibilmente &#8211; perché porterebbe ad una crescita
generalizzata della consapevolezza sociale, acerrima nemica dei leoni da piazza
e da tastiera. </p>



<p>E
allora perché specificare, fino alla noia, che le Sardine non diventeranno un
partito politico? Liberissimi di non farlo, ma perché scivolare sul terreno
sdrucciolevole dell’antipartitismo acritico? Quella che i giuristi inglesi
chiamerebbero <em>platform</em>, e cioè l’elemento portante di un soggetto
politico, forse arriverà anche per le Sardine, ma non è questo il momento e,
comunque, non è ciò che conta.</p>



<p>Ciò
che riescono a fare le Sardine è non confinarsi nel web, non tradursi in un
sondaggio su Facebook e non ritenersi legittimati da un numero (manipolabile)
di <em>like</em>. Le Sardine partono dal web ma si riuniscono in piazza, in un
luogo fisico, aperto a tutti. </p>



<p>Anche
questo fa paura: fa paura al MoVimento 5 Stelle, che oggi strizza l’occhio alle
Sardine, quasi con la saggezza del fratello maggiore, ma allo stesso tempo non
può non rendersi conto di come in una sola sera le stesse abbiano smontato il
mito del partito-piattaforma o del partito-<em>cloud</em>. Fa paura al Partito
Democratico, che agogna una resurrezione, ma sa bene che le Sardine non
potranno mai ridursi ad essere l’ala movimentista del nuovo corso
zingarettiano. Fa paura a Renzi, che vorrebbe inglobare le Sardine nella sua
Italia Viva, ma che non considera l’evidente incompatibilità di una piazza
eterogenea con un partito aggrappato alle idee e alla personalità di un solo
leader, con una sola voce. Fa paura, poi, all’intero centrodestra, Meloni e
Salvini <em>in primis, </em>ed è chiaro il perché: erano convinti che la loro
retorica reazionaria e di chiusura fosse imbattibile da un punto di vista di <em>social
marketing</em>. Ne erano convinti fino al 15 novembre, quando Piazza Maggiore a
Bologna si è riempita di Sardine mentre il Capitano arringava il Pala Dozza per
l’apertura della campagna elettorale in Emilia-Romagna. </p>



<p>In
particolare, la Bestia &#8211; la macchina di promozione e diffusione online dei
contenuti della Lega &#8211; non aveva mai subito scossoni di tipo mediatico,
compensando la mancanza contenutistica e programmatica con l’indubbia
supremazia comunicativa. E invece, proprio la connessione, il ponte che le
Sardine hanno creato tra la rete e la piazza li rende un oggetto misterioso,
contro cui la Bestia non ha trovato e non trova strumenti di confronto: ci ha
provato con i gattini mangiatori di sardine, ma probabilmente l’immagine
famelica del felino mal si compone con la retorica dell’uomo qualunque; ci ha
provato tentando di far passare i promotori delle Sardine come marionette di
Prodi, piuttosto che di Franceschini o di Bersani; allora sono arrivati i
Pinguini, non rivendicati dalla Bestia, ma il cui meccanismo di diffusione
online sembra oltremodo familiare. Collegati al Movimento Uniti per la Destra,
dopo la chiusura della prima pagina Facebook, sono spuntati in ogni dove,
proprio come accaduto con molte pagine sostenitrici di Salvini. In alcune di
queste pagine, si legge esplicitamente che è vietato iscriversi alle stesse se
si è contro alle idee sovraniste del leader della Lega. Neanche i Pinguini,
comunque, sembrano uno strumento utile a combattere le Sardine, proprio per
quello che si diceva pocanzi rispetto al collegamento tra virtuale e reale,
collegamento del tutto assente nelle campagne sovraniste, tanto seguite online,
ma quasi motivo di imbarazzo per i loro stessi sostenitori, quando interpellati
dal vivo.</p>



<p>Questa
è la forza delle Sardine, essere l’antidoto all’odio sovranista e alla
manipolazione delle informazioni.</p>



<p>Noi
tutti, come cittadini, elettori, individui, dovremmo smetterla di avere paura
della politica. La sviante narrazione che quotidianamente se ne fa, per cui la
politica sarebbe il male assoluto, i politici accessori per poltrone e la
democrazia parlamentare un vetusto meccanismo al servizio di un “sistema che si
difende da sé”, attecchisce laddove c’è retorica violenta e non-coscienza
civile. </p>



<p>No, Sardine, non cadete in questo gioco: che sarete un partito o meno non è il punto della questione. Il punto è che non ci sarebbe alcun male nel diventarlo, come non ce ne sarebbe alcuno nel non diventarlo. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery columns-3 is-cropped" data-amp-lightbox="true"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7125-scaled.jpg"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7125-1024x683.jpg" alt="" data-id="18189" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7125-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=18189" class="wp-image-18189" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7125-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7125-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7125-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7125-2048x1365.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7125-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7125-360x240.jpg 360w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-scaled.jpg"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-1024x683.jpg" alt="" data-id="18188" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=18188" class="wp-image-18188" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-2048x1365.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7123-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-scaled.jpg"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-1024x683.jpg" alt="" data-id="18187" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=18187" class="wp-image-18187" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-2048x1365.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7113-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-scaled.jpg"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-1024x683.jpg" alt="" data-id="18186" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=18186" class="wp-image-18186" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-2048x1365.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7109-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-scaled.jpg"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-1024x683.jpg" alt="" data-id="18185" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=18185" class="wp-image-18185" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-2048x1365.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7106-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-scaled.jpg"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-1024x683.jpg" alt="" data-id="18184" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=18184" class="wp-image-18184" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-2048x1365.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7103-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7101-scaled.jpg"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7101-1024x683.jpg" alt="" data-id="18183" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7101-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=18183" class="wp-image-18183" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7101-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7101-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7101-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7101-2048x1365.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7101-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7101-360x240.jpg 360w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-scaled.jpg"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-1024x683.jpg" alt="" data-id="18182" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=18182" class="wp-image-18182" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-2048x1366.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7099-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7098-scaled.jpg"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7098-1024x683.jpg" alt="" data-id="18181" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7098-scaled.jpg" data-link="http://ventiblog.com/?attachment_id=18181" class="wp-image-18181" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7098-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7098-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7098-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7098-2048x1365.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7098-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/DSCF7098-360x240.jpg 360w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption">Foto di Giovanni De Marco dalla Manifestazione delle Sardine di Bologna del 19/01/2020</figcaption></figure>



<p><em>Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dell&#8217;Italia di lunedì 20/01/2020</em></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/sana-e-robusta-contestazione/">Sana e robusta contestazione</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/sana-e-robusta-contestazione/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>MES &#8211; cos&#8217;è e come funziona</title>
		<link>https://ventiblog.com/mes-cose-e-come-funziona/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/mes-cose-e-come-funziona/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2019 21:26:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di diritto]]></category>
		<category><![CDATA[consiglio]]></category>
		<category><![CDATA[esecutivo]]></category>
		<category><![CDATA[istituzione]]></category>
		<category><![CDATA[organo]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=17485</guid>

					<description><![CDATA[<p>Mercoledì 11 dicembre il Parlamento ha dato il via libera alla risoluzione relativa alle comunicazioni del Presidente Conte al prossimo Consiglio europeo, dove si discuterà delle modifiche al MES che tanto hanno infiammato il dibattito politico delle ultime settimane. La maggioranza di Governo è stata infatti sull’orlo del collasso e il Movimento 5 Stelle ha manifestato nuovamente le proprie fratture interne, fino a che non sono giunti i numeri a salvare l’Esecutivo: 291 voti a favore e 222 contrari alla [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/mes-cose-e-come-funziona/">MES &#8211; cos&#8217;è e come funziona</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Mercoledì 11 dicembre il Parlamento
ha dato il via libera alla risoluzione relativa alle comunicazioni del
Presidente Conte al prossimo Consiglio europeo, dove si discuterà delle
modifiche al MES che tanto hanno infiammato il dibattito politico delle ultime
settimane. </p>



<p>La maggioranza di Governo è stata
infatti sull’orlo del collasso e il Movimento 5 Stelle ha manifestato
nuovamente le proprie fratture interne, fino a che non sono giunti i numeri a salvare
l’Esecutivo: 291 voti a favore e 222 contrari alla Camera e 164 a favore, 122
contrari e 2 astenuti al Senato. </p>



<p>Le polemiche però sono state
accesissime, con Salvini e Meloni determinati a far saltare il Conte-bis una
volta per tutte. Ha fatto poi ancor più rumore la raccolta firme promossa dalla
Lega, che ha ottenuto ampia partecipazione sebbene – forse – sarebbe più
corretto parlare di una forma di partecipazione essenzialmente inconsapevole,
governata dalla cieca fedeltà al leader. È da questa inconsapevolezza che
deriva l’esigenza di chiarire in cosa consiste effettivamente il MES e quali
sono i punti rilevanti della tanto discussa riforma.</p>



<p><strong>Cosa
è il MES? </strong></p>



<p>Il Meccanismo Europeo di Stabilità
(MES) è un organismo con sede a Lussemburgo, istituito con un trattato
intergovernativo – cioè fuori dai paradigmi normativi comunitari &#8211; nel 2012,
sulla spinta delle preoccupazioni generate dal collasso dei mercati europei che
seguirono la crisi globale del 2008-2009. </p>



<p>In particolare, l’ideazione del MES
rappresenta la riposta ad un vuoto normativo derivante dall’applicazione
restrittiva della clausola di ‘non salvataggio’ (<em>no bail-out</em>) prevista dal Trattato sul funzionamento dell’UE, la
quale impediva nella sostanza qualsiasi intervento di sostegno per i paesi in
difficoltà finanziarie della zona euro. </p>



<p>Il MES è finalizzato per l’appunto
a concedere assistenza, in determinate ipotesi, a quei paesi che, nonostante la
sostenibilità del debito interno, trovano momentaneamente difficoltà a
finanziarsi sul mercato, in modo da evitare un default sovrano. </p>



<p><strong>Organizzazione
e funzionamento</strong></p>



<p>Alla guida vi sono i 19 Ministri delle
finanze dei paesi firmatari – riuniti nel Consiglio dei Governatori &#8211; e si
decide all’unanimità o &#8211; nei casi di pericolo per la stabilità finanziaria- con
una maggioranza dell’85%. La Germania, la Francia e l’Italia, avendo
sottoscritto quote superiori al 15%, hanno la possibilità (al contrario di
quanto affermato nelle ultime settimane) di porre il proprio veto finanche
sulle decisioni prese in via d’urgenza. Ciò comunque accade, si ribadisce, in
casi di straordinaria emergenza, cioè solo quando la Commissione e la BCE
riscontrano una concreta minaccia per l’equilibrio finanziario della zona euro.
Proprio per questa sua natura di meccanismo assistenziale, il MES viene anche
individuato con l’espressione di ‘Fondo Salva Stati’.</p>



<p>Il Consiglio dei Governatori può
essere presieduto sia dal presidente dell’Eurogruppo (come accade oggi) che da
un Presidente eletto tra i suoi membri. </p>



<p>Oltre al Consiglio dei Governatori,
il MES è gestito da un Consiglio d’Amministrazione, i cui membri sono scelti
dai ministri componenti il Consiglio dei Governatori, e da un Direttore
generale (attualmente Klaus Regling), che presiede le riunioni del Consiglio di
Amministrazione, partecipa a quelle del Consiglio dei Governatori, gestisce il
personale e gli affari correnti sotto la direzione del Consiglio
d’Amministrazione ed è il rappresentante legale dell’organismo.</p>



<p>Per fornire il suo sostegno, il MES
raccoglie fondi mediante l’emissione di strumenti finanziari o tramite intese
finanziarie bi o plurilaterali con altri Stati, istituzioni finanziarie o terzi
privati. </p>



<p>Attualmente, il capitale
sottoscritto del MES è pari a 704,8 miliardi di euro, di cui 80,5 già versati,
con una capacità di prestito di circa 500 miliardi. I Paesi che beneficiano del
sostegno al MES devono tuttavia accettare una serie di condizioni, come tagli
alla spesa pubblica e riforme strutturali, ed è proprio su tale punto che si è
accesa particolarmente la polemica degli ultimi giorni: la paura, paventata
principalmente da esponenti di Lega e Fratelli d’Italia, di una (presunta)
ristrutturazione automatica del debito sovrano conseguente ai tanto contestati
interventi di riforma. Chiarendo preliminarmente che la riforma non prevede né
annuncia alcuna misura di questo tipo, esaminiamone i contenuti.</p>



<p><strong>I
punti principali della riforma </strong></p>



<p>L’intervento si snoda su tre punti
fondamentali: i compiti e la <em>governance </em>del
MES, le condizioni per concedere l’assistenza e le funzioni del MES come
sostegno di emergenza (il c.d. ‘backstop’) del Fondo di risoluzione unico. </p>



<p>Dal primo punto di vista, la
riforma mira ad un progressivo affiancamento tra il MES e la Commissione
europea (è prevista la stipula di un accordo per stabilire le modalità di
coordinamento). Tra le altre, la misura più pregnante è quella che prevede che
il direttore del MES valuti, di concerto con la Commissione e la BCE, la
sostenibilità del debito pubblico del paese cui fornire assistenza.</p>



