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	<title>Osvaldo Vetere &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Il diritto di tornare a casa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando a fine gennaio iniziarono a circolare le prime notizie relative al Covid-19, l’opinione pubblica si divise tra cospirazionisti, temerari e paranoici. A parte gli ultimi, tutti ritenevano si trattasse di un qualcosa di innocuo per noi, o perché troppo lontano, o perché paragonabile ad una semplice influenza stagionale. Eppure dalla sera alla mattina ci siamo resi conto che quel nemico invisibile, che appariva così distante e inarrivabile, in realtà era già tra noi. Stava circolando già da mesi e [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Quando a fine gennaio iniziarono a circolare le prime notizie relative al Covid-19, l’opinione pubblica si divise tra cospirazionisti, temerari e paranoici. A parte gli ultimi, tutti ritenevano si trattasse di un qualcosa di innocuo per noi, o perché troppo lontano, o perché paragonabile ad una semplice influenza stagionale. Eppure dalla sera alla mattina ci siamo resi conto che quel nemico invisibile, che appariva così distante e inarrivabile, in realtà era già tra noi. Stava circolando già da mesi e la situazione, specialmente al Nord, era più grave di quanto potessimo immaginare. Ci siamo trovati a dover fronteggiare una pandemia, forse la più grande sfida del nuovo millennio, e quando ci siamo resi conto di cosa stava accadendo, tutti noi, anche i più temerari, siamo stati pervasi dalla paura. Il lockdown è iniziato ufficialmente la sera del 9 marzo, ma di fatto già dal giorno prima la maggior parte del paese era segregata in casa.</p>



<p>Come dimenticare le scene della notte tra sabato e domenica in cui migliaia di persone presero d&#8217;assalto le stazioni per tornare al Sud, al sicuro, pur consapevoli di poter favorire così la diffusione del virus e di mettere a serio rischio la salute pubblica.</p>



<p>Mettiamoci nei panni di quelle persone: non mi sento di additarli come irresponsabili, ricordiamoci che la nostra risposta alla paura è spesso irrazionale. Un po’ come in quei documentari in cui si vede un uomo costretto a fronteggiare un animale feroce: l’uomo sa che la cosa migliore da fare in quei frangenti è restate immobile, eppure inizia a correre. È la paura che prende il sopravvento e detta quel comportamento. Motivo per cui non mi sento di rinfacciare nulla a quelle persone, seppur sia molto probabile che senza quei rientri i casi di coronavirus nel meridione sarebbero stati di gran lunga inferiori.</p>



<p>L’emergenza ha compresso la maggior parte dei nostri diritti. Ormai ci siamo abituati a queste restrizioni e le accettiamo consapevoli che dovremmo conviverci per molti mesi ancora. Al momento non si sa quando potremo ritornare alla normalità: c’è che ipotizza ci vorrà l’anno nuovo, chi – tra i più ottimisti – ritiene che con il caldo il virus svanirà, ma la verità è che al momento non vi è alcuna certezza. Lo sconforto è tanto, per tutti.</p>



<p>E nello sconforto il mio pensiero va soprattutto a chi, in questo momento di enorme difficoltà tanto psicologica quanto economica, si trova a dover affrontare l’emergenza lontano dalla propria casa e dalla propria famiglia. Si tratta di tutte quelle persone che per motivi di studio o di lavoro si trovano a vivere fuori e che oggi vorrebbero tornare a casa. Si tratta di quelle persone che, nonostante l’enorme paura, hanno mantenuto il sangue freddo e non sono scappate come tutti gli altri, quelle persone che hanno dimostrazione grande senso civico e  responsabilità, che hanno sacrificato il proprio Io per la sicurezza altrui.</p>



<p>Mi rifaccio all’espressione utilizzata dal preside del Liceo Classico Telesio di Cosenza, Antonio Iaconianni, che ha lanciato nei giorni scorsi una petizione attraverso la quale chiedeva l’intervento della Governatrice della Regione Calabria Jole Santelli e del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte: se c’è un diritto che non può essere compresso in questi giorni è il “diritto di tornare a casa”. Come ci siamo messi nei panni di chi è scappato, ora mettiamoci nei panni di chi è rimasto: non è facile vivere e affrontare questa emergenza in una casa che non è la propria, non è facile vivere soli e lontano dai propri cari e non è facile neanche a livello economico quando non puoi lavorare a causa dell’emergenza o quando sei uno studente e i tuoi genitori &#8211; anch’essi costretti a casa &#8211; non possono mandarti soldi. </p>



<p>Comprendo i timori della Governatrice e capisco pure che se consentisse a tutti di rientrare il rischio di una nuova ondata di contagi sarebbe considerevole, ma una soluzione deve essere trovata, “<em>anche e soprattutto per dare loro un ulteriore insegnamento</em>” – tornando alle parole del Preside – “<em>ossia che l’onestà, il merito, il rispetto di tutti e tutto paga sempre… diversamente è come insegnare scorciatoie disoneste e dire che i furbi hanno sempre ragione!!</em>”.</p>



<p>Consentire il rientro indistintamente a tutti senza alcuna reale motivazione e dietro una semplice autocertificazione sarebbe rischioso e potrebbe dare il là ad un vero e proprio esodo, ma, ad esempio, la soluzione potrebbe essere il rilascio di un’autorizzazione da richiedere alla Prefettura competente dietro indicazione di specifica motivazione e nella quale si indica il mezzo di trasporto con cui si scende o con cui il genitore va a prendere i propri figli. In questo modo le autorità potrebbero contenere e controllare attivamente il fenomeno. Inoltre tale autorizzazione offrirebbe un ulteriore vantaggio, difatti non sarà necessario, come accadeva prima che i confini regionali venissero “chiusi”, che chi scende si autodenunci ai fini dei 14 giorni di quarantena obbligatoria. Seppure non vengano controllati al momento dell’ingresso nel territorio regionale, le autorità sapranno già del loro rientro e saranno così in grado di verificare eventuali violazioni. Tuttavia in merito è necessaria una considerazione di non poco conto: chi si è dimostrato rispettoso della legge, responsabile e consapevole del rischio ha desistito nonostante la voglia di tornare a casa fosse tanta, perché mai dovrebbe infrangere la quarantena obbligatoria e mettere a repentaglio la salute pubblica? Non penso vi sia un simile rischio.</p>



<p>Che sia attraverso il rilascio di un’autorizzazione, che siano direttamente le singole Regioni ad andare a prendere i loro cittadini sparsi al Nord sulla falsariga di quanto ha fatto la Farnesina con gli italiani all’estero, ma spero che una soluzione venga trovata al più presto, che venga premiato il modo in cui queste persone hanno affrontato l’insorgere della crisi e che venga finalmente tutelato il diritto a cui noi meridionali in particolar modo siamo indissolubilmente e storicamente legati: il diritto di tornare a casa.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud &#8211; l&#8217;Altravoce dei ventenni di lunedì 27/04/2020</em></p>
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		<title>Ognuno combatte con le armi che ha: il contributo dei giovani all&#8217;emergenza sanitaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2020 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le frasi pronunciate più spesso in queste interminabili giornate di quarantena, tra i rimproveri più ricorrenti e preferiti dai nostri genitori ai nostri nonni, ce n’è una che ho sentito fino allo sfinimento. Una sorta di slogan che viene ripetuto come risposta ad ogni nostro sfogo, un po’ come quando prima di questa emergenza dicevo a mia madre che avevo mal di testa e lei mi liquidava con un classico “ci credo, stai sempre al cellulare”; ma questa risposta [&#8230;]</p>
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<p>Tra le frasi pronunciate più spesso in queste interminabili giornate di quarantena, tra i rimproveri più ricorrenti e preferiti dai nostri genitori ai nostri nonni, ce n’è una che ho sentito fino allo sfinimento. Una sorta di slogan che viene ripetuto come risposta ad ogni nostro sfogo, un po’ come quando prima di questa emergenza dicevo a mia madre che avevo mal di testa e lei mi liquidava con un classico “ci credo, stai sempre al cellulare”; ma questa risposta non valeva solo per il mal di testa, valeva per qualunque malessere. La colpa è sempre del cellulare. Piccolo inciso: che sia uno strumento utilizzato fin troppo male da noi giovani nessuno lo mette in dubbio, ma non sempre è così e tra poco vi dirò il perché.<br>Avete capito a quale frase mi riferisco?</p>



<p><em>“Non lamentatevi: siete chiusi in casa, non siete mica in guerra. I vostri (bis)nonni dovevano andare a combattere, voi dovete solo stare sul divano”</em>. Quante volte avete sentito questa frase? Quante volte vi siete sentiti impotenti e inutili?</p>



