Venti Blog

Thriller, quando il pop si fece arte

michael-jackson-thriller

A novembre si celebrano i quarant’anni del capolavoro di Michael Jackson

Fin dalla prima sessione di registrazione di Thriller, datata 14 aprile 1982, Michael Jackson e il suo produttore Quincy Jones avevano ben presente l’obiettivo da raggiungere: salire sul trono del pop che, dopo lo scioglimento dei Beatles, nessuno era più riuscito stabilmente a occupare. Serviranno due mesi di lavoro frenetico per dare alla luce l’album di inediti più venduto nella storia della musica leggera, superato nella classifica di tutti i tempi soltanto da Their Greatest Hits (1971-1975) degli Eagles. Eppure, sarebbe riduttivo presentare Thriller – pubblicato negli Stati Uniti il 30 novembre 1982 – soltanto come una formidabile macchina da record. Il sesto album solista di Michael Jackson è infatti una delle più espressioni più alte della cultura popolare del secondo Novecento, anzitutto dal punto di vista tecnico e produttivo: nessuno era riuscito a rielaborare la lezione del funk e del rhythm&blues – le radici artistiche e musicali del bambino prodigio che divise i primi passi della carriera con i fratelli sotto le insegne dei Jackson 5 – con tanta inventiva e originalità, aggiornandola ai ritmi e alle atmosfere dei primi anni Ottanta. Sintetizzatori, tastiere e chitarre: la ricetta dell’incalzante e grintosa Beat It, in cui la voce eclettica di Jackson flirta apertamente con il rock prima di cedere il passo a Eddie Van Halen e al suo dirompente assolo.

L’eclettismo, dunque: una lezione che Jackson e Jones applicano alla lettera in ogni momento dell’album. È il caso di Billie Jean, melodia accattivante per una storia d’amore tesa e contrastata, sulla quale si allunga l’ombra di un bimbo non riconosciuto dal cantante, che risponde con un lapidario «But the kid is not my son» («Ma il bambino non è mio figlio»). La forza di Bille Jean fu amplificata dal videoclip – ambientato in una cupa periferia urbana dove un investigatore si mette sulle tracce dello stesso cantante, cercando invano di fotografarlo – e dalla successiva esibizione dal vivo, in cui l’artista originario dell’Indiana si inventò quel movimento felpato dei piedi che il mondo avrebbe poi conosciuto con il nome di moonwalk.

La cura dei dettagli e i primi effetti speciali consentirono a Michael Jackson di vincere persino le resistenze della neonata MTV, che aveva fino a quel momento ignorato i video degli interpreti afroamericani. Thriller è una formidabile collezione di singoli che conquistano la vetta delle classifiche di tutto il mondo: la pubblicazione del disco è preceduta da The Girl Is Mine, un duetto leggero inciso con Paul McCartney, a cui Jackson offrì una bella occasione di riscatto dopo la sdolcinata (ancorché premiata dal pubblico) Ebony And Ivory, cantata pochi mesi prima assieme a Stevie Wonder; l’irresistibile Wanna Be Startin’ Somethin’, una festosa parata di fiati e suoni sintetici – assecondati con rara grazia dal nuovo monarca del pop – che sfocia in una lunghissima sezione corale vagamente ispirata a Soul Makossa del camerunense Manu Dibango; la delicata Human Nature, una canzone d’amore sospesa tra le ombre di una notte di passione e le prime luci di un’alba che pulsa di vita.

Mancava però il capolavoro da consegnare alla leggenda della musica: il paroliere Rod Temperton scrive per Jackson e Jones Thriller, una canzone che si muove sul filo della paura e del mistero, rievocando le atmosfere del cinema e della letteratura del terrore. Il cigolio di un porta, gli ululati che squarciano il silenzio della notte, la musica che sale come un tumulto fino a quando il sintetizzatore cede il passo a una base a cui nessuno può resistere. Alla voce ammiccante di Jackson, che sembra quasi prendersi gioco delle atmosfere lugubri evocate dal testo, fanno da controcanto il monologo dell’attore Vincent Price e la sua malefica risata finale. A breve distanza dal lancio del singolo, uscito nell’autunno del 1983, arrivò anche il video promozionale diretto da uno dei grandi maestri dei cinema americano, John Landis. Con un budget inusitato per l’epoca (700mila dollari), il regista di The Blues Brothers confezionò in realtà un memorabile cortometraggio di quasi 14′, nel quale gli incubi proiettati sullo schermo di un cinema – dove Michael Jackson si trasforma in un licantropo che atterrisce la sua fidanzata, interpretata da Ola Ray – irrompono nella realtà sotto forma di zombie. Incluso lo stesso protagonista, che dà vita a una coreografia semplicemente perfetta. La musica aveva trovato il suo nuovo re. Non dominò a lungo, ma abbastanza per fare la storia.


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni

Exit mobile version