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	<title>Alessia Visciglia &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>RIVALUTAZIONE COLORATA E CREATIVA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2024 14:56:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intervista a Matteo Falbo di Gulìa Urbana Da ormai 13 anni vediamo apparire sulle facciate dei palazzi dei nostri paesi vere e proprie opere d’arte che cambiano l’aspetto dei posti che eravamo soliti ignorare. Abbiamo incontrato uno dei fondatori di Gulìa Urbana per saperne di più. Da dove nasce il vostro progetto e in che consiste? Gulìa Urbana nasce dall’idea di alcuni giovani di Rogliano (CS) come me, parte dell’associazione Rublanum il cui obiettivo era solo quello di movimentare la [&#8230;]</p>
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			<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default"><p align="center" style="text-align:center"><b style="letter-spacing: 0.1em">L’intervista a</b></p><p align="center" style="text-align:center"><b>Matteo Falbo di Gulìa Urbana</b><span style="letter-spacing: 0.1em;text-align: left"></span></p></h2>		</div>
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					<div class="elementor-text-editor elementor-clearfix"><p>Da ormai 13 anni vediamo apparire sulle facciate dei palazzi dei nostri paesi vere e proprie opere d’arte che cambiano l’aspetto dei posti che eravamo soliti ignorare.<br>
Abbiamo incontrato uno dei fondatori di Gulìa Urbana per saperne di più.<br><br>
<strong>Da dove nasce il vostro progetto e in che consiste?</strong><br>
Gulìa Urbana nasce dall’idea di alcuni giovani di Rogliano (CS) come me, parte dell’associazione Rublanum il cui obiettivo era solo quello di movimentare la vita di paese organizzando eventi aggreganti come concerti. Quasi per caso poi abbiamo iniziato a tinteggiare una villetta dove da piccoli giocavamo e che negli anni era diventata cumulo di spazzatura e stupefacenti.<br>
Ebbene: il colore ha stimolato qualcosa nell’animo della gente per cui i balconi vicini si son riempiti di piante, i ragazzi del quartiere hanno iniziato a ritrovarvisi mantenendolo pulito, il Comune si è occupato del verde.<br>
In seguito siamo stati contattati per intervenire anche in Paesi limitrofi come Parenti, Mangone, Marzi e da qui abbiamo dato sfogo alla creatività ed alla voglia di fare che ci ha fatto scegliere il nome del progetto. “Gulìa” nel nostro dialetto significa “desiderio” che è quello che ci spinge a dare nuova immagine ai territori in cui viviamo.<br>
Da circa 4 anni per alcuni di noi è diventato un lavoro e ci occupiamo di rivalutazione urbana mediante l’organizzazione di eventi enogastronomici, concerti ma soprattutto con la street art. Abbiamo avuto l’occasione di lavorare fuori Regione, ad esempio in Puglia dove abbiamo preso parte al festival di street art più importante d’Europa legato al progetto T.r.u.s.t. e, ad oggi abbiamo coinvolto oltre 200 street artists e vantiamo oltre 350 opere in 70 Comuni.</p>
<p><strong>Qual è il riscontro di chi vive nelle zone in cui intervenite?</strong><br>
Il riscontro è straordinario anche perché, per dare un taglio sociale e non solo artistico, durante i festival cui partecipiamo proponiamo laboratori creativi accanto alla realizzazione delle opere. L’obiettivo è quello di fare rete e tessere relazioni, anche perché solitamente entriamo in quartieri abbandonati e/o disagiati, in cui lo stato di degrado rende scettici i residenti e allontana gli altri ma, per fortuna, anche qui si genera un impegno condiviso. Basti pensare all’impatto che ha avuto il progetto Iamu che ha interessato il quartiere case minime di Cosenza, ai più sconosciuto, meramente residenziale e pieno di immondizia, che oggi si è colorato di diversi murales che hanno dato un nuovo volto alle parti comuni e non solo.<br>
<strong><br>
Quali sono le difficoltà che incontrate?</strong><br>
Generalmente proviamo a collaborare con associazioni di zona o con gli Enti in modo da farci lasciare un po’ di “spazio” in cui operare ma a volte troviamo difficoltà nel far comprendere il nostro approccio anche perché, almeno fino al covid, l’investimento culturale per eccellenza era solo quello del concerto che, però, una volta finito lascia solo belle sensazioni. Le nostre opere sono invece permanenti e le persone le “adottano” per cui sono loro a tenere puliti i luoghi circostanti o a fare da cicerone quando altri intendono scoprirle.<br>
La gulìa, di fatto, permette di trovare soluzioni e rende il tutto uno scambio: quel che accade intorno all’opera diventa un esempio di cura collettiva per cui al posto di spazzatura, odori nauseabondi e buio arrivano i colori che poi vengono raccontati e postati sui social e quindi generano impegno anche delle istituzioni a prescindere che si tratti di un piccolo paese silano o di Latina.<br>
<strong><br>
Idee per il futuro?</strong><br>
Abbiamo intenzione di continuare a stare dalla parte dei più deboli attraverso la creatività per dare visioni diverse dei nostri luoghi. In Calabria, in particolare, la forza viene soprattutto dal dare una nuova vita a ciò che gli altri hanno abbandonato.<br>
Un grande sogno grande è poi quello di rendere possibile un museo della street art qui al sud dato che non ce n’è uno vero e proprio in Italia o comunque nulla di simile da Roma in giù.<br>
Non puntiamo ai numeri di quello di Amsterdam ma intanto stiamo allargando pian piano la nostra mappa (rinvenibile sul nostro sito web) ed è una vera e propria attrazione turistica ormai, anche perché attraverso il tour tra le nostre opere si scoprono i borghi calabresi meno conosciuti e si stimolano anche coloro che si occupano di altri servizi nell’investire e impegnarsi di più.
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						<span class="elementor-button-text">Fai clic qui per la mappa delle opere di Gulìa Urbana</span>
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		<title>C&#8217;è ancora domani&#8230;e abbiamo bisogno di crederci!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Nov 2023 14:16:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
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		<category><![CDATA[giornata internazionale contro la violenza sulle donne]]></category>
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		<category><![CDATA[violenza sulle donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è ancora domani, il primo film di Paola Cortellesi regista, ha superato ogni pronostico diventando il film italiano col maggior numero di incassi (almeno) dalla pandemia. Una fotografia della vita quotidiana di una tipica e media famiglia romana del dopoguerra in cui l’uomo è pater familias accentratore, è colui che decide per sé e per tutti, che ordina, pretende, dispone e la donna deve stare nel posto riservatale da lui perché non conta quanto l’uomo, o meglio non conta come [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>C’è ancora domani</em>, il primo film di Paola Cortellesi regista, ha superato ogni pronostico diventando il film italiano col maggior numero di incassi (almeno) dalla pandemia. Una fotografia della vita quotidiana di una tipica e media famiglia romana del dopoguerra in cui l’uomo è <em>pater familias</em> accentratore, è colui che decide per sé e per tutti, che ordina, pretende, dispone e la donna deve stare nel posto riservatale da lui perché non conta quanto l’uomo, o meglio non conta come individuo: non conta nella sua fisicità, non conta nel suo intelletto, non conta nei suoi sogni e aspirazioni.<br>Quel che conta è solo come quella donna può asservire alla vita degli uomini che la circondano e sarà tanto brava quanto più saprà stare a bocca chiusa.</p>



<p>C’è un filo di tensione costante in cui la normalità della violenza e degli abusi tiene lo spettatore sospeso e che viene ad essere spesso tagliato dall’ironia pungente della musica e delle mille loquaci espressioni della protagonista. 
Delia è una donna abusata e comunque fiera di esser donna, amica, lavoratrice, mamma. 
Delia è abituata al sacrificio non dovuto di sottomissione e botte ma non per questo si ribella al sacrificio d’amore per i figli. 
Delia non è quella violenza nonostante sia costante della sua vita.</p>



<p>Cortellesi ci racconta di libertà violate dove la violenza fa da padrone perché arma contro chi prova ad esercitarle ma ci presenta anche la metamorfosi, l’evoluzione di una donna nella battaglia silenziosa di un’emancipazione incalzante. Seppur oppressa e seppur in un’epoca in cui non c’erano molte alternative di vita, Delia si aggrappa a tutto ciò che la fa sentire libera: dalla sigaretta alla cioccolata americana, da qualche soldo nascosto alla famosa lettera. 
Quella lettera è la speranza che qualcosa può ancora cambiare. 
E non solo per sé.</p>



<p>Parte da lì la rivoluzione: blocca la ruota di violenza intergenerazionale che caratterizza il suo mondo per insegnare a se stessa ed alla figlia che si può confidare in qualcosa di migliore ma è necessario che ognuno faccia il suo. </p>



<p>Allora i soldi che teneva da parte, che spesso le son costati umiliazioni ed anche botte, non serviranno più per il vestito da sposa più bello per la figlia, serviranno per dare forma al suo sogno di studiare; ed è così che l’amicizia con un soldato riconoscente, che pure l’è costata umiliazioni ed anche botte, è il mezzo per salvare quella stessa figlia -ancora incosciente- dalla gabbia relazionale da cui lei stessa, ancora, non è riuscita ad uscire ma che non vorrebbe soffocasse qualcun’altra, a costo di usare una bomba.</p>



<p><em>C’è ancora domani </em>è un pugno ben sferrato, che non vedi arrivare, che sottovaluti perché ti sembra simile a tanti altri colpi ricevuti ma lo senti dritto allo stomaco (ed al cuore) quando ti lascia la piena consapevolezza che neanche la scelta del bianco e nero può farti credere che sia una storia di un’altra epoca, perché lo sai che, anche senza aver “fatto la guerra”, troppi uomini (e alcune donne) ancora riflettono i canoni di società patriarcale e trasudano di presunzioni di superiorità di genere.</p>