<p>Quanto alle condizioni per la
concessione dell’assistenza, oltre alla valutazione di cui sopra e alla
possibilità per lo stato beneficiario di ripagare il debito, si prevede che
quest’ultimo:</p>



<ul><li>non
si trovi in procedura d’infrazione; </li><li>vanti
un deficit inferiore al 3% da almeno due anni; </li><li>abbia
un rapporto debito pubblico/PIL sotto il 60%. </li></ul>



<p>Quanto al <em>backstop</em>, infine, si tratta di un meccanismo di sostegno per il
Fondo di risoluzione unico, qualora le sue risorse non risultino sufficienti a
finanziare gli interventi previsti.</p>



<p><strong>Per
concludere</strong></p>



<p>Fuori da ogni polemica politica, il
MES non può ritenersi un organismo che danneggia gli interessi del nostro paese.
Non aumenta le probabilità di default e non è – come qualcuno,
semplicisticamente, ha opinato – un altro modo di aiutare le banche; piuttosto,
mira ad evitare e contenere i rischi di contagio potenzialmente derivanti da
crisi finanziarie sistemiche, crisi che dovrebbero indubbiamente essere evitate
poiché renderebbero l’economia interna ancor più fragile di quello che è. </p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/mes-cose-e-come-funziona/">MES &#8211; cos&#8217;è e come funziona</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/mes-cose-e-come-funziona/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Opere pubbliche, arriva il débat public</title>
		<link>https://ventiblog.com/opere-pubbliche-arriva-il-debat-public/</link>
					<comments>https://ventiblog.com/opere-pubbliche-arriva-il-debat-public/?noamp=mobile#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Mendillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Dec 2019 09:13:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[débat public]]></category>
		<category><![CDATA[opere pubbliche]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://ventiblog.com/?p=17401</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 24 novembre, a causa di una frana, un viadotto sulla Torino-Savona ha ceduto di circa dieci metri. Non ci sono feriti né dispersi, gli automobilisti sono riusciti a fermarsi in tempo e ad avvertire gli altri che arrivavano.”. Se ne parlerà per solo per qualche giorno, sebbene quest’ultimo crollo rappresenti una porzione di un discorso notevolmente più articolato: qualcuno ricorderà che nel 2015 sull’A19 cedeva un pilone del viadotto Himera e molti staranno apprendendo in queste ore come altri [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/opere-pubbliche-arriva-il-debat-public/">Opere pubbliche, arriva il débat public</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il 24 novembre, a causa di una frana, un viadotto sulla Torino-Savona ha ceduto di circa dieci metri. Non ci sono feriti né dispersi, gli automobilisti sono riusciti a fermarsi in tempo e ad avvertire gli altri che arrivavano.”. Se ne parlerà per solo per qualche giorno, sebbene quest’ultimo crollo rappresenti una porzione di un discorso notevolmente più articolato: qualcuno ricorderà che nel 2015 sull’A19 cedeva un pilone del viadotto Himera e molti staranno apprendendo in queste ore come altri 8 ponti sarebbero a rischio crollo massimo e 20 semplicemente a rischio. Senza<br> contare tutte le gallerie non a norma o la situazione dell’A14, sulla quale si viaggia a una corsia su più di dieci viadotti. Si potrebbe continuare, ma sembra basti il quadro appena rappresentato per entrare nel vivo del ragionamento: siamo abituati a poter crollare, noi e la nostra terra. Siamo così abituati a vivere in una situazione di precarietà da non riuscire più ad indignarci, da non sentire tutto ciò come nostro. Ci siamo ridotti a consolarci del bilancio dell’ultimo crollo, migliore in termini di vite umane rispetto a quello del Ponte Morandi. Meno morti e meno danni ci hanno<br> quasi indotto a pensare “meno male”, il che non dovrebbe stupirci. Siamo ormai assuefatti alla scelta del male minore al punto da avere acquisito un’inquietante capacità di farci scivolare addosso eventi drammatici o addirittura a tirare un sospiro di sollievo se le conseguenze sono meno tragiche dei disastri precedenti. Ciò che sta accadendo alle grandi opere pubbliche nel nostro Paese dovrebbe indurci a riflettere: se le opere infrastrutturali che dovrebbero rendere più agevole e progredita la nostra vita si traducono in interventi che non solo non comprendiamo sul<br> piano estetico-architettonico, ma che iniziamo a identificare come un pericolo per la nostra incolumità, qualcosa è andato storto. Provo a riformulare, da altro angolo visuale: cosa pensare se le opere destinate alla fruibilità pubblica non sono condivise né apprezzate dalla comunità stessa<br> che da tali opere dovrebbe trarre giovamento? E cosa pensare se una di queste opere diventa causa di morte? Certo, queste domande sono evidentemente provocatorie e non trovano risposte definitive. Purtuttavia, il compito di chi scrive è proprio quello di rendere palpabile al lettore quella discrasia tra piano concreto e astratto che generalmente (purtroppo) caratterizza il rapporto amministratori-consociati, ed in tal modo provare ad accorciare la distanza &#8211; sempre troppo ampia tra realtà e buone intenzioni. </p>



