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SuperLega: il muro di Berlino che divide il calcio

Calcioefinanza.it

Su tutti i media nazionali da ieri impera la notizia che dodici tra le squadre europee più blasonate (Juventus, Inter, Milan, Manchester United, Manchester City, Liverpool, Chelsea, Arsenal, Tottenham, Real Madrid, Atletico Madrid e Barcellona) hanno deciso di dare vita alla cosiddetta SuperLega.  L’idea alla base di questa nuova competizione prevede la partecipazione di 20 squadre di cui i 15 club fondatori ed altri 5 invitati dai primi in base a particolari meriti sportivi. La modalità prevede la formazione di due gironi da 10 squadre, al termine dei quali la vincente sarà definita con la modalità play-off. Questa decisione, che appare destinata a scuotere il mondo del calcio più della sentenza Bosman, crea una vera e propria faglia tra gli eterni romantici, appassionati ed innamorati di uno sport che muta sempre di più, e gli innovatori proiettati verso un’omologazione dell’organizzazione calcistica simile ad altri sport, come il basket o il rugby.

Qualsiasi decisione inerente al mondo del calcio non riesce a passare in sordina, questo accade perché è uno sport che, nel bene e nel male, scuote migliaia di menti su tutto il territorio terrestre e fa sentire sempre parte di un qualcosa tanto grande, quanto vicino alle piccole realtà.

La decisione di costituire questa nuova competizione parte senza dubbio dal fatto che dodici società fondatrici annoverano circa 1 miliardo di tifosi su scala globale e sono di fatto i tifosi a muovere larga parte degli introiti di questa industria. Se va dato atto e merito al calcio, che riesce da più di un secolo ad avere una quantità tale di sostenitori, appare evidente il progetto della Superlega: se è possibile riunire la maggior parte degli appassionati nel mondo in un’unica competizione, è possibile massimizzare i profitti e guadagni da immettere nel circuito. 

Forti del fatto che la maggior parte dei capitali derivi dai diritti TV, le società sportive creatrici di questo progetto sono partite proprio da qui: costituiranno una società partecipata con una quota di partecipazione al capitale iniziale che va dai 2 agli 8 milioni di euro, i cui diritti saranno solo ed esclusivamente dei club e non di organizzazioni sovranazionali come la UEFA. Nel momento in cui partirà, effettivamente, la SuperLega, i club avranno un contributo di 3,5 miliardi di euro a seguito della commercializzazione dei diritti audiotelevisivi. A far da garante all’operazione sarà JPMorgan. Questi fondi saranno utilizzati principalmente per ripianare i bilanci in rosso che la pandemia ha aggravato, facendo mancare, in primis, l’introito derivante dalla vendita di biglietti.

La notizia ha fatto balzare in Borsa tutte le società quotate. Il titolo Juventus, nonostante una sconfitta nella partita di domenica, ieri ha guadagnato il 13% in più. In questi termini, lo sport sembra l’ultimo elemento che viene preso in considerazione ma con l’avvento dei grandi fondi d’investimento a vertice delle grandi squadre – solo per fare un esempio delle italiane, Suning all’Inter ed Elliott al Milan – la speculazione ha preso il sopravvento sulle vittorie sportive. 

A questo punto il mondo del calcio appare diviso in maniera irreversibile tra coloro che amano il calcio nel suo aspetto prettamente sportivo e meritocratico, e coloro i quali desiderano ardentemente una sua innovazione. È indubbio che il cambiamento doveva esserci, in un ambiente dove FIFA e UEFA hanno ben poche volte rappresentato gli interessi dei club che di fatto, sono il reale guadagno di entrambe le organizzazioni internazionali, così come ha dimostrato la stessa FIFA, permettendo l’organizzazione dei Mondiali di calcio 2022 ad una nazione che non brilla per una grande tradizione calcistica come il Qatar e stravolgendo un tradizionale mondiale estivo in una competizione invernale. Così come appaiono totalmente inappropriate le parole di Aleksander Ceferin, attuale presidente UEFA e vicepresidente FIFA che, a margine del Comitato Esecutivo della UEFA, ha definito questa proposta “orribile e portata avanti da pochi club europei che seguono soltanto l’idea dell’avidità”, visto che è la stessa FIFA ad aver assegnato il costo medio di 300 euro a biglietto per assistere al Mondiale 2022. 

Fatte queste doverose puntualizzazioni, era davvero necessaria questa SuperLega?
Ne avevamo bisogno?

In molti aspettano di vedere come si evolverà l’intera vicenda prima di pronunciarsi, ma è già possibile fare qualche appunto totalmente personale: il calcio è un fenomeno umano, e come tale è soggetto al cambiamento sulla base dei tempi storici in cui si evolve. Ma il cambiamento deve avere un criterio e deve essere espressione del volere popolare perché sono, fortunatamente, ancora i tifosi a finanzialo, dando al calcio tutta quest’aurea di maestosità.

La scelta dei club di eliminare anche quest’ultimo baluardo di magica meritocrazia ad uno sport già fortemente colpito dalla fame di denaro e da innumerevoli scandali è una mossa che colpisce il cuore dei più. Sicuramente la notizia ha scosso anche per i metodi con i quali è stata divulgata, così come tra i fautori di questo nuovo progetto calcistico vi sono molti club che hanno agito sempre con un occhiolino strizzato dagli organi di controllo ed hanno avuto parecchia libertà d’azione in questi anni. 

Non è, perciò, condivisibile questa decisione nella misura in cui lede necessariamente le piccole realtà che attraverso sforzi immensi, cercano di raggiungere il massimo livello: la partecipazione alla Champions League dell’Atalanta è solo uno degli esempi che non si sarebbe mai verificato alle condizioni poste dai club fondatori della SuperLega. Non è corretto limitare la crescita di squadre come queste, in un mondo che già era orientato verso questo indirizzo e che vedrebbe un inesorabile scambio continuo, con costi spropositati, di top player solo tra le “grandi”, escludendo di fatto le “piccole”. 

Winston Churchill disse “non sempre cambiare equivale a migliorare ma per migliorare bisogna cambiare”. Il tempo dirà com’è stato questo cambiamento, per ora pare si stia assistendo alla fine dello sport più bello del mondo. 


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