<p>E lo fanno anche quando ti lanciano commenti imbarazzanti non richiesti per strada, anche quando ti incontrano in uno studio professionale e danno per scontato che tu sia la segretaria, anche quando non puoi uscire di sera o indossare quel che più ti fa sentire a tuo agio col tuo corpo perché terrorizzata dal fatto che quel corpo possa non essere più tuo, anche quando ti denigrano, ti svalutano, ti fanno sentire meno importante di qualcuno o di qualcosa, anche quando non ti supportano nelle scelte che sogni di prendere, anche quando decidono per te, anche quando ti tolgono il fiato, anche quando fanno cessare la tua vita.</p>



<p>La scorsa settimana sembrava essersi fermata nello sgomento collettivo per il ritrovamento del cadavere di Giulia Cecchettin, 105° donna uccisa in Italia nel 2023. Eppure, dopo meno di 48 ore, i giornali hanno rimbalzato notizie di altre donne uccise. 
C’è chi dice “sono tutti gli uomini”, c’è chi dice “non sono tutti gli uomini”; c’è chi crede nella lotta in piazza, chi pensa che solo i politici eletti possano cambiare le cose. 
Un dato è certo: quel che il caso di Giulia ha smosso dentro di noi non è stato legato solo al terribile evento che l’ha coinvolta (forse l’ennesimo caso del tutto speculare a troppi altri non ci sorprende neanche più, per quanto ci rattristi terribilmente); quel che ci ha smosso più delle altre volte è la verità di fondo che questo caso ci ha sbattuto ancora una volta in faccia, a partire dal discorso della sorella Elena.</p>



<p>Non c’è nessun mostro, non c’è nessun malato, non è rabbia né un raptus, non c’è nulla che possa considerarsi straordinario e quindi non ci sono più scuse che reggano! 
Dai dati ISTAT degli ultimi anni si evidenzia che in Italia il numero di omicidi è in netto calo (dai 711 del 2004 ai 314 del 2022) ma che i numeri di donne uccise non è diminuito: ogni due giorni viene uccisa una donna e i femminicidi costituiscono quasi la totalità degli omicidi di donne. 
E accanto alle donne uccise 7 milioni hanno subìto almeno una violenza. 
Il quadro è raccapricciante. 
E non solo perché quel che consideriamo uomo moderno dovrebbe aborrire ogni tipo di violenza ma anche e soprattutto perché quel che rende ripugnante ogni singolo abuso sulle donne è che ciò avviene proprio perché la vittima è donna, la si vuole colpire per il suo essere tale e quindi considerandola di meno valore.</p>



<p>E forse il film di Cortellesi, allora, non ha bisogno né di essere un capolavoro né di essere innovativo.
Forse semplicemente basta che ci ricordi quanta libertà potremmo avere e quanto questa, ancora oggi, a distanza di anni dal dopoguerra e nel mondo che dovrebbe essere a colori, è ancora bistrattata e negata. Basta che dia speranza: si può ancora lottare, si può ancora cercare una soluzione, ma ognuno deve fare il suo (per sé e per gli altri!) perché le libertà delle donne siano effettivamente tutelate, perché la violenza sia estirpata dalle radici, dai piccoli abusi di ogni giorno; perché l’educazione al rispetto dell’altro, chiunque esso sia, passa dalla formazione esperienziale delle relazioni e se molti giovani pensano, ancora, nel 2023, che ci siano individui che valgono meno di altri e sui quali siano in diritto di prevaricare, è tutta la società a dover intervenire a muso duro, anche a bocca chiusa se necessario.</p>



<p>Per noi, e per tutte coloro a cui è stato negato l’avvenire, si può ancora lottare. 
C’è ancora domani.</p>
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		<title>Pennellate decise per l&#8217;uomo contemporaneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Mar 2023 08:33:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista all&#8217;artista Andrea Barnaba Parise Andrea Barnaba Parise, classe ’94, inizia il suo percorso da artista nel 2015 passando dallo stile figurativo a pennellate decise per soggetti più astratti.Fortemente influenzato dalla sua formazione prima classica e poi strettamente filosofica, si pone l’obiettivo di indagare il tema dell’essere umano contemporaneo: libero e in gabbia nello stesso momento.Concentrato soprattutto sulla “marcata influenza dei mass media sugli individui”, prova a riportare nelle sue opere il paradosso della società odierna in cui alle innumerevoli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/pennellate-decise-per-luomo-contemporaneo/">Pennellate decise per l&#8217;uomo contemporaneo</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="has-text-align-center">Intervista all&#8217;artista Andrea Barnaba Parise</h2>



<p class="has-drop-cap">Andrea Barnaba Parise, classe ’94, inizia il suo percorso da artista nel 2015 passando dallo stile figurativo a pennellate decise per soggetti più astratti.<br>Fortemente influenzato dalla sua formazione prima classica e poi strettamente filosofica, si pone l’obiettivo di indagare il tema dell’essere umano contemporaneo: libero e in gabbia nello stesso momento.<br>Concentrato soprattutto sulla “marcata influenza dei mass media sugli individui”, prova a riportare nelle sue opere il paradosso della società odierna in cui alle innumerevoli possibilità di conoscenza del mondo e di migliorare se stessi si preferisce spesso l’omologazione.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="768" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Immagine-per-sito-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-33332" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Immagine-per-sito-768x1024.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Immagine-per-sito-225x300.jpg 225w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Immagine-per-sito-1152x1536.jpg 1152w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Immagine-per-sito-scaled.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Immagine-per-sito-750x1000.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Immagine-per-sito-1200x1600.jpg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Andrea Barnaba Parise</figcaption></figure></div>



<p><strong><em>Da dove nasce la tua passione per l&#8217;arte?</em><br></strong>«In tutta onestà non saprei dire esattamente da cosa nasca la mia passione per l’arte, non so neanche se sia corretto definire il mio rapporto con l’arte propriamente “passione”. Posso affermare che, durante lo sviluppo della mia persona, quella che prima era una semplice scintilla pian piano è diventata un incendio: è stato un processo graduale, di cui non saprei identificare la fonte, ma quello di cui sono sicuro è che, a un certo punto, ho iniziato a percepire un’ossessiva necessità di esprimermi e ho trovato nell’arte il mio modo di farlo».</p>



<p><strong><em>Da cosa ti lasci ispirare per dipingere?</em><br></strong>«Sono aperto a qualsiasi fonte di ispirazione, purché questa sia abbastanza forte da spingermi al lavoro. Ho un modo di lavorare particolare, che si è consolidato negli anni: prima elaboro e sviluppo un contenuto e poi cerco di esprimerlo attraverso l’esecuzione. Il contenuto, nella maggior parte dei casi, è un pensiero prodotto attraverso il ragionamento, ma non disdegno le emozioni, i ricordi, o qualsiasi altro elemento meno razionale. È probabile che in questo io risenta molto della mia formazione filosofica, in ogni caso, cerco sempre di contestualizzare i temi trattati all’interno della contemporaneità ed infatti, quasi sempre, è proprio la società in cui vivo ad essere rappresentata».<br><br><strong><em>A breve terrai una mostra presso il <a href="https://www.blackshedbar.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Blackshed Bar</a> di Cosenza, tua città natale…</em><br></strong>«Di recente mi sono soffermato molto sulla tragedia dell’essere umano di qualità ed ho provato a raccontarla attraverso la figura del Cristo sofferente: Cristo, simbolo puro della qualità, è messo in croce e coronato di spine il che rappresenta a pieno la società di oggi in cui si richiede all’uomo di qualità una volgarizzazione del proprio essere e si corre il rischio che le persone con meno scrupoli e meno preparate riescano a trovare molti più consensi. Quella del Cristo Coronato di spine è la mia prima serie del 2023 e sarà in <a href="https://fb.me/e/3uxWzckjv" target="_blank" rel="noreferrer noopener">mostra</a> presso il Blackshed di Cosenza dal 7 aprile al 20 maggio.<br>Il titolo è “La tragedia dell’essere umano contemporaneo” e, attraverso una serie di <a href="https://www.andreabarnabaparise.com/la-serie-di-cristo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">16 Cristi coronati di spine</a> appunto, cerco di mettere in luce la double face contemporanea che i social network tendono a mettere in risalto: si ostenta felicità e benessere, nonostante in fondo si sia profondamente tristi e angosciati. Ho potuto conoscere molte persone che soffrono di attacchi di panico e, spesso, sono proprio le stesse che curano maniacalmente i loro profili social, più interessate alla cura dell’apparenza che alla cura della propria persona. I miei Cristi, al contrario, sono figure sofferenti che si propongono di mettere ognuno di fronte al proprio demone».</p>



<p><strong><em>Come mai hai scelto proprio la figura di Cristo?</em><br></strong>«Tutto è nato da una prima opera ispiratami dalla morte di Papa Benedetto XVI: un Crocifisso che sarà pure esposto insieme ai Cristi coronati di spine presso il Blackshed. Cristo, infatti, alla stregua di altre figure come Laocoonte e Socrate, rappresenta la tragedia della virtù punita. Lavorando sulla sofferenza del Crocifisso, ho avuto la sensazione che non fossi riuscito a sviluppare appieno il tema all’interno di una sola opera e da ciò è nata la serie dei Cristi coronati di spine che vogliono, da una parte, dare un volto alle angosce contemporanee e, dall’altra, offrire una speranza. La serie del Cristo Coronato parte dal senso di disagio che molti individui percepiscono all’interno della contemporaneità, vuole essere un monito per tutti coloro che non desiderano adeguarsi a tutti costi ad un’esistenza basata sull’avere e l’apparenza. In questa società sempre più votata al consumo e all’egoismo più sfrenato, credo infatti che la figura di Cristo continui a rappresentare un potente simbolo di amore e di apertura verso l’altro come “soluzione” al dolore e al senso di solitudine. Inoltre, il cristianesimo fa parte della nostra cultura: che si sia religiosi o meno, i valori cristiani sono presenti (più o meno consapevolmente) in ognuno di noi. Ed ecco allora perché ho voluto esprimere con questa serie che “Dietro ogni sorriso, c’è un Cristo sofferente”».</p>



