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	<title>merito &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Scuola, le necessarie evoluzioni e le prime sperimentazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Nov 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In una certa narrativa contemporanea, la scuola italiana viene descritta come pervicacemente insensibile all’evoluzione dei tempi, storicamente ancorata a metodologie di didattica e valutazione ormai rarefatte e per molti versi antiquate. In realtà, la scuola italiana si è aperta (o almeno ha tentato di aprirsi), soprattutto in epoca recente, a una molteplicità di sperimentazioni, che hanno spaziato trasversalmente dalla didattica vera e propria ai profili organizzativi e valutativi. Si tratta di sperimentazioni che non sempre hanno onorato le aspettative, ma [&#8230;]</p>
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<p>In una certa narrativa contemporanea, la scuola italiana viene descritta come pervicacemente insensibile all’evoluzione dei tempi, storicamente ancorata a metodologie di didattica e valutazione ormai rarefatte e per molti versi antiquate.</p>



<p>In realtà, la scuola italiana si è aperta (o almeno ha tentato di aprirsi), soprattutto in epoca recente, a una molteplicità di sperimentazioni, che hanno spaziato trasversalmente dalla didattica vera e propria ai profili organizzativi e valutativi. Si tratta di sperimentazioni che non sempre hanno onorato le aspettative, ma che nel complesso hanno introdotto opportunità inattese per gli studenti e consentito di collaudare metodologie e sistemi assolutamente innovativi.</p>



<p>Tra queste rientrano anzitutto i “percorsi sperimentali”. Sono stato infatti nel tempo attivati specifici percorsi con lo scopo di offrire occasioni formative e specialistiche, basti pensare negli istituti di istruzione superiore agli indirizzi ingegnerizzati per il potenziamento delle lingue e di alcune materie scientifiche. Si è trattato forsanche di un modo per modernizzare l’offerta formativa, avvicinandola alle nuove istanze del mercato e della società globalizzata.</p>



<p>Accanto a questi veri e propri “percorsi”, si sono registrate pure sperimentazioni più circoscritte, riferite a specifici aspetti della didattica o dell’organizzazione scolastica. In particolare, alcune innovazioni sono state anche introdotte talvolta per modernizzare lo studio delle materie tradizionali. Ad esempio per lo studio delle lingue classiche (latino e greco) in alcuni istituti è stato utilizzato il cosiddetto “metodo natura” ideato dal linguista H. Ørberg. Si tratta di una metodica del tutto diversa rispetto a quelle tradizionalmente in uso nelle nostre scuole e prevede che il latino e il greco siano studiati con le stesse tecniche previste per le lingue ancora parlate. Gli studenti, ad esempio, imparano a dialogare in lingua e a tradurre senza servirsi necessariamente del dizionario. Ovviamente lo scopo ultimo è di consentire un fisiologico graduale assorbimento dei costrutti linguistici e del lessico, che sono metabolizzati apprendendoli nel modo solitamente utilizzato per le lingue ancora “vive”.</p>



<p>Una ulteriore sperimentazione interessante è quella delle cosiddette “classi senza voti”, che ha per oggetto uno tra gli aspetti più delicati e complessi della vita scolastica, ossia la valutazione dei discenti. Nelle “classi senza voti” agli studenti vengono forniti giudizi descrittivi, che specificano le lacune e i risultati di apprendimento raggiunti, ma non vengono assegnati punteggi numerici, né voti.</p>



<p>Lo scopo è quello di focalizzare maggiormente l’attenzione sul percorso formativo dello studente, senza ingenerare competizione con i compagni e senza “ridurre” la complessità del momento valutativo a un semplice numero o a un aggettivo qualificativo. Mediante un giudizio descrittivo, lo studente è portato a soffermarsi maggiormente sui propri punti di forza e sulle proprie debolezze, acquisendo consapevolezza degli aspetti da potenziare. La soppressione del “voto” consente anche di disincrostarne alcune conseguenze disfunzionali: l’appiattimento della decisione valutativa sulla mera quantificazione matematica del merito, nel più ingiustificato oblio delle relative ragioni giustificatrici, ma anche la tendenza a percepire il confronto con i compagni in termini di competizione talvolta tossica.</p>



<p>In alcuni istituti questa sperimentazione è stata introdotta per un periodo soltanto transitorio e poi quasi immediatamente abbandonata. Si tratta sicuramente di una metodica che richiede uno sforzo di metabolizzazione notevole, perché impone di emanciparsi da una radicata concezione classica della valutazione scolastica basata da sempre sulla graduazione del merito attraverso il sistema dei punteggi o dei voti.</p>



<p>Essenzialmente, siamo infatti abituati a pensare che “valutare” a scuola significhi classificare gli studenti in base alla “bravura”. A ben riguardare, non è però così. Mentre nell’universo dei concorsi pubblici la graduazione del merito è una necessità imprescindibile, perché lo scopo finale della procedura è individuare i migliori, la scuola non ha niente affatto questo stesso obiettivo.</p>