<p>Quando si presentava un nemico tanto pericoloso, i nostri antenati erano costretti ad imbracciare un fucile e andare a combattere, sacrificando, se necessario, la loro vita per il bene della collettività. Noi dobbiamo semplicemente stare in casa e non lamentarci. Essi erano chiamati a compiere il gesto più atroce che esista: utilizzare quel fucile per uccidere. Noi al massimo dobbiamo ammazzare il tempo, che non è proprio la stessa cosa. Quindi, hanno ragione quando dicono che non dobbiamo lamentarci; è vero che non dobbiamo andare in trincea, ma anche noi stiamo combattendo una guerra: non siamo fisicamente al fronte, né siamo bombardati a distanza da missili, droni o altre armi tecnologiche ed innovative ma la nostra è una guerra 3.0 e come ogni guerra, per essere vinta, necessita di rigore, responsabilità e sacrifici. Da parte di tutti. <br>Le armi a nostra disposizione sono, per cominciare, spirito di sacrificio e senso di responsabilità. Questi ci obbligano a restare a casa e ad attenerci alle prescrizioni che ci sono state imposte per contrastare il diffondersi del virus e salvaguardare la salute pubblica. Poi, la tecnologia e in particolare il mondo dei social con la sua risonanza, possono essere sfruttati per la prima volta non per alimentare il nostro ego e metterci in mostra bensì per diffondere e far conoscere a tutti le diverse iniziative benefiche e raccolte fondi promosse in favore degli ospedali o per allietare le giornate e portare un sorriso in tutte le case d’Italia, come, fra l’altro, stanno facendo tantissimi artisti e non. E, per finire, l’amore. <br>Amore verso i nostri cari, verso i nostri genitori e i nostri nonni, verosimilmente più deboli ed esposti di noi. Dobbiamo resistere soprattutto per loro: maggiore sarà il rigore con cui ci atterremo alle regole e prima potremo riabbracciarli e tornare alla nostra vita. <br>Ciò che mi ha colpito maggiormente è il fatto che nonostante siamo stati improvvisamente chiamati a fronteggiare e pagare le conseguenze di un qualcosa di cui noi non abbiamo colpe, ovvero politiche scellerate perpetuate per anni – e a tutti i livelli e latitudini – in tema di sanità, che hanno depauperato e depredato il nostro sistema sanitario rendendolo incapace di fronteggiare una simile emergenza, non siamo rimasti con le mani in mano. <br>Potevamo limitarci a scaricare la colpa sugli altri e cullarci del fatto che i giovani in salute corrono meno rischi degli altri, potevamo davvero oziare sul divano in attesa che gli altri si dessero da fare per noi, ma non lo abbiamo fatto. Abbiamo fatto ricorso alle armi di cui eravamo dotati, i tanto criticati cellulari e social network, e li abbiamo utilizzati per qualcosa di utile: tantissime sono state le raccolte fondi promosse in tutta Italia dai giovani per sostenere gli ospedali, i medici e gli operatori sanitari che combattono – loro per davvero &#8211; questa guerra in prima linea e mettono ogni giorno a rischio la propria vita per tutti noi. <br>Potevamo restare semplici spettatori in attesa di tempi migliori, ma nel nostro piccolo abbiamo provato a reagire, a renderci utili e a mettere una pezza dove possibile. Come? Donando. Donando parte dei nostri risparmi o magari quello che avremmo speso in queste settimane se non ci fossimo trovati in questa situazione. Forse questa è una forma di responsabilità maggiore di quella dei nostri padri e nonni che per decenni hanno chiuso gli occhi e si sono voltati dall’altra parte mentre si speculava sulla sanità, noncuranti del problema perché magari non li riguardava direttamente. D’altronde è la storia più vecchia del mondo: finché non mi tocca personalmente, finché un mio parente, amico o conoscente non ci rimette la vita, non è un mio problema. Oggi, però, ci troviamo di fronte ad un’emergenza sanitaria globale: il Coronavirus è una pandemia, un qualcosa che riguarda per la prima volta realmente tutti.</p>



<p>Per questo sono orgoglioso dei tantissimi ragazzi che, sfruttando gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia, sono scesi in guerra promuovendo diverse raccolte fondi e donando quanto nelle loro possibilità. <br>Molti sostengono che sia un qualcosa di inutile, una semplice goccia nel mare, e visto che il mare è enorme non servirà a nulla. Si sbagliano. È un po’ come i depuratori presenti nei nostri litorali: non possono ripulire tutto il mare ma se correttamente azionati possono salvaguardare la nostra costa e consentirci di nuotare in acque limpide. Allo stesso modo queste donazioni non serviranno a rimediare ai danni della mala gestione, e quindi a ripulire l’intero sistema sanitario, ma serviranno a dotare i medici e tutti gli operatori sanitari di tutte le protezioni necessarie, ad acquistare macchinari che occorrono per aumentare i posti letto in rianimazione, a salvaguardare parte della nostra “costa”, quella parte più fragile e a cui siamo indelebilmente legati: i nostri cari. <br>Perciò non pensate che la nostra battaglia sia superflua, non pensate che restare a casa e donare sia inutile. È un piccolo gesto che può servire a tanto.</p>



