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Incroci e controsensi

La A109, Nairobi-Mombasa, è nota per essere la strada più pericolosa al mondo, e ora so perché.

Rientrando a Malindi dopo aver passato l’ultima notte di safari presso il Lualenyi Camp, il nostro driver ci avverte “Lasciata la savana, benvenuti nella giungla”.
Tir che sfrecciano a 130km/h, sorpassi in curva con l’obbligo morale del conducente opposto di bloccarsi letteralmente in mezzo alla strada per consentire il buon andamento del sorpasso, no limiti di velocità, nessuna paura di scontrarsi.
Ciò che, però, mi ha affascinato di più in quella situazione tragicomica è stata l’assenza di alcun tipo di segnalazione stradale: 488km di asfalto sui generis e non uno stop, un semaforo, una precedenza.


Guardando intorno quel paesaggio meraviglioso perché incredibilmente vero ma troppo precario, ho pensato che in Kenya non ci sono segnali, nessuno ti indica la direzione, nessuno modera la tua velocità, nessuno consiglia di arrestarti.
Per me quella strada libera ha rappresentato l’assenza assoluta di una guida e di un modello da seguire.

Vedevo molti uomini e donne impegnati nelle attività lavorative di routine, arare i campi, trasportare recipienti sui capi, vendere anacardi nel mezzo di un incrocio, gestire baracche o mini fruit market, per procacciarsi la cena. In quel contesto mi hanno meravigliato i bambini e i ragazzi della mia età.

Vi è una differenza radicale tra i giovani kenioti dell’entroterra e quelli che abitano la costa meridionale: i primi svolgono le medesime attività dei familiari, persino i bambini coltivano e portano a spasso le mandrie di mucche; a Malindi e ancor di più in contiguità della spiaggia, emergono invece i famosi beachboys, rectius le guide turistiche della zona, coloro i quali si prendono cura del Muzungu in vacanza proponendogli attrazioni di qualsivoglia natura.
Questi passeggiano per le strade o le spiagge e il loro fine ultimo è diventarti amico, accompagnarti ovunque e poter lucrare su di te.

Ho conosciuto tanti ragazzi, dai nomi veramente opinabili, impegnati in queste attività lavorative: sono tutti molto svegli e potrebbero svolgere i mestieri più rispettabili legati alla valorizzazione del territorio e se solo avessero portato a termine gli studi probabilmente sarebbero arrivati anche in alto.

Di base le case in Kenya sono di fango o legno e raramente di mattoni; le scuole, invece, sono gli unici edifici stabili dal villaggio del centro al paesino sul mare: essi riconoscono il valore inestimabile dell’istruzione, tant’è che non scorderò mai gli occhi di rabbia di Andrea che, appena arrivata a Gede, mi ha detto “noi ci teniamo all’istruzione dei bambini”.

Sottolineando quel noi, ho sentito una sorta di indignazione verso noi occidentali industrializzati, che abbiamo accesso all’istruzione pubblica grazie un sistema scolastico garantito e obbligatorio per tutti i bambini, e non ne riconosciamo l’importanza.
Andare a scuola in Kenya costa 600 € a bambino e ogni famiglia ha una media di 4-5 figli da mantenere con lavori saltuari, in nero e poco sicuri. Rocco mi ha detto che era molto bravo in matematica ma a 12 anni ha dovuto abbandonare la scuola per consentire anche al fratello di imparare a contare.
Il problema del Kenya è la povertà, che porta allo sfruttamento del lavoro e non consente al popolo di conoscere il progresso.

Il fenomeno dei beachboys mi ha ricordato un po’ i mammoni italiani che preferiscono la via meno impegnativa per “fare soldi facili” ed evitare di darsi da fare.


Questa esperienza mi ha aperto gli occhi: dimentichiamo spesso che viviamo nel lato più fortunato del mondo avendo tutti gli strumenti per poter un giorno emergere nella società e migliorare la qualità della vita. Occorrerebbe acuire questa consapevolezza e sfruttare al massimo le nostre capacità perché, per quanto instabile e corrotto, questo paese ci assicura il diritto allo studio ed è, a suo modo, una Repubblica fondata sul lavoro. Lavoro che nobilita l’uomo garantendo di migliorare la vita del singolo e dei consociati.

Conoscere l’altro lato della terra crea nuove consapevolezze e ci porta ad apprezzare di più quello che abbiamo: dare per scontato le proprie fortune è la forma più pericolosa di ignoranza e arretratezza mentale.
Chi meno ha, più apprezza: e noi abbiamo ancora tanto da imparare. 

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