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	<title>Luigi Sprovieri &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Alla ricerca di una “HOUSE”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2020 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Ventenni nel mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le promesse “fake” del mercato immobiliare inglese e gli speculatori “Tornate, siete i benvenuti”Così il presidente Boris Johnson richiama, con una pronuncia claudicante, gli italiani, i quali, innamoratisi della City, lasciano regolarmente il paesino di provenienza e si spingono oltre Manica per una nuova vita, in modo da poter far valere quei diritti che mancano nel Bel Paese.&#160; La vita ha riservato questa sorpresa anche al sottoscritto e come tanti ragazzi, tra valigie piene di vestiti e speranze ed un [&#8230;]</p>
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<h2><strong>Le promesse “fake” del mercato immobiliare inglese e gli speculatori</strong></h2>



<p class="has-drop-cap">“Tornate, siete i benvenuti”<br>Così il presidente Boris Johnson richiama, con una pronuncia claudicante, gli italiani, i quali, innamoratisi della City, lasciano regolarmente il paesino di provenienza e si spingono oltre Manica per una nuova vita, in modo da poter far valere quei diritti che mancano nel Bel Paese.&nbsp;</p>



<p>La vita ha riservato questa sorpresa anche al sottoscritto e come tanti ragazzi, tra valigie piene di vestiti e speranze ed un conto bancario da riempire il prima possibile, mi sono lanciato in questa avventura.</p>



<p>L’iter da seguire, però, tra documenti, passaporti, permessi e le preoccupazioni della famiglia, consta di un passaggio obbligato, ovvero la ricerca della stanza giusta, quella che diventerà la tua casa, il tuo porto sicuro in un giorno di pioggia forte o di nebbia londinese.&nbsp;</p>



<p>Si inizia la ricerca con entusiasmo, con quella speranza di trovare l’appartamento dei propri sogni, quasi come se lo si dovesse acquistare. Ci si butta su vari fattori, dalla distanza dal centro, alle stanze ed ai servizi igienici. Per non parlare poi della voglia di conoscere i futuri coinquilini prima di entrare in casa, ma l’elemento imprescindibile è sicuramente il budget.</p>



<p>Londra, ma l’Inghilterra nella sua totalità, è conosciuta non solo per Stonehenge, Buckingham Palace ed il Muro di Adriano, ma anche per i prezzi, che non sono sempre così abbordabili, specialmente per le prime esperienze.&nbsp;</p>



<p>Quelle valigie con cui si parte, perciò, devono essere anche piene di qualche risparmio, messo lì dentro per un’occasione che si spera possa cambiarti la vita; ma il mercato immobiliare inglese e ancor di più quello londinese è davvero veloce e richiama la regola generale del “chi tardi arriva, male alloggia” e non esiste modo di dire più azzeccato.</p>



<p>Gli alloggi inglesi, infatti, conosciuti per la moquette color tortora e per il parquet scricchiolante, non sono poi così “comfortable” come vogliono apparire, perché spazi e manutenzione, lasciano seriamente a desiderare.</p>



<p>La ricerca di casa passa da Facebook, al vicino di casa trasferitosi anni fa per avere fortuna, finanche al cugino del fratello della fidanzata del migliore amico dello zio acquisito, perché pur di trovare l’offerta migliore si farebbero carte false.&nbsp;</p>



<p>Ma a fare carte false, ancor prima del compromesso a cui si dovrebbe scendere, ci sono sicuramente le agenzie immobiliari. Non si può e non si deve fare di tutta l’erba un fascio, ma molte di queste ultime se non riconosciute e soprattutto se non analizzate fino in fondo, sono uno specchietto per le allodole.&nbsp;</p>



<p>Mi dispiace sottolinearlo, ma spesso (non sempre), in queste agenzie troviamo alcuni italiani che speculano sul portafogli e sulla pazienza dei connazionali indifesi, senza un minimo di esperienza nella nuova città.&nbsp;</p>



<p>La mia, di esperienza, racconta del bisogno imminente di trasferirmi in quel di Londra per iniziare un nuovo lavoro offertomi e di essermi imbattuto in un ragazzo italiano, il quale, vestito da <em>ufficiale gentiluomo</em>, mi ha accompagnato, anche se non fisicamente, nella scelta di una casa straordinariamente bella, con varie stanze ed una bellissima veranda. Infatti, dal mio divano di casa, in Italia, ero emozionato all’idea di scegliere dove andare a vivere, mentre lui, nell’assicurarmi che non saremmo stati più di otto persone in casa, con quattro bagni ed una living room spaziale, mentiva spudoratamente di fronte al mio bisogno di avere un tetto sopra la testa.</p>



<p>Le prime due settimane, in appoggio in altra casa, le ho passate a pulire una cucina di un villino che non sembrava appartenere a questo mondo, in cui vi era una luce a neon da cui sgorgava acqua ed una lavatrice incrostata e non funzionante in giardino; per poi passare, tra mille richieste e timore, nella fatidica casa prescelta.</p>



<p>Di grande era grande, il letto non mancava, i bagni erano al loro posto, ma ciò che era presentato in fotografia, non corrispondeva alla realtà. Infatti, tra allarmi anti-incendio obbligatori ma non funzionanti e la moquette sulle scale non ripulita, la casa si presentava come un ammasso di polvere e coinquilini a quattro zampe, che nella città inglese non mancano mai.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img width="1024" height="1024" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/06/AF738116-B7D7-48D6-87C3-17AFE58674D1-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-22544" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/06/AF738116-B7D7-48D6-87C3-17AFE58674D1-1024x1024.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/06/AF738116-B7D7-48D6-87C3-17AFE58674D1-300x300.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/06/AF738116-B7D7-48D6-87C3-17AFE58674D1-150x150.jpg 150w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/06/AF738116-B7D7-48D6-87C3-17AFE58674D1-1536x1536.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/06/AF738116-B7D7-48D6-87C3-17AFE58674D1-640x640.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/06/AF738116-B7D7-48D6-87C3-17AFE58674D1-125x125.jpg 125w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/06/AF738116-B7D7-48D6-87C3-17AFE58674D1.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La città di Londra, divisa in zone, mostra una serie di prezzi sempre meno abbordabili ogni qual volta ci si avvicina al centro città. Io pagavo circa 720 sterline al mese, incluse tutte le spese, ma ho dovuto fare i conti con molti fattori non sottovalutabili: da una parte la finestra della mia stanza rotta per ben cinque mesi (perciò per tutto l’inverno) dall’altra, a fare troppo “calore”, alcune volte, c’erano i miei dieci coinquilini, con cui in una casa “non omologata” per undici dopo un po’ vivere diventava estenuante. Immaginate di fare la fila per cucinare, immaginate due lavatrici ma nessuna asciugatrice (che era stata inizialmente promessa), immaginate una veranda con una sezione mancante da cui entrano vento e pioggia ed immaginate i nidi di diversi uccelli nelle tubature esterne.</p>



<p>Tirando le somme, però, questo errore è legato all’inesperienza di molti ragazzi trasferitisi in UK, tra cui me, che per ingenuità, hanno scelto di fidarsi direttamente dall’Italia di agenti poco educati e poco seri nel loro lavoro, perché interessati esclusivamente al guadagno.&nbsp;</p>



<p>Non esiste però modo migliore di quello di rispondere a queste persone con intelligenza, ricordando di visitare personalmente la casa oggetto del nostro interesse e di fare le richieste più disparate, prima di essere distribuiti come animali al macello.&nbsp;</p>



<p>Non abbiate paura delle mancate risposte da parte loro, di quelle meno educate e del loro ergersi a persone di spicco da intelligenza superiore, perché magari tra loro si riescono a trovare anche persone a modo e con un carattere amichevole, ma voi, se vi siete trovati nella mia stessa situazione, siete stati solo molto sfortunati.&nbsp;</p>



<p>Tornerò a Londra molto presto e dovrò cercare una nuova abitazione, con la speranza che tutto vada per il meglio, con la fiducia che non deve mai lasciare ogni ragazzo intento a scoprire una nuova città, ma sempre e comunque con un disinfettante per ambiente nello zaino!</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p class="has-text-align-center"><em>Già pubblicato su L’Altravoce dei Ventenni – Quotidiano del Sud 8/6/2020</em></p>
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		<title>Federica Siciliani: «È Tempo Per Noi»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2020 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi ama la musica e quelle melodie così particolari da catapultarti su un altro pianeta, non può non aggiungere alla propria playlist l’instancabile voce di Federica Siciliani, classe ’92, calabrese di nascita ma dallo spirito internazionale. La cantante nata a Paola (CS) ma cresciuta a San Lucido, tra le onde del mare e “strani amori” di Laura Pausini cantata sulle scale di casa all’età di due anni, ha sempre avuto musica intorno a sé, per via di una mamma e [&#8230;]</p>
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<p>Chi ama la musica e quelle melodie così particolari da catapultarti su un altro pianeta, non può non aggiungere alla propria playlist l’instancabile voce di Federica Siciliani, classe ’92, calabrese di nascita ma dallo spirito internazionale.</p>



<p>La cantante nata a Paola (CS) ma cresciuta a San Lucido, tra le onde del mare e “strani amori” di Laura Pausini cantata sulle scale di casa all’età di due anni, ha sempre avuto musica intorno a sé, per via di una mamma e di un nonno materno che non hanno mai smesso di amare la musica. È proprio da quest’uomo che prende l’energia che la contraddistingue, dagli spettacoli musicali organizzati per il paese, alla satira politica e alle leggende che riportava nei testi delle canzoni che scriveva. Insomma: Federica ha nel suo DNA versi e musica e di questo, dopo 28 anni, ancora si ciba quotidianamente.</p>



<p><strong>“Quali sono i tuoi gusti musicali?”</strong> chiedo, mosso da curiosità.</p>



<p>Con tanta indecisione e l’obbligo di dover trovare una risposta tra i mille che ama, nomina cantanti come Ray Charles, Etta James, Beyoncé, Amy Winehouse, ricordando che «Laura Pausini non mi è più così vicina». Ma Amy resta suo faro ed ispirazione, perché ama la commistione tra «sensibilità, forza e coraggio che metteva sul palco» e aggiunge: «Beyoncé è anche il modello che amo, ma è così perfetta che non riesco a ispirarmi a lei totalmente».</p>



<p>Federica Siciliani si forma in una scuola di musica a Paola, sulla costa cosentina, per poi continuare i suoi studi presso l’Accademia Caccini di San Fili (CS) a cui rimane molto affezionata; la sua straordinaria voglia di migliorarsi la porta a frequentare anche il triennio canto pop del Conservatorio di Cosenza con il docente Massimo De Divitiis, fino alle sue lezioni <em>one to one</em> con il vocal coach Albert Hera che la segue ormai da anni.</p>



<p>Ma in tutto questo tempo <strong>“hai sempre cantato sola o anche in gruppo?”</strong></p>



<p>«Ho avuto la mia prima band a 22 anni, in cui c’erano professionisti conterranei come Ivan Volpentesta, chitarrista che ha accompagnato interpreti come Alan Sorrenti e Laura Bono; Roberto Chiappetta e Gianpaolo Noce, bassista e chitarrista rispettivamente, che hanno suonato con Ivana Spagna e Ricchi e Poveri». Sul territorio del sud Italia sono diventati la band ufficiale della Fondazione Exodus di Don Mazzi. «E poi, sono arrivati i BeMove» condivide con tono fermo e felice, gruppo composto dalla voce di Federica, Alessandro Lombardi alla chitarra, Francesco Sicoli alla batteria e Fanuel Mancaruso al basso: «la sintonia umana e musicale con loro è pazzesca!». Chi ha avuto la possibilità di vederli, infatti, non ha modo di rimanere fermo, perché ogni nota richiama movimento. Tra la chioma di Federica che si muove a tempo di musica e la passione dei musicisti stessi, l’energia è trascinante.</p>



<p><strong>“So che hai scritto una canzone, non la prima della tua vita, ma l’unica che hai deciso di rendere pubblica.”</strong> Qui, con occhi pieni di riservatezza e orgoglio tramutato in emozione profonda, Federica annuisce e mi presenta <em>È tempo per noi</em>, canzone pubblicata il 10 Aprile 2020, che parla di sé, di questo periodo in casa, ma diretta «a chiunque voglia sentirla sua».</p>



<p><strong>“Come nasce questa canzone?”</strong> «Nasce come dedica a me stessa, ma parla di amori impossibili, dell’amore di una madre per un figlio»; Federica è infatti madre di un meraviglioso bambino, Gioele. <strong>“Quanto ha inciso tuo figlio nella scrittura del brano?”</strong> «È stato fondamentale e, se mai deciderò di essere coraggiosa nella mia vita, lo dovrò solamente a lui. Questa è una nuova Federica. Una Federica con Gioele».</p>



<p>La scrittura inizia nel bel mezzo delle giornate di lockdown, a marzo, nella sua casa in un paese completamente serrato perché zona rossa, tra un verso «appuntato su un foglio di carta»</p>



<p>e poi ripreso con forza per «abbandonare pensieri e parole». Il brano, presente su Youtube, ha un video <em>homemade</em>, con i disegni realizzati da Ferdinando Falcone, in cui Federica mostra il sole che la contraddistingue.</p>



<p>«Ho tanti altri pezzi scritti nel cassetto dei sogni, ma questa canzone aveva qualcosa in più». Federica Siciliani si mette a nudo, tra le sue insicurezze da ragazza, amica, sorella, madre e con la sua voce ci porta nel suo mondo, fatto di emotività e ricerca costante di felicità. In un periodo come questo siamo chiamati ad ascoltarci, senza aver timore di mostrare ciò che siamo, tra incertezze e paure.</p>



<p>Federica ha sempre avuto orecchio per la buona musica. Inizia a scrivere sin da ragazza, ma continua grazie ai consigli di Bungaro, il quale durante gli stage di scrittura da lei seguiti, ritrova nell’autrice e cantante calabrese un’ottima penna, ma soprattutto un grande cuore. Co-autore di questa canzone è Salvatore Tricanico, straordinaria voce calabrese, con arrangiamento di un professionista del territorio, Giacinto Maiorca. È un progetto in cui Federica crede molto e che è solo l’incipit di un qualcosa ancor più grande che la stessa cantante si augura di portare alla luce entro la fine di questo anno: «Sto lavorando ad un EP, dal genere New Soul, Electronic e R&amp;B. Mi occuperò prima della scrittura e poi sceglierò tutti i professionisti che vorrei accanto a me».</p>



<p>Federica decide di mettersi a nudo, dopo questi ultimi anni in cui ha conquistato il territorio calabrese e non solo, guardando negli occhi il suo pubblico, ragione prima della sua grande emozione; tra un video girato in casa con qualche cover di canzoni famose e gli incontri con lo strepitoso gruppo pop-gospel Amoleid Voices di cui fa parte e con cui sta costruendo grandi cose, la cantante dal riccio indomabile si presenta al pubblico e alla vita, senza armature e con il suono della sua voce.</p>



<p>Conclude dicendo che non può che «annegare in energia positiva» e con questo motto, mentre accedo nuovamente a Youtube, tengo stretto l’augurio in <em>È tempo per noi</em>: «Tornerò a cantare fra la gente e non avrò paura più delle distanze; torneremo a prenderci per mano».</p>



<p>Anneghiamo in energia positiva.</p>



<p class="has-small-font-size"><em>Già pubblicato su Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei Ventenni 18/05/2020</em></p>
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		<title>Specchio, specchio delle mie brame!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2020 13:13:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gender Line]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho 11 anni quando sento la fitta al petto per quel “sei una femminuccia” mentre raccolgo la palla oltre la linea, nel campetto dietro casa mia, per un rigore che non ho segnato. Il mio specchio non ha più la stessa forma. Sono io quello lì dentro, ma non sono quello che voglio essere. Ho sempre cercato di giustificarmi, sperando di cambiare, ma questo non è mai avvenuto. I peli sul viso non aiutano. “Sei troppo donna” continuano a urlarmi [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Ho 11 anni quando sento la fitta al petto per quel “<em>sei una femminuccia</em>” mentre raccolgo la palla oltre la linea, nel campetto dietro casa mia, per un rigore che non ho segnato.</p>



<p>Il mio specchio non ha più la stessa forma. Sono io quello lì dentro, ma non sono quello che voglio essere. Ho sempre cercato di giustificarmi, sperando di cambiare, ma questo non è mai avvenuto.</p>



<p>I peli sul viso non aiutano. “<em>Sei troppo donna</em>” continuano a urlarmi tra una lezione e l’altra a scuola. Mi circondano se necessario, ma ho la mia compagna di banco a difendermi, per fortuna.</p>



<p>Il mio specchio non ha più la stessa forma. Sono io quello lì dentro e sogno di essere diverso.</p>



<p>“Fa’ l’uomo” urla il mio migliore amico quando il ragazzetto mi prende in giro per il fatto che amo ballare e andare a tempo di musica, fregandomene di chi ci sia intorno a me.</p>



<p>Il mio specchio non ha più la stessa forma. Sono io quello lì dentro, ma per gli altri non vado bene.</p>



<p>Io sono fortunato. Dopo anni di silenziosi soprusi, commenti difficili da ingoiare e sguardi di recondita rabbia, mi sono rialzato grazie alle forti mani di una famiglia che mi ama profondamente, un compagno che sa come accompagnarmi quotidianamente e degli amici che non hanno scelto di vedere chi io amassi, ma il vero me.</p>



<p>Il mio specchio, ricostruito milioni di volte, seppur con tutte le crepe, mi lascia amare questo me, che rinasce giornalmente e si alimenta di positività e forti vibrazioni.</p>



<p><strong>Il mio specchio è uno specchio fortunato.</strong></p>



<p>Marco ne aveva uno bellissimo, pieno di sogni, viaggi, una laurea in giurisprudenza, ma era omosessuale e questo non poteva proprio accettarlo; la testa si riempiva di pensieri, incubi, offese e di botto quella stessa testa gli ha ordinato di spingere la sedia su cui era spaventosamente eretto, con intorno al collo le sue più grandi paure ed un ultimo respiro, liberatorio. Il suo specchio si è rotto.</p>



<p>Anche Anthony combatteva, con i suoi soli 10 anni di vita e uno specchio in cui si riflettevano giochi e compagni di scuola. Ma sua madre non aveva capito che colpirlo non sarebbe stata la soluzione per eliminare quell’attrazione nei confronti di entrambi i sessi. Lei e il suo fidanzato pensavano che i colpi aiutassero a invertirlo, a sistemarlo, come una televisione rotta. Il suo specchio colorato si è rotto.</p>



<p>Angie ha impiegato anni a capire che il luogo in cui risiedeva non fosse quello più giusto. Da transessuale, voleva essere felice. Ma il suo uomo non aveva capito che il passaggio fosse fondamentale per Angie e ha deciso di rompere il suo specchio, quello per cui aveva tanto lavorato per decorarlo al meglio.</p>



<p>Dal 2004, noi con questi meravigliosi, unici e <strong>diversi</strong> specchi, abbiamo bisogno di una giornata internazionale contro omofobia, bifobia e transfobia per ricordare al mondo di essere umani.</p>



<p>E mentre Microsoft Word mi evidenzia queste tre parole, ancora, come errore, sottolineandole in rosso, voglio spingerti a riflettere.</p>



<p>Ognuno di noi ha uno specchio in casa.</p>



<p>Ognuno di noi ci si riflette per abbinare i propri vestiti all’umore del giorno.</p>



<p>Ognuno di noi lo usa per fare un selfie e postarlo e per ricevere almeno un like.</p>



<p>Ma ci sono specchi che deformano, spaventano, distolgono lo sguardo da ciò che è importante.</p>



<p>Ci sono specchi che non sono fissati bene al muro e tendono sempre più a cadere e distruggersi.</p>



<p>Noi dobbiamo <em>avvitare</em>, ovvero “portare vita”, seguire, accompagnare, fissare quei meravigliosi specchi al muro, assicurandoci che non cadano, non si incrinino, perché si tratta di persone, proprio come te.</p>



<p>L’omofobia in Italia non è un reato, ma è definita quale discriminazione, in termini generali; anche a livello normativo, per quanto l’assetto non lo permetta ancora, avrei bisogno di più sicurezze, perché anche io vorrei dare la mano al mio fidanzato, per strada, senza avere paura di ricevere commenti e/o occhiatacce. O peggio.</p>



<p>Marco, Anthony e Angie hanno lottato. Hanno trovato la forza per scegliere di morire.</p>



<p>Oggi e tutti i giorni dell’anno dovremmo tutti quanti, insieme, avere la forza di scegliere di essere persone per le persone.</p>



<p>Ma in questo utopico mondo in cui molti pensano che io abbia scelto di amare un uomo perché ho “provato una donna”, mi basterebbe sapere di essere considerato umano, proprio come te che leggi e che sei arrivato a queste ultime righe.</p>



<p>Io oggi voglio essere libero di specchiarmi. Fallo insieme a me.</p>
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		<title>La casa de Papel 4: la &#8220;rapina&#8221; del secolo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2020 16:05:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho aspettato un anno intero per rivedere una delle serie che amo di più. La “Casa de Papel” è stata trasmessa in questo 2020 iniziato in maniera traballante, dopo l’Australia in fiamme, una minacciosa terza guerra mondiale e soprattutto nel bel mezzo del Coronavirus. Ma parliamoci chiaro, siamo davvero soddisfatti di questa stagione? Io, no. Questo “Money Heist”- come lo chiamano a Londra- è diventato il Beautiful delle rapine del secolo o ancora, visto le scene di altruismo e buoni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ho aspettato un anno intero per rivedere una delle serie che amo di più.</p>



<p>La “Casa de Papel” è stata trasmessa in questo 2020 iniziato in maniera traballante, dopo l’Australia in fiamme, una minacciosa terza guerra mondiale e soprattutto nel bel mezzo del Coronavirus.</p>



<p>Ma parliamoci chiaro, siamo davvero soddisfatti di questa stagione? Io, no.</p>



<p>Questo “<em>Money Heist</em>”- come lo chiamano a Londra- è diventato il Beautiful delle rapine del secolo o ancora, visto le scene di altruismo e buoni sentimenti di questa nuova stagione, un misto tra “Carabinieri” e “Un posto al sole”. Del resto, se non avesse i capelli scuri, Tokyo potrebbe essere la nuova Alessia Marcuzzi e tra pochi anni la ritroveremo a presentare “Temptation Island Vip” perché, per come la conosciamo, le isole deserte le piacciono abbastanza.</p>



<p>Non fraintendetemi, la regia mi piace e la storia, dopo i primi cinque episodi e mezzo (su un totale di otto), ha preso piede, ma cerchiamo di essere razionali: dopo la Banca di Spagna, quale potrebbe essere il prossimo colpo? </p>



<p>Ma il più grande problema è: chi si è occupato della storia ha avuto la brillante idea di non farla terminare al meglio, quindi ci toccherà aspettare per sapere se usciranno da quelle maledette mura. E questa volta l&#8217;attesa durerà un anno e mezzo. No ma prego, fate pure.</p>



<p>La quarta stagione de “<em>La Casa de papel</em>” riesce ad avere stessa durata delle schiacciate di Nami Hayase durante ogni episodio di Mila e Shiro. La sensazione è sempre la stessa e a tutti noi verrebbe da scaraventare via il computer dalla frustrazione.</p>



<p>Differenti cambi scena, gli intrecci amorosi e le nuove amicizie. Questa nuova stagione si focalizza maggiormente su questi aspetti, scadendo alcune volte in una soap-opera messicana anni 70, a causa di quei testi che in spagnolo, italiano e inglese, le uniche lingue che conosco, sembrano essere scritte da un bambino che frequenta le elementari.</p>



<p>Il budget è molto cambiato da quando è stato fatto il salto di qualità. La prima stagione, che aveva come obiettivo una vera rapina, ha spiazzato tutti quanti in termini di qualità e si può dire che nessuno se lo sarebbe aspettato da una produzione spagnola. Ma quelle maschere di Dalì, ormai utilizzate molto meno, con l’aumento delle disponibilità economiche, hanno perso fascino e interesse.</p>



<p>La valutazione di questa stagione è un 50 e 50, dove 50 sono gli schiaffi che darei ad alcuni attori che, anziché migliorare, continuano imperterriti ad essere attori di Glee versione sottopagata; gli altri 50, sono invece dovuti alla suspense che ritrovo ogni qual volta, ringraziando il cielo, la storia incalza e diviene interessante. </p>



<p>Resistete per 5 episodi e gli ultimi tre ne varranno sicuramente la pena.</p>



<p>Per chi non ha ancora visto la serie, chiedo di fermarsi qui, perché lo SPOILER ALERT è divenuto più spaventoso dell’avviso di un nuovo discorso di Conte all’Italia. Ma se non lo avete ancora visto, c’è ancora il tempo di recuperare.</p>



<p>Per chi invece ha visto questa stagione tutta d’un fiato come me, magari non condividerà ciò che scriverò, fatevene una ragione oppure confrontiamoci liberamente e senza pietà.</p>



<p>L’apertura non è stata affatto una delle migliori.</p>



<p>La scena “faccio io – no dai, fallo tu” per decidere se Nairobi dovesse essere addormentata per essere operata, è stata davvero di basso livello. Non tanto per la scena in sé, che ricordava il tipico litigio tra amichetti per chi deve contare a nascondino, ma perché è stato un escamotage non rilevante con cui iniziare. Avrei preferito conoscere meglio l’unico personaggio degno di nota della stagione, che è riuscito, tra fascino e odio profondo a portare un po’ di brio a una iniziale calma piatta: Gandía, interpretato da José Manuel Poga. Non sono un esperto in materia, ma anche con la mia profonda miopia ho potuto constatare una elevata capacità interpretativa, certamente superiore a un Gabriel Garko in l’Onore e il Rispetto.</p>



<p>Se mi sentisse mia madre, potrebbe svenire.</p>



<p>Parliamo, però, dei personaggi principali nel loro complesso, valutando le loro caratteristiche come si scelgono i personaggi da utilizzare in Tekken alla Playstation 2:</p>



<p><strong>Il Professore:</strong> voto 2.5/5</p>



<p>Non ditemi che questo è il professore che abbiamo conosciuto. Alvaro Morte lo è di nome e di fatto. Il suo spingersi gli occhiali sul naso non è più lo stesso da quando è diventato un perfetto destinatario per “C’è posta per te”, perdendo la poca spina dorsale che aveva. Il momento del toro, scena girata davvero in maniera poco chiara e con Marsiglia che tenta di fare il simpatico, ha davvero abbassato il tono dell’episodio in questione. Per non parlare, poi, dei dieci secondi passati ad interpretare Rocky Balboa che tira ganci ad un sacco, ma sappiamo tutti che il Professore non ha alcuna ragione nel farlo, né tanto meno ha tempo da perdere mentre la squadra si trova in una situazione così pericolosa come la rapina. </p>



<p>Bisogna sicuramente riconoscergli il bellissimo rapporto che ha con tutti i suoi “studenti”, che sono passati da semplici cadetti ad amici; ma davvero mi volete dire che la scelta di accettare di aiutare Nairobi nell’avere un bambino, non vi avesse fatto intendere che di lì a poco sarebbe morta? Grazie a “<em>Gossip Girl</em>” ed “<em>How to get away with murder</em>” è tutto troppo facile. Dovreste guardare più serie TV adesso che ne avete il tempo. Magari imparate.</p>



<p><strong>Tokyo</strong>: voto 2/5 </p>



<p>No. Proprio no. Non ci siamo. Io non mi intendo di automobili, ma se questa è una Maserati, io resto tranquillamente con una Seat Ibiza del 2009. Ora, sappiamo tutti che l’utilità di Tokyo in questa serie televisiva è pari a quella di Mario, l’addetto alla consegna delle buste del Grande Fratello. Fondamentale, ma potrebbe sicuramente farlo qualcun altro. Ricordo una Tokyo eccelsa nella prima stagione, in sella ad una motocicletta, in una scena da Matrix, inspiegabile e meravigliosa, che adesso si è trasformata in un impedimento per il gruppo. </p>



<p>Dalla storia con Rio al suo carattere eccessivo, ha solo portato problemi. Per non parlare delle sue capacità interpretative che precisamente passano dal sentimento di sfida, al pianto e si concludono nel dispiacere e si ripetono in quest&#8217;ordine, continuamente, per circa tre quarti di ogni stagione. Riguarderei altre 1000 volte la scena in cui è arrabbiata con il professore; in spagnolo è davvero, come dire&#8230; divertente! (non ho altre parole per descriverla) Ho apprezzato che sia diventata comandante e la decisione dietro, ma chi poteva esserci al suo posto? Chiunque, anche io. Da casa. Del resto, non è fondamentale ormai dalla prima stagione. Inoltre, per la maggior parte degli episodi è stata legata in una stanza nascosta ma, per quanto mi riguarda, ci hanno fatto un piacere a non mostrarla troppo.</p>



<p><strong>Nairobi</strong>: voto 4.5/5 </p>



<p>Mi chiedo chi rimarrà in questa serie se mi uccidete pian piano gli unici capaci a recitare. Un personaggio costruito alla perfezione che Alba Flores ha interpretato in maniera eccelsa fin dall’inizio. Siamo passati da una ragazza in cerca di riscatto a un complicato mix di durezza e umanità che abbiamo tutti amato – e sfido chiunque a dire il contrario. Non raggiunge i 5 punti perché la sua morte era scontata già dal secondo episodio, perché la promessa di Gandía era chiara e la scena in cui interpreta Clara, la cugina di Haidi, abbinata al nome Ibiza- pensato per il suo bambino- hanno davvero dato un taglio incomprensibile. Nel frattempo, sto decidendo se Milano Marittima possa essere un nome adeguato per il mio, di figlio.</p>



<p><strong>Arturito</strong>: voto 1/5</p>



<p>Davvero dobbiamo parlarne? Recitazione tremenda fin dalla prima stagione. Personaggio viscido e che già precedentemente, con la sua plateale entrata nel luogo della rapina, ha davvero sottolineato la sua estrema inutilità. Per non parlare poi del bisogno della serie di toccare tematiche sociali importanti obbligatoriamente, che ha finito per affidargli la peggiore di tutte: l’abuso su una donna. Sconvolgente. Scelta stilistica orrenda.</p>



<p><strong>Stoccolma</strong>: voto 2.5/5 </p>



<p>Se non la si vede nella scena, la si dimentica molto (troppo) facilmente. È la Fiat 600 della stagione, sempre comparata a Tokyo e che a quanto pare, sostituirà Nairobi, un&#8217;assurdità. Ora, io la vedo come la psicologa del Cioè nel 1997, che rispondeva alle ragazzine spaventate, che pensavano di essere rimaste incinta con il solo tocco della mano del proprio fidanzatino. Del resto lo sappiamo tutti che Rio è l’unica ragazzina in questa serie. Per descrivere al meglio Monica, dovrei riguardare la stagione altre 5 o 6 volte, perché difficilmente mi ricordo di lei.</p>



<p><strong>Rio</strong>: voto 1/5</p>



<p>Alla stregua di Arturito, il personaggio belloccio comincia a sparire come in tutte le serie che fa. Da Elite a La casa de Papel, perde piano piano importanza, perché la recitazione non è il suo forte e rimane di un livello molto basso. Sarebbe il perfetto concorrente per il Grande Fratello Vip, ma Antonella Elia lo farebbe fuori nel giro di qualche minuto. Se non fosse per gli altri personaggi, avrebbe davvero poca importanza. Per non parlare, nuovamente, del fatto che è colpa sua se Gandía è libero e Nairobi è morta.</p>



<p><strong>Denver</strong>: voto 4 su 5</p>



<p>Non è in primissima fila in questa stagione, ma un personaggio studiato correttamente. Jaime Lorente risulta perfetto per interpretare Denver. Certo, anche lui esprime poche emozioni, spesso lo strafottente e l’arrabbiato fanno capolino, ma la crescita del personaggio e della recitazione è davvero notevole. Le scene che non ho amato particolarmente sono state quella del cuore d’oro costruito per la bionda riccia… come si chiama? Ah si Stoccolma. E la scena in cui sembra essere attirato da sua cugina (di primo grado) è stata una scelta stilistica poco carina.</p>



<p><strong>Helsinki</strong>: voto 4.5 su 5</p>



<p>Un orsacchiotto che sa essere versatile nella recitazione e che rende il suo personaggio vivo in ogni scena. Divertente e tenero, impossibile non amarlo. L’amore per un’amica come Nairobi sembra essere vero e nelle lacrime dopo la morte della ragazza, sembra percepirsi questo dolore immenso e profondo. Ho amato ogni scena, ogni scatto, ogni immagine che lo ritraesse; è uno di quei personaggi che partono in sordina e riescono a rimanere nella testa di chi guarda e sa apprezzare.</p>



<p><strong>Palermo</strong>: voto 5 su 5</p>



<p>Fenomenale. Irriverente. Fuori luogo. Stravolgente. Antipatico. Sensibile. Un’irresistibile voglia di sapere che cosa sta per dire nasce in chiunque veda questa serie TV. Dà quasi fastidio la sua presenza e ci si innervosisce al suono della sua voce, ma l’interpretazione pazzesca di Rodrigo de la Serna misto al nuovo lato sensibile mostrato nella scena omosessuale con Berlino e l’amicizia consolidata con Helsinki, la reputo per pochi. Il suo sguardo fa paura e mostra quel lato difficile del suo carattere, ma che lo tiene legato al professore, non solo per fiducia, ma anche, e soprattutto, per l’amore per Berlino.</p>



<p><strong>Berlino</strong>: voto 5 su 5</p>



<p>Dopo un rapidissimo calo, questa stagione mostra nuovamente un Berlino sadico ma innamorato della vittoria e della fiducia nelle persone che profondamente ama, anche se non lo ammetterebbe mai. “<em>Il vero caos non fa rumore</em>” ed è così che si è fatto conoscere, in silenzio, ma con la nitida idea di raggiungere il risultato, pur sapendo che non avrebbe potuto godere dei frutti “intascati”. Converrete sicuramente con me che la scena con la macabra interpretazione tozziana di “Ti amo” possa essere definita l&#8217;apice del trash, degna di una trasmissione della Barbarella nazionale o dei “nuovi mostri” di Striscia la Notizia; reputo incalcolabile, perciò, quest’ultima nella valutazione del personaggio.</p>



<p><strong>Lisbona, Bogotà, Marsiglia e Manila</strong>: voto 2 su 5</p>



<p>Utili a fare da collante. Inutili nell’aumento dell’interesse nella stagione. Fatemi un fischio quando cominceranno a fare qualcosa di serio.</p>



<p><strong>Alicia Sierra</strong>: voto 5 su 5</p>



<p>Già amata in Vis a Vis, la brutta copia di <em>Orange is the new Black</em>, Najwa Nimri conferma le sue capacità interpretative, passando da serie in serie da vittima a carnefice, ma con eleganza e profonda stravaganza. Fuori dal comune la sua interpretazione, capace di farsi odiare inizialmente, per poi farsi apprezzare in toto al finale. Eccelsa!</p>



<p><strong>Gandia</strong>: voto 4 su 5</p>



<p>Da dove sia uscito è ancora poco chiaro, ma grazie al cielo ha portato una ventata di vero testosterone, misto a quello sguardo bastardo alla Sossio Aruta. Poco chiara la sua paura nel finale mentre ripete ciò che gli viene chiesto di dire da Tokyo e soprattutto la capacità di evitare i colpi di pistola e mitragliatrice, ma risulta un personaggio complesso, che avrei voluto vedere anche più avanti, perché ad oggi non si sa cosa aspettarci e se le prospettive sono queste, penso che inizierei a guardare “Sentieri”: Riva era più credibile.</p>



<p>Facendo un riassunto breve: questa serie ha deluso le aspettative di uno spettatore seriale e non si può dire che sia la migliore stagione mai girata. Non immagino la delusione di chi abbia speso tempo e denaro in corsi di recitazione e sia costretto a stare a casa, magari senza un lavoro. </p>



<p>Tra tematiche che si sarebbero dovute evitare, perché sfruttate solo per richiamare l’attenzione di categorie specifiche di essere umani, questa serie ha letteralmente rubato l’attenzione di chi non riesce a vedere oltre la storia costruita con superficialità. Inoltre, ha anche rubato con forza e poco rispetto “Centro di gravità permanente” di Franco Battiato e questo, cari lettori… è inammissibile.</p>



<p><strong>Voto complessivo: 1.5 su 5. </strong></p>



<p><strong>Rimandato a settembre&#8230; 2021</strong>.</p>
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		<title>Il viaggio dentro di noi. Gli insegnamenti del Piccolo principe per superare la quarantena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2020 12:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LIBRI]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[bambino]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[piccolo principe]]></category>
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		<category><![CDATA[volpe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mio libro preferito compie 77 anni. È straordinario come ancora oggi “Il Piccolo Principe”, ogni qual volta lo rilegga cambi forma, si trasformi radicalmente e io riesca a cogliere dei dettagli sempre nuovi, dettagli che- sono certo- non ci fossero prima. Sono anche certo che non si tratti del fatto che ne posseggo una copia in lingue ed edizioni differenti. Antoine de Saint-Exupéry, con l’intento di scrivere una storia per bambini, ha scritto una storia per grandi che vorrebbero [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il mio libro preferito compie 77 anni.</p>



<p>È straordinario come ancora oggi “Il Piccolo Principe”, ogni qual volta lo rilegga cambi forma, si trasformi radicalmente e io riesca a cogliere dei dettagli sempre nuovi, dettagli che- sono certo- non ci fossero prima. Sono anche certo che non si tratti del fatto che ne posseggo una copia in lingue ed edizioni differenti.</p>



<p>Antoine de Saint-Exupéry, con l’intento di scrivere una storia per bambini, ha scritto una storia per grandi che vorrebbero tornare bambini e che spesso dimenticano ciò che è fondamentale nella vita.</p>



<p>Ciò che fa pensare, è proprio come questo breve libro riesca a toccare il cuore di grandi e piccini, attraverso incontri straordinari, oserei dire di un altro pianeta.</p>



<p>Ho letto “Il Piccolo Principe” per la prima volta all’età di 12 anni e ricordo di aver capito ben poco di questo ragazzino biondo e della sua rosa. Da uomo, ogni pagina ha un sapore diverso.</p>



<p>La storia inizia con il dialogo tra un ragazzino dalla chioma incolta- principe dell’asteroide B-612- e un aviatore che si è perso nel deserto del Sahara. Il bambino sembra spaesato, ma apre la conversazione con una domanda molto particolare: “Mi disegni una pecora?”. Ma il principe aveva una ragione per porre quella domanda: doveva difendere la sua amata rosa.</p>



<p>La rosa, descritta come vanitosa, è ciò che più somiglia a un’amica per il bambino, poiché è ciò di cui ama prendersi cura. Le pecore aiutano a mangiare i semi di baobab, che sono l’unica minaccia all’incolumità della rosa sul piccolo pianeta del principe. Ma pensiamoci: chi non ha, sul proprio “pianeta”, un baobab minaccioso, simbolo di un limite che non riusciamo a superare? Spesso non siamo capaci di prenderci cura del nostro giardino e non ci impegniamo abbastanza per renderlo bello come lo vorremmo.</p>



<p>Il piccolo principe, però, si impegna. Parte, quindi, alla ricerca della conoscenza e del senso della vita durante la quale incontrerà svariati personaggi: un Re ormai rimasto solo ma che vuole ancora comandare i suoi assenti sudditi, un ubriacone con la voglia di dimenticare il suo passato, un vanitoso dalle manie di protagonismo; ma sono la volpe, il serpente e l’aviatore ad aver peso maggiore in questo viaggio così lungo.</p>



<p>L’aviatore diviene il primo mezzo di ascolto. Un curioso personaggio, adulto, che cerca di aiutare il Piccolo Principe a capire il senso della vita e a tramutare gli incontri fatti in forza, da riutilizzare sul suo pianeta per renderlo perfetto.</p>



<p>La volpe, invece, è il simbolo chiave di questa storia; la incontra sulla terra, in un momento in cui il Piccolo Principe ha bisogno di condividere, parlare e addomesticare. Ma che significa addomesticare?</p>



<p>La Volpe parla di creare dei legami, avendo una inspiegabile voglia di costruire un rapporto che vada al di là delle convenzioni e della diversità. Il Piccolo Principe chiede semplicemente di giocare con lei, ma è spiazzato dal modo in cui la stessa Volpe risponde, perché non addomesticata.</p>



