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Sharing economy: baratto 2.0.

Perché possedere beni quando si possono scambiare servizi? L’idea, assolutamente rivoluzionaria, è nata negli anni della crisi e sta cambiando completamente i concetti tradizionali di trasporto, ospitalità, ristorazione, lavoro in generale. Alla base c’è un’idea semplice e vecchia quanto il mondo: la condivisione.

Sto parlando di sharing economy, o consumo collaborativo, un nuovo modello di consumo che sta trasformando l’economia, un mondo che sembra riportarci indietro ma in realtà guarda avanti e crea valore. Questo cambio di paradigma è stato reso possibile dalle nuove tecnologie: cose che si erano sempre fatte ma si fermavano al giro di  amici e conoscenti, al cortile di casa, adesso esplodono in rete, diventano impresa e sono alla portata di tutti. E’ tutto legato al concetto di disintermediazione: sconosciuti fanno affari tra loro grazie alla reputazione digitale.

Le nuove tecnologie consentono di sfruttare la capacità produttiva potenziale: si condivide ciò che tradizionalmente non si utilizza a tempo pieno, case e automobili per esempio. Sono pratiche che favoriscono l’uso e lo sfruttamento del bene privilegiando il riuso piuttosto che l’acquisto e l’accesso piuttosto che la proprietà. E, poiché le risorse vengono allocate in modo più efficiente e si riducono gli sprechi, si crea valore, sotto forma di nuovi lavori, non tradizionali. Ma la sharing economy non è solo una questione di soldi, un modo come un altro per arrotondare lo stipendio: ci si conosce, si fanno incontri piacevoli, si arricchisce il proprio patrimonio di relazioni e si fa business in un modo più sostenibile.

Non si condividono solo beni, ma anche tempo, spazi e conoscenze. Su Airbnb, per esempio, si condividono case. Ci sono host Airbnb in 190 Paesi nel mondo e oltre 340000 città. Sul sito si inseriscono destinazione e date del soggiorno e si verifica la disponibilità degli host. Ma Airbnb non è solo un sito di prenotazioni, è una vera e propria community. Insomma, è chi fornisce l’alloggio che fa la differenza, non l’alloggio in sé. È venuta meno, almeno in parte, la diffidenza verso gli estranei, ed è esplosa la voglia di visitare un posto come se si fosse di casa. Airbnb invita i proprio host a prendersi cura dei propri ospiti, attraverso un servizio di accoglienza personalizzato:

 

Un mondo che si sta riorganizzando. Il Times ha inserito la sharing economy tra le dieci idee che cambieranno il mondo. Blablacar l’ho provato di persona, per la prima volta, da Colonia a Berlino, un viaggio di 5 ore, su una Volkswagen confortevole, con un berlinese cortese ma di poche parole. Guadagno? 70 euro risparmiati (30 contro gli oltre 100 della Deutsch Bahn, le ferrovie tedesche) un nuovo incontro, sorrisi, stili di vita diversi, pensieri e suggestioni in testa.

In America va forte Taskrabbit, un sito che fa incontrare domanda di servizi e offerta di lavoro. Su Taskrabbit, nella sostanza, si scambiano commissioni con denaro. Hai dimenticato di ritirare i vestiti in lavanderia? Nessun problema ci pensa un tasker. Non hai nessuna voglia di andare a fare la spesa o di portare fuori il cane? Un tasker lo farà per te! I tasker sono principalmente studenti, pensionati, casalinghe, disoccupati o semplicemente persone che hanno del tempo libero e vogliono portare a casa qualche soldo. Taskrabbit li seleziona e risponde dei danni da loro provocati a persone o cose. In cambio trattiene il 20% del prezzo dei servizi.

Infine, il co-working, la condivisione di un ambiente di lavoro da parte di free-lance, liberi professionisti o dipendenti di diverse organizzazioni che lavorano in modo indipendente, ma condividono valori e sono interessati alle contaminazioni e alle sinergie che possono verificarsi lavorando a contatto con persone di talento. In varie città d’Italia è già realtà e anche noi di Venti abbiamo avuto occasione di parlarne nei mesi passati.

E le imprese tradizionali come reagiscono? Alcune si sentono minacciate da questo fermento. Gli albergatori, per esempio, protestano contro Airbnb, accusato per la sua concorrenza “sleale”, per la mancanza di regole e, soprattutto, per il mancato pagamento della tassa di soggiorno. Altre, le più dinamiche, si adeguano al trend: la Ford, ad esempio, ha deciso di lanciare il suo programma di car sharing.

Ma che rilevanza ha la sharing economy nel nostro Paese? Negli Usa il 52 % delle persone hanno scambiato o prestato dei beni, in Inghilterra siamo al 64%. In Italia i numeri sono molto più bassi. Però va detto che con un 13% della popolazione che ha utilizzato almeno una volta servizi di sharing, l’economia collaborativa in Italia si avvicina al “tipping point”, il punto di non ritorno necessario per la diffusione di un fenomeno tra la popolazione.

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