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Il non uso dei sostantivi femminili nel quotidiano: una questione linguistica irrisolta

Foto di Marten Bjork su Unsplash

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Rispetto, dignità e responsabilità. Sono questi i termini che dovrebbero sottendere il corretto utilizzo della lingua italiana, in ogni sua forma e genere.
Dapprima l’elezione della presidentessa Meloni al Consiglio dei Ministri nell’ottobre del 2022. Poi, la recente nomina di Margherita Cassano come presidentessa di Cassazione nel marzo 2023. Eventi che hanno riacceso il dibattito sul linguaggio di genere in Italia e sul suo utilizzo nei contesti sociali ma soprattutto istituzionali.

Siamo nell’anno delle donne presidentesse. Per alcuni un dato che risulta essere una conquista, come si legge dappertutto – sempre secondo la stessa formula: “Per la prima volta, nominata una donna” – e che ancora fa meravigliare quasi rappresentasse un’eccezione e non preferibilmente una consuetudine che non ha bisogno della prima pagina. Piuttosto, l’attenzione dovrebbe essere rivolta alla corretta declinazione dei termini e degli appellativi che si utilizzano per raccontare gli accaduti che riguardano la sfera femminile. Quello che si rivendica, motivo per il quale molti e molte hanno già preso posizione, è una parità di genere che passi attraverso il riconoscimento e l’introduzione del sostantivo femminile nel quotidiano.

Il sistema formativo, la comunità educante che si potrebbe definire “allargata” coinvolgendo le istituzioni, la famiglia, la scuola e ancor più la società civile, faticano a fare propri i termini presidentessa piuttosto che presidente, ministra, sindaca, assessora, magistrata, carabiniera, medica, commercialista e così via. Non è dato sapersi come mai, ancora, suona male sentire uno di questi sostantivi benché la loro forma sia grammaticalmente che eticamente corretta.

Basterebbe altresì ricordare che in Italia esiste, è accessibile e consultabile, un centro di ricerca scientifico dedito allo studio e alla promozione dell’italiano, noto come Accademia della Crusca, che per primo si impegna ad aprire un dibattito riflessivo sull’uso non sessista della lingua italiana. Consultando il sito online è affrontato in pagina d’entrata il tema: “Qual è il genere grammaticale di Dio?” dall’accademico Rosario Coluccia. Il dibattito, oramai trentennale, ha avuto il suo esordio nel 1987 con la pubblicazione di Alma Sabatini “Il sessismo nella lingua italiana”. Testo nel quale veniva messo in auge la prevalenza storica e l’attitudine sociale all’utilizzo del genere maschile con valenza ad ambo i sessi, nonché una serie di ‘linee guida’ volte a rimodellare il linguaggio favorendo la scomparsa delle discriminazioni di genere. Raccomandazioni riprese e caldeggiate, oggi, nella trattazione di Coluccia: “Evitare di usare il maschile di nomi di mestieri, professioni, cariche, per segnalare posizioni di prestigio quando esiste il femminile […]; Evitare di usare al maschile nomi di cariche che hanno la regolare forma femminile […]; Evitare di usare al maschile, con articoli e concordanze maschili, nomi che presentano la medesima forma, con doppia valenza maschile e femminile […]; Evitare di usare al maschile o di femminilizzare con il suffisso –essa nomi di professione che hanno un regolare femminile […]”.

È sempre l’Accademia della Crusca, nella persona di Paola Villani, ha esaminato il caso in cui lessemi – minima unità linguistica avente un significato autonomo (radice, parola, parola composta) – riferiti a ruoli di prestigio e\o istituzionali, coniugati al femminile, possano eccedere in una sorta di ‘hate gender’, letteralmente inneggiare all’odio di genere.

Si ricordi il caso della parola presidenta utilizzata, con fini denigratori, per definire Laura Boldrini, presidentessa della Camera dei deputati nella XVII legislatura (16/3/2013 – 22/3/2018). Il termine che non presiede nel repertorio della linguistica italiana, è stato utilizzato dagli attori della carta stampata per riferirsi e ridicolizzare consapevolmente la ministra. Termine, che tra le altre cose, è stato utilizzato per oltre un decennio in Argentina per riferirsi a Cristina Fernandez de Kirchner, presidentessa in carica dal dicembre 2007 al 2015) e poi con Michelle Bachelet, presidentessa cilena e Dilma Rousseff, presidentessa del Brasile negli anni 2011 – 2018. Un uso sconsiderato del termine che ha portato a sottendere l’accezione: presidente sì, ma non da prendere troppo sul serio.

Poter indicare il ruolo professionale di una donna attraverso l’uso di un termine maschile, non in linea con il sesso della persona di cui si sta trattando, è conseguenza del fatto che nella nostra lingua il maschile è riconosciuto come il genere di elezione, o meglio “genere non marcato”, cioè che può riferirsi indifferentemente e in modo inclusivo a tutti i sessi.

Che si tratti di dimenticanza o di abitudine, i codici comunicativi contemporanei non si può dire che non prestino attenzione al restituire un ruolo e un valore all’identità maschile e femminile introducendo, ad esempio, l’asterisco o schewa piuttosto che la vocale finale per includere la molteplicità dei generi.

La lingua italiana, seppur complessa e meravigliosa, offre un vasto campionario di termini introducibili nel parlato e nello scritto che consentono di mettere a regola le indicazioni che salvaguardano il prevalente uso sessista della lingua. Un uso che ancora appare, in talune occasioni, premeditato e intenzionale perché si è radicati ad una formazione arcaica che vede il tema del linguaggio di genere come una rivendicazione fantasiosa che passa attraverso la terminologia. Un’accusa infondata che parte, spesso, da chi professa e recrimina parità di genere e rispetto e poi fa buon uso di locuzioni verbali declinate al maschile. È un pensiero profuso che coinvolge donne e uomini che mal interpretano l’importante azione di riconoscimento intellettuale espressa attraverso l’uso delle parole.

Un impegno deontologico e formativo che deve essere perseguito incondizionatamente e che si realizza già tra i banchi di scuola promuovendo l’uso del vocabolario, delle enciclopedie come strumenti del sapere avulsi da preconcetti e falsi miti ideologici.


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni

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