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Panacea. Al di là dell’abisso

Sintesi. Immediatezza. Spontaneità.
Queste sono le tre parole chiave per descrivere Panacea. Al di là dell’abisso, un lavoro scritto, autopubblicato e autopromosso da Davide Uria e Mariateresa QuerciaPanacea è un libro che nasce dai nostri tempi e per i nostri tempi, affinché ricordiamo di averli vissuti e non li cancelliamo con un colpo di spugna solo per poter tornare più in fretta alla normalità. Panacea è un libro di illustrazioni e poesie, o poesie e illustrazioni, che racconta le sensazioni, le paure, le angosce che i due autori hanno vissuto. Hanno lavorato insieme, in maniera complementare, per realizzare le illustrazioni e le 10 poesie, nessuna delle quali ha un titolo, come se fossero un flusso di coscienza unico e continuo. La loro volontà era quella di raccontare il momento, senza bisogno di rielaborarlo: dal sentimento alla pagina. 

Il volume è una piccola opera d’arte tanto che Artribune lo ha segnalato tra le 6 pubblicazioni più interessanti di questo mese. 

Ho fatto una chiacchierata con i due autori, ecco cosa mi hanno raccontato.

Una domanda per Davide. Come mai hai scelto di scrivere poesie? Ti sei approcciato a questa forma spontaneamente?

Davide: sì, la poesia mi è venuta spontanea. Non c’è stato un momento in cui ho deciso, meditando, sul fatto che dovessi scrivere per forza poesie. È una cosa venuta per caso. In generale a me piace essere molto sintetico e la poesia sposa completamente e perfettamente questa esigenza, questo intento. Posso dire tante cose in poche parole. Però, ecco, non mi definisco autore o poeta. Leggo moltissimo, certo, ma in realtà posso dire che è il mio modo di scrivere che somiglia alla poesia. I miei sono pensieri in forma di poesia. 

Mi rivolgo a Mariateresa. Ho percepito questo intento di sintesi anche nelle illustrazioni. Immagini a impatto e immediate. Come sono nate? 

Mariateresa: io do tantissima importanza ai dettagli, osservo moltissimo prima di disegnare. Nelle immagini per Panacea, però, ho voluto sintetizzare il più possibile. Ho cercato di snellire, rendere più immediate le illustrazioni, con meno dettagli, anche più imprecise dal punto di vista anatomico. Una delle prime realizzazioni è stata quella delle persone in fila per la spesa. L’ho disegnata dopo aver visto al telegiornale tutta quella gente in fila al supermercato e successivamente l’ho personalizzata. Nel senso che tutte le illustrazioni rispecchiano le mie sensazioni e gli stati d’animo. Questo libro per noi è una specie di diario in cui abbiamo scritto di getto senza andare poi a rivedere quanto scritto per cercare di renderlo più vendibile. Quindi anche le illustrazioni sono molto immediate. Dopo ci siamo confrontati, ho sistemato qualcosa, ma in sostanza sono rimaste così com’erano. Volevamo comunicare questa immediatezza, freschezza. 

E i colori? 

Mariateresa: il primo colore che ho usato è stato il rosso-arancio un po’ spento. Nelle mie intenzioni questo colore si riferiva inizialmente alla zona rossa, ai primissimi giorni di quarantena. Successivamente a questo rosso, che simboleggia il pericolo, ho accostato l’azzurro che è la libertà, rimasta fuori dalle nostre case. Nelle illustrazioni le pareti delle stanze sono azzurre, sono il cielo nella stanza. Ho voluto e cercato di rendere questo contrasto: pericolo, preoccupazione, angoscia rappresentati dal rosso; normalità, speranza e libertà dall’azzurro. Ho giocato sull’alternanza di questi due colori nei disegni e poi, naturalmente, ho usato il bianco e il nero.

Sono nate prima le parole o le immagini? Una cosa ha ispirato l’altra?

Mariateresa: 50/50. Alcune illustrazioni sono nate dopo aver letto delle poesie. Viceversa, alcune poesie sono nate guardando le illustrazioni. Ci siamo confrontati molto durante la lavorazione del progetto. La nostra idea era quella di realizzare un progetto insieme, volevamo che le forme artistiche rispecchiassero entrambi. Però è stato tutto molto spontaneo. 

C’è una predominanza di una forma espressiva sull’altra?

Mariateresa: sfogliando il libro è facile rendersi conto di come scrittura e disegno vadano di pari passo. Anche in questo caso è stato tutto molto spontaneo, non c’è stato un progetto, non ci siamo detti di realizzare un libro e strutturarlo così, con tot immagini e tot poesie. L’unica cosa che abbiamo impostato è stata naturalmente l’impaginazione.

Davide: le poesie non sono lavorate di cesello, dopo averle scritte non sono andato a ricercare il vocabolo perfetto, avrebbe fatto perdere la genuinità del progetto. Ho voluto restituire l’immediatezza di una situazione. L’impatto di quel momento è importante e in seguito bisogna restituirlo così come lo hai vissuto.

L’idea è partita da Mariateresa. Lei aveva già iniziato a illustrare la vita quotidiana ai tempi del Coronavirus. Sempre lei mi ha detto “perché facciamo qualcosa insieme?”. Io non volevo farlo, avevo una sorta di rigetto nei confronti della poesia. Ecco, ho dei momenti in cui non voglio scrivere, né fare nulla. Poi mi sono deciso a scrivere. Il progetto è stato autopubblicato e autopromosso, abbiamo fatto tutto da soli. Mariateresa si è occupata dell’impaginazione, io della promozione attuale. Dopo un lavoro lungo e faticoso però arrivi al punto in cui vuoi vedere come sta andando, cosa hai raccolto. Ci è arrivata una segnalazione, del tutto inaspettata, da Artribune che ci ha inserito tra le sei pubblicazioni più interessanti di questo mese. Sin dalla copertina e dal titolo abbiamo scelto degli elementi che sono “giusti”, precisi, misurati, una quadratura perfetta. È un progetto editoriale comune, nessuna delle due forme prevale sull’altra. Sin dalla copertina abbiamo voluto sottolineare che è un progetto nostro.

Cos’è Panacea per voi? Panacea era la dea greca in grado di guarire e sollevare l’uomo da ogni male o dolore. La cura sono le parole, l’arte?

Davide: per questo progetto abbiamo optato per qualcosa che non è banale, ma leggero, in antitesi con il momento che stiamo vivendo. Ecco perché Panacea. L’arte è stata sicuramente una cura per questo momento.

Nelle poesie io parlo di pozzo nero, abisso, coltri oscure. Ci sono riferimenti a elementi oscuri e negativi, sono delle poesie più crude. In una dico “giorni da contare e giorni in cui contare i morti”. È quello che abbiamo osservato in questi mesi, soprattutto i primi giorni. Avevo ben impressa in mente l’immagine delle bare trasportate dai militari. Ecco, ci sono delle immagini crude però ci sono anche parole di speranza. 

Mariateresa: La frase finale dice “ritorneremo ad affacciarci alla vita oltre i balconi” con l’illustrazione di una donna protesa in avanti. Si riferisce alla vita, alla voglia di uscire. La copertina invece è nata perché mi sono ispirata a “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli. Visto che non potevamo uscire ho portato dentro il mondo che sta fuori. Guardando un film, ascoltando una canzone, la mente vagava e abbatteva questi muri che rappresentavano dei confini. È stato bello abbattere questi muri con l’arte. Una panacea. 

Davide: creare è un modo per nutrire sé stessi e la propria anima. Inevitabilmente vai a scavare dentro di te, e anche nei ricordi. Certo, io ho parlato di quello che stava accadendo a me in quel momento, però inevitabilmente è emerso anche quello che so, il mio bagaglio culturale. La mia poetica è un po’ nostalgia, forse perché sono nato e cresciuto in posto di mare, ho sempre lo sguardo verso l’infinito e l’orizzonte. Lavoro sul sentimento, la sensazione. L’arte, il cinema, la pittura, i libri, quello di cui ci siamo nutriti in questi mesi è tutto arte, ed è quello che ci ha salvati. Senza cosa avremmo fatto?  

Entrambi avete già pubblicato un vostro lavoro quindi non siete nuovi al mondo autoriale e editoriale. L’autopubblicazione è stata una scelta?

Mariateresa: noi volevamo rendere il libro immediato, per questo non lo abbiamo rivisto. Questo è anche un motivo per cui abbiamo deciso di non affidarci alle case editrici. Volevamo un progetto interamente fatto da noi, non condizionato da niente e nessuno. Sicuramente le case editrici avranno dei progetti in pausa e quindi i tempi si sarebbero allungati per il nostro e noi volevamo che la gente sfogliandolo e leggendolo potesse dire “bello, mi ci rivedo. Mi ci rivedo in questo momento, lo sto provando anche io”. 

Davide: sarebbe stato bello pubblicarlo con una casa editrice. Però a posteriori, vedendo anche la segnalazione su Artribune, penso che doveva andare così. È stato meglio che sia andata così. Magari se lo avessimo pubblicato con una casa editrice non ci avrebbe “calcolato” nessuno, avrebbero voluto che modificassimo la copertina, che rispettassimo dei parametri. Saremmo stati vincolati e quindi lontani dall’idea del progetto.

La sensazione che ho avuto è che voi abbiate inteso l’abisso come la distanza tra la nostra normalità precedente e quella futura. Cosa vedete al di là, come saremo dopo? 

Davide: è una domanda complicata. La gente non impara dai propri errori. Quindi non imparerà da queste esperienze, le metterà da parte e tornerà a com’era prima della tragedia. Sono proiettati sul futuro ma non si interrogano sul presente, su quello che sta succedendo, su cosa fare di giusto adesso. L’abisso non è solo il virus in sé ma tutto ciò che c’è attorno alla storia. L’abisso è anche tutto ciò che verrà. Riuscire a superare questo momento, anche mentalmente. Un tenero fiore che sboccia al di là dell’abisso. 

Mariateresa: saremo diversi? Penso alle cose che facevo prima. Bere dallo steso bicchiere degli altri, sedere a terra, mangiare una cosa al volo fuori. Quando penso a queste cose sono incredula. Ci abbracciavamo e ci baciavamo salutandoci, erano le cose più naturali del mondo. Sono uscita in bicicletta l’altro giorno, ho respirato un po’ di aria e ho sentito di nuovo la libertà, però quando mi sono trovata in mezzo alla gente ho visto le persone con la mascherina, non ci si poteva toccare ecc., e mi sono sentita privata di questa libertà. Però è giusto così. Sicuramente a noi, che abbiamo vissuto questa situazione da grandi, resterà dentro. 


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