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	<title>deplatforming &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Social network, quando il deplatoforming a Trump riaccende il dibattito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Teresa Pedace]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jan 2021 17:39:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricordo ancora il mio primo approccio ai social network: erano gli anni Zero, MSN e MySpace davano a noi giovani – che ancora non sapevamo di essere Millennials – una finestra sul mondo da cui osservare, essere osservati, condividere stati d’animo e pensieri nella pia illusione di essere semplicemente visti. Nel giro di pochi anni, abbiamo compreso di avere tra le mani un megafono, un’arma potentissima e numerose piattaforme su cui socializzare, cercare informazioni o lavoro, condividere interessi esercitando così [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/social-network-quando-il-deplatoforming-a-trump-riaccende-il-dibattito/">Social network, quando il deplatoforming a Trump riaccende il dibattito</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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<p>Ricordo ancora il mio primo approccio ai social network: erano gli anni Zero, MSN e MySpace davano a noi giovani – che ancora non sapevamo di essere Millennials – una finestra sul mondo da cui osservare, essere osservati, condividere stati d’animo e pensieri nella pia illusione di essere semplicemente <em>visti</em>. Nel giro di pochi anni, abbiamo compreso di avere tra le mani un megafono, un’arma potentissima e numerose piattaforme su cui socializzare, cercare informazioni o lavoro, condividere interessi esercitando così la libertà di espressione in ogni sua forma.</p>



<p>La libertà della manifestazione del pensiero è uno dei diritti più preziosi: come precisa lo stesso art. 11 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, “<em>ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge”.</em> A essere tutelate, dalla dichiarazione prima e da Convenzioni, Costituzioni e Trattati poi, non sono solo le opinioni comunemente accettate dalla società, ma anche quelle critiche, fatte di dissenso politico e sociale, purché esso non porti ad atti di violenza. <br>Il dibattito politico costituisce il cuore di qualunque società democratica, anche online. Ed è per questo che fa discutere, negli ultimi tempi, il cosiddetto <em>deplatforming</em> che ha colpito gli account di Donald Trump, la decisione cioè di bloccare tutti i suoi account social almeno sino all’insediamento del Presidente eletto Joe Biden. Le ragioni dietro a questa decisione riguardano l’ordine e la sicurezza pubblica, ma riaccendono anche i riflettori sullo stato di salute della Rete. <br>Da Twitter a Facebook, da Shopify a Youtube, gli account di Trump sono oggetto di restrizioni perché violano le policy, comprendono contenuti che incitano alla violenza, diffondono informazioni false o facilitano attività illegali e pericolose. Il dibattito coinvolge addetti ai lavori, semplici fruitori di servizi online, politica ed etica: la libertà di manifestazione del pensiero ha confini definiti e non può tutelare ciò che contrasta la libertà stessa e la democrazia.</p>



<p>Andiamo per gradi. Le opinioni sono sì tutelabili, ma non tutte, non quelle cioè che mirino a cancellare la libertà di espressione o sovvertire la democrazia. La libertà di espressione è, inoltre, appannaggio dell’individuo che partecipa al dibattito pubblico – passaggio essenziale per l’esercizio della sovranità popolare – esercitando così un aspetto attivo, dovuto alla manifestazione stessa della libertà, e uno passivo, costituito dal diritto ad accedere alle informazioni. Se i mezzi di comunicazione come tv e giornali nascono come media regolamentati e controllati, Internet ha, sin dal primo giorno, sovvertito questo ordine e portato a termine la democratizzazione della libertà della manifestazione del pensiero: chiunque può esercitare questa libertà, è sufficiente un blog oppure un account su un social network. <br>Cosa succede, tuttavia, quando un utente – ad esempio, Trump – utilizza i propri account per fomentare una folla di sostenitori a commettere atti violenti o, quantomeno, non disapprovando quelle iniziative, anzi quasi legittimandole? Il <em>deplatforming</em> che è seguito è legittimo oppure no? Non c’è una risposta esatta, ma rappresenta un punto di svolta, impone una riflessione sul ruolo dei fornitori di servizi nella società dell’informazione e sottolinea, oggi più che mai, come la comunicazione tout court abbia carattere politico.</p>



<p>L’importante, però, è che se ne parli. Finalmente.</p>



<p><em>Già pubblicato su L&#8217;Altravoce dei Ventenni-Quotidiano del Sud 18/01/2021</em></p>
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