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Cambiare lavoro: una gogna o un’opportunitá?

Cambiare lavoro è una gogna?
Cambiare lavoro: una gogna o un’opportunità? – Poco tempo fa, mentre frequentavo un corso di lingua inglese a New York, ci è stato chiesto per un’esercitazione di speaking di rispondere alla seguente domanda:

Quale lavoro vuoi fare da grande?”

Domanda da un milione di dollari, che ci viene posta fin da quando siamo bambini.
Il medico? L’avvocato o l’ingegnere? Dietro il raggiungimento di questi lavori ci sono spesso pesanti sacrifici tipici di lunghi corsi di studi ma ripagati dalla finale soddisfazione di avercela fatta, di avere, oltre che uno stipendio, una posizione sociale e di aver ripagato mamma e papà dei sacrifici anche economici profusi per noi e, in ultimo, di aver inorgoglito i nonni, le zie e via dicendo che possono vantarsi dei successi professionali dei nipoti con gli amici.
A 18 anni si deve decidere e guai se si torna indietro! Quindi a 23 anni questa domanda non dovrebbe sconvolgere più di tanto, perché, in fin dei conti, ci é stata posta un milione di volte e dovremmo essere in grado di rispondere. Per questo motivo, la maggior parte di noi alunni del corso d’inglese, con calma apparente e voce sprizzante, abbiamo dato la risposta che si usa fornire in questi casi. Certo di eccezioni ce ne sono state e quella che mi ha colpito di più è stata senza dubbio la risposta del mio professore di inglese, uomo per lo più sui 50 anni, americano da cinque generazioni, che con calma decisa e voce pacata ha risposto alla domanda dicendo: “I
o ancora non so cosa voglio fare da grande . Se poi si aggiunge il suo piano di trasferirsi in Italia di lì a qualche mese per ricominciare una nuova vita, il caso non può non destare senza dubbio attenzione.

A 50 anni non sapere ancora che lavoro fare per il resto della vita, di suonare, suona strano. Eppure ho avuto la sensazione che a lui sembrassimo molto strani noi: ragazzi di una società confusa che offre poco ma pretende molto, che impone dei modelli di rigidità ma richiede flessibilità. Il professore aggiunse infatti con voce ferma: “Come si fa a sapere a 18 anni cosa si vuole fare per il resto della propria vita?” E, anche se si sapesse, chi lo dice che arrivati ad un certo punto la noia, la routine, la quotidianità non ci chiedano di reinventarci e cominciare tutto daccapo? Certo dietro questo scambio di battute non si può non notare la differenza dei due modelli che si ergono contrapposti e stridenti tra di loro, frutto di una mentalità inevitabilmente non collimante.
Da una parte noi giovani che, soprattutto in Italia, dobbiamo decidere sin da subito cosa fare, consapevoli che poi difficilmente si torna indietro. Certo ci sono dei casi di persone che più giovani o meno decidono di dare una svolta repentina alla propria vita. Pochi coraggiosi insomma, guardati per lo più dalla società come dei folli o delle persone strane che si distolgono dalla strada indicata e imposta dalla società. Tutti gli altri continuano invece a fare con più o meno passione il lavoro che sono convinti di aver scelto autonomamente e con convinzione. Una vera e propria gogna insomma, quello di dover continuare a fare un lavoro per il resto della propria vita consapevoli che non si potrà più cambiare.
Dall’altra parte, però, c’è il modello americano che si caratterizza per la forte flessibilità in tutti i campi, prima fra tutto quello lavorativo. La convinzione di poter cambiare in ogni momento nasconde la consapevolezza di scegliere, fra tanti, il proprio lavoro ogni giorno.
Cambiare lavoro in America è quasi ordinario. Ogni americano si districa infatti tra più lavori, aiutato da un mercato che riesce ad offrire di più assorbendo le inclinazioni dei suoi cittadini. L’ansia è minore, la passione è di più, verrebbe da pensare. Ma quale la causa di questi due diversi approcci e modi di fare? Semplice rispondere che la differenza è senza dubbio derivata da mercato del lavoro che in Italia certo non si può definire flessibile. Ma ritengo che inutile sarebbe negare la differenza di mentalità alla base della contrapposizione.
Il famoso “posto fisso” in Italia e l’ansia del suo raggiungimento nascondono una vera e propria condanna per chi poi riesce a raggiungerlo. Forse, come per tante cose, è ancora un problema di mentalità. Forse, a volte, è proprio quella che dovrebbe cambiare ed è da lì che si dovrebbe ripartire.

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