Photo by Bob Coyne on Unsplash

Britpop, un culto senza tempo

Dalla rabbia del grunge al disincanto: storia di un fenomeno musicale e di costume

Perché non dovremmo essere grati agli inglesi? Per carità: le reazioni poco eleganti ai trionfi italiani dell’ultima estate non hanno giovato alla reputazione dei sudditi di Elisabetta, mai come questa volta insofferenti alle regole del fair play di cui sono considerati gli indiscussi custodi. Nulla, però, che possa intaccare la nostra sincera ammirazione per tutto ciò che gli inglesi hanno dato alla musica, alla cultura e al costume del secondo Novecento. In ordine sparso: la Beatlemania, i Rolling Stones, il glam rock, il punk, la new wave.

Al tramonto del secolo, poi, un nuovo slancio creativo destinato a oltrepassare la Manica: da una parte la sperimentazione dei Massive Attack e dei Portishead, i pionieri del trip-hop; dall’altra una rilettura in chiave moderna dei classici del rock, con una preferenza spiccata per la generazione musicale dei padri. Se il punk irruppe sulla scena musicale inglese dei tardi anni Settanta per svelare «la grande truffa del rock and roll» (come recita il titolo del secondo e ultimo album dei Sex Pistols); se la new wave metabolizzò nei primi anni Ottanta la fine delle illusioni con un’ampia predilezione per l’elettronica, il Britpop completa la parabola tracciata nei Sessanta dai campioni della British Invasion (non solo Beatles e Stones, ma anche Byrds, Faces e Kinks), sfilandosi dalle turbolenze della ribellione grunge: a differenza di Kurt Cobain, assurto a cantore dei demoni invisibili dei teen-ager americani, i fratelli Noel e Liam Gallagher giocarono a carte scoperte fin dal singolo d’esordio della loro band, gli Oasis.

Supersonic, pubblicato nel 1994 per lanciare il pluripremiato Definitely Maybe, è una fuga dalla realtà quotidiana a base di gin tonic e Alka-Seltzer. Il grido di dolore che aveva accomunato gli eredi d’oltreoceano del punk diventa qui rassegnata consapevolezza, come nei versi amarissimi di Cigarettes & Alcohol («Vale la pena/trovarti un lavoro quando non c’è niente/per cui valga la pena lavorare?»), o al massimo sottile rimpianto, fotografato da una canzone come Married With Children. L’ordinario, dunque: anche i principali rivali degli Oasis, i londinesi Blur, descrivono la «fine del secolo» (End Of A Century, inserita in Parklife, 1994) come una catena di banalità rilanciate senza sosta dalla televisione. 

Disincanto dopo disincanto, la sfida tra Oasis e Blur raggiunge il suo apice nell’estate del 1995: il gruppo di Manchester sceglie l’energica Roll With It per lanciare l’imminente uscita del secondo album di studio, (What’s The Story) Morning Glory?; Damon Albarn e compagni rispondono invece con Country House, ispirata alla radicale scelta di vita del proprietario della casa discografica del gruppo, Dave Balfe, che decise di lasciare la città per la campagna.

Anche se i dati di vendita diedero ragione ai Blur, il tempo ha ampiamente risarcito i fratelli Gallagher che, ancor prima di far parlare di sé per le continue risse che porteranno allo scioglimento della band, consegnarono alla storia un disco baciato dalla grazia: la dolente Wonderwall – che rievoca nel titolo il primo lavoro da solista di George Harrison – bilancia la scossa emotiva di She’s Electric, l’incalzante Morning Glory porta l’ascoltatore fino alla visionaria Champagne Supernova, destinata a un posto fisso nella scaletta dei concerti. Infine, l’inno per eccellenza: Don’t Look Back In Anger («Non guardarti indietro con rabbia») scioglie il tormento della protagonista, Sally, in uno slancio di ritrovato orgoglio. Il pianoforte che introduce la voce di Noel Gallagher, chiaramente ispirato all’attacco di Imagine di John Lennon, la chitarra che sembra annunciare una nuova alba, un ritornello fatto apposta per cantare in coro. Un colpo al cuore, ancora oggi.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni 08/11/2021