<p>Se ognuno contribuirà a suo modo, se ognuno si comporterà responsabilmente, presto vinceremo questa guerra e potremo dire di averlo fatto combattendo tutti insieme.</p>
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		<title>Coronavirus: cosa succede se trasgredisco al decreto &#8220;Io resto a casa&#8221;?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2020 12:56:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Consiglio dei Ministri]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[dpcm 8 marzo 2020]]></category>
		<category><![CDATA[dpcm 9 marzo 2020]]></category>
		<category><![CDATA[ordinanze contingenti e urgenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Tutto è concesso in guerra e in tempo di coronavirus”… no aspettate, non era proprio così il detto. Ma, cosa più importante, non è vero che dinnanzi al coronavirus è concesso tutto: nonostante lo stato di panico e la paura che può generare e quindi l’irrazionalità dei nostri comportamenti, vi sono alcune prescrizioni da dover osservare attentamente la cui violazione può comportare delle conseguenze anche piuttosto gravi. Il Covid-19 – o comunemente coronavirus – è una malattia respiratoria causata dal [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/coronavirus-cosa-succede-se-trasgredisco-alle-ordinanze/">Coronavirus: cosa succede se trasgredisco al decreto &#8220;Io resto a casa&#8221;?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Tutto è concesso in guerra e in tempo di coronavirus”… no aspettate, non era proprio così il detto. Ma, cosa più importante, non è vero che dinnanzi al coronavirus è concesso tutto: nonostante lo stato di panico e la paura che può generare e quindi l’irrazionalità dei nostri comportamenti, vi sono alcune prescrizioni da dover osservare attentamente la cui violazione può comportare delle conseguenze anche piuttosto gravi. <br>Il Covid-19 – o comunemente coronavirus – è una malattia respiratoria causata dal virus denominato <em>SARS-COV-2</em> appartenente alla famiglia dei coronavirus. È comparso per la prima volta in Cina, e precisamente nella città di Wuhan, ufficialmente nel dicembre scorso ma pare che la sua nascita sia da retrodatare di almeno due mesi. Non è ancora ben chiaro quale sia stata la sua vera origine ma l’unica certezza è che dalla Cina si sia spostato abbastanza rapidamente – anche grazie alla sua elevata capacità diffusiva – in quasi tutti i continenti e, purtroppo, tra i paesi maggiormente colpiti dal virus rientra l’Italia: migliaia sono i contagi accertati, centinaia i decessi e se non si riuscirà a contenere la diffusione dei virus nelle prossime settimane il nostro sistema sanitario rischia di collassare. <br>Proprio per far fronte a questa gravissima emergenza sanitaria il governo italiano ha emanato, prima, un decreto legge – <em>Dpcm 8 marzo 2020 – </em>denominato “<em>Misure urgenti di contenimento del contagio”</em> che prevede una serie di prescrizioni tra le quali l’obbligo di mantenere la distanza di sicurezza di un metro e il divieto di entrata e di uscita dalla “zona rossa” ma anche da quella “arancione” definita e delimitata proprio dal tale decreto, seppur con alcune eccezioni, e il giorno successivo, in virtù dell’aggravarsi dell’emergenza, ha emanato un secondo decreto – <em>Dpcm 9 marzo 2020 </em>– con il quale ha sostanzialmente esteso le prescrizioni a tutto il territorio nazionale, definendo l’Italia “zona protetta”. Di riflesso quasi tutte le Regioni hanno emanato delle ordinanze contingenti ed urgenti contenenti prescrizioni più dettagliate e lo stesso hanno fatto diversi sindaci. <br><strong><em>Cosa rischio se violo queste prescrizioni?</em></strong> <br>Conviene fare chiarezze e procedere con ordine.</p>



<h3><strong>Che cosa sono le ordinanze contingenti ed urgenti?</strong></h3>



<p>Tutti gli ordinamenti giuridici si dotano di strumenti per far fronte a situazione di emergenza imprevedibili che possono mettere a rischio interessi fondamentali della comunità tra i quali rientrano l’incolumità pubblica e la sanità. Si tratta di atti caratterizzati in primo luogo da atipicità: le leggi attributive di questo tipo di potere si limitano ad individuare l’autorità competente ad adottarli, a descrivere in termini generali i presupposti che ne legittimano l’emanazione e a specificare il fine pubblico che devono perseguire ma lasciano indeterminato il contenuto del potere e i destinatari del provvedimento, proprio perché vengono emanati per intervenire in situazioni straordinarie e di emergenze. <br>L’autorità competente è dunque titolare di un’ampia discrezionalità, sia nel momento in cui valuta in concreto se la situazione di fatto giustifica l’esercizio del potere di ordinanza, sia nel momento in cui individua le specifiche misure da adottare e, proprio per questo motivo, tali atti necessitano di un’adeguata motivazione. Essi sono emanati dal Governo, il cui potere sorge nei casi di necessità e urgenza e consente l’emanazione di decreti legge ex art. 77 Cost.; dal Sindaco, dal Prefetto, dalle Regioni e dal Ministro della Salute. Un potere d’ordinanza è infine previsto anche in materia di protezione civile: in caso di calamità naturali che richiedono interventi immediati con mezzi e poteri straordinari, il Consiglio dei Ministri può dichiarare lo stato d’emergenza fissandone la durata e l’estensione territoriale. <br>Nonostante il presupposto alquanto indeterminato e il contenuto sostanzialmente discrezionale, l’esercizio di tale potere deve rispettare alcuni limiti: non possono essere emanate in contrasto con i principi generali dell’ordinamento giuridico e con i principi fondamentali della Costituzione, devono avere un’efficacia limitata nel tempo e devono essere adeguatamente motivate e pubblicizzate. Inoltre il loro contenuto deve essere adeguato e quindi proporzionato alla specifica emergenza che deve in concreto fronteggiare: da qui il carattere tendenzialmente temporaneo e provvisorio delle misure adottare.</p>



<h3><strong>Caso specifico: <em>Dpcm 8 marzo 2020, </em>“<em>Misure urgenti di contenimento del contagio” e Dpcm 9 marzo 2020</em></strong></h3>



<p><em>“Allo scopo di contrastare e contenere
il diffondersi del virus COVID-19&nbsp; le
misure di cui all’art. 1 del decreto 8 marzo 2020 sono estese all’intero
territorio nazionale”: s</em>i apre così
il decreto emanato dal Presidente del Consiglio dei Ministri lunedì sera. Non
vi è più una differenziazione tra zone rosse, arancioni e zone “franche”, ora
tutto il territorio nazionale è “zona protetta”.</p>



<p>I
due decreti prevedono, riassumendo, le seguenti misure:</p>



<p>a)
gli spostamenti sul territorio nazionale sono consentiti solo se motivati da
comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, per motivi di salute o
per rientrare nel proprio domicilio\abitazione\residenza;</p>



<p>b)
ai soggetti sintomatici è fortemente raccomandato di rimanere presso il proprio
domicilio contattando il proprio medico curante; sui soggetti sottoposti alla
misura della quarantena o risultati postivi al virus incombe invece un divieto
assoluto di mobilità dalla propria abitazione;</p>



<p>c)
divieto di ogni forma di assembramento in luoghi pubblici o aperti al pubblico;</p>



<p>d)
sono sospesi: tutti gli eventi e le competizioni sportive; tutte le
manifestazioni, eventi e spettacoli di qualsiasi natura; i servizi educativi e
le attività didattiche di ogni ordine e grado; le procedure concorsuali; </p>



<p>e)
le attività di ristorazione e bar sono consentite solo dalle ore 6:00 alle ore
18:00, con obbligo, a carico del gestore, di far rispettare la distanza di
sicurezza interpersonale di almeno un metro, con sanzione della sospensione
dell’attività in caso di violazione.<br>
L’art. 5 del decreto 8 marzo 2020 prevede espressamente l’applicabilità
dell’art. 650 del codice penale e dei reati più gravi in caso di violazione
delle misure previste.</p>



<p>L’efficacia
temporale delle prescrizioni, alla luce delle modifiche operate dal decreto del
9 marzo, è estesa fino al 3 aprile 2020.</p>



<h3><strong>Conseguenze della violazione: art. 650 c.p. e non solo</strong></h3>



<p>La norma di riferimento è, come abbiamo già visto, l’art. 650 del codice penale, ai sensi del quale “<em>Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con l’arresto fino a 3 mesi o con l’ammenda fino a 206 euro”.</em> <br>Nel momento in cui si violano le prescrizioni contenute nei due decreti sopra citati, quindi, si commette un reato vero e proprio. Se la pena relativamente limitata prevista dalla norma non ha una vera e propria efficacia deterrente, perché magari il desiderio di spostarci sul territorio nazionale al di fuori dei limiti consentiti per raggiungere i nostri cari che vivono lontano è più forte della paura di rischiare una pena così esigua, bisogna tenere presente l’inciso “<em>se il fatto non costituisce più grave reato”.</em><br>Il più grave reato configurabile in questo specifico caso è quello previsto dall’art. 452, rubricato <em>“delitti colposi contro la salute pubblica”, </em>il quale, nell&#8217;ipotesi più grave, prevede la reclusione fino a 5 anni. </p>



<p>Per questo motivo invito tutti a comportarci responsabilmente e attenerci strettamente alle prescrizioni contenute nel decreto, sia perché attraverso la nostra condotta possiamo mettere a repentaglio la salute nostra e dei nostri cari, sia perché anche dal punto di vista giudiziario si rischia davvero grosso.</p>
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		<title>Giornata nazionale contro il cyberbullismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2020 19:21:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
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		<category><![CDATA[giornata nazionale contro il cyberbullismo]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[venti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dati di Social Warning, il Movimento Etico Digitale Il 7 febbraio è la giornata nazionale contro il cyberbullismo e per l’occasione l’Osservatorio scientifico dell’associazione “Social Warning – Movimento Etico Digitale” ha svolto un’importante ricerca che fa luce su un fenomeno troppo spesso sottovalutato. L’associazione no-profit fondata nel 2017 da Davide Dal Maso ha il dichiarato obiettivo di sensibilizzare ragazzi e adulti sulle potenzialità e sui rischi della rete e, servendosi di una rete di formatori volontari professionisti del web [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h3>I dati di Social Warning, il Movimento Etico Digitale</h3>



<p class="has-drop-cap">Il 7 febbraio è la giornata nazionale contro il
cyberbullismo e per l’occasione l’Osservatorio scientifico dell’associazione <strong>“</strong><em>Social
Warning – Movimento Etico Digitale” </em>ha svolto un’importante ricerca che fa
luce su un fenomeno troppo spesso sottovalutato.</p>



<p>L’associazione no-profit fondata nel 2017 da Davide Dal
Maso ha il dichiarato obiettivo di sensibilizzare ragazzi e adulti sulle potenzialità
e sui rischi della rete e, servendosi di una rete di formatori volontari
professionisti del web (attualmente sono circa 150), organizza incontri
formativi gratuiti nelle scuole medie e superiori di tutta Italia per
promuovere l’educazione digitale.</p>



<p>Il dato allarmante che emerge da tale ricerca è che
quattro ragazzi su dieci di età compresa tra i 12 e il 16 anni si imbattono in
episodi di bullismo sulla rete.</p>



<p>Nonostante il 72,6% dei ragazzi intervistati ritenga sia giusto ricevere regole per approcciarsi alla rete, solo nel 55% dei casi le famiglie intervengono e pongono delle regole e delle limitazioni all’utilizzo della rete da parte dei loro figli. Tuttavia, più che adempiere al loro compito di educatori e preoccuparsi quindi di come i figli usano la rete e di istruirli sui rischi nei quali incorrono, la maggior parte di essi (80%) si limita a fissare un tetto massimo di ore giornaliere per l’utilizzo di internet e del telefonino– limitazione resa possibile da una specifica funzione introdotta nell’ultimo anno da quasi tutti i produttori di telefoni cellulari –, ad invitarli a non visitare siti porno e a mantenere privati i propri profili social. </p>



<p>Il 47% dei ragazzi coinvolti nello studio dell’Osservatorio dichiara infatti di non essersi mai confrontato con la famiglia sui temi dell’educazione digitale e addirittura un ragazzo su 10 non ha mai affrontato l’argomento con nessuno. Spesso si rivolgono ai loro insegnanti, ma per quanto la scuola abbia raggiunto – soprattutto negli ultimi anni – livelli di digitalizzazione soddisfacenti, questi nella maggior parte dei casi hanno la stessa età dei loro genitori o sono perfino più anziani, motivo per cui è fondamentale organizzare sempre più frequentemente incontri nelle scuole con persone preparate e “digitalizzate” come i volontari di <em>Social Warning.</em></p>



<p>Andando più nello specifico, quanto tempo passano in
rete i ragazzi e cosa fanno durante queste ore? Analizzando i dati pubblicati
dall’Osservatorio possiamo notare che il 32% dei ragazzi coinvolti trascorre
dalle due alle quattro ore al giorno sul web e il 22% di loro lo utilizza in
maniera del tutto indisturbata non ricevendo alcuna limitazione da parte della
famiglia. Utilizzano la rete principalmente per accedere alle piattaforme
social: le più utilizzate sono YouTube e WhatsApp, a seguire Instagram e la
“novità” TikTok, all’ultimo posto troviamo invece Facebook, sempre meno
attraente per i più giovani. L’84% di loro accede a questi social più volte al
giorno; l’11,6% dichiara di non collegarsi tutti i giorni ma solo qualche volta
alla settimana: praticamente sono sempre connessi. </p>



<p>Tra tutti questi dati però ce ne sono anche alcuni incoraggianti,
sicuramente frutto della loro “esperienza”: a differenza dei loro genitori o
comunque di chi, non essendo nato nell’era digitale, non ha grande
dimestichezza del web e quindi capacità di discernere tra verità e bugia, tra
siti e pagine attendibili e non, quasi il 69% dei ragazzi intervistati afferma
di non fidarsi delle informazioni che reperisce in rete, dimostrando di aver
sviluppato una naturale capacità di immunizzazione rispetto alle <em>fake news</em> in cui si imbattono giornalmente
online. Inoltre, una buona percentuale (il 65% degli intervistati) è
consapevole che quello che postano o condividono in rete una volta online non
appartenga più a loro, mentre il 35% dei ragazzi coinvolti nella ricerca
dimostra di non conoscere fino in fondo le regole base per tutelare la propria reputazione
online. <br>
<br>
</p>



<p>Secondo Davide Dal Maso, Social media Coach e fondatore di <em>Social Warning</em>, nonchè primo docente in Italia ad aver portato l’educazione civica digitale in classe (insegna da 3 anni in un Istituto Professionale in provincia di Vicenza), “<em>i dati dell’Osservatorio raccontano della difficoltà degli adulti rispetto all’impartire regole precise ed esplicite per vivere serenamente il web in famiglia, forse per il distacco e la sfiducia con cui molti di loro hanno sempre visto il digitale. Ma è sempre più necessario </em>– conclude il docente – <em>costruire un ponte tra genitori analogici e figli digitali per arrivare ad un sano equilibrio tra vita on-line e vita off-line”.</em></p>