<p>Il fine del percorso scolastico non è premiare i meritevoli, né stabilire una scala di valore tra gli studenti, né classificarli o etichettarli. È invece consentire a ciascun alunno di intraprendere il miglior percorso, di comprendere i propri punti di forza e di debolezza, di maturare e sviluppare le capacità e competenze. L’approccio dello studente non dovrebbe quindi essere per-formativo (cioè di dimostrazione del proprio livello di apprendimento, come avviene in un concorso, per prendere un buon voto), bensì soltanto formativo (cioè di comprendere come migliorare e potenziarsi).</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Dal merito alla consapevolezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2023 06:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Più che il merito conta la maturità Negli ultimi tempi, sempre maggiore attenzione va focalizzandosi sul tema del “merito”, in particolare con riguardo all’universo dell’istruzione e della formazione.Occorre a tal proposito premettere che il concetto di “merito” ha una notevole complessità polisemica intrinseca e può assumere diverse morfologie e connotazioni, modellandosi spesso anche sulla base del contesto di riferimento. La logica del “merito” appartiene geneticamente al mondo dei concorsi, delle selezioni, delle gare, ove ha un significato ben preciso. Lo [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center">Più che il merito conta la maturità</h2>



<p class="has-drop-cap">Negli ultimi tempi, sempre maggiore attenzione va focalizzandosi sul tema del “merito”, in particolare con riguardo all’universo dell’istruzione e della formazione.<br>Occorre a tal proposito premettere che il concetto di “merito” ha una notevole complessità polisemica intrinseca e può assumere diverse morfologie e connotazioni, modellandosi spesso anche sulla base del contesto di riferimento.</p>



<p>La logica del “merito” appartiene geneticamente al mondo dei concorsi, delle selezioni, delle gare, ove ha un significato ben preciso. Lo scopo ultimo del concorso è infatti individuare tra tanti candidati quelli idonei a ricoprire un numero ristretto di posti. L’intera macchina concorsuale nasce ed esiste esclusivamente per il suo momento conclusivo, ossia definire la graduatoria, un elenco di persone in ordine decrescente – appunto – “di merito”. I risultati individuali hanno rilevanza esclusivamente al fine di essere “pesati” e tradotti in un punteggio. “Merito”, nel concorso, è – in definitiva – distinguere tra vincitori e perdenti.</p>



<p>Un tale concetto di merito, con tutta evidenza, non può essere armonicamente applicato in questi stessi termini alla formazione e tanto meno all’istruzione. La formazione ha infatti una funzione ben diversa dal concorso: mira a stimolare e valorizzare la crescita dell’individuo, dare nuovi strumenti di vita e di relazione, alimentare la consapevolezza e la maturazione complessiva. Nella formazione, importanza centrale è rivestita dal percorso, dalla crescita e dall’apprendimento: dunque dalla “strada”, piuttosto che dalla “meta” in sé.</p>



<p>Nella formazione, anche l’errore ha una importanza decisiva, perché consente di acquisire consapevolezza di sé e di migliorare. Mentre nel concorso l’errore si esaurisce in sé stesso, nelle attività formative l’errore deve essere trasformato in lezione (secondo l’adagio “<em>forget the mistake, remember the lesson</em>”) e comunque deve nutrire la consapevolezza di sé.</p>



<p>In generale, al termine di un percorso di formazione, più che i voti e i giudizi, rilevano le competenze e soprattutto la maturità complessiva raggiunta, che sotto molti aspetti non è misurabile matematicamente e comunque discende dall’esperienza acquisita anche attraverso gli errori. Il concetto di merito non deve quindi tradursi nell’ambito della formazione e dell’istruzione in una pretesa di eccellenza, perché non è affatto questo l’obiettivo ultimo.</p>



<p>Non si mette ovviamente in discussione l’importanza dell’impegno, del dedicarsi con coscienza e dedizione ai propri obiettivi, pur sempre secondo le proprie scelte, aspirazioni e desideri e nel rispetto di un sano equilibrio di vita. Si deve però comunque sottolineare la complessità della persona umana che va al di là di voti, giudizi, punteggi e numeri e che, nella fase della formazione e dell’istruzione, è e deve restare sempre al centro.</p>



<p>Per queste ragioni, anche il momento della valutazione assume nella formazione una funzione essenzialmente diversa da quella che ha nel concorso: esclusivamente di favorire la consapevolezza e la maturazione. Manca, in sostanza, in questo contesto qualsiasi necessità di competizione, di confronto e di concorrenza: la “corsa” è, essenzialmente, contro sé stessi o – meglio ancora – con sé stessi, per scoprirsi e migliorarsi. In questo senso, le verifiche e le prove nella fase dell’istruzione dovrebbero essere utilizzate essenzialmente come strumento per individuare lacune e punti di forza, in modo da perfezionare le strategie didattiche e modulare al meglio l’impegno individuale e le scelte future.</p>



<p>In sostanza e in conclusione, occorre tener fermo che la formazione non ha lo scopo ultimo di produrre una classifica finale, di individuare vincitori e sconfitti. Ha invece il più profondo fine di coltivare, sviluppare e valorizzare la crescita individuale di ciascuno lungo la propria personale strada di vita, di alimentarne la curiosità, le aspirazioni e soprattutto di formare persone consapevoli e mature. Al centro sta (e resta) il discente e la sua maturazione come individuo, nel rispetto di un sano equilibrio di vita. &nbsp;</p>



<p>E la maturità dell’individuo passa anche attraverso errori, ripensamenti, ricalibrature alchemiche delle proprie scelte. La vita evolve infatti in modi imprevedibili e sulle azioni incidono una molteplicità indistricabile di variabili indomabili. Le persone cambiano, cambiano le loro aspirazioni, i loro sogni e persino le loro capacità. Quindi, persino quelle che sembrano certezze possono evolvere nel tempo, per molte – e a volte imperscrutabili &#8211; ragioni. Proprio per questo, “consapevolezza” vuol dire anche saper ripensare le proprie priorità, riformulare le proprie scelte e persino cambiare la propria strada.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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