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I ragazzi di Beirut

Avevo visto più volte le foto di Beirut ed ogni volta mi facevano venire in mente le città del Sud Italia, in particolare della Sicilia, per lo stile delle case, per la luce abbagliante del Sole che fa percepire il suo tepore, ma sopratutto per i caratteri mediterranei delle persone.

Invece le foto ed i video che si sono susseguiti dal 4 Agosto, giorno in cui 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio sono esplose al porto, rievocano il “fungo” di Hiroshima, l’esplosione di Capaci, il Ground Zero di New York e la Siria di oggi. Eventi drammatici impressi a fuoco nella memoria dei sopravvissuti e nella storia dell’umanità.

Proprio ripercorrendo la storia recente del Libano, quella che non si studia a scuola ma che sarebbe imperativo conoscere, il Libano è attualmente uno dei Paesi più indebitati al mondo.

Già da tempo lo Stato si trova al collasso finanziario: la guerra civile tra opposte culture, orientamenti religiosi etnie è durata fino agli anni ’90, poi vi è stata la diaspora libanese verso Europa, Sud America e Stati Uniti che ha visto partire la metà degli abitanti. Oggi la crisi economica aggravata dalla guerra in Siria, la bancarotta e l’inflazione che ha fatto perdere alla moneta potere d’acquisto dell’80%.

Parte della popolazione non può più permettersi l’acquisto di beni di prima necessità ed alcune persone ricorrono a Facebook per barattare beni di prima necessità – zucchero, latte, sapone – con vestiti per bambini o ciò che altri hanno da offrire.

L’arrivo del Covid-19 ha complicato ancora di più lo scenario, e, se i due lockdown da una parte hanno messo un freno ai contagi, dall’altra hanno esposto un inadeguato sistema di misure statali di sussidio per la popolazione che vive di lavori saltuari e di paga giornaliera.

Poi l’esplosione. Beirut ha cambiato volto, da frenetica capitale a una distesa di polvere e case sventrate, la zona del porto è un cratere, le macerie ed i vetri rotti sono ovunque. 

Gli abitati si trovano sepolti dalle loro stesse domande, dai tanti “se” e dalla mancanza di certezze acuite dalle dimissioni del primo ministro Hassan Diab e del governo.

I libanesi scesi nelle strade a protestare dichiarano che sono stati la negligenza e la corruzione a distruggere la capitale e a provocare più di 200 morti, tra loro anche una ragazza paramedico nella squadra dei vigili del fuoco dell’età di 25 anni che era accorsa per prestare i primi soccorsi.

I libanesi non sono i soli a chiedersi se lo Stato fosse al corrente della quantità di materiale esplosivo stipato in nel magazzino del porto. Perchè se così fosse, l’esplosione sarebbe stata una fatalità prevedibile, evitabile e da impedire.

Ad oggi sono più di 300 mila le persone che non hanno più dove vivere ed anche dove potersi proteggere dal virus, dove ricevere assistenza sanitaria poichè anche gli ospedali sono stati in parte distrutti o danneggiati.

Una crisi nella crisi: il parlamento ha dichiarato lo stato d’emergenza.

Mentre si parla di riforme politiche e finanziarie che potrebbero richiedere anni, si alza nell’immediato una voce di ripartenza da parte dei giovani.

I ragazzi di Beirut hanno sapientemente messo da parte le loro diversità sociali, etniche e religiose che un tempo avevano portato la guerra tra le loro famiglie. Siriani, Libanesi, Palestinesi, musulmani, cristiani, ebrei, greco-ortodossi collaborano tutti insieme per rialzarsi e far rialzare il loro paese.

Ognuno aiuta come può, c’è chi pulisce le strade dalle macerie, chi porta via i pezzi di vetro, chi distribuisce i viveri alle persone in difficoltà.

Tutti loro vivono questo momento buio della storia che, come tutti i momenti, passerà ma di cui rimarrà la solidarietà instancabile.

<< Non abbiamo più niente. Ma possiamo rispondere al male con il bene >> dice una ragazza della comunità del Movimento dei Focolari di Beirut che propone il dialogo interreligioso. Ripartiamo uniti, ripartiamo insieme, la pace è l’unica soluzione per la ricostruzione del paese.

A fronte dei pochi volontari internazionali che hanno potuto recarsi di persona a Beirut per le restrizioni dei viaggi per il Covid-19, sono state tante le raccolte fondi nate su Gofundme e su Facebook sia per le organizzazioni locali, sia per i cittadini che raccontano la propria storia, condividono un video-messaggio.

Le testimonianze dei giovani di Beirut mi ricordano quella dei giovani e dei volontari che a Genova nel 2014 erano stati gli “angeli del fango” oppure di quelli che hanno prestato soccorso nelle zone del centro Italia colpite dai terremoti, e tutti noi li riconosciamo come motivo di orgoglio per l’Italia intera.

Oggi in Libano i giovani fronteggiano una crisi umanitaria con le mani impegnate e gli occhi pieni di speranza: sono loro stessi lo «youthquake», il motore del cambiamento in campo sociale. Il Libano è stato “ereditato” dai giovani così com’è, con le difficoltà ed i dissidi creati dagli altri e di cui loro non hanno colpa. Domani costruiranno un paese di pace, con nuovi ponti, più saldi, tra le diverse culture, etnie e religioni e che sia un modello per i paesi ancora in conflitto.

EUTERS/Aziz Taher - https://www.arabnews.com/node/1715776/middle-east
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