Photo by Ümit Yıldırım on Unsplash

Rendiamo la sicurezza sul lavoro vera e concreta, daremo così ai giovani le ali per volare

Abbiamo ancora negli occhi le immagini legate al funerale di Lorenzo Parelli, il ragazzo di 18 anni morto durante il suo ultimo giorno di stage in un’azienda friulana; il suo feretro scortato dai suoi amici e compagni di scuola con la moto, una sua grande passione.

Questa vicenda tragica accende di nuovo i riflettori sull’annoso tema delle morti sul lavoro. Qualcosa che ormai sembra essere endemico nel nostro paese, un tristissimo conteggio a cui ci stiamo abituando.

Da gennaio ad agosto 2021 hanno perso la vita 772 lavoratori e lavoratrici dipendenti, una media di 3, 2 tragedie quotidiane. Sono dati questi riportati dall’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro), ma restano fuori – come dice lo stesso istituto – tanti lavoratori non censiti, come i tanti lavoratori in nero nel settore agricolo, ma non solo.

Ed è in questo macabro conteggio che va inserito, purtroppo, il nome di Lorenzo Parelli, che stava svolgendo sì uno stage, quindi un percorso di formazione, ma era in un luogo di lavoro a svolgere mansioni che magari dal giorno dopo sarebbe diventata una delle sue mansioni quotidiane di buon lavoratore.

Dopo la sua morte si è parlato tanto di sicurezza per gli studenti, di riforma dell’alternanza scuola lavoro, ma il vero tema è quello della sicurezza sul lavoro, perchè se è vero, come è vero, che quello di Lorenzo era il suo ultimo giorno di stage, vuol dire che dal giorno successivo Lorenzo sarebbe potuto essere un lavoratore di quell’azienda.

Venerdì scorso gli studenti sono di nuovo scesi in piazza per chiedere più tutele e sicurezza, ma a protestare insieme a loro dovrebbero esserci tutti i lavoratori che ogni giorno escono di casa senza sapere se il giorno dopo ci saranno ancora.

Insieme alla morte di Lorenzo Parelli ogni giorno tante famiglie perdono fratelli, mariti, mogli, che erano andati soltanto sul posto di lavoro, ci siamo già dimenticati, per esempio, la giovane donna morta in Toscana, stritolata dal telaio sul quale lavorava, o di altre giovani vite spezzate, di ragazze e ragazzi che erano magari ai loro primi giorni di lavoro.

Se vogliamo davvero aiutare i ragazzi, quello che dobbiamo fare è rendere i posti di lavoro dei luoghi sicuri, dove i controlli siano costanti, anzi continui, le manutenzioni siano fatte a regola d’arte, senza pensare ai costi troppo alti o ai tempi da rispettare, perchè il costo e il tempo da pagare saranno poi incalcolabili, come le vite e il tempo di Lorenzo Parelli, che di tempo ne aveva ancora tanto da vivere.

L’alternanza scuola lavoro, oggi tanto contestata – Lorenzo Parelli frequentava uno stage previsto dagli istituti professionali, previsti anche prima della riforma della “Buona Scuola” di Matteo Renzi –  è un tentativo di avvicinare la scuola al mondo del lavoro, qualcosa di cui, lo sappiamo, il nostro Paese ha tanto bisogno, se è vero che la disoccupazione giovanile rimane un tema irrisolto.

La “buona scuola”, attraverso l’obbligo da parte degli istituti tecnici e dei licei di svolgere un buon numero di ore in aziende o enti pubblici o privati, provava a dare una risposta concreta ad una domanda rimasta inevasa per anni. I dati del monitoraggio buona scuola 2015-16 ci parlano di 652.641 studenti che hanno intrapreso percorsi di alternanza Scuola-Lavoro (+139% rispetto all’anno 2014/2015); 455.062 sono gli studenti delle classi terze coinvolti, di cui il 50% è rappresentato da studenti che frequentano indirizzi liceali. 96% è invece la quota di scuole che hanno avviato percorsi di alternanza (+42% rispetto all’anno 2014/2015) e 29.437 è il numero di percorsi attivati. Tutto questo ci racconta la voglia da parte dei ragazzi di imparare, non solo dai libri ma dall’esperienza, dalla vita vera, fatta di rischi e di errori, di coraggio. Dovremmo per questo accettare la morte di Lorenzo Parelli senza troppo clamore? Tutt’altro, dovremmo pretendere la sicurezza nei luoghi di lavoro, mettere fine alla cronica carenza di personale addetto a fare i controlli necessari, pretendere una formazione adeguata di tutto il personale anche di quello più giovane. Solo così potremmo supportate i giovani nella loro voglia di crescere ed essere protagonisti, con la voglia di mettersi in gioco con tutta la loro energia e il loro entusiasmo.

Diamo ai giovani le ali per volare.


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni