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Il talento e l’innovazione al servizio della sanità

Come i giovani talenti e la stampa in 3D stanno supportando il sistema sanitario – il caso della startup Isinnova e dell’azienda Wasp

Come spesso si dice, è nel momento di difficoltà che emerge tutta la forza, l’inventiva e lo spirito di rivalsa e unità dell’Italia. Solitamente ce ne accorgiamo durante i mondiali e gli europei di calcio, oggi invece ne prendiamo atto durante un’emergenza sanitaria.

E’ noto che il nostro Paese è quasi completamente dipendente dai rifornimenti esteri – soprattutto extra-europei – per gli ausili sanitari e i dispositivi medici, quali mascherine, guanti, tamponi o componenti dei respiratori, e in questi giorni, la domanda eccessiva ospedaliera di tali supporti ha dimostrato in pieno la grave lacuna del nostro sistema sanitario, non in grado di far fronte alla richiesta con le sue sole forze.
Ma il talento italiano, soprattutto delle giovani menti, non ha tardato ad arrivare.

Cristian Fracassi, trentaseienne con un dottorato di ricerca in scienza dei materiali, fondatore e ceo della startup d’ingegneria italiana Isinnova, sta avendo un ruolo cruciale nel combattere il COVID-19 tra le corsie degli ospedali del bresciano, in cui la carenza di valvole per i respiratori si sente fortemente, visto il numero elevato di pazienti bisognosi dell’ossigeno e la difficoltà dei produttori di fornirle tempestivamente. Fracassi, in breve tempo, è riuscito a realizzare in 3D una riproduzione della valvola originale da usare per i respiratori: la nuova valvola, denominata “Venturi”, si collega perfettamente alla maschera facciale dei pazienti e permette di erogare ossigeno a concentrazione fissa. Le valvole, però, devono essere sostituite per ogni paziente, per cui la domanda di questo componente è elevata.

La stampa 3D riesce a progettare e realizzare le componenti in modo veloce, economico e soprattutto senza la necessità di una struttura complessa come una fabbrica, ed è adatta, quindi, alla produzione di materiali durante le emergenze. Isinnova, infatti, riesce a produrre circa 100 valvole al giorno, tanto che, oltre all’ospedale di Chiari, in cui è iniziata la sperimentazione, sta prendendo accordi anche con altri ospedali italiani. La tecnologia 3D, però, si scontra con le problematiche legate agli standard qualitativi dei prodotti per l’utilizzo medico – che generalmente devono essere certificati –  e alle tutele legali ai brevetti detenuti dai produttori dei dispositivi originali. La normativa di emergenza del coronavirus ha superato gli ostacoli legati alle certificazioni, restano fermi però quelli relativi ai brevetti, per cui Isinnova non ha potuto rendere pubblici i file di progettazione digitale della valvola “Venturi” per permetterne la libera riproduzione.

Fracassi, però, è stato coinvolto in un altro progetto per il quale la liberalizzazione del file di stampa si è potuta attuare: un medico, il Dott. Renato Favero, ha ideato la conversione della nota maschera Easybreath da snorkeling di Decathlon in una maschera C-PAP ospedaliera per terapia sub-intensiva, ad oggi uno dei dispositivi più carenti negli ospedali italiani; con il supporto di Isinnova – e la disponibilità di Decathlon nel fornire il disegno CAD della maschera per poterlo esaminare – è stato così tecnicamente possibile trasformare la maschera da sub in un vero e proprio ventilatore, dando vita alla “valvola Charlotte”: stampata in 3D e agganciata al respiratore, si è dimostrata perfettamente funzionante e può essere collegata anche direttamente all’ossigeno tramite la presa a muro, così che non è necessario l’uso del respiratore.

Anche in questo caso, però, la maschera non è certificata secondo i dispositivi medici e il suo utilizzo è subordinato all’accettazione con dichiarazione firmata da parte del paziente; non è quindi da considerarsi sostitutiva del ventilatore polmonare ma come sussidio da usare in pronto soccorso e nei casi di emergenza in cui non è possibile reperire tramite le forniture ufficiali i classici dispositivi di erogazione dell’ossigeno.  Isinnova ha però brevettato la valvola “Charlotte” senza scopo di lucro, rendendo il brevetto libero, condividendo in open source il file per la realizzazione della stampa in 3D, così da permettere a chiunque di stampare la valvola e far sì che tutti gli ospedali in stato di necessità possano usufruirne.

Altro esempio positivo dell’ingegno e della preparazione tecnologica italiana è l’azienda WASP, anch’essa dedicata alla stampa 3D, il cui fondatore, Massimo Moretti, non è più giovanissimo ma ha passato 40 anni nel fare innovazione e nel condividerla con gli altri. Wasp in pochi giorni ha creato le prime mascherine su misura interamente stampate in 3D, le “My Face Mask“, che possono essere disinfettate e usate più volte grazie alla presenza di un filtro intercambiabile. Come si legge sul sito web di Wasp – in cui è stato rilasciato in open source il file di progettazione – la mascherina è composta da un biomateriale che chiude il volto in ogni parte; è comoda, come se fosse una seconda pelle, non tira e non lascia segni, ed è realizzata sulla base di 10 foto del volto del soggetto che la indosserà, scattate da 10 angolazioni differenti.

Wasp oggi stampa le mascherine gratuitamente per gli operatori sanitari, usando la stoffa certificata fornita dalla Protezione civile (dal tessuto di una singola mascherina se ne riescono a ricavare 4 in 3D), ma è attiva anche su un secondo progetto: la realizzazione del casco “MySpace”, per la protezione da micro gocce, in plastica trasparente, climatizzato e areato, che crea uno spazio protetto per permettere l’avvicinamento delle persone senza avere la paura del contagio; è quindi particolarmente indicato per i medici per avvicinarsi ai pazienti con tranquillità.


Tutte queste invenzioni dimostrano quanto l’ingegno, la preparazione e l’innovazione italiana siano all’avanguardia e vitali per il nostro Paese; non solo oggi, in un momento di emergenza, ma sempre. La speranza è che, dopo il Coronavirus, non vengano più sottovalutate. La lezione che stiamo imparando in questi giorni è che ancor di più occorrerà investire in ricerca, sviluppo, tecnologia e nei tanti talenti e cervelli made in Italy, per far sì che non se ne vadano e contribuiscano a far ripartire l’Italia.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dell’Italia di lunedì 30/03/2020

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