<p><strong><em>Da qualche mese hai aperto anche un canale Youtube…</em><br></strong>«Ho creato <a href="https://www.youtube.com/@eticaartistica" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Etica Artistica</a> per due motivi fondamentali: uno più pratico, l&#8217;altro più &#8220;filosofico&#8221;. Avevo bisogno di un canale di comunicazione per spiegare le mie opere e il mio approccio all&#8217;arte e volevo disseminare contenuti di qualità che potessero stimolare il senso critico delle persone.<br>Tutti i miei video, infatti, sono impostati in modo tale che i vari argomenti trattati non vengano mai circoscritti soltanto al campo artistico. Il mio motto è &#8220;Prima la persona e poi l&#8217;artista&#8221;: provo ad offrire spunti di riflessioni affinché si possano sviluppare nuove categorie per analizzare la realtà, utilizzo internet in modo etico senza puntare alla popolarità».</p>



<p><strong><em>Cosa desideri per il te artista del futuro?</em><br></strong>«È una domanda difficile a cui non so rispondere. Spero soltanto che il futuro continui a offrirmi la possibilità di fare arte ed esprimermi nel modo più onesto possibile».</p>



<p>Nell’attesa di scoprire cosa riserverà il futuro a questo giovane artista della nostra terra, segniamo in agenda l’appuntamento al Blackshed e diamo un’occhiata al <a href="https://www.andreabarnabaparise.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">suo sito web</a>, sul quale possiamo anche acquistare alcune opere.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-3 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="725" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Crocifissionein-memoria-di-Ratzinger-725x1024.jpeg" alt="" data-id="33334" data-full-url="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Crocifissionein-memoria-di-Ratzinger-scaled.jpeg" data-link="https://ventiblog.com/?attachment_id=33334" class="wp-image-33334" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Crocifissionein-memoria-di-Ratzinger-725x1024.jpeg 725w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Crocifissionein-memoria-di-Ratzinger-212x300.jpeg 212w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Crocifissionein-memoria-di-Ratzinger-1087x1536.jpeg 1087w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/03/Crocifissionein-memoria-di-Ratzinger-1449x2048.jpeg 1449w, 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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Solonoia e nessun genere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2023 09:50:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERESSI]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[musica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[solonoia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;intervista al cantautore cosentino che si esprime senza catalogarsi Emanuele, classe ’98, ha deciso di trasferirsi dai colli cosentini ai colli bolognesi per dar voce alla propria vita e alle proprie emozioni con la musica, ed è diventato Solonoia. Da dove inizia il tuo sogno? Abbozzo testi e musica, prima solo con l’accompagnamento della chitarra, da quando avevo 16 anni e dato che le prime canzoni fanno sempre schifo, all’inizio l’ho detto solo a pochi intimi. Poi mi sono trasferito [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="has-text-align-center">L&#8217;intervista al cantautore cosentino che si esprime senza catalogarsi</h2>



<p class="has-drop-cap">Emanuele, classe ’98, ha deciso di trasferirsi dai colli cosentini ai colli bolognesi per dar voce alla propria vita e alle proprie emozioni con la musica, ed è diventato <strong><a href="https://open.spotify.com/artist/5khmfMRN0rBXz3PwQoBvpc?si=NxyiY3-vQ8Og9tAmn0E2Aw">Solonoia</a></strong>.</p>



<div style="height:29px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>Da dove inizia il tuo sogno?</strong></p>



<p>Abbozzo testi e musica, prima solo con l’accompagnamento della chitarra, da quando avevo 16 anni e dato che le prime canzoni fanno sempre schifo, all’inizio l’ho detto solo a pochi intimi. Poi mi sono trasferito a Bologna, in un contesto nuovo in cui ho sentito di potermi mettere in gioco e ho iniziato a cantare principalmente per strada con amici e sconosciuti: è stato un bel periodo che mi ha reso più sicuro di me e della mia scelta, anche se iniziavo ad avere contezza di quanto sia difficile farlo diventare il lavoro della vita.<br>Per fortuna ho conosciuto persone che mi hanno aiutato crescere in questo percorso, in primis il mio producer Emattwo con cui ho lavorato per un anno senza tirar fuori nulla: io venivo da canzoni indie-pop scritte alla chitarra e lui da hip-hop e rap, ma poi abbiamo trovato un punto di incontro in qualcosa che reputo particolare: uno stile R&amp;B-urban-pop.<br>Mi son detto che nulla era già scritto e che sperimentare non vuol dire allontanarsi da sé: mi sento libero di provare e cambiare pur di esprimermi al meglio.</p>



<p><strong> Da cosa parti per scrivere?</strong></p>



<p>Ho scritto le prime canzoni per noia, da questo il mio pseudonimo. Credo molto nel potere della noia perché quando ci si lascia tempo per annoiarsi ne esce sempre qualcosa, nessuno riesce a stare completamente fermo. I miei momenti di noia erano e sono per lo più tristi, quindi anche le mie canzoni lo sono ma fin da quando ho iniziato a scrivere mi son dato l’obiettivo di fare canzoni che facessero muovere, che spingessero a cantare, che rallegrassero la “presa a male”.<br>Da quando poi ho iniziato a professionalizzare la mia musica ho smesso di scrivere solo per noia ed è diventato anche un impegno: ascolto musica molto più analiticamente, non è più solo un piacere ma studio, sto attento a cogliere tutto quel che posso. E poi parto da me: mi ritaglio uno spazio per dire cose che altrimenti non penso direi e dato che emozioni, esperienze e pensieri sono in continua evoluzione, poter sperimentare generi diversi mi permette di dire cose sempre nuove, al passo con la mia vita.</p>



<p><strong>A chi ti ispiri e a cosa dai voce?</strong></p>



<p>Mi son lasciato ispirare dall’indie italiano (2016-2020), senza negare le prime passioni come GreenDay e Sum41; adesso mi lascio colpire anche da rap e trap.<br>Ciò non significa che io sia indie o trap: il mio obiettivo è fare qualcosa che mi rappresenti almeno in quel momento, le canzoni servono primariamente a me, per trovare la mia voce e, nonostante siamo abituati a pensare che chi inizia in un genere si possa catalogare in quel genere, in realtà non vorrei dovermi catalogare. Ad esempio <em>Proprio un cazzo</em>, primo pezzo registrato, è un po’ genere trap che aiuta a far uscire rabbia e rancore più di altri generi e mi ha aiutato a dire che mi interessa essere “coerente” con quel che ero o con l’idea che gli altri avevano: non voglio che il genere che ascolto e che vesto per una o più canzoni mi vincoli ma è un mezzo per fare uscire una parte di me per cui se cambio genere non è perché mi lascio influenzare o trasportare dalla moda del momento, semplicemente quel che voglio esprimere necessita di quel mezzo specifico per venir fuori.<br>Nei prossimi anni vorrei far uscire EP di generi diversi: uno magari rock con chitarre elettriche, un altro un po’ più chill, R&amp;B o funk in modo che con ognuno possa trasmettere al meglio quel che ho dentro.<br>Sono una persona sensibile e ci sono molte emozioni che mi toccano nel bene e nel male e sento di voler vivere questo aspetto anche nella musica: non voglio cedere su me stesso. Non so esattamente come sia il mio pubblico, che provi, che viva, in cosa creda ma so come sono fatto io e ho voglia che questo rimanga e questa sincerità nel parlare spero possa connettermi con chiunque si ritrovi in quel che scrivo a prescindere da chi sia o dal genere in cui mi imbatto per una canzone.</p>



<p><strong>Progetti futuri?</strong></p>



<p>I primi due singoli sono usciti ad ottobre su Spotify e YouTube. Il primo, <em><a href="https://ditto.fm/sigarette-malinconia-solonoia">Sigarette e malinconia</a></em>, ha fatto quasi 7000 ascolti su Spotify, meglio di ogni pronostico! Mi ha dato molta carica: fino ad allora a Cosenza non avevo riscontri se non da pochissimi intimi e a Bologna da qualche amico e pochi estranei, questo era il primo vero banco di prova che attendevo con trepidazione. <em><a href="https://ditto.fm/sogni-bianchi-solonoia-emattwo">Sogni bianchi</a></em> è andato meno bene, invece, nonostante ci fosse maggiore entusiasmo ma ciò mi ha ricordato che mentre scrivo e registro la musica deve piacere a me e non posso fare troppi conti perché ognuno poi ne sarà o meno toccato ma ne varrà comunque la pena.<br>Quel che soprattutto dà ricarica sono i live: ne ho fatto uno al Mood a Cosenza il 27 dicembre ed è stato incredibile: il feedback istantaneo, lo sguardo, il canticchiare di chi ho di fronte vale tutto questo lavoro perciò a breve dovrei anche riprenderli a Bologna e nei dintorni, anche perché seppur mi generano ansia poi appena finiscono penso che invece vorrei rimanere h24 su un palco a cantare.<br>A breve uscirà il 3° singolo che anticipa l’uscita di un EP dal titolo &#8211;<em>spoiler</em>&#8211; &#8220;<em>Fine serata</em>” e che raccoglierà un po’ di canzoni per me ormai vecchie ma che comunque non vedo l’ora di far sentire anche ad altri: purtroppo non c’è mai una contemporaneità tra quel che si fa uscire e quel che intanto si sta vivendo e ho capito questo a mie spese perché le persone che mi hanno seguito in questi anni volevano uscissero queste canzoni di cui io sono già “stanco” perché le vedo già lontane dalla mia vita attuale. La verità è che la musica non deve parlare a me o meglio parla a me e di me nel momento in cui la scrivo ma da lì non mi appartiene più, diventa di chi vi si imbatte, sta vivendo qualcosa di simile e quindi la sente vicina; non pretendo di dare una mano a nessuno ma se c’è qualcun altro che sta vivendo quelle cose in quel modo avrà la mia musica da spalla e soprattutto, ci potrà cantare sopra.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/01/photo_2023-01-17_16-03-14.jpg" alt=""/><figcaption>Foto di Alessia Cosentini</figcaption></figure></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large"><p><a role="button" href="https://open.spotify.com/artist/5khmfMRN0rBXz3PwQoBvpc?si=NxyiY3-vQ8Og9tAmn0E2Aw"><br>INIZIA AD ASCOLTARE SOLONOIA </a></p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Spotify Embed: solonoia" style="border-radius: 12px" width="100%" height="352" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/artist/5khmfMRN0rBXz3PwQoBvpc?si=NxyiY3-vQ8Og9tAmn0E2Aw&#038;nd=1&#038;utm_source=oembed"></iframe>
</div></figure>



