Peppe Lana: «Canto per uscire dalla gabbia in cui siamo reclusi»

Intervista al cantautore siciliano che ha spopolato in rete con Libertà

La penna, le preferenze musicali e la sensibilità non mentono: il siciliano Giuseppe Lana, per tutti Peppe, si è già ritagliato un posto tra i giovani cantautori di talento. Una definizione che si presta spesso a equivoci ed errori di interpretazione, data la superficialità con cui la critica distribuisce etichette e spende giudizi dettati più dall’emotività (e dalla spasmodica ricerca del nuovo) che dal valore artistico di un brano o di un album. Mai come in questo caso, invece, è bastato un solo ascolto per accorgersi dello spessore di questo interprete, che si è cimentato con la canzone classica dopo aver esplorato i territori del jazz in compagnia degli Aristocrasti e coltivato l’amore per la musica sudamericana con i Pacha Kama. Libertà, pubblicata appena due mesi fa, è subito diventata una canzone di culto: merito di un testo arguto e delicato – che rievoca gli episodi migliori della carriera di Brunori Sas – e di un videoclip toccante, diretto da Gianni Cannizzo, che ha superato da poco le 130mila visualizzazioni su YouTube e ha ottenuto due importanti riconoscimenti a livello internazionale. In autunno, poi, il debutto sulla lunga distanza: Presente somiglia a un’istantanea sonora con la quale catturare la bellezza del «qui e ora».

Peppe Lana, qual è il segreto di un successo così vasto?

«Penso che il connubio tra la canzone e il video sia stato determinante. Devo dire che questa popolarità è arrivata un po’ a sorpresa, perché dalla canzone è nata una bella idea da sviluppare in forma visiva, a cui ha lavorato magnificamente tutta la troupe. L’intero lavoro è stato realizzato col cuore e il risultato finale, anche dal punto di vista produttivo, mi ha lasciato a bocca aperta».

Il primo singolo di Peppe Lana, Libertà

Dal videoclip di Libertà emerge la netta antitesi tra la vita grigia e monotona dei protagonisti, una coppia che trascorre il suo tempo tra convenevoli e gesti del tutto ordinari, e i due burattinai che muovono i fili della loro esistenza fino a quando la coppia non smaschera l’inganno. Che cosa ci obbliga a recitare una parte nella vita di tutti i giorni e perché, a differenza dei protagonisti, ci manca il coraggio di tagliare questi fili?

«Questa è una condizione nella quale, prima o poi, ci ritroviamo tutti. L’immagine dei burattini soggiogati e sottomessi a qualcuno che ne manovra le emozioni e i pensieri è una metafora pensata per spiegare che, nella vita di tutti i giorni, le nostre azioni sono spesso inconsapevoli: ciò che muove il nostro agire non è la nostra volontà, bensì le situazioni in cui ci troviamo. Pertanto, è difficile individuare l’attimo in cui avere piena contezza di quelle azioni che ci fanno sentire noi stessi. Nel videoclip di Libertà, l’illuminazione arriva quando le marionette si liberano dal groviglio che li ha tenuti imprigionati fino a quel momento. L’aspetto più curioso, però, è un altro: coloro che tengono i fili sono proprio i burattini. Tutto questo per dire che siamo noi stessi a creare le gabbie in cui siamo rinchiusi, anche se cerchiamo all’esterno le cause di quel che ci accade».

Il titolo della sua canzone suggerisce un immediato richiamo alla libertà perduta per colpa della pandemia, che ha duramente colpito l’intero mondo dello spettacolo e, naturalmente, anche l’attività concertistica. Cosa immagina per il futuro della musica?

«Siamo tutti provati dalla situazione che stiamo vivendo e, per quanto mi sia sforzato di descrivere la libertà interiore, il contesto in cui ci troviamo non aiuta a sentirci liberi. Nel nostro mestiere di artisti e di artigiani della musica, che è fatto soprattutto di occasioni d’incontro con il pubblico, tornare a vivere quelle sensazioni sul palco è più che mai necessario: lo spettacolo non è fatto soltanto da chi si esibisce, ma soprattutto da chi vi partecipa. Secondo me, questa fase storica così nefasta ci ha fatto comprendere l’importanza della musica e – più in generale – della cultura e dello spettacolo, a cui è stato riconosciuto fino ad ora un ruolo del tutto marginale nella nostra vita sociale. Solo adesso, infatti, abbiamo scoperto quanto ci manchino i concerti dal vivo, la visione collettiva di un film o di uno spettacolo teatrale come occasioni di incontro, di indagine in profondità e di socializzazione. Mi auguro che si possa parlare di questi temi con una consapevolezza rinnovata».

In autunno uscirà il suo primo album, Presente: un titolo che può certamente aiutare a descrivere e comprendere la nostra percezione del tempo. In una recente intervista, lei ha manifestato tutto il suo rammarico per non aver vissuto appieno alcune situazioni piacevoli della vita perché condizionato dall’ansia e dalla paura del futuro. Che cosa significa vivere al presente per una persona della sua generazione?

«La parola presente ha tanti significati per me. L’ho scelta per il titolo del mio album perché rimanda alla concezione di un tempo che non è soltanto un tempo. Noi non viviamo se non nel presente: tutto ciò che la nostra mente cataloga come passato o come futuro è semplicemente una proiezione mentale che non trova corrispondenza nella realtà. Dunque, l’unica dimensione che ci consente davvero di calarci dentro di noi e di vivere la vita al massimo è il presente, per l’appunto. Da questo tempo si sviluppa anche il concetto di presenza: sono presente in un certo luogo, in un determinato momento della vita, quando ho dimenticato tutto quello che mi distrae dal presente, non importa se si tratta di un pensiero che appartiene al passato o delle preoccupazioni per il futuro. Vivo fino in fondo questo tempo soltanto quando riesco a entrarci perfettamente dentro».

Secondo lei, c’è la possibilità di esprimere per davvero il proprio talento in un contesto culturale come quello italiano, più incline alla conservazione che all’innovazione?

«Penso che il dovere di ogni artista sia quello di esprimere ciò che sente e ciò che prova a partire da quello che vede, con la massima sincerità. Di sicuro, il mercato discografico italiano è molto complesso: per certi versi è conservatore, ma allo stesso tempo ha dimostrato di aprirsi alle novità, come testimoniato dal grande successo della trap, che ha convinto molti artisti a battere questa strada, pur non appartenendo esattamente a questo mondo. Quanto a me, spero di sfuggire a questa logica e di riuscire a fare quel che mi piace: penso che ogni canzone richieda un certo stile e un certo tipo di arrangiamento. Le canzoni, poi, non possono essere stravolte solo per compiacere le radio. Purtroppo, nel nostro Paese siamo abituati a scaldare sempre la solita minestra. Al contrario, ci vorrebbe un po’ più di coraggio».

Il suo orizzonte musicale è piuttosto denso: la sua traiettoria parte dalla «musica atlantica» che ha sperimentato con gli Aristocrasti e arriva alle sonorità sudamericane che hanno ispirato l’esperienza con i Pacha Kama.

«Ho cominciato molto presto con il pianoforte prima di scoprire la chitarra e la fisarmonica. Ho studiato composizione classica per poi appassionarmi durante l’adolescenza al rock e all’opera dei cantautori, che mi hanno accompagnato fino a oggi. Grazie agli Aristocrasti mi sono avvicinato al jazz, che è ormai parte integrante del mio percorso accademico (Peppe Lana studia pianoforte jazz al Conservatorio di Palermo, nd’a). Infine, il recupero delle musiche tradizionali del Sudamerica è nato dalla collaborazione con il cantante e chitarrista argentino Sebastian Torres: insieme abbiamo immaginato di entrare nei suoni sudamericani, studiando i ritmi, gli stili e le canzoni della tradizione. Avrete intuito che mi piace viaggiare sul filo della musica».

Come mescola tutte queste influenze nelle sue canzoni, considerata l’impronta marcatamente «d’autore» del testo di Libertà?

«Credo che sia necessaria una cultura musicale vastissima per esprimersi il più liberamente possibile, perché la conoscenza di diversi stili e di diversi generi ci porta a scegliere il colore giusto da dare a una certa composizione. Quando scrivo una canzone, è la canzone stessa a suggerire il ritmo o l’armonia. Comunque sia, cerco di combinare tutti questi elementi in maniera intima e personale».

I suoi conterranei Franco Battiato e Giuni Russo, a cui possiamo aggiungere tutti gli esponenti della scena catanese, hanno dato tantissimo alla storia della canzone italiana. Che influenza hanno esercitato su di lei e quale idea le hanno trasmesso della musica, anche alla luce della posizione tradizionalmente strategica – non solo sul piano geografico – della Sicilia nel Mediterraneo?

«La Sicilia è da sempre un luogo in cui si mescolano influenze musicali diversissime tra loro. Considero Franco Battiato un maestro e un pilastro della mia vita, non solo artistica, perché ho imparato tantissimo dai suoi testi e dalle sue canzoni. A differenza di Catania, Palermo ha invece avuto una storia un po’ particolare, anche se in questo periodo storico c’è molto fermento, dal momento che stanno nascendo realtà molto interessanti. Sono contento di far parte di questa nuova scena».

Quale carriera immagina per sé, tenendo conto delle sue molteplici inclinazioni musicali?

«Presente è il punto di arrivo di un percorso intrapreso da tempo. Man mano che scrivevo queste canzoni, mi sono reso conto che qualcosa stava cambiando e pertanto ho deciso di fissare ciò che ho fatto finora e mettere un punto fermo. Nel frattempo, ho scritto altre cose che mi hanno portato a prendere nuove direzioni e a visitare mondi talvolta distanti da ciò che si potrà ascoltare nel mio primo disco. Non immagino bene cosa succederà, ma ho già lavorato su brani che avranno un taglio magari un po’ spiazzante, ma pur sempre autentico».

Dove le piacerebbe esibirsi non appena l’emergenza sanitaria sarà finita?

«A me piace molto il mare, dunque vorrei tenere un concerto su una spiaggia di notte».


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni