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La guerra la fanno i governi, non i popoli

Perché per sostenere l’Ucraina non serve cancellare la cultura russa

Tragiche notizie dall’Ucraina si susseguono, dall’inizio di quella che in termini politici possiamo chiamare invasione. La notizia ha monopolizzato i media di tutto il mondo, ma c’è una fetta di popolazione che riceve informazioni contrastanti e fuorvianti: il popolo russo. Non sono impedimenti esterni a rendergli impossibile ricevere informazioni, nonostante le sanzioni delle forze politiche occidentali stiano agendo proprio per colpirli e scatenare una reazione che imponga a Putin di ritirare le truppe. Non è colpa neanche delle limitazioni di grandi corporazioni come Google, che ha bloccato l’accesso a internet a chiunque si trovi sul suolo nazionale.

È la propaganda di un vero e proprio regime. Da decenni, più che anni, Putin ha preso il controllo dei media russi per dare un’immagine di sé lontana dal modello occidentale, per indurre il popolo a credere di essere un vero uomo russo, che racchiude i valori bucolici e mascolini che richiede l’immaginario collettivo. Le elezioni truccate, i dissidenti cacciati o “scomparsi”, la continua soppressione di ogni forma di espressione individuale ha fatto il resto.

Il popolo russo è vittima della guerra e altrettanto consapevole, per molti versi, di quello che sta accadendo; a riprova di ciò le continue manifestazioni che stanno avvenendo a Mosca. Anche le testimonianze dei russi che si dicono a favore della “riannessione” dell’Ucraina provano questo, dalle loro parole si vede che sono completamente succubi della propaganda e tagliati fuori dal mondo appositamente.

Ci chiediamo, dall’alto del nostro privilegio, come possa essere vivere in un Paese che limita la tua libertà personale; quasi sprezzanti ci immaginiamo dissidenti, partigiani, ma la realtà è molto più complessa e non possiamo guardare al gruppo come un unico corpo pensante, specie se viene a sua volta usato come pedina nelle strategie di attacco per colpire il vero obiettivo, il capo di governo.

Quello che sta succedendo negli Stati Uniti e nel mondo ha dell’assurdo ma non del mai visto: le persone hanno bisogno di trovare un capro espiatorio ai drammi e creare due parti distinte tra bene e male e nel farlo condannano popolazioni intere. Come durante l’epidemia (e tutt’ora anche se è passato in secondo piano) non si contano i crimini d’odio commessi verso persone asiatiche o di origine asiatica, adesso si vuole colpire una cultura vasta come quella russa, antica più di Putin.

Quando Paolo Nori ha denunciato sui giornali la censura dell’Università Bicocca, che in un’azione pressapochista e francamente ignorante, voleva annullare una lezione sullo scrittore russo Dostoevskij, si è in fretta fatta un’associazione con la “cancel culture” e il boicottaggio delle statue di Idro Montanelli e Cristoforo Colombo avvenuto l’estate scorsa. Innazitutto, è bene ribadire che la “cancel culture” come è ad oggi concepita, non esiste o non funziona, perché quando spuntano le magagne di personaggi ricchi e privilegiati, la bolla esplode per qualche tempo e presto l’unica cosa a essere “cancel” è la memoria dell’evento, perché quegli stessi personaggi tornano a fare la loro vita senza subire conseguenze effettive sulla loro carriera o vita sociale – tranne ovviamente pochissimi casi in cui sono coinvolti tribunali e multiple vittime.

Le vernici contro le statue, invece, andavano a colpire opere recenti e commissionate da privati, avevano lo scopo ultimo di mettere in luce aspetti e prospettive della storia che sono state da sempre escluse dai racconti del grande pubblico a svantaggio di popolazioni africane e sudamericane, che finalmente adesso hanno la possibilità di far sentire la loro campana. Boicottare le opere russe poco ha a che vedere con questo e tutto a che vedere col modo in cui vogliamo rinunciare alla complessità e spazzare via un’intera nazione per colpa di un solo capo politico, che ha ottenuto troppo potere anche grazie ai generosi finanziamenti di altri capi di governo occidentali.

Colpire la cultura di un popolo è l’atto più codardo e ignorante a cui possiamo sottoporci. È anche l’unica azione efficace per annientare generazioni, più della bomba atomica, basta chiederlo alle vittime del colonialismo. In una stessa persona può coesistere la necessità di responsabilizzare privilegiati che abusano della loro posizione, l’essere contro statue che celebrano personaggi discutibili sul piano umano e il sostegno imperituro per una cultura secolare che ha aiutato a plasmare la letteratura mondiale.

Il colpevole non è la massa, per trovarlo basta spesso guardare in alto, mentre si crogiola della sofferenza altrui dal suo elegante balcone.


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni

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