<hr class="wp-block-separator is-style-dots"/>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>DAL CONSERVATORIO DI COSENZA AL MOZARTEUM D SALISBURGO</title>
		<link>https://ventiblog.com/dal-conservatorio-di-cosenza-al-mozarteum-d-salisburgo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 09:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’evoluzione musicale di Francesco Tropea Mai sentito parlare di orecchio assoluto? Per la Treccani è la capacità di riconoscere l’altezza di una nota anche dopo averla ascoltata una sola volta, quindi un talento che Dio o la Sorte consegnano a qualcuno perché ne tragga buoni frutti. Epperò per i frutti servono anche impegno dedizione e studio, tutto ciò che Francesco Tropea ha inserito nella sua vita da musicista. Qual è stato il tuo percorso formativo? Ho 28 anni e mi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="has-text-align-center"><strong>L’evoluzione musicale di Francesco Tropea</strong></h2>



<p class="has-drop-cap">Mai sentito parlare di orecchio assoluto? Per la Treccani è <i>la capacità di riconoscere l’altezza di una nota anche dopo averla ascoltata una sola volta</i>, quindi un talento che Dio o la Sorte consegnano a qualcuno perché ne tragga buoni frutti. Epperò per i frutti servono anche impegno dedizione e studio, tutto ciò che Francesco Tropea ha inserito nella sua vita da musicista.</p>



<p><b>Qual è stato il tuo percorso formativo?</b></p>



<p>Ho 28 anni e mi sono formato al Conservatorio <i>S. Giacomantonio </i>di Cosenza, ho continuato gli studi presso la Scuola di Musica di Fiesole perfezionandomi in pianoforte con P. De Maria e musica da camera con B. Canino. Mi sono trasferito poi in Austria per frequentare una delle più prestigiose università della musica al mondo: il Mozarteum di Salisburgo, ove mi ha seguito R. Plagge e ho conseguito il Master of Arts in pianoforte. Contemporaneamente ho frequentato corso di perfezionamento presso l&#8217;Accademia di Musica di Pinerolo con B. Lupo e ho ottenuto il Certificate of Advanced Studies in Improvvisazione Concertante presso il Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano con G. Vracheva. Attualmente al Mozarteum frequento il corso Postgraduate di pianoforte e da<br>Settembre insegnerò in una Scuola di Musica in Germania.</p>



<p><b>Da dove nasce la tua passione per la musica?</b></p>



<p>Dalla mia famiglia: mio padre è stato batterista in una band e i miei zii materni sono rispettivamente cantante e docente di Storia della Musica in Conservatorio e cantante e insegnante di educazione musicale presso le scuole medie. A casa la radio era accesa su stazioni musicali e mio padre suonava spesso la tastiera alla quale, per gioco, quotidianamente improvvisavo. Parallelamente scoprii di avere l&#8217;orecchio assoluto e mio zio musicista consigliò ai miei di farmi prendere lezioni di pianoforte.</p>



<p><b>Cosa comporta la “via della musica”? Ne vale sempre la pena?</b></p>



<p>Ne vale sempre la pena e penso che ogni musicista sappia perché. Credo che la musica mi appartenga da sempre e viva dentro di me anche se ciò comporta impegnarsi duramente e affrontare diversi sacrifici, ad esempio nel periodo scolastico l’impegno era doppio: quotidianamente dopo la scuola mi esercitavo per svariate ore e bisogna applicarsi sulla tecnica (i cui livelli dovrebbero essere altissimi) ma anche sull’esaltare tutti gli aspetti musicali e i messaggi che brani racchiudono e c’è sempre qualche<br>dettaglio da apprendere.</p>



<p><b>Com’è stato doversi spostare all’estero per inseguire la tua passione?</b></p>



<p>All&#8217;inizio faticoso per fattori culturali e linguistici ma col passare del tempo si traggono grandi benefici sia artistici che personali. In questi anni ho avuto modo di confrontarmi con docenti straordinari e di stringere forti legami di amicizia e artistici e poi ho avuto modo anche di insegnare. È evidente che altri Paesi sono più attenti alla formazione musicale: solo in Germania ci sono più di 1000 Scuole di Musica (anche pubbliche) frequentate da allievi di tutte le età (dai bambini ai pensionati) che decidono di studiare pianoforte pure solo perché appassionati.</p>



<p><b>Qual è la chiave del bravo musicista nel 2022?</b></p>



<p>Viviamo in un periodo in cui i livelli tecnici e di disciplina richiesti sono altissimi, a volte tali da rompere la barriera uomo-macchina. In realtà la tecnica dovrebbe essere funzionale alla musica e non fine a se stessa e dunque è un bravo musicista chi, in simbiosi con grande tecnica, riesca a cogliere i che il relativo compositore voleva trasmettere con un brano ed a trasmetterli al pubblico. È necessario avere un&#8217;idea chiara di ciò che un brano esprime nel suo complesso e diffonderlo anche col linguaggio del corpo. Poi è importante avere forte personalità ed esprimere anche se stessi, le proprie idee mentre si suona, pur rimanendo fedeli al pezzo.</p>



<p><b>Sei anche un improvvisatore…</b><b></b></p>



<p>Dal 2019 ho intrapreso, per semplice curiosità, un corso di improvvisazione, tenuto dalla docente G.<br>Vracheva, persona e artista speciale a cui devo molto.</p>



<p>Mi resi subito conto che l&#8217;improvvisazione era ciò di cui avevo bisogno: anzitutto è affascinante poter creare un proprio percorso in maniera libera e poi poter comporre spontaneamente brani lasciandosi ispirare da immagini, testi poetici, storie ecc. Si lavora costantemente con la fantasia e si potenziano le proprie capacità compositive: la propria tecnica migliora e i riflessi si velocizzano.</p>



<p>L’improvvisazione permette poi di creare un rapporto diretto col pubblico che può partecipare attivamente chiedendo al musicista di improvvisare su un tema o un gruppo di note. È il contrario dell’interpretazione di un brano da repertorio: non si parte dalle note scritte giungendo alla<br>trasmissione dei messaggi ma è dal messaggio che si vuole esprimere che si giunge al brano, sempre diverso in base al momento, al contesto, all&#8217;ispirazione.</p>



<p><b>Progetti in cantiere?</b></p>



<p>Sono un amante di Bach che mi è stato riconosciuto come cavallo di battaglia e, grazie all&#8217;ascolto di alcune registrazioni sul mio canale YouTube, ho ricevuto un contratto da una casa discografica estera. Il progetto è molto interessante sia per l&#8217;originalità dei brani (ciclo di Sonate poco conosciute e mai eseguite) sia per ciò che significa per la mia carriera ma i costi (spese di affitto della sala e del pianoforte, tecnico dello strumento, tecnico audio e costi di pubblicazione del disco) sono piuttosto alti perciò ho deciso di avviare <a href="https://gofund.me/c7b478a1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una campagna di crowdfunding</a> in cui ogni piccolo aiuto rappresenta per me un grande passo verso la realizzazione di questo sogno.</p>



<p>Ho anche in programma alcuni concerti da solista con orchestra e in autunno parteciperò a un progetto in Giappone presso il Kobe College of Music come assistente di R. Plagge.</p>



<p>&#8211;</p>



<p>Non ci resta che supportare questo giovane pianista emergente originario della nostra terra (sperando vi possa tornare presto) e impegnarci molto se la nostra passione per la musica ce lo richiede, per non sprecare alcun talento.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide"><img src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/09/1645281687987-1024x681.jpg" alt=""/></figure>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Quidditch per babbani a Bologna, tra scope non volanti e inclusione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jun 2022 10:09:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[inclusione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In attesa di ricevere la lettera di ammissione ad Hogwarts, c’è chi ha comunque iniziato a giocare a Quidditch! Ebbene sì, proprio lo sport pensato dalla Rowling ha preso piede a Bologna e in altre parti di Italia e del mondo: le scope non volano ma le regole per giocare sono (quasi) le stesse. Per soddisfare la nostra curiosità in merito abbiamo incontrato Alberto Nicolini, alias Teddy, che nel 2014 ha fondato la squadra Hinkypunks Bologna Quidditch ADS di cui [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">In attesa di ricevere la lettera di ammissione ad Hogwarts, c’è chi ha comunque iniziato a giocare a Quidditch!</p>



<p>Ebbene sì, proprio lo sport pensato dalla Rowling ha preso piede a Bologna e in altre parti di Italia e del mondo: le scope non volano ma le regole per giocare sono (quasi) le stesse. Per soddisfare la nostra curiosità in merito abbiamo incontrato Alberto Nicolini, <em>alias</em> Teddy, che nel 2014 ha fondato la squadra <strong>Hinkypunks Bologna Quidditch ADS</strong><em> </em>di cui è capitano e ormai anche Presidente dal 2017, quando è stata registrata come associazione sportiva dilettantistica.</p>



<p><em>Il Quidditch non è un gioco ma in Italia non è ancora uno sport, perché per essere riconosciuto tale deve contare un numero minimo di iscritti molto alto per cui non è semplice per le discipline da poco e del tutto innovative come, appunto, il Quidditch.</em> <em>Al momento è una specialità che rientra sotto la pallamano, ma è in via di espansione quindi confidiamo arrivi presto il riconoscimento come sport a sé stante, anche perché presenta analogie con vari sport già riconosciuti nel nostro Paese.</em></p>



<p><strong>Siete tutti <em>fan</em> della saga? È tutto connesso al mondo di Harry?</strong></p>



<p><em>Quando abbiamo fondato la nostra squadra di Bologna era “di moda” riprendere anche nei nomi il mondo di Harry Potter così noi abbiamo scelto “Hinkypunks” che è una creatura magica fatta di nebbia che attira i viandanti e ci sembrava rappresentasse perfettamente i nostri allenamenti a Bologna di inverno, con la nebbia appunto.</em> <em>Nel tempo ci si è distaccati quanto più possibile dalla saga, ad oggi l’obiettivo è dimostrare che </em><u><em>non si tratta di un’emulazione di un mondo fantastico</em></u><em> ma di una vera e propria disciplina sportiva esattamente come le altre, infatti oggi sempre più giocatori non hanno mai visto né letto Harry Potter ma hanno semplicemente voluto provare un nuovo sport.</em></p>



<p><strong>Proviamo a capire meglio: quali sono le regole in una partita?</strong></p>



<p><em>In campo ci sono diversi ruoli, come nel Quidditch magico</em>. <em>I <u>cacciatori</u> devono segnare facendo passare la pluffa (palla da pallavolo) attraverso i 3 anelli, collocati dall’altro lato del campo, dove il <u>portiere</u> ha il compito di evitare che ciò avvenga.</em> <em>I <u>battitori</u> giocano con il bolide (palla da dodgeball) con cui colpire gli avversari e mandarli fuori dal gioco: quando un giocatore è colpito non può rientrare nel gioco in maniera attiva finché non tocca gli anelli della propria squadra, che costituiscono la “base”.</em> <em>I <u>cercatori</u> entrano in campo solo dal 18° minuto ed hanno il compito di catturare il (famoso) boccino d’oro: uno scalpo posto dietro la schiena di un soggetto terzo </em>(ndr come un arbitro)<em>. Se il cercatore che recupera il boccino fa parte della squadra in vantaggio la partita si conclude con la vittoria di essa; se, invece, è membro della squadra in svantaggio si passa ai c.d. tempi supplementari.</em></p>



<p><strong>Ovviamente le scope non volano ma comunque ci sono…</strong></p>



<p><em>Il Quidditch nasce in America nel 2005 e risultava decisamente folcloristico, forse anche tendente al ridicolo dato che si tendeva a riprodurre il più possibile quanto visto/letto in Harry Potter: si giocava nei College con ramazze, moci, scope ecc. e con tovaglie legate al collo a mo’ di mantello.</em> <em>Col passare del tempo ci si è resi conto che alcuni dettagli erano di impaccio e poco utili al gioco (come i mantelli) e che le scope in legno nei placcaggi e nelle cadute spesso si rompevano e generavano schegge. Si è passati allora ai <u>pali in PVC</u> che, anche quando si spezzano/piegano, non generano alcun problema e sono utili allo scopo, costituiscono <u>una sorta di intralcio</u> che rende più complicato il gioco: ogni giocatore deve perseguire il proprio obiettivo di gioco mantenendo sempre il palo tra le gambe e, qualora questo dovesse cadere, deve raggiungere i suoi anelli prima di poter tornare in gioco!</em></p>



<p><strong>Esistono dei tornei/campionati in cui si sfidano le squadre italiane e/o estere?</strong></p>



<p><em>Per tutto l’anno si gioca in Italia la Lega italiana Quidditch divisa in due fasi:</em> <em>Season starter ossia un torneo di 2 giorni per testare il livello delle varie squadre di cui le migliori passeranno all’Euro Qualifier che è il secondo appuntamento della stagione mentre le altre si sfideranno ai playoff.</em> <em>Vi è poi la Division 1 e 2 per gli europei. Noi abbiamo appena finito di giocare la Division 2, i cui migliori giocatori finiscono in Nazionale e della squadra di Bologna sia io che altri 5 siamo nella rosa dei 25 convocati.</em> <em>Poi c’è la World Cup cui partecipano le squadre nazionali di tutto il mondo, dall’Italia all’Australia; mentre la Coppa Italia segna la conclusione della stagione competitiva nel nostro Paese e quest’anno si è giocata a Bologna poco tempo fa.</em> <em>Aggiungo che, anche se ancora a fatica, nel periodo estivo si prova a giocare la City league, un appuntamento non competitivo per puntare sull’esperienza.</em></p>



<p><strong>Sembra un anno pieno: sono tantissime competizioni per una disciplina esordiente…</strong></p>



<p><em>Sì ma siamo in crescita, al momento in Italia si contano circa 12 squadre (il numero oscilla ogni anno), al nord è più facile trovarne mentre al sud si ha più difficoltà nel reclutarne i membri più che nel fondarne di nuove. Purtroppo in Italia si ha uno sguardo critico verso gli sport non “tradizionali”.</em></p>



<p><strong>Perché scegliere il Quidditch? Quali sono le caratteristiche che rendono particolare e speciale questa disciplina?</strong></p>



<p><em>Sicuramente è una disciplina eterogenea, che comprende aspetti di vari sport quindi è dinamica e costituisce allenamento completo ma <u>la prerogativa è quella dell’inclusività</u>: tutti sono accolti nelle squadre di Quidditch, a prescindere da ogni possibile differenza fisica, atletica, di genere o di qualsiasi tipo; a Bologna non ci sono neanche delle vere selezioni per entrare, si prova e si impara.</em> <em>L’inclusione sta ad uno step più alto rispetto agli altri sport divisi ancora per categorie: si accetta tranquillamente che un maschio cis possa essere placcato da una ragazza cis! <u>Si gioca misti e senza alcuna etichetta di genere</u>, peraltro ci sono molti ruoli da ricoprire per cui si fa in modo che ognuno trovi il suo posto nel team in base alle proprie potenzialità e senza preconcetti.</em> <em>L’insegnamento più grande che ci dà il Quidditch è che si può andare oltre i pregiudizi e le differenze di genere e di abilità con cui siamo abituati a convivere fin da bambini.</em> <em>È per questo che non si può solo considerare mera imitazione dei maghetti della Rowling e i più attenti notano che è a tutti gli effetti uno sport con quella nota in più che è l’assoluta apertura a tutti senza alcuna discriminazione. Siamo <u>una grande famiglia dentro e fuori dal campo.</u></em></p>



<p>Sopresi da quanto appreso, non ci resta che confidare nel riconoscimento di questa disciplina come sport e sperare che si diffonda con esso anche la libertà, novità e inclusività che porta con sé. Per provare a costituire una squadra nella vostra città potete contattare l’Associazione Italiana Quidditch che fornisce informazioni e supporta nell’organizzazione.</p>



<p>…e se vi trovate a Bologna potreste fare un salto per tifare <em>Hinkypunks</em> o magari proprio unirvi alla loro squadra super inclusiva!</p>



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<figure class="wp-block-gallery columns-2 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="1024" height="682" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3-1024x682.jpg" alt="" data-id="31581" data-full-url="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3.jpg" data-link="https://ventiblog.com/?attachment_id=31581" class="wp-image-31581" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3-1024x682.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3-480x320.jpg 480w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3-720x480.jpg 720w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3-1200x800.jpg 1200w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3-750x500.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine3.jpg 1379w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="1024" height="682" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2-1024x682.jpg" alt="" data-id="31582" data-full-url="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2.jpg" data-link="https://ventiblog.com/?attachment_id=31582" class="wp-image-31582" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2-1024x682.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2-480x320.jpg 480w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2-720x480.jpg 720w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2-1200x800.jpg 1200w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2-750x500.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/Immagine2.jpg 1379w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li></ul></figure>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Una realtà doppiamente buona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jun 2022 12:55:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[associazione gli altri siamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[buoni buoni]]></category>
		<category><![CDATA[cooperativa sociale volando oltre]]></category>
		<category><![CDATA[disabilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Calabria, a Cosenza, esiste una realtà doppiamente buona. È una realtà speciale e rara, frutto della Cooperativa sociale Volando Oltre sulla base dell’esperienza dell’Associazione Gli altri siamo noi che favorisce l’inserimento lavorativo di persone disabili.  Ho incontrato Valentina e Biagio di Volando Oltre che mi hanno spiegato che la loro storia ha origine 19 anni fa, quanto nacque l’associazione Gli altri siamo noi da un gruppetto di ragazzi che iniziarono, sotto la guida della Presidente Adriana De Luca, ad [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In Calabria, a Cosenza, esiste una realtà doppiamente buona. È una realtà speciale e rara, frutto della Cooperativa sociale <em>Volando Oltre</em> sulla base dell’esperienza dell’Associazione <em>Gli altri siamo noi</em> che favorisce l’inserimento lavorativo di persone disabili. </p>



<p>Ho incontrato Valentina e Biagio di <em>Volando Oltre</em> che mi hanno spiegato che la loro storia ha origine 19 anni fa, quanto nacque l’associazione <em>Gli altri siamo noi</em> da un gruppetto di ragazzi che iniziarono, sotto la guida della Presidente Adriana De Luca, ad incontrarsi in una piccola stanzetta presso Stella Cometa con l’obiettivo di dare una vita dignitosa a ragazzi con sindrome di <em>down</em> e disabilità intellettive con l’inserimento all’interno della società mediante la preparazione al mondo del lavoro.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>E poi cos’è successo?</strong></p>



<p><em>L’associazione pian piano è cresciuta, ha costituito la propria sede dov’è attualmente </em>(ndr in Via Alberto Serra n. 46) <em>e si è impegnata soprattutto in progetti di work experiences per i ragazzi, nella partecipazione a tanti bandi pubblici, uno dei quali ha dato poi la svolta: nel 2015 abbiamo vinto un progetto per il Ministero della Gioventù che si chiamava Prove di volo che ci ha permesso di creare dei laboratori di preparazione al lavoro per i nostri ragazzi con disabilità che da lì </em><em>hanno cominciato a specializzarsi in alcuni ambiti</em><em> (pasticceria, pasta fresca, conserve, informatica, pulizie ecc.); hanno seguito per 2 anni questo percorso il cui obiettivo finale era quello di creare una start-up di impresa sociale così, nel 2017, è nata la cooperativa Volando Oltre. Poi, purtroppo, il lancio non è stato semplice e c’è voluto un anno per completare tutto l’iter e iniziare ad operare ma da fine novembre 2018 siamo entrati effettivamente nel mercato con i prodotti.</em></p>



<p>Ho chiesto loro poi com’è organizzata e di cosa si occupa in concreto la cooperativa e mi hanno spiegato che loro sono soci fondatori unitamente ad Adriana, Marco e Antonio che -precisavano- è un ragazzo con sindrome di <em>down</em> che è socio-lavoratore oltre che fondatore, assunto a tempo indeterminato unitamente a Maria Antonietta, affetta da disabilità intellettiva, anch’essa dipendente della cooperativa.&nbsp;</p>



<p><em>In questi 4 anni di cooperativa si sono susseguiti vari tirocini lavorativi retribuiti </em>-sottolineano-<em> cui partecipano i ragazzi che hanno seguito (e/o seguono tutt’ora) i percorsi formativi all’interno dell’associazione Gli altri siamo noi. Al momento abbiamo 6 ragazzi cui si uniranno altri 6 dopo l’estate e così via. I prodotti che commercializziamo sono lavorati interamente da noi e loro insieme, dalla preparazione delle materie prime al confezionamento; i processi sono vari: produciamo prodotti da forno (frollini, bocconotti ecc.), parte delle conserve sia dolci che salate (marmellate di frutta di stagione, paté di olive, cipolle in agrodolce ecc.) seguendo una linea di produzione fissa cui si aggiunge quella dei prodotti stagionali </em>(ndr se non avete ancora provato panettone o colomba al pistacchio, fatelo!). <em>Tutti partecipano alla catena produttiva e pian piano affinano delle competenze (che già avevano acquisito nel percorso che fanno ormai da tempo nell’associazione) e si specializzano: ognuno trova il suo posto (tranne Maria Antonietta che fa tutto, instancabile!) all’interno del processo lavorativo.</em></p>



<p><strong>Incuriosita, ho chiesto loro qual è la cosa più difficile e quale la più gratificante della loro esperienza.</strong></p>



<p><em>La più difficile è far passare il messaggio che oltre la disabilità ci sono persone con le loro capacità, sogni, paure, come tutti noi. Sicuramente c’è bisogno di supporto per tirare fuori queste caratteristiche e le peculiarità di ognuno perché sono chiuse dentro di loro quando entrano in Cooperativa e serve proprio qualcuno che creda in loro e li aiuti a tirarle fuori, che faccia sentire loro che possono farcela. Sicuramente ne vale la pena e capiamo si aver intrapreso la strada giusta quando vediamo che i ragazzi si realizzano, quando si rendono contro che quello che fanno è utile per mandare avanti l’impresa e poi è molto bello quando si riconoscono adulti, ad esempio nel ricevere lo stipendio e sentirsi più indipendenti.</em> <em>Pian piano crescono e la crescita deriva anche proprio dal lavoro che viene fatto insieme: l’apertura del ragazzo con cui lavori, che riesce a tirar fuori tutto quel che è chiuso in sé, quando diventa più consapevole di quello che può fare e inizia a credere nelle proprie capacità e a metterle a disposizione, è gratificante anche per noi…immaginali, appena arrivano, come fiori chiusi che poi, con tanta acqua e quindi pazienza e fiducia, sbocciano e diventano consapevoli di sé, adulti.</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="1024" height="683" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-31382" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2-1536x1024.jpg 1536w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2-480x320.jpg 480w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2-720x480.jpg 720w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2-1200x800.jpg 1200w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2-750x500.jpg 750w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2022/06/buoni-buoni-2.jpg 1800w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p><strong>Perché, secondo voi, non ci sono molte realtà come la vostra (almeno al sud)?</strong></p>



<p><em>Quando si fa riferimento alla nostra e a realtà come la nostra è difficile allontanare dai più l’idea del pietismo rispetto ai ragazzi e la convinzione che i nostri prodotti vadano acquistati perché le fanno “i poveri ragazzi con disabilità”.</em> <em>I nostri prodotti hanno valore, si chiamano “buoni buoni” perché hanno due aspetti che li caratterizzano, ugualmente importanti: uno è quello dell’inclusione, perché attraverso l’acquisto si supporta l’inserimento di ragazzi con disabilità nel mondo del lavoro (il che non accade altrimenti, soprattutto nel nostro territorio dove non ci sono ragazzi con disabilità che hanno un lavoro fisso e “vero”, come tutti); ma sono buoni anche perché sono prodotti di alta qualità: scegliamo materie prime ottime del nostro territorio, a km 0 e le ricette vengono aggiornate costantemente perché puntiamo sempre a migliorare.</em> <em>Lo scetticismo poi è anche proprio sul lavoro dei ragazzi, ci chiedono spesso “ma davvero li fanno loro?!” quando, come dicevamo, qui ognuno si specializza ed ha un ruolo nella catena produttiva, tutti lavorano.</em> <em>Purtroppo è difficile far capire questo passaggio alle persone cui ci rivolgiamo perché non si capisce che quello che proponiamo è un prodotto che può avere una collocazione nel mercato, ha una sua qualità e non è solo beneficenza! Peraltro non ci si rende conto che svolgiamo un lavoro che ha un valore sociale, per tutti… soprattutto dato che non ci sono realtà del genere, almeno qui al sud. Già, ad esempio, negli anni è cresciuto un gruppo di consumatori dei nostri prodotti su Roma che sicuramente all’inizio ha abbracciato l’idea e lo scopo sociale ma poi, nel tempo, ha più che altro premiato la qualità di ciò che produciamo diventando gruppo di clienti fissi.</em></p>



<p><strong>Cosa si può fare dall’esterno per supportare questa realtà?</strong></p>



<p><em>Sicuramente è importante, a livello concreto, il supporto al commercio dei nostri prodotti, è sempre un’attività che va avanti grazie alle entrate. Il nostro commercio è principalmente online (</em><a href="http://www.buoni-buoni.com">www.buoni-buoni.com</a><em>) ma anche alcuni punti vendita di privati a Cosenza rivendono i nostri prodotti e poi, ultimamente, abbiamo anche uno spazio all’interno del Mercato di Campagna Amica vicino ai 2Fiumi dove vendiamo direttamente noi i prodotti il martedì e il sabato.</em> <em>Per favorire i nostri scopi, però, è necessario soprattutto che sia riconosciuto anche il valore di ciò che viene fatto sia dall’associazione che dalla cooperativa, che si capisca che il cambiamento è possibile se cambia anche il modo di guardare alla disabilità, il modo di pensare alle persone che si hanno davanti come persone che hanno un loro posto e peso all’interno della società senza fermarsi al solo aspetto esteriore, senza pietismo ma andando oltre.</em></p>
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		<title>La Calabria è bruciata!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2021 04:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È trascorso quasi un mese dalla fine delle vacanze e tanto è ancora l’amaro in bocca.Quest’anno, però, in Calabria l’amaro è dovuto non soltanto alle vacanze ormai andate e allo stress lavorativo che già incalza: è la nostra terra o, meglio, quel che resta di essa a farci provare un senso di frustrazione misto a rabbia che, perché non scorra via come l’acqua piovana di questi primi giorni di settembre, è necessario fissare bene dentro e farne memoria.La Calabria è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È trascorso quasi un mese dalla fine delle vacanze e tanto è ancora l’amaro in bocca.<br>Quest’anno, però, in Calabria l’amaro è dovuto non soltanto alle vacanze ormai andate e allo stress lavorativo che già incalza: è la nostra terra o, meglio, quel che resta di essa a farci provare un senso di frustrazione misto a rabbia che, perché non scorra via come l’acqua piovana di questi primi giorni di settembre, è necessario fissare bene dentro e farne memoria.<br>La Calabria è bruciata, intorno a noi il verde è ormai per la maggior parte nero, in alcuni punti più fortunati giallognolo. È stata una delle estati con più incendi degli ultimi decenni e i risultati sono sotto i nostri occhi, in evidenza, a ricordarci che, forse, era anche nostra responsabilità avere cura del nostro territorio e limitare i danni, per quanto possibile.<br>Proprio per questo, per schiarirci definitivamente le idee prima di arrivare ai nuovi caldi, abbiamo sottoposto al Comandante Provinciale del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco di Cosenza, Giuseppe Bernardo, alcune domande a riguardo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/09/photo1631620342.jpeg" alt=""/></figure></div>



<p><strong>Quali sono i dati effettivi dell&#8217;emergenza incendi dell&#8217;estate 2021 in Calabria?</strong><br>Circa tremila incendi vegetazione in sessanta giorni (luglio e agosto).</p>



