Polvere, il film di Romagnoli sui mille volte della violenza sulle donne

L’evoluzione della storia d’amore di un uomo e una donna, tra il susseguirsi di eventi quotidiani semplici ma pregni di una complessa rete esistenziale, composta dalla più atroce delle dicotomiche dipendenze, quella tra vittima e carnefice. 

Polvere”, opera prima del giovare registra Antonio Romagnoli, esprime questo e tanto altro, rappresentando magistralmente l’essenza della violenza umana, fisica in pochissimi momenti, psicologica e deteriorante in tutto il film.

Il lungometraggio, che ha debuttato lo scorso 25 ottobre al Nuovo Cinema Aquila di Roma, è stato già presentato a Milano e Pescara, giungendo oggi a Castrovillari presso il Cineteatro Ciminelli dal 26 novembre al 1° dicembre, in concomitanza con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. 

I due protagonisti, interpretati da Saverio La Ruina e Roberta Mattei, interpretato impeccabilmente i reciproci ruoli: il primo, uomo emotivamente malato, che cerca un rifugio dalla propria insicurezza creando a sua volta insicurezza nella propria compagna, così da modellare un rigido rapporto di dipendenza ossessiva, inizialmente velato per divenire sempre più palese; lei, la vittima incosciente di un amore morboso, che silente si posa sulla propria psiche e che la porta a divenire incapace di avere una reale reazione ad una condizione di pressante oppressione.

La relazione sentimentale, che nelle prime scene appare paritaria, si impregna lentamente di gelosia ed ossessione, ed il regista sceglie di esprimere questa situazione attraverso la messa in scena di quei momenti intimi della coppia (non a caso, quasi la totalità del film è ambientata nell’appartamento di lei), momenti che finiscono per svelare le tensioni sopite, nate per futili motivi ma che diventano litigi estremi ed estenuanti. 

Colpisce, tra i tanti, l’apparente pourparler che il protagonista introduce coscientemente, commentando un quadro presente nel salotto e verso il quale, la ragazza prova un sincero legame affettivo: nuovamente, l’uomo pronuncia parole giudicanti, camuffate da opinioni esposte con una gentilezza disarmante ed accomodante, ma piene del desiderio di controllo proprio del carattere dominante, e che porterà la protagonista a rimuovere quell’oggetto, come fatto intendere nella scena finale.

Il climax ascendente di angoscia mista rassegnazione viene reso in maniera realistica, tanto che lo spettatore si sente emotivamente coinvolto ed impotente di fronte allo spettacolo al quale assiste. Aumenta così il desiderio irrealizzabile di salvare lei e fermare lui dalla costante esternazione di forza che imprime sulla mente della sua preda. 

La fotografia è un lento progredire, dai vivaci colori notturni della scena iniziale, in cui la coppia si impara a conoscere e dalla quale già si comincia a delineare il carattere dei protagonisti, fino al raggiungimento della scala dei grigi, nel punto più intenso dell’interno film.

Nella parte finale, l’uomo si mostra per ciò che è sempre stato, spogliandosi dei filtri utilizzati finora in un exploit di disprezzo ed umiliazione nei confronti della donna che dice di amare, arrivando ad incutere un senso di vergogna tale da tentare di disumanizzarla: le confidenze, che lui stesso ha chiesto a lei di raccontare, diventano un’arma tale da provocare dolore tale da indurla quasi a chiedere perdono per il suo modo d’essere, nell’attesa della concessione di una nuova tranquillità, che chiede all’uomo che ha creato questa instabilità.  

Così la polvere a cui si allude nel titolo contiene già il senso intrinseco del film: l’insieme dei piccoli eventi psicologicamente provanti che causano una violenza ben più grave, percepibile solo quando perpetrata già all’interno e che, come il finale lascia presagire, porta a conseguenze imprevedibili, quelle lette di sfuggita ogni giorno, che lasciano sgomenti ma dimenticate sempre e troppo in fretta.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni