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NA-NO NA-NO, CAPITANO. PERCHÉ CON ROBIN WILLIAMS SONO MORTI GLI ANNI NOVANTA

Di Nicola H. Cosentino

L’altra sera, su uno dei sei o sette canali che si vedono ancora dopo il passaggio al digitale, trasmettevano Al di là dei sogni, una bomba aligherica di tristezza violenta su un amore che sopravvive – letteralmente – alla morte. E’ una pellicola piuttosto amata e parecchio presuntuosa che, come spesso avveniva negli anni Novanta del romanticismo senza limiti (di tempo, di spazio, di genere, di dignità), allontanò alla sua uscita il rischio di sembrare una superba puttanata facendo perno sulle spalle larghe del grande attore che fu Robin Williams. Morto qualche giorno fa e pianto nonostante (e più di) Lauren Bacall, che pure aveva fatto Il Grande Sonno, recitato con Marilyn Monroe e sposato Humphrey Bogart, Robin Williams era comparso per la prima volta come alieno Mork in una puntata crepuscolare di Happy Days.

Scritturato per doti mimiche straordinarie, avrebbe conquistato il pubblico con un pastiche di comicità e tenerezza talmente perfetto da farlo risultare un bambino credibile anche a quarant’anni, nel pallido Jack di Francis Ford Coppola ed in Hook di Steven Spielberg. Un caso. L’unico della sua generazione, nonostante il fisico affatto giovanile, capace di infondere sempre candore a personaggi rischiosi, patetici, infantili, memorabili. L’uomo bicentenario, Jakob il bugiardo, Patch Adams. Sarebbero poi arrivati Jim Carrey e Jack Black, il secondo perso per strada per assenza di garbo, il primo simile al modello, ma con vent‘anni di ritardo sulle esigenze del pubblico: più sottile, drammatico col contagocce, meno iconico. Robin Williams sta al cinema americano di vent’anni fa come Totò Schillaci sta a Italia Novanta, Jack the Ripper alla Londra Vittoriana e Toto Cutugno alla storia totale del Festival di Sanremo. Ma di più, esageriamo: quest’uomo ha convinto una generazione intera che ad Hollywood ci fosse soltanto lui e che l’America dei favoloni stordenti, ancora non piagata dall’Undici Settembre e libera dall’invasione dei Supereroi, avesse in fondo il suo faccione squadrato. Non fu sempre un bene. Nonostante abbia interpretato più personaggi tra loro fondamentalmente diversi, è sempre sembrato come Pulcinella: impermeabile alle circostanze, troppo amato per variare davvero dalla certezza del pubblico per il suo sorriso. Il signor Williams, che fu professore illuminato, robot, medico, travestito, bambino di dieci anni, in un caso straordinario, e perfino Peter Pan, aveva raggiunto presto lo status di maschera, costretto a calarsi – quasi come Charlot, Totò, Topolino – in panni che prescindevano spesso dal suo talento.

Il film per cui ha vinto l’Oscar, quel Will Hunting dallo splendido copione che lanciò Matt Damon e l’improbabile Minnie Driver, diede alla sua carriera la vibrazione inaspettata di un profilo nuovo. Ma lo psicologo Sean McGuire, segnato dalla morte e dall’amore, barbuto ed ostinato, meritevole della fiducia statunitense come solo Atticus Finch, quarant’anni prima, lo fu ne Il Buio oltre la Siepe, non viene ricordato quanto Mrs Doubtfire o Alan Parrish di Jumanji. Il dramma non ha mai oscurato la commedia, per Robin Williams, e non è un caso che la virata avvenuta con One Hour Photo e continuata con Insomnia, coincisa in fondo con la fine storica del sogno americano, abbia portato all’eclisse della sua carriera ispirante e motivazionale: Williams era un folletto della speranza, un’anima abbastanza adolescente da chiamare sua figlia come la Zelda di Shigeru Miyamoto ma allo stesso tempo adatta, per maturità, a suscitare l’ovazione storica de L’Attimo Fuggente. E’ morto suicida, a meno di un anno dal fallimento di The Crazy Ones, serie tv che avrebbe dovuto rilanciarlo, speranzoso che il progetto scellerato di Mrs Doubtfire 2 andasse in porto. Del resto chi lo sa, era un uomo dalle imprese impossibili: recitò per Robert Altman nel ruolo di Braccio di Ferro senza per questo veder finire la sua carriera. Chi lo ha ricordato, in questi giorni, con il commiato spontaneo della generazione che ha accompagnato – Capitano, mio capitano – dimentica spesso, compiendo il destino infausto di chi è troppo amato, quanto fosse grande l’attore dietro l’icona. Grande come l’aspettativa dell’arte che si infranse contro l’ottimismo scemo, e poi disatteso, degli anni Novanta. Grande come la speranza risorta pochi anni prima, quando scese sulla terra Mork, che del mondo non capiva niente e per imparare i costumi degli umani dovette, a modo suo, innamorarsi. Il volto era già quello dell’unico uomo al mondo – più potente delle boy band di merda e del sesso orale nella sala ovale – che sarebbe riuscito a portarsi appresso, per sempre, la memoria di un decennio. Il decennio che Mork, col suo saluto assurdo, aveva anticipato. Bene così.

Na-no Na-no, Capitano.

 

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