<p><strong>Abbiamo visto caserme aperte solo per questo periodo e squadre provenienti da nord e centro Italia arrivare nelle nostre città. L&#8217;emergenza è stata troppo grande o le forze ed i mezzi troppo pochi?</strong>L&#8217;emergenza incendi in Calabria nell&#8217;estate 2021 è stata una delle più difficili ed importanti degli ultimi anni. Per ritrovare numeri simili bisogna tornare indietro ai due anni neri degli incendi boschivi come il 2007 e il 2017. Per circa tre settimane si sono registrati in provincia di Cosenza circa 60-70 incendi nelle 24 ore, con una contemporaneità, soprattutto nelle ore pomeridiane, di circa 20-30 focolai in punti diversi. Se a tutto questo si aggiunge un territorio enorme, orograficamente complesso e con tempi di spostamento mezzi-uomini elevati, temperature costanti di oltre 40°C che inducono una notevole suscettibilità di innesco e propagazione degli incendi di vegetazione ed una distribuzione sul territorio dei centri abitati e delle zone di interfaccia (vegetazione e case insieme) spesso non adeguatamente protette da questi fenomeni, ne deriva che anche le 14 squadre di vigili del fuoco distribuite sul territorio (con il potenziamento AIB -antincendio boschivo<em> ndr</em>-) con in aggiunta le squadrette di Calabria Verde e con i mezzi aerei in condivisione con l&#8217;intera regione (circa 4 elicotteri con allestimento AIB) e i canadair (condivisi anche con le altre regioni) possono non essere sufficienti a fronteggiare un fenomeno di queste dimensioni. Siamo stati infatti costretti a richiedere aiuto alle regioni del nord che ci hanno fornito uomini e mezzi VVF aggiuntivi. In provincia di Cosenza abbiamo avuto sezioni operative AIB del Piemonte, dell&#8217;Emilia Romagna, dell&#8217;Abbruzzo, delle Marche e della Campania. Grazie anche al loro contributo e al notevole sacrificio dei VVF Cosentini siamo riusciti a sostenere l&#8217;urto dell&#8217;emergenza e a limitare i danni alle case e alle infrastrutture, senza registrare vittime o infortuni. Tuttavia il danno ambientale al patrimonio boschivo è stato elevatissimo: solo nell&#8217;incendio di Acri (CS) sono bruciati circa mille ettari di bosco.<br><br><strong>Natura e uomo. Chi ha più potere su questo fenomeno?</strong><br>La natura crea le condizioni favorevoli: temperature elevate, vento caldo nella giusta direzione, orografia del territorio con forti pendenze, tipo di vegetazione particolarmente suscettibile. Ma poi, per esperienza, è l&#8217;uomo che, sovente, sceglie il luogo e il momento affinché il fenomeno possa avere gli effetti che lui si è prefisso. Appiccare il fuoco sotto le case con il vento giusto e senza adeguate fasce di protezione tagliafuoco si sa già che produrrà effetti devastanti. In qualche caso l&#8217;incendio è dovuto ad imprudenza nel tentativo di &#8220;fare pulizia&#8221; in un momento inopportuno e comunque vietato dalle norme, dove poi si perde il controllo del fenomeno. Spesso gli incendi sono poi appiccati per piccoli interessi: pascolo, spostamento della selvaggina, raccolta degli asparagi o delle lumache, dispetti. L&#8217;incendio di natura puramente casuale (non doloso o colposo) ha risvolti puramente residuali dunque tale fenomeno ha assunto ormai un carattere sociale, con risvolti economici evidenti e come tale andrebbe analizzato.</p>



<p><strong>Una preghiera e un consiglio per i giovani calabresi che vorrebbero supportare il vostro lavoro e salvaguardare la loro terra.</strong><br>Supportare il lavoro dei vigili del fuoco significa innanzitutto essere dei buoni cittadini rispettosi dell&#8217;ambiente. Sarebbe bene, poi, comprendere che la protezione da certi fenomeni, come l&#8217;incendio, nasce da una adeguata diffusione della cultura della sicurezza, che dovrebbe essere insegnata a scuola già dalle prime classi in modo da far crescere le nuove generazioni con questa mentalità. Fare protezione civile significa proprio avere questa cultura che poi va applicata nel vivere civile, ovvero in famiglia, nei luoghi di lavoro e nella gestione del territorio. E un territorio complesso e difficile come quello della provincia di Cosenza ha più bisogno di altri della diffusione di questa cultura, anche perché non possiamo esimerci dal difendere la nostra meravigliosa natura, che si sta impoverendo sempre più, di anno in anno. Per distruggere un bosco ci vogliono poche ore, per rifondarlo e riportarlo allo stesso livello di prima ci vogliono anni. E il bosco, la vegetazione e tutto quel che portano in sé sono la base della nostra stessa vita, distruggerli è come distruggere noi stessi e il nostro futuro.</p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img width="576" height="1024" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/09/photo1631620370.jpeg" alt="" class="wp-image-29714" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/09/photo1631620370.jpeg 576w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2021/09/photo1631620370-169x300.jpeg 169w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /></figure>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Weekend Do It!</title>
		<link>https://ventiblog.com/weekend-do-it/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESPERIENZE]]></category>
		<category><![CDATA[INIZIATIVE]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonella, Alessandra, Agnese, Debora, Maria e Sady: sei giovani ragazze provenienti da percorsi universitari diversi ed anche da Paesi diversi (Italia, Brasile e Paraguay) hanno messo insieme idee e forze per porre in essere ed offrire ad altre donne laboratori manuali nel Weekend Do It! Abbiamo incontrato Antonella per conoscere meglio questo encomiabile progetto. Cos&#8217;è weekend do it? È il frutto della passione per gli studi di genere e per il tema della parità di genere che accomuna noi sei. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Antonella, Alessandra, Agnese, Debora, Maria e Sady: sei giovani ragazze provenienti da percorsi universitari diversi ed anche da Paesi diversi (Italia, Brasile e Paraguay) hanno messo insieme idee e forze per porre in essere ed offrire ad altre donne laboratori manuali nel Weekend Do It!<br />
Abbiamo incontrato Antonella per conoscere meglio questo encomiabile progetto.</p>
<p>Cos&#8217;è weekend do it?<br />
È il frutto della passione per gli studi di genere e per il tema della parità di genere che accomuna noi sei. Proprio da qui nasce l’idea di creare dei laboratori di falegnameria, meccanica, elettrica ed idraulica destinati alle sole donne, al fine di renderle più autonome in queste attività che sono da sempre considerate prettamente maschili. I laboratori si sono svolti in tutti i sabati di giugno a Cosenza Vecchia, all’interno della Galleria Arte Indipendente Autogestita GAIA ed hanno coinvolto un totale di trenta ragazze e giovani donne. Di fondamentale importanza per la riuscita dei laboratori è stato il lavoro dei quattro docenti – Antonio, Adele, Analia e Sofia &#8211; che hanno messo a disposizione, con grande entusiasmo, la loro professionalità e le loro conoscenze e competenze.</p>
<p>Da dove nasce questa idea e perchè pensavate potesse essere vincente?<br />
L’idea iniziale è stata di Debora che ha poi coinvolto noi altre per articolarla ed elaborarla. Il punto di partenza del nostro ragionamento è stato che ci sono delle attività che, troppo spesso, non vengono insegnate alle figlie femmine, ma che, al contrario, si trasmettono solo di padre in figlio. Eppure si tratta di attività che riguardano tutti e tutte nella quotidianità – come ad esempio saper cambiare una gomma o riparare un rubinetto che perde! L’obiettivo è stato, quindi, quello di ribaltare gli stereotipi di genere ed aiutare le donne ad emanciparsi in tutte quelle attività che le vedono spesso dipendenti dall’aiuto di un compagno, amico, fratello, padre. Ci siamo rese conto che poteva essere una proposta innovativa perchè non conoscevamo – almeno nel nostro territorio – esperienze di questo tipo. E infatti questa intuizione ci ha fatto vincere il bando di Cantiere Giovani finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in partenariato con diverse organizzazioni tra cui, per la regione Calabria, l’associazione di promozione sociale Goodwill.</p>
<p>Com’è stato lavorare in gruppo per questo obiettivo?<br />
Lavorare in gruppo è stato uno degli aspetti più interessanti di questo percorso. Il gruppo si è creato in itinere ed in modo spontaneo intorno all’obiettivo e alla scrittura del progetto. Alcune di noi si conoscevano già ed avevano già lavorato insieme, altre invece no. Quindi per prima cosa abbiamo passato del tempo insieme – soprattutto mangiando! – per conoscerci meglio e creare una sinergia positiva. Ci siamo trovate bene fin da subito e tra di noi si è creato un rapporto di amicizia che ora va anche al di là del progetto. Ognuna ha messo a disposizione le sue competenze e conoscenze pregresse – anche molto diverse tra loro – e questo è stato sicuramente l’aspetto vincente. Combinare diverse capacità e skills per raggiungere un unico obiettivo significa aumentare nettamente le possibilità di raggiungerlo!</p>
<p>Perché avete scelto GAIA e il centro storico come luogo in cui tenere i laboratori?<br />
Ci piaceva l’idea di fare qualcosa all’interno del centro storico di Cosenza che è bellissimo ed è pieno di risorse materiali, culturali e sociali, ma che, purtroppo, versa in una condizione di abbandono e a tratti di degrado. Per noi Cosenza Vecchia è un’area piena di potenziale troppo spesso non riconosciuto né valorizzato. Poi abbiamo scelto come sede effettiva dei nostri laboratori lo spazio di GAIA (Galleria Arte Indipendente Autogestita), all’interno della Casa di Quartiere di Palazzo Cosentini, per provare -nel nostro piccolo- a far rivivere uno spazio che, come tutti gli spazi artistici, è stato fortemente penalizzato dalle chiusure forzate causate dalla pandemia. Siamo grate al collettivo GAIA per averci accolte e supportate per tutta la durate dei laboratori e grazie alla posizione della galleria &#8211; che affaccia su Corso Telesio – abbiamo avuto l’occasione di conoscere tante persone del quartiere che, pur non partecipando ai laboratori, ci hanno sostenute e si sono interessate alle nostre attività.</p>
<p>Com’è stato accolto il vostro progetto? Pensate che i laboratori abbiano portato i frutti sperati?<br />
Il progetto è stato accolto fin da subito con grandissimo entusiasmo e questa cosa ci ha rese molto felici e orgogliose. Non appena abbiamo iniziato a pubblicizzare l’evento online siamo state inondate da messaggi di supporto e i posti sono andati sold out in un paio d’ore! Tanti singoli e tante associazioni ci hanno scritto per avere informazioni o semplicemente per congratularsi per l’iniziativa. In quel momento abbiamo capito che la necessità di un’azione concreta (che andasse nella direzione di un’uguaglianza sostanziale), la stessa che ci ha spinto a realizzare questo progetto, non era solo nostra ma largamente condivisa da tanti/e. Siamo consapevoli che questo sia soltanto un punto di partenza, ma crediamo nel potenziale di tanti piccoli micro-cambiamenti.</p>
<p>Credete ci possa essere un seguito?<br />
Questa è una domanda che ci hanno fatto davvero in tante! Noi speriamo di sì, soprattutto perchè tante ragazze non hanno avuto la possibilità di partecipare a causa dei pochi posti che abbiamo potuto rendere disponibili per garantire il rispetto delle normative anti Covid-19. Quindi: non è da escludere cercheremo le risorse per una seconda edizione. In ogni caso, si tratta di un’idea che può essere “esportata” e speriamo, quindi, che venga replicata non solo a Cosenza ma anche altrove.</p>
<p>Anche noi di Venti abbiamo partecipato ad alcuni laboratori e crediamo sia stato un bellissimo seme, decisamente fruttifero per chi vi ha partecipato ma anche per chi ha colto l’idea e l’ha fatta propria. In fondo c’è proprio bisogno dei singoli piccoli cambiamenti di cui ci ha parlato Antonella per confidare nella rivoluzione!</p>
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		<title>Qualche buona notizia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Visciglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2021 07:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2020 in un bilancio (quasi) a freddo Mi impegno sempre a fare bilanci di fine anno e, di solito, mi riesce abbastanza bene. Eppure oggi è un po’ più difficile, come più difficile è stato questo 2020.Ma è passata anche l’epifania (che tutte le feste porta via) e mi tocca davvero ricapitolare e ripartire.Tutti i limiti dettati dalla quarantena o dai colori delle zone, i costanti rischi nei contatti umani, la curva dei contagi onnipresente e quasi sempre in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2>Il 2020 in un bilancio (quasi) a freddo</h2>