<p>Se è vero che internet è un fattore di libertà per i suoi utenti, è anche vero che si tratta di un luogo quasi del tutto privo di regole e che quindi espone a molti rischi. Il problema principale deriva dal fatto che i ragazzi vengono lasciati soli da parte dei propri genitori, privi di educazione – spesso non solo digitale – e privi di linee guida, e ciò non fa altro che aumentare il rischio che perdano la percezione della differenza tra il mondo reale e quello virtuale, ma soprattutto che anche a livello umano subiscano le ripercussioni del loro vivere costantemente online.</p>



<p><br> Se gli episodi di cyberbullismo sono così frequenti è colpa della rete e dell’utilizzo sregolato che se ne fa. Numerosi studi dimostrano che il web e in particolare i social network rivestono un ruolo determinante nella proliferazione dell’odio, in quanto, a differenza di ciò che avviene nel mondo reale, la distanza materiale che caratterizza tali forme di comunicazione favorisce la de-umanizzazione dei rapporti.</p>



<p>Quando gli atti di bullismo &#8211; come ogni forma di
violenza in generale &#8211; vengono realizzati attraverso la rete viene meno quell’aspetto
che più di tutti nel mondo esterno può farci riflettere e porre un freno ai
nostri istinti più cattivi: agendo da dietro uno schermo non vediamo la
sofferenza che deriva dalle nostre azioni e non percepiamo quindi la cattiveria
del nostro agire e il dolore che possiamo causare.</p>



<p>Quando offendiamo qualcuno online o quando, ad esempio, pubblichiamo foto o video denigranti, non ci rendiamo conto delle ripercussioni psicologiche che possiamo determinare nel soggetto ripreso.</p>



<p>Pensiamo che tutto ciò che facciamo online sia solo un
gioco, un qualcosa di distante, di “I-(r)reale”, ma dimentichiamo che spesso la
violenza verbale può far più male di quella fisica. </p>



<p>Per questo serve una maggiore sensibilizzazione ad un uso consapevole del web, per questo è necessario educare i giovani ad un uso appropriato della rete. Per far ciò però non basta il lodevole lavoro svolto dai ragazzi di “<em>Social Warning – Movimento Etico Digitale”</em>, ma serve che anche le famiglie si informino sui rischi in cui incorrono i loro figli e che siano più presenti nella loro vita, in quella reale come in quella digitale.</p>
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		<title>Hammamet: c&#8217;è un Uomo come tanti dietro al Politico.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2020 19:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 19 Gennaio si è celebrato il ventennale della morte di Bettino Craxi &#8211; all’anagrafe Benedetto – Segretario del Partito Socialista Italiano.Egli morì ad Hammamet, in Tunisia, dove si rifugiò per sfuggire al carcere in seguito alle condanne definitive per corruzione e finanziamento illecito al PSI scaturite dall’indagine “Mani Pulite”. Craxi rappresenta una delle figure più emblematiche e al tempo stesso enigmatiche della storia della nostra Repubblica. Si è dibattuto a lungo sul Politico: l’opinione pubblica è divisa tra i [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Il 19 Gennaio si è celebrato il ventennale della morte di Bettino Craxi &#8211; all’anagrafe Benedetto – Segretario del Partito Socialista Italiano.<br>Egli morì ad Hammamet, in Tunisia, dove si rifugiò per sfuggire al carcere in seguito alle condanne definitive per corruzione e finanziamento illecito al PSI scaturite dall’indagine “<em>Mani Pulite</em>”. </p>



<p>Craxi rappresenta una delle figure più emblematiche e al tempo stesso enigmatiche della storia della nostra Repubblica. <br>Si è dibattuto a lungo sul Politico: l’opinione pubblica è divisa tra i suoi detrattori, che lo definiscono come la causa di tutti i mali italiani, come un ladro e un latitante la cui appropriazione di denaro pubblico ha dato il là al declino economico dell’Italia, e i suoi estimatori, che ritengono sia stato vittima della magistratura politicizzata e di alcuni poteri forti – soprattutto di natura filoamericana – che lo costrinsero all’esilio. <br>Meno si è discusso, invece &#8211; a parte le molte congetture legate al suo stato di salute e alla scelta di non difendersi in tribunale – dell’Uomo. </p>



<p>Proprio in quest’ottica si muove il nuovo film “<em>Hammamet</em>” del regista Gianni Amelio, il quale racconta gli ultimi sei mesi di vita del Segretario del PSI, trascorsi, al pari dei suoi ultimi anni, nella omonima città tunisina. <br>In questa pellicola la vicenda politica resta ai margini della narrazione, mentre ciò che emerge in modo preponderante è la dimensione umana di Craxi, magistralmente interpretato dall’attore Pierfrancesco Favino.</p>



<p>Il regista calabrese non si schiera, non decide né di condannarlo né di assolverlo, semplicemente sceglie di rappresentare e portare in scena i suoi pensieri e i suoi sentimenti, il bisogno di difendersi dalle accuse di corruzione senza però pentirsi mai delle condotte rientranti nel finanziamento illecito. </p>



<p>Il “Presidente” – nel film viene chiamato sempre così e mai per nome &#8211; riprendendo la tesi sostenuta nel suo ultimo discorso alla Camera nell’aprile del 93’, nel quale denunciò l’ipocrisia politica nei confronti della corruzione e del finanziamento ai partiti, definisce questi ultimi come <em>“peccati veniali necessari al raggiungimento del fine ultimo”:</em> secondo Craxi si trattava di un sistema noto e perpetrato da tutti i partiti in quanto funzionale alla loro stessa esistenza, e, dal momento che lo facevano tutti, egli non si sentiva né più né meno colpevole degli altri. </p>



<p>Mettendo un attimo da parte le valutazioni politiche sul leader del PSI &#8211; seguendo l’esempio del regista &#8211; la tesi di Craxi e, dunque, la sua giustificazione, dovrebbero indurci ad una riflessione approfondita su ciò che avvenne in quegli anni e avviene ancora oggi, dominando la vita politica ed economica del nostro Paese. </p>



<p>Se da un lato Tangentopoli e i mutamenti normativi che ne sono conseguiti sono stati in grado di mettere un freno ai finanziamenti illeciti ai partiti (freno e non fine: basti pensare al recente caso “<em>Russiagate</em>”), dall’altro, invero, non sono state determinanti nel reprimere il fenomeno corruttivo. Individuato il colpevole principale &#8211; anche e soprattutto grazie alle testimonianze di molti politici e imprenditori che ne sono usciti così giudizialmente illesi – e trascorso un po’ di tempo, tutto è tornato come prima: sono cambiati gli interpreti ma il sistema è rimasto immutato. L’intervento della magistratura, per quanto energico, non è stato sufficiente a eliminare la corruzione poiché questa costituisce un fenomeno e un modus operandi insito nella nostra cultura.</p>



<p><em>“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”</em> &#8211; sostiene Tancredi discutendo con lo zio, il Principe Fabrizio Salina, nel “<em>Gattopardo</em>” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: avranno pensato la stessa cosa gli artefici e i carnefici politici del declino craxiano. </p>



<p>Il problema dell’Italia non era Craxi ma ciò che rappresentava. <br>Con il propagarsi dell’inchiesta sorse la necessità di individuare un capro espiatorio per dare l’illusione che il sistema potesse cambiare e lo si trovò nella figura del segretario del PSI. <br>Esteriormente, politicamente parlando, è cambiato tutto: Tangentopoli ha segnato il tramonto della Prima Repubblica e l’inizio di una nuova fase politica, i vecchi partiti sono scomparsi per lasciar spazio a nuovi simboli e nuove idee, ma nella realtà dei fatti tutto è rimasto com’era. </p>



<p>Il ragionamento è analogo a quello che si fa spesso in tema di Mafia: la magistratura può arrestare anche 100 mafiosi, il giorno dopo ce ne saranno 101 pronti a prendere il loro posto; per combatterla veramente e debellarla definitivamente serve un mutamento culturale, bisogna educare i giovani alla cultura dell’Antimafia, è necessario che tutti comprendano a pieno il suo disvalore e ciò che rappresenta, così che non vi sia più nessuno disposto ad emulare i boss e ad occupare quel posto lasciato vacante. <br>Lo stesso ragionamento vale per la corruzione. Non sorprende che entrambi i fenomeni traggano la loro forza dall’omertà.</p>



<p><br>Il problema dell’Italia è e sarà sempre la mentalità degli italiani – o almeno di una parte di essi. <br>Cedere ai famosi “peccati veniali” ed accettarli in quanto giustificati dal fine ultimo, scegliere la strada più semplice perché tanto se non lo fai tu qualcun altro sarà disposto a farlo al tuo posto, e allora perché non approfittarne e lasciare ad altri tale possibilità?  <em>“Lo facevamo tutti!”</em> &#8211; afferma per giustificarsi il Craxi interpretato da Favino. Ma non è vero che il fine giustifica i mezzi, bisogna smetterla di pensare che la colpa comune azzeri le responsabilità dei singoli.</p>



<p>Un antico proverbio recita: <em>“Tutto è concesso, in guerra e in amore”</em>.<br>Per quanto le stanze della politica, i suoi equilibri e le sue alleanze possano apparire quanto mai simili a ciò che avviene in un contesto bellico, per quanto serva amore verso la cosa pubblica per poterla amministrare diligentemente, non si tratta né di guerra né di amore, motivo per