<p>“Se tu mi addomestichi, avremo bisogno l’un dell’altro” dice la Volpe, sperando che il Piccolo Principe possa impegnarsi nel farlo. Il protagonista accetta di buon grado e l’animale spiega quanto tempo ci voglia per creare un legame ed avvicinarsi sempre più.</p>



<p>E chi di noi non è stato felice, almeno una volta nella propria vita, di aspettare.</p>



<p>“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice.&nbsp;Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi.”</p>



<p>Io mi inquieto ogni volta che una persona importante promette di esserci sempre per me; mi agito, perché quel momento vissuto sarà pieno di ciò di cui ho bisogno, senza giudizio e senza barriere, pieno di gioia e voglia di condividere tempo ed emozioni.</p>



<p>Questo incontro così particolare, con uno degli animali considerati più furbi, resta passaggio obbligato non solo nella vita del principe, ogni qual volta si legge questo testo, ma in ognuno di noi, in ogni incontro che rendiamo fondamentale e in cui riponiamo tutte le forze per accudire ed addomesticare chi ci sta accanto.</p>



<p>Il distacco, però, sembra essere fondamentale anche nel rapporto Volpe-Principe, perché il ricordo è ciò che aiuterà entrambi ad essere l’uno vicino all’altro. E del resto il Principe doveva tornare a casa perché “è il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante. Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di tutto quello che hai addomesticato, tu sei responsabile della tua rosa”</p>



<p>Siamo responsabili dei rapporti, degli incontri, degli scambi. Forse in questo periodo così difficile, il Piccolo Principe potrebbe diventare mantra per la nostra anima, insegnarci a capire che in un attimo qualcuno o qualcosa potrebbe toglierci ciò che più amiamo, senza darci il tempo di godere a fondo di quel legame. Questa quarantena ci ricorda quanto le nostre rose siano importanti e quanto le nostri Volpi abbiano bisogno di noi.</p>



<p>Il Piccolo Principe, nel suo ultimo incontro, parla con un serpente per chiedergli aiuto per tornare a casa, perché questo animale ha il dono di portare le persone lontano. Il Piccolo Principe, come Eva nell’Eden, è ammaliato dalle parole del serpente e dalla sua sinuosità e decide di fidarsi.</p>



<p>Non vi dirò come termina l’incontro che chiude questo capolavoro per bambini e grandi. Se lo leggerete, vi sfido a non innamorarvi delle parole e delle emozioni espresse con semplicità e di un personaggio in cui è impossibile non ritrovarsi, almeno un po’.</p>



<p>In questa quarantena, spendiamo il nostro tempo a cercarci. Prendiamo questo testo, cerchiamolo sul web se necessario e immaginiamo di viaggiare, saltando da un mondo all’altro, attraverso quegli areoplanini di carta che amavamo costruire da bambini e con quella curiosità che muove i nostri interessi. Torniamo bambini per qualche ora e scopriamo come possiamo essere grandi.</p>



<p>E ricorda, caro lettore: “Gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare con il cuore.”</p>
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		<title>Nessuno si salva da solo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2020 20:54:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[papafrancesco]]></category>
		<category><![CDATA[urbietorbi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viviamo la storia ogni giorno. Accendiamo la televisione e tra programmi trash e buste aperte che verranno velocemente dimenticate nel tempo, in specifici intervalli, abbiamo modo di vivere ciò che, si spera, il Sussidiario dei nostri figli (se esisterà) avrà tra le pagine di storia. Non sono mai arrivato alla storia contemporanea durante i miei anni di studio, ma della giornata di ieri ricorderò tutto. Immagino un libro aperto con la foto di una Roma in cui risuonano solamente le [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Viviamo la storia ogni giorno. Accendiamo la televisione e tra programmi trash e buste aperte che verranno velocemente dimenticate nel tempo, in specifici intervalli, abbiamo modo di vivere ciò che, si spera, il Sussidiario dei nostri figli (se esisterà) avrà tra le pagine di storia.</p>



<p>Non sono mai arrivato alla storia contemporanea durante i miei anni di studio, ma della giornata di ieri ricorderò tutto. Immagino un libro aperto con la foto di una Roma in cui risuonano solamente le sirene della polizia e di un anziano signore, che tra l’affanno e la pioggerella, si fa spazio in una piazza completamente deserta. Una di quelle piazze che Studio Aperto riutilizza ogni estate per far vedere gli anziani signori in difficoltà per via del troppo caldo; una di quelle piazze in cui la storia, in capitoli difficili e belli, si è costruita.</p>



<p>Sono un ragazzo che, nelle sue contraddizioni, ancora sente di avere un legame con i “piani alti”, ma l’incontro che ieri ci ha fornito il Pontefice Francesco ha sbalordito non solo i fedeli, perché a parlare, prima ancora di una figura di spicco della Chiesa moderna, c’era un uomo affaticato dall’età ma con la voglia di dimostrare che, al di là di tutto, siamo compagni di vita in questo capitolo dal brutto titolo COVID-19.</p>



<p>Sono a Londra, a tanti chilometri da casa, ma venerdi 27 marzo 2020 ero a Piazza San Pietro. Ripenso a quelle volte che obbligatoriamente mi trovavo a passare di fronte l’imponente palazzo, abbracciato dalle idee di Bernini e dalla maestosità di una istituzione ormai poco chiara con il resto del mondo; ripenso a quelle volte in cui, in fila per entrare, ho cercato, ancora prima di vederla, “la pietà” di una persona nel concedermi una goccio d’acqua sotto il sole cocente dell’estate romana (studio aperto non ha poi così torto); ricordo quanto mi piaceva passare di notte su Via della Conciliazione per vedere le luci della Basilica; rivivo tutto questo e dalla sedia della mia piccolissima stanza inglese, mi catapulto tra le parole del Papa del cambiamento.</p>



<p>Un inizio in sordina quello dell’appuntamento di ieri, tra parole poco chiare dovute al respiro veloce di chi ha un solo polmone, ma che non ha paura di mostrarsi per ciò che è, rischiando salute e contestazioni, ma pur sempre mosso dalla irrefrenabile voglia di seguire i propri ideali/il proprio cuore.</p>



<p>“<em>Perché avete paura?</em>” ripete in maniera costante, riprendendo il Vangelo letto, ma Francesco, perché non dovremmo averne? Il contagio della paura è ancor più forte del virus stesso.</p>



<p>E di botto, prima che ognuno possa dare la risposta ovvia che si dà agli incontri di catechismo, per chi ne ha fatti (ovvero “Gesù”), l’anziano signore in bianco, ci sussurra che “<em>nessuno si salva da solo […] siamo una cosa sola</em>”. E perdonatemi se nella mente ha iniziato a risuonare il mitico Lucio con le parole della bellissima “La sera dei miracoli”, perché per quel signore col leggio &lt;&lt;<em>la gente corre nelle piazze per andare a vedere</em>>>.</p>



<p>Indipendentemente da ciò in cui crediamo, Papa Francesco ci ha regalato un momento di unione, fraternità e speranza, in una barca piena di gente, ma che oggi dobbiamo far attraccare in ogni porto, ma soprattutto su cui “<em>siamo chiamati a remare insieme</em>”, perché nel peggio, possiamo rimanere “<em>sani in un mondo malato</em>”.</p>



<p>Con il vento contro e la difficoltà di un uomo di 83 anni, vittima perfetta per un silenzioso male come questo, Papa Francesco, con la Benedizione Urbi et Orbi, nuovamente, per la millesima volta, scrive la storia del mondo.</p>



<p>Sarò un inguaribile romantico, ma veder scardinare alcuni pesanti mattoncini dell’istituzione più antica di sempre, mi fa sentire meno inadatto in questo mondo, ma soprattutto meno sbagliato. Questo Pontefice, nel suo piccolo, in quanto unica persona, ci ha sempre provato.</p>



<p>Siamo peccatori, ma siamo uomini. In quanto tali, dobbiamo essere uniti.</p>



<p>Francesco ci consiglia di lasciare da parte il nostro senso di onnipotenza, quello di chi si innalza a giudice universale, per fare spazio alla creatività, quella che ci riesce a far rimanere vicini, pur essendo in case diverse.</p>



<p>E tra mille messaggi di benedizione ricevuti da mia madre e dalle signore che ho tra le amiche di Facebook, sorrido pensando a quanto tutti noi, rimanendo a casa, stiamo facendo del bene all’altro.</p>



<p>Io lo ammiro quell’uomo con la papalina bianca in testa, perché il venerdì sera preferisco un plaid ed una serie Netflix ad un discorso lungo 20 minuti, in una giornata nuvolosa al crepuscolo.</p>



<p>Ma ci è stato chiesto di vivere proprio sotto quel plaid per più venerdì, per salvare sé stessi e difendere gli altri.</p>



<p>La prova costume non sarà perfetta, ma sicuramente ci guarderemo con occhi nuovi…e chissà, forse ci vorremo più bene di prima.</p>
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		<title>Biglietto aereo per i sogni: sola andata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 06:29:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci stiamo tutti abituando al cambiamento. Ora più che mai viviamo modificando ogni cosa, dalla pelle, ai vestiti, alle più intrinseche abitudini.Ma chi non ha mai pensato di cambiare la propria vita? Indipendentemente dal cammino intrapreso, è facile sognare, desiderare di viaggiare, ricominciare ed evitare i problemi che ci affliggono. C’è chi parte per necessità e chi, invece, va via per sognare.Due realtà completamente differenti, un unico obiettivo: andare.Ma sognare non è anch’essa una necessità per la propria vita? Seguire [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Ci stiamo tutti abituando al cambiamento. Ora più che mai viviamo modificando ogni cosa, dalla pelle, ai vestiti, alle più intrinseche abitudini.<br>Ma chi non ha mai pensato di cambiare la propria vita? <br>Indipendentemente dal cammino intrapreso, è facile sognare, desiderare di viaggiare, ricominciare ed evitare i problemi che ci affliggono. <br>C’è chi parte per necessità e chi, invece, va via per sognare.<br>Due realtà completamente differenti, un unico obiettivo: andare.<br>Ma sognare non è anch’essa una necessità per la propria vita? Seguire le proprie passioni, il moto che attiva i nostri desideri, è ciò che non può, e non deve mancare. <br><br>Lo stivale vive ormai da moltissimi anni un continuo esodo, mostrando un aumento costante del numero di giovani, studenti e lavoratori che lasciano le proprie case per scoprire il mondo e realizzare i propri sogni.<br>E questo esodo non porta solo alla statua della Madonnina sul Duomo di Milano, spesso arriva alla Tour Eiffel, al castello di Schönbrunn, o addirittura oltreoceano, in posti così lontani che è difficile ricordare anche la differenza di fuso orario.</p>