<p>Il dato di realtà, nel caso di specie, è uno solo: questo evento, come la tragedia del Morandi e tutti gli altri crolli o cedimenti dagli esiti fortunatamente meno drammatici, è assolutamente inaccettabile. Come anticipato, però, non si scenderà nel merito delle scelte politiche e non si considererà l’argomento come un’occasione per perdersi in slogan elettorali. Piuttosto, la riflessione che si suggerisce attiene essenzialmente al modello decisionale preordinato alle scelte localizzative, progettuali ed esecutive di un’opera pubblica. Ciò che colpisce, infatti, è che nel nostro Paese il cittadino avverte che le istituzioni non sono interessate a coinvolgere il pubblico nei processi decisionali relativi alle opere pubbliche, nonostante sia ormai universalmente riconosciuto che l’unico modo per creare una rete infrastrutturale utile, snella e condivisa ci sia bisogno di un coinvolgimento bottom up. </p>



<p>Ne sono esempi Barcellona &#8211; che ha avviato nei primi anni Novanta un dispendioso lavoro di ripensamento dei meccanismi di decision- making &#8211; o Copenaghen, che vive di una continua interazione tra istituzioni e cittadini<br> nell’organizzazione fisica degli spazi urbani ed extraurbani. <br>Ma veniamo a noi: solo l’anno scorso, infatti, abbiamo mutuato finalmente dalla Francia il modello di dèbat public sulle grandi opere (DPCM n.76/2018), che dovrebbe consentire la piena attuazione di quanto previsto nel Codice degli appalti e la conseguente transizione verso un sistema che alcuni definiscono “di democrazia deliberativa”, con ciò intendendo un processo decisionale che miri a soluzioni condivise e che non si basi esclusivamente sulla ‘legalità formale’ delle procedure, bensì anche su una legittimazione delle stesse derivante da un processo pubblico di informazione e giudizio collettivo. Il dibattito pubblico prevede la predisposizione di un dossier da parte dell’Amministrazione da mettere a<br>disposizione del pubblico contenente tutte le schede progettuali, nonché la documentazione relativa alla fattibilità e alle alternative progettuali delle opere; inoltre, i privati potranno svolgere le proprie osservazioni nei quattro mesi successivi alla presentazione del dossier. Quanto poi<br>all’ambito applicativo, il Decreto si applica solo a determinate opere, tra cui proprio quelle che ci hanno fatto tremare negli ultimi anni: autostrade, tronchi ferroviari, interporti e in tutti gli altri casi resta facoltà dell’Amministrazione indire il dibattito pubblico.<br>Si badi: non sarà sicuramente grazie al débat che si sbloccheranno o verranno ri-progettate in ottica partecipativa le circa 300 opere pubbliche ad oggi incompiute, ma non può dubitarsi che la condivisione rappresenti un esercizio di ascolto cruciale nella tensione verso un modello di<br>comunità innovativo, inclusivo e sicuro. Peraltro, il dibattito pubblico potrebbe rappresentare anche uno strumento deflattivo del contenzioso, che è un costo sociale, o uno strumento utile all’implementazione di politiche di governo del territorio che abbiano cura, da un lato, dell’aspetto<br> legato alla tutela ambientale e alla tenuta idrogeologica e, dall’altro, di quello relativo alla maggiore funzionalità e sicurezza delle grandi opere infrastrutturali. Potrebbe generare, infine, un effetto mediato cui dovremmo aspirare tutti: una condivisione di intenti e responsabilità che<br> condurrebbe al definitivo superamento dell’italianissima filosofia del ‘piove, Governo ladro!’.</p>



<p>Già pubblicato su Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei Ventenni 9/12/2019</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/opere-pubbliche-arriva-il-debat-public/">Opere pubbliche, arriva il débat public</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ventiblog.com/opere-pubbliche-arriva-il-debat-public/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