<p class="has-drop-cap">Mi impegno sempre a fare bilanci di fine anno e, di solito, mi riesce abbastanza bene. Eppure oggi è un po’ più difficile, come più difficile è stato questo 2020.<br>Ma è passata anche l’epifania (che tutte le feste porta via) e mi tocca davvero ricapitolare e ripartire.<br>Tutti i limiti dettati dalla quarantena o dai colori delle zone, i costanti rischi nei contatti umani, la curva dei contagi onnipresente e quasi sempre in crescita, lo stravolgimento di (quasi) tutte le abitudini di vita consolidate in 27 anni, l’ansia, la preoccupazione, la rabbia.</p>



<p><br>Quest’anno appena trascorso è stato un bel pugno, dritto in faccia.<br></p>



<p>Eppure è bastato fermarsi un attimo (e di attimi per fermarsi ce ne sono stati concessi tantissimi in questi 366 giorni!) per rendersi conto che la vera difficoltà è stata il sentirsi fallibili, impotenti, decisamente imperfetti e fragili.<br>Quest’anno ha tolto molto a tutti, troppo a tanti. La sofferenza fisica, il malessere psicologico, i lutti personali e collettivi, ci hanno colpito spesso e violentemente.<br>Il 2020 ci ha lasciato un vuoto che, in tanti momenti delle nostre giornate, ci risucchia e ci mostra incantati e assenti agli occhi degli altri.</p>



<h3><br>Ma quindi è tutto da cancellare?<br></h3>



<p>Probabilmente qualcosa sì, quelle perdite che ci logorano ogni singolo istante, che ci fanno sentire soli e inadeguati, tristi e inutili, con quel “avrei dovuto…, avrei potuto…” costantemente in testa: sì, quelle vorremmo cancellarle o, quanto meno, vorremmo poter usare un rewind per vivere meglio quelle relazioni così brutalmente interrotte dalle conseguenze (note o taciute) del diffondersi rapido e inesorabile del virus.<br>Ma non è tutto da cancellare. E, soprattutto, nulla si può davvero cancellare.<br>Allora vale la pena guardare ai frutti, agli insegnamenti di quest’anno alquanto singolare, a ciò che c’è rimasto dentro e che ancora brucia. Perché non si spenga non appena trascorso tutto.<br>Dire che tutto dà una lezione (ciò che non uccide fortifica cit.) ad oggi non scende proprio giù, ma senza accorgercene siamo già dentro ad una rivoluzione.<br>Abbiamo fatto ogni giorno i conti con tutte le stranezze (per non dire imposizioni) che quest’anno ha comportato, siamo già stati costretti a confrontarci con la nostra solitudine e con i nostri limiti, siamo già cambiati.</p>



<p><br>È che come al solito ci viene più facile lamentarci piuttosto che prendere atto e progettare, è che siamo bravissimi a guardare a ciò che manca piuttosto che a ciò che c’è, ed è rimasto… nonostante tutto.<br>Ma, dentro di noi, sappiamo bene ormai che la costrizione non è stata tanto il non poter uscire quanto lo stare soli con noi stessi più a lungo, non è stato tanto il dover rinunciare alle feste, agli aperitivi, ai viaggi, ma alle chiacchiere con gli amici, agli abbracci, alle emozioni che danno le relazioni e le nuove esperienze.<br>Allora, nel bilancio di quest’anno c’è tanto anche di positivo (non è il termine adatto al momento, ma questo c’è), molto più di quanto pensiamo.<br>Non solo perché guardando al mondo, in mezzo alle milioni di notizie sulla pandemia, ci sono state anche cose belle, come la sconfitta della poliomielite in Africa dopo decenni, le grandi battaglie per i diritti LGBT e alcune vittorie come la legge che vieta la terapia di conversione per gli omosessuali in Israele, le rivolte di tanti, tantissimi del Black Lives Matter, l’abolizione della pena di morte in Kazakistan, il cambiamento della Costituzione cilena varata da Pinochet e molti altri, segno di riscatto e rinascita per l’intera umanità!<br>Ma anche perché noi siamo cresciuti, un anno è passato per tutti, indistintamente, e ci tocca tirarne le somme.</p>



<p>Inizio io. [Sperando che, magari, vi ritroviate nel mio bilancio.]<br>In quest’anno ho imparato che gli sguardi contano tanto, che attraverso gli occhi e le rughe che vi si formano intorno posso guardare al cuore, e che mi mancano gli sguardi seguiti dagli abbracci.<br>Ho imparato che la famiglia è la parte migliore della mia vita; che è fisiologico, soprattutto per noi giovani, preferire altre relazioni, altri luoghi, altri eventi, dando per scontato i momenti insieme ai propri genitori, nonni, parenti in generale perché magari meno divertenti, forse perché più “ordinari”, ma quest’anno ci ha sbattuto in faccia quanto ci manchino anche le mille domande, anche i punti di vista differenti, anche le discussioni in famiglia, quando a dividerci c’è uno schermo, o il vuoto.</p>



<p><br>Ho imparato a fare la pizza (giuro!) ma soprattutto ho imparato a farla con mia madre accanto (e con papà che ci fotografa nel mentre, ahimè!).<br>Ho imparato a lavorare in casa e a condividere uno spazio di lavoro con mio padre (con mamma che si lamenta dei nostri toni di voce, ahimè!).<br></p>



<p>Ho imparato ad apprezzare il sole in faccia, anche quando si è in ritardo per l’udienza.<br>Ho imparato che stare accoccolati sul divano a guardare un film non sarà come al cinema ma è di una dolcezza disarmante.<br>Ho imparato che la Fede va vissuta in presenza, un po’ come la scuola: perché, per quanto la tecnologia vada avanti, la vicinanza fisica dell’altro/Altro, nulla può sostituirla.<br>Ho imparato che la convivenza con gli altri è tanto più complessa quanto più prolungata, ma guardandomi intorno, sono certa che sia una fortuna. E che le relazioni in generale sono linfa per la mia vita, sono ciò che dà senso e colora ogni giorno, ciò che dà motivo ad ogni singola emozione.<br>E che c’è un tempo per tutto, che lottare per i propri sogni e per la propria carriera è fondamentale, ma va sempre affiancato da una chiacchiera, un bacio, una passeggiata in compagnia per avere il cuore pieno davvero.</p>



<p><br>Perché il susseguirsi di cambiamenti continui e inaspettati di questi mesi ha, in particolare, distrutto (quasi) del tutto in me l’illusione di poter bastare a me stessa.<br>Ho imparato questo e tanto tanto altro.<br>Ma -in fondo- quel che davvero mi rimane dentro è ciò che è essenziale, che va tutelato e protetto, del quale bisogna avere cura ogni singolo giorno, a nostro modo eh, ma ogni singolo giorno, ché del superfluo si può fare a meno e, anche quando non costretti, vi si può anche rinunciare per ciò che davvero conta.<br>E lamentarsi dà una soddisfazione momentanea e evanescente, soprattutto quando c’è qualcosa di più grande a limitarci.<br>Allora parto da me, proprio da quelle fragilità e limiti che si sono acuiti in quest’anno, quelli che ho scoperto e anche un po’ odiato, ma che fanno e faranno parte di me anche domani, anche dopo il vaccino.<br>E da questi ri-immagino il mondo, partendo dalla mia casa, dalla mia città, ma arrivando all’intero globo. Perché mentre mi sentivo sola chiusa in casa, guardare quel che accadeva altrove mi faceva anche sentire parte di un qualcosa di grande, mi faceva sentire empaticamente vicina anche a chi sta dall’altra parte del mondo e di cui, forse troppo spesso, poco mi è importato.</p>



<p>Allora potrei (potremmo), come buon proposito per l’anno nuovo, aguzzare la vista, e soprattutto il cuore, per riconoscere e apprezzare tutto ciò che c’è e tutto ciò che finora non ho voluto vedere.<br>Perché anche quando tutto ci è sembrato e ci sembra ancora in stand-by, la vita di ognuno di noi è proseguita senza aspettare “di tornare alla normalità”, perché il mio 27esimo anno di vita è stato questo e non sarà un altro, perché quel che ho fatto, provato, detto in questi 366 giorni rimane, e ciò che non ho fatto, non ho provato e non ho detto in questi 366 giorni no.</p>



<p><br>Forse bisogna riassestarsi, ricostruire il proprio spazio e la propria agenda, modificare abitudini, rivalutare atteggiamenti, rivedere l’elenco delle proprie priorità. Molto probabilmente ci vorrà tempo e impegno, certamente però siamo chiamati ad iniziare oggi, nei luoghi in cui ci troviamo, nelle difficoltà che incontriamo, con le persone che abbiamo accanto, perché la vita è oggi. Oggi, e non domani.<br>Buon (più consapevole) 2021.</p>
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