<p>Cosi inizia la storia di molti ragazzi. Tra questi, <strong>Marco Cariola</strong>, 25 anni, pugliese, più precisamente di Monopoli, che tra imprevisti e probabilità, ha dovuto farsi spazio in una realtà che aveva inscatolato i suoi sogni, bloccando sempre più le sue radici, tarpandogli in qualche modo le ali e rendendolo, infine, immobile. Questo è ciò che questo giovane graphic-designer, dopo sei anni di esperienza in un’azienda del meridione, ha vissuto prima di sradicarsi completamente dalla sua terra, acquistare un biglietto aereo e lasciarsi il passato alle spalle: un passato che ancora oggi lo perseguita, ma a cui si rivolge con estremo rispetto. Fermata London Stansted, in un freddo ottobre, con mille valigie, qualche euro ancora da cambiare in sterline in tasca e sogni che ancora non avevano forma. Il giovane pugliese descrive il suo arrivo come un atterraggio fortunato, perché essendo ormai autonomo, ha dovuto accontentarsi di alcuni lavoretti che lo aiutassero anche a migliorare la lingua inglese e le sue skills di comunicazione. Nel giro di alcuni mesi, è passato dalle corsie di un negozio, alla scrivania di un’agenzia immobiliare, fino al desk di una reception di un hotel. Ma ciò che ha cambiato tutto è stata la costanza, la caparbietà e la voglia di non rimanere aggrappato all’incerto. La voglia di seguire i propri sogni è stata troppo forte. Dopo notti insonni e passate a modificare il proprio curriculum nella maniera più adeguata, Marco riesce a trovare un nuovo lavoro, quello che desiderava da tanto e che può ripagarlo dei suoi sacrifici, pieni di esperienza, che alcune volte ha valenza maggiore rispetto ad un riconoscimento istituzionale scritto: Marketing and Communication coordinator. Il tutto nella catena di ristoranti “IT”, gestiti dallo chef Adriano Rausa e supervisionati dallo chef stellato Gennaro Esposito.</p>



<p>&nbsp;“<em>Avevo perso la speranza, ma ogni passione ha bisogno di essere alimentata e tra alti e bassi, voglia di lasciare tutto e determinazione, alla fine, ho iniziato il percorso che stavo cercando</em>”, condivide Marco con una risata ed un sospiro speranzoso.</p>



<p>Marco non era da solo su quell’aereo diretto al futuro, ma
numericamente possiamo facilmente dire che non era tantomeno l’unico aereo, in
un cielo che ci distanzia ore, ma che ci permette di guadagnare il giusto tempo,
da spendere poi, in ciò che si ama e per cui si voglia vivere. </p>



<p><strong>Vivere per lavorare o lavorare per vivere? I ragazzi, oggi, quando hanno coraggio, vivono per sognare.</strong><br>Quell’esodo di cui si parla, però, è spesso una tappa di passaggio, perché il ritorno a casa lo si organizza il più delle volte con largo anticipo, per non sentirsi poi così lontani. </p>



<p>C’è anche chi è riuscito, nel tempo, a rendere la propria casa, la propria terra, i giusti luoghi dove seminare i propri desideri e raccogliere i propri sogni.<br>Un esempio su tutti? <strong>Dario Brunori</strong>. Dalla periferia cosentina, mosso dalla sua passione e dalla sua determinazione, è riuscito, con tanti sacrifici, a scardinare un sistema che non è così sviluppato nelle regioni meridionali, trovando in esse il giusto luogo per esprimere la vena compositiva, rendendola arte.</p>



<p>Dario ha spesso parlato di fortuna, negli incontri avuti e nel poter colmare la distanza nord-sud attraverso il suo manager, ma sappiamo tutti che “capita così” solo perché il messaggio di speranza che questo uomo riesce a farci pensare, è così forte dai tempi di “guardia ‘82”. </p>



<p>Milano, centro focale musicale, diviene in tal caso l’acqua necessaria per coltivare, in Calabria, la scrittura e la composizione artistica.<br>Partire, perciò, diviene una via di mezzo tra la possibilità di inseguire ciò che si ama e la giusta scusa per scappare da ciò che non si riesce a cambiare. <br>La passione, in tal maniera, diviene elemento certamente fondamentale, ma che senza determinazione e sacrificio, non riesce a tradursi in concretezza e risultato. </p>



<p>Infine, c’è anche chi si accorge della necessità di cambiare, con estremo ritardo, iniziando un percorso, per poi repentinamente ri-cambiare strada, perché seguire sé stessi diviene più importante che essere infelici. C’è chi si butta dalla giurisprudenza al marketing, chi dalla giurisprudenza si accontenta di un lavoro completamente differente dai propri studi pur di guadagnare qualcosa, c’è chi si accontenta di arrivare a fine mese ma in una città diversa da quella in cui è nato, perché “troppo stretta”. Ognuno ha le sue motivazioni, ognuno ha le sue paure, ma non esiste soluzione diversa dal “rischiare”, attraverso sforzi e voglia di riuscire.</p>



<p>Antoine de Sainte-Exupery diceva: “<em>Se vuoi&nbsp;costruire&nbsp;una&nbsp;nave, non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a&nbsp;raccogliere&nbsp;la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i&nbsp;compiti, non&nbsp;organizzare&nbsp;il&nbsp;lavoro. Ma invece prima risveglia negli&nbsp;uomini la nostalgia del&nbsp;mare&nbsp;lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al&nbsp;lavoro per&nbsp;costruire&nbsp;la&nbsp;nave</em>”; siamo sicuri di aver abbastanza sete per il nostro desiderio?</p>
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		<title>Cyberbullismo 1/2: chi è la vittima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Feb 2020 10:28:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo a ormai vent’anni dall’inizio del nuovo millennio e se decidessimo di voltarci per guardare il percorso effettuato, ci sentiremmo a disagio nel non trovare il cursore di Google Maps ad indicarci il percorso più breve per raggiungere la nostra destinazione. Ed è così che la realtà di ogni giorno ha cambiato veste, passando da un normale modo di vivere ad una irrefrenabile voglia di inserire la tecnologia nelle nostre vite, finanche nelle nostre relazioni. Il web fruisce informazioni, nozioni, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Siamo a ormai vent’anni dall’inizio del nuovo millennio e se decidessimo di voltarci per guardare il percorso effettuato, ci sentiremmo a disagio nel non trovare il cursore di Google Maps ad indicarci il percorso più breve per raggiungere la nostra destinazione. Ed è così che la realtà di ogni giorno ha cambiato veste, passando da un normale modo di vivere ad una irrefrenabile voglia di inserire la tecnologia nelle nostre vite, finanche nelle nostre relazioni. </p>



<p>Il web fruisce informazioni, nozioni, definizioni, ma interrompe la vera comunicazione e riduce la possibilità di filtrare le intenzioni che albergano nella mente dell’utilizzatore stesso. Lo schermo diviene il “nuovo” viso dell’interlocutore e le lettere della tastiera il nostro nuovo modo di parlare, così da rendere immune l’user a critiche o a sentimenti che possano mostrare la propria insicurezza. Ogni sentimento o intenzione viene bypassato attraverso un led, che non permette l’analisi corretta della persona che si connette dall’altra parte. </p>



<p>Se la chiamata vocale permette l’analisi della voce e uno studio abbastanza corretto degli intenti, pur mancando il senso della vista, il <em>cyberspace</em> crea un muro relazionale che fa passare inosservate le emozioni di chi sta parlando. Se da un lato ci si riesce a connettere in maniera molto veloce, il senso di legame perde peso e l’opinione, negativa o positiva, prende piede con una forza interpretativa nettamente maggiore.</p>



<p>Questo può accadere. Ogni azione, effettuata per mezzo di un tool come questo, può determinare delle gravi e irreparabili azioni, con delle conseguenze ancor più difficili da superare. Nasce così quella forma di violenza che ad oggi chiamiamo cyberbullismo, una piaga creatasi in un misto di insicurezze e false certezze. Non importa chi sia la vittima o il carnefice; sicuramente, in entrambi i casi, la strada, sarà difficile da affrontare.</p>



<p>Essere vittime di bullismo, giornalmente a scuola, è qualcosa che nel suo essere riprovevole, trova una minima sicurezza, se esplicata nel migliore dei modi, nelle figure dei docenti, i quali dovrebbero tentare, insieme ai genitori ed all’aiuto di specialisti, di riportare la situazione ad una calma almeno apparente. Ma con il cyberbullismo, materia in cui i limiti sono nebulosi, non esiste genitore o docente pronto a mettersi in difesa della vittima.</p>



<p>“Adesso mi vedo così”.
Questo è ciò che ci si ripete, riportando e rendendo reali le parole che
vengono scritte su un social e che poi vengono rese pubbliche, per mero
divertimento personale o forse per una voglia di apparire che riesce solo al di
là di una tastiera. Il leone da tastiera, per l’appunto, si inorgoglisce,
facendo delle critiche nei confronti dell’altro, dimenticandosi dell’accaduto in
meno tempo di quanto ci si possa immaginare. L’iter segue degli step precisi:
nasce una fiducia nei confronti dell’altro dovuta a quella stessa mancanza di
connessione fisica suddetta; ci si dimentica dei limiti e ci si lascia ingoiare
dalla morsa di chi attacca; infine, arriva quel momento in cui si deve
scegliere se riprendere le redini della propria vita o lasciarsi andare.</p>



<p>La vittima, purtroppo
però, non dimentica. </p>



<p>Ogni limite viene visto
con l’occhio sbagliato da chi ha solo voglia di far soffrire e non percepisce realmente
la voglia di vivere che risiede nell’altro. Non importa che tu sia di un colore
differente, di un’altra nazione, se dovessi essere portatore di handicap,
omosessuale o di una religione sconosciuta: ci si sente feriti; ed in quanto
tale, si tenta di risalire su e sentirsi accettato, per ciò che si è o se non
ne se ne ha il coraggio, mentendo su chi realmente si sarebbe voluto essere. </p>



<p>Il 53% della giovane
popolazione italiana, oggi, dai 15 ai 24 anni, è stata affetta, almeno una
volta, da cyberbullismo. In quel 53% si possono trovare amici, fratelli,
sorelle, fidanzati, conoscenti, ma nessuno di voi/noi, alcune volte, riesce ad
accorgersi di quanto si nascondano bene i sentimenti negativi, che alcune
volte, casi alla mano, hanno portato a conseguenze definitive, senza che una
vera e propria scelta potesse essere effettuata.</p>



<p>“Non auguro a nessuno di
essere vittime. Non auguro a nessuno di guardarsi allo specchio e pensare che
sarebbe meglio sparire dalla faccia della terra. Non auguro a nessuno il non
riuscire a dormire per settimane, ma soprattutto non auguro a nessuno di avere
il coraggio di essere il carceriere, colui che di quelle sbarre ne fa arma per
difendersi dai mulini a vento. Sono un ragazzo omosessuale di 28 anni che ha
vissuto nella paura dell’altro per troppo tempo. La vita mi ha donato tanto:
una famiglia che mi ama, degli amici che gioiscono della mia presenza, un
compagno che mi guarda con gli stessi occhi dal primo giorno. Ma quella stessa
vita l’ho dovuta conquistare prima ancora che mi venisse chiesto il permesso di
utilizzarla in modo diverso, spinto dalle battute sui social, dalle mie foto
inviate senza il mio permesso o dalla condivisone della mia vita con
destinatari incorretti. Ho sofferto. Pensato anche di non avere abbastanza per
godere del diritto a questa vita. Ma sono qui, aiutato per tanto tempo, ma
soprattutto, in tempo per vivere”.</p>



<p>Sono parole che condivido
ancora con difficoltà, ma con la voglia di ricordare a chi si trova nella
stessa situazione, che esiste una soluzione:</p>



<p>-la famiglia: il più
vicino mezzo di difesa in queste situazioni cosi difficili. La condivisione,
secondo alcuni studi, è il primo passo per una ripresa personale;</p>



<p>-consultazione
psicologica: lo psicologo è il giusto professionista che può aiutarvi a fare un
passo avanti nel vostro cammino di superamento di una situazione così difficile;</p>



<p>&#8211; la denuncia: le forze
dell’ordine hanno le giuste competenze per accompagnarvi in questo iter di
ingiustizie dal punto di vista legale;</p>



<p>-le associazioni di
riferimento: utilizzate nuovamente quel web per ricercare la vostra
tranquillità ed il vostro sostegno in chi come voi ha vissuto la stessa
situazione;</p>



<p>Non si nasce sbagliati,
ma si nasce giusti per se stessi. E’ ciò che conta.</p>
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		<title>GAIA: la felicita&#8217; dell&#8217;arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2020 11:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non so se vi siate mai soffermati ad ammirare ciò che vi circonda. Tante volte non riusciamo ad alzare lo sguardo dal nostro smartphone, dalla nostra fretta, dal fissare le punte dei nostri piedi e ci perdiamo le grandi bellezze in cui potremmo regolarmente imbatterci, se solo facessimo un po’ di attenzione. Così nasce questo incontro con GAIA, una nuova ed elegante realtà cosentina, risultato di un vento di cambiamento che questa città in crescita dovrebbe sempre più abbracciare fortemente. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Non so se vi siate mai soffermati ad ammirare ciò che vi circonda. Tante volte non riusciamo ad alzare lo sguardo dal nostro smartphone, dalla nostra fretta, dal fissare le punte dei nostri piedi e ci perdiamo le grandi bellezze in cui potremmo regolarmente imbatterci, se solo facessimo un po’ di attenzione. Così nasce questo incontro con GAIA, una nuova ed elegante realtà cosentina, risultato di un vento di cambiamento che questa città in crescita dovrebbe sempre più abbracciare fortemente.</p>



<p>GAIA, Galleria Arte Indipendente Autogestita, è il frutto di un grande sforzo effettuato da chi di arte e ricerca ha riempito i propri studi ed ogni minuto della sua vita. Nel bel gruppo di persone che ne fanno parte, Maddalena Santostefano, guida turistica e archeologa, ha risposto alle mie domande, mostrando quell’entusiasmo che solo chi mette il cuore in ciò che fa, può realmente condividere.</p>



<p><strong>“Come nasce GAIA?”</strong></p>



<p>“Gaia nasce dall&#8217;idea collettiva di creare uno spazio che si occupasse di arte, bellezza e di cura all&#8217;interno del centro storico di Cosenza”.</p>



<p>Quella bellezza che spesso non riusciamo a vedere, infatti, viene meticolosamente riportata nelle mura di Palazzo Cosentini, “Casa di quartiere” con scopo abitativo, in via Galeazzo di Tarsia 22, nel pieno centro storico di Cosenza, luogo in cui GAIA trova dimora, tra palazzi antichi e realtà quotidiane che sembrano essere lontane dal trambusto giornaliero di automobili e traffico costante.</p>



<p>“Ci siamo sempre chiesti quale poteva essere il nostro contributo in termini sociali”. Un bisogno che questo gruppo di professionisti ha elevato ad obiettivo da raggiungere in questo territorio così bello ed allo stesso tempo difficile. Dare il proprio contributo per la crescita di questo centro storico è elemento chiave di crescita, poiché la “cura che il concetto di arte presuppone, è il giusto punto da cui partire”.</p>



<p>GAIA presuppone un’apertura, una di quelle che permette di sentirsi accolti e avvolti da un’atmosfera unica nel suo genere, tra chi rende artistica la propria vita e chi, con curiosità, si approccia per la prima volta a questo mondo. “Cerchiamo di creare uno spazio di arte pubblica e fruibile a tutti”, perché è questo il valore dell’arte: arricchire.</p>



<p><strong>“Secondo la tua opinione, il territorio cosentino è meritevole di un progetto del genere?</strong></p>



<p>“Il nostro territorio merita tutto il nostro sforzo”, incalza con sicurezza. Si intravede chiaramente quella voglia di richiamare l’attenzione e aumentare il bacino di partecipazione; già dopo poco tempo “tantissime persone ci hanno chiesto di collaborare, di creare azioni collettive che riguardano l&#8217;arte e tanto altro. Proprio questo ci fa pensare che siamo sulla strada giusta”. Il centro storico se lo augura fortemente.</p>



<p><strong>“Ma GAIA da che idea nasce? Cosa stavate cercando? Ed ora, cosa state cercando?”</strong></p>



<p>“Gaia è un tentativo di riportare persone e artisti a frequentare il centro della città antica”.</p>



<p>Riempire. Riportare. Ri-conoscere, un paese pieno di storia e cultura, ma non profondamente apprezzato. C’è impegno nel tono di Maddalena.</p>



<p>Mi spingo oltre, cercando di conoscere sempre più a fondo questa realtà in crescita: <strong>“Quali sono gli obiettivi del progetto? Solitamente sono ciò che spingono e aumentano la passione..”</strong></p>



<p>“Il progetto ha come obiettivo quello di avvicinare l&#8217;arte alle persone, attraverso diversi strumenti. Quelli da noi proposti fin’ora, riguardano due mostre permanenti che sono il risultato di due processi partecipati di costruzione”. L’arte si muove. Questo sforzo deve essere ricambiato dal nostro interesse, dalla voglia di migliorare questa zona della città bruzia e dalla voglia di migliorarsi, attraverso ciò che l’arte stessa muove dentro noi.</p>



<p>Due, infatti, sono le mostre permanenti, risultato di processi di costruzione. La prima mostra è pensata per i bambini e si chiama “Giochi di Luce”, un laboratorio di fotografia innovativa, guidato da Diego Mazzei, che permette la partecipazione attiva dei ragazzi e un nuovo metodo di apprendimento, che collega le capacità visive e sensoriali. Diviene perciò modo per “coinvolgere i più piccoli avvicinandoli all&#8217;espressione artistica dell&#8217;immagine”.</p>



<p>Seconda mostra permanente in GAIA, prende il nome di “Archeologia del Presente”; quest’ultima, utilizza il metodo archeologico, ma documentando oggetti della vita quotidiana, che vogliono “raccontarci le piccole storie della parte più antica della città”.<br></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80779984_138992870870152_8556510327573839872_o-1-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-17783" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80779984_138992870870152_8556510327573839872_o-1-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80779984_138992870870152_8556510327573839872_o-1-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80779984_138992870870152_8556510327573839872_o-1-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80779984_138992870870152_8556510327573839872_o-1-640x427.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80779984_138992870870152_8556510327573839872_o-1-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80779984_138992870870152_8556510327573839872_o-1-600x400.jpg 600w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80779984_138992870870152_8556510327573839872_o-1.jpg 1944w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Due metodi effettivi, efficaci e soprattutto efficienti per la crescita di una parte del territorio che spesso viene dimenticata, pur presentando degli elementi unici nel suo genere e di grandissima bellezza.</p>



<p>Ma non finisce qui, perché vi sono anche delle esposizioni temporanee, tra cui troviamo: “Dimore di Memorie”, in cui Giuseppe Apollonio riprende la sua ricerca iniziata anni fa nella capitale e riporta nel nostro presente la combinazione tra “il vissuto e la percezione dei luoghi”; Stanza 408, di Giacomo Greco, invece, mostra l’emergenza abitativa nel territorio e prende il nome dal numero della stanza di albergo dove l’artista stesso ha alloggiato per 4 mesi per provare sulla sua pelle le condizioni di disagio che si vivono nelle occupazioni della città di Cosenza.</p>



<p>Infine, ma reputo sia la domanda fondamentale: <strong>“ho visto che ci sono vari eventi in programma! Come conoscerli e di cosa si tratta?”</strong>;</p>



<p>“La nostra pagina Facebook la utilizziamo proprio per i nostri eventi”. Con semplicità, perciò, con un click, abbiamo la possibilità di curiosare sugli eventi, le realtà e le iniziative di un progetto nuovo e di crescita, che ci permetterà di vivere l’arte in maniera innovativa, ma ad un passo da casa. GAIA rimane una realtà su cui investire, con la promessa che il nostro territorio possa essere fertile e che possa fruttare nuova arte e nuova bellezza.<br></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="897" height="1024" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80870317_138992387536867_8353787080928657408_o-1-897x1024.jpg" alt="" class="wp-image-17784" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80870317_138992387536867_8353787080928657408_o-1-897x1024.jpg 897w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80870317_138992387536867_8353787080928657408_o-1-263x300.jpg 263w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80870317_138992387536867_8353787080928657408_o-1-640x731.jpg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/80870317_138992387536867_8353787080928657408_o-1.jpg 1080w" sizes="(max-width: 897px) 100vw, 897px" /></figure>



<p>Come dice lo stesso Manifesto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large"><p>“GAIA vede che l’arte vive in mezzo alla gente, tra le case, nelle piccole stanze e a volte è troppo solitaria. Vorremmo, invece, che l&#8217;arte fosse condivisa, vista, toccata, annusata, ascoltata, maneggiata”.</p></blockquote>



<h3>Articolo già pubblicato sul <em>Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em>di lunedì 6 gennaio 2020</h3>



<h2></h2>
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		<item>
		<title>LezBeDrunk tra amore e bollicine!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Sprovieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 19:29:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESPERIENZE]]></category>
		<category><![CDATA[Gender Line]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Può un cammino cambiare il proprio indirizzo, senza pensare ancora alla direzione da prendere? Può un paese cambiare il proprio assetto normativo, per rendere le nostre leggi maggiormente garantiste nei confronti dei propri cittadini, nella loro totalità? Può una casa, ovunque essa si trovi, ospitare persone che decidono di amarsi profondamente, indipendentemente da ogni pregiudizio? Può, la voglia di spiegare le ali, essere fermata da una libertà non concessa, pur essendo essa il centro focale di una società contemporanea? Se [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Può un cammino cambiare il proprio indirizzo, senza pensare ancora alla direzione da prendere? Può un paese cambiare il proprio assetto normativo, per rendere le nostre leggi maggiormente garantiste nei confronti dei propri cittadini, nella loro totalità? Può una casa, ovunque essa si trovi, ospitare persone che decidono di amarsi profondamente, indipendentemente da ogni pregiudizio? Può, la voglia di spiegare le ali, essere fermata da una libertà non concessa, pur essendo essa il centro focale di una società contemporanea?</p>



<p>Se vi state preoccupando, non fatelo. <br>Non si tratta di un articolo a sfondo politico o normativo, ma si tratta di un messaggio di uguaglianza che noi giovani dobbiamo condividere con il mondo. <br>Questo è uno di quei casi che deve farci alzare la mattina e farci camminare a testa alta, sapendo che non esiste alcuna differenza nelle persone che incontriamo, se non quelle che decidiamo di costruire, senza una apparente motivazione.</p>



<p>Con questa motivazione davanti ai miei occhi, decido di intervistare due ragazze dalla grande energia e dalla gioia di vivere, che apparentemente sembra stiano peccando di amore, cosiddetto anticonvenzionale, noto come omosessuale, ma che nella sostanza, è vero, più di molti altri.&nbsp;</p>



<p>Anti-convenzionalità dalle antiche radici, ma che ancora oggi, in un paese come l’Italia, culla della cultura, trova ostacoli e viene tradotta con “carnevalata” o “buffonata”. </p>



<p>Voliamo fino a Torino, gioiosa città di queste due uniche donne: Sveva, 26 anni e Federica, 31 anni. Due creature estremamente diverse tra loro, per via del colorito della pelle, delle sfumature dei capelli e delle note caratteriali. Sveva, bionda non ossigenata, presenta una sicurezza senza eguali, un acume che la contraddistingue e la fa prevalere in ogni situazione, alternata da un bicchiere di vino ed un ottimo post sui social. Federica, dal riccio bruno, invece, con il sangue per metà siciliano, mostra una irreparabile dolcezza, colmata dai un sorriso gioioso e dall’arte nei suoi occhi. </p>



<p>Sveva e Federica, o meglio “Lezbedrunk”, si conoscono attraverso un messaggio scambiato su Facebook, segno di una evoluzione sociale veloce e che permette un collegamento diretto con le persone. Contatto divenuto personale e che ha portato alla crescita di un amore grande.</p>



<p>Sveva Tabarrani, laureata in economia, ha un background internazionale, fatto di cultura Thailandese ed aragoste Bostoniane. Federica Gangi, invece, dallo stile ineguagliabile, si laurea allo IED in comunicazione pubblicitaria e sceglie di vivere giornalmente dentro al suo computer, tra loghi, disegni e dettagli da perfezionare. Instancabili le definirei. Un’energia che non si trova in molte persone ormai.</p>



<p>Chiedo loro come nasce l’idea di creare un profilo unico e soprattutto da cosa nasce il nome “LezBeDrunk”. Tra una risata e l’altra, mi viene detto che dopo un bicchierino di troppo, può nascere l’idea migliore della tua vita. Così, con un lancio nel mondo social, le due ragazze si fanno largo come coppia e come paladine dei diritti delle persone. </p>



<p>Oggi, Lezbedrunk, con circa 5000 followers, si fa largo nel panorama e diviene l’essenza di questo amore perché del resto, come dice Federica, questo profilo “siamo semplicemente noi”. Chiedo, inoltre, perché una community dovrebbe essere importante community e perché farne parte diviene fondamentale. La risposta è semplice, perché “ci si prende cura l’uno dell’altro” ed il momento in cui hai bisogno diviene un “momento familiare”. </p>



<p>Si sposano. Più di una volta in realtà, oserei direi ogni giorno, per via delle volte in cui Sveva si è inginocchiata chiedendo la mano di “Federì”. Il primo di giugno del corrente anno, perciò, hanno convogliato a nozze. Eh sì, è stato un matrimonio vero e proprio, colorato, col sole nel cielo e con la benedizione e l’amore di tutti gli invitati. <br></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_1455-473x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-17192" width="775" height="1678" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_1455-473x1024.jpeg 473w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_1455-139x300.jpeg 139w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_1455-709x1536.jpeg 709w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_1455.jpeg 946w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_1455-640x1386.jpeg 640w" sizes="(max-width: 775px) 100vw, 775px" /></figure>



<p>Banale dire quanto sia importante per loro un riconoscimento del matrimonio in quanto tale, ma “accontentarsi” di un’unione civile, oggi, permette di far riconoscere alcuni diritti che sono troppo utili nella vita di tutti i giorni. </p>



<p>Da grandi professioniste quali sono, con il sogno nel cassetto di allargare la famiglia, viaggiare e vivere ancora una volta all’estero, decidono nuovamente di scommettere su sé stesse ed iniziare, insieme, un progetto nuovo, fatto di ostacoli caratteriali, idee diverse, attenzione ai dettagli e passione.&nbsp;</p>



<p>Lez Be Drunk diviene un brand. Nasce anche questo dopo una serata da un bicchiere di troppo, ma pieno di vino biologico e l’amore per le donne. Questi i due punti cardini di questo progetto, nato da ciò di cui più sono innamorate.</p>



<p>Ma le cose belle hanno bisogno di tempo, dicono, emozionate. Questa idea era nata ben due anni fa e già nella primavera passata avrebbe dovuto fare capolino nel mercato del vino biologico (pur non essendo delle vere produttrici), ma la preparazione del matrimonio ha, oserei aggiungere giustamente, preso tempo e forze.</p>



<p>Ma il salto è stato fatto e la scelta di rimanere in Italia, con tutte le sue attuali contraddizioni, si conforma e diviene reale. Indipendentemente dall’investimento iniziale, i costi degli shooting, i materiali di origine biologica, questo sito,<a href="http://www.lezbedrunk.com">lezbedrunk.com</a>, è attivo e tutti i prodotti, tra foto e modernità, sono disponibili per riempire il vostro carrello. </p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/BAD03AA2-D57C-4EB5-966B-92EE7C7E0DA7.jpeg" alt="" class="wp-image-17193" width="852" height="852" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/BAD03AA2-D57C-4EB5-966B-92EE7C7E0DA7.jpeg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/BAD03AA2-D57C-4EB5-966B-92EE7C7E0DA7-300x300.jpeg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/BAD03AA2-D57C-4EB5-966B-92EE7C7E0DA7-150x150.jpeg 150w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/BAD03AA2-D57C-4EB5-966B-92EE7C7E0DA7-640x640.jpeg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/BAD03AA2-D57C-4EB5-966B-92EE7C7E0DA7-125x125.jpeg 125w" sizes="(max-width: 852px) 100vw, 852px" /></figure>



<p>L’ultima domanda era proprio sul senso di rimanere in Italia. Hanno fatto di tutto per tornare dalle loro esperienze estere e cercheranno di rimanere in patria, ma sanno che il passo non è così semplice e che forse, pur avendo una terrazza meravigliosa dove è possibile vedere Torino nella sua maestosità con un bicchiere di vino biologico in mano, dovranno ancora una volta rischiare e catapultarsi da altra parte del mondo. Ma adesso sono qui. Qui, crescono.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/05EDC122-251B-4159-92E8-A3CBD6E36AE2-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-17194" width="765" height="765" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/05EDC122-251B-4159-92E8-A3CBD6E36AE2-1024x1024.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/05EDC122-251B-4159-92E8-A3CBD6E36AE2-300x300.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/05EDC122-251B-4159-92E8-A3CBD6E36AE2-150x150.jpg 150w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/05EDC122-251B-4159-92E8-A3CBD6E36AE2-1536x1536.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/05EDC122-251B-4159-92E8-A3CBD6E36AE2-2048x2048.jpg 2048w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/05EDC122-251B-4159-92E8-A3CBD6E36AE2-640x640.jpg 640w" sizes="(max-width: 765px) 100vw, 765px" /><figcaption>Processed with VSCO with u1 preset</figcaption></figure>



<p>Due ragazze che amano l’amore, amano le donne, si amano tra loro e che amano in ogni lingua del mondo. Questo progetto è amore, sogno, uguaglianza, comunità. Un augurio a tutti: “lez be drunk”!</p>



<p> <em>Articolo già pubblicato sul &#8220;Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dell&#8217;Italia&#8221; di lunedì 9/12/2019</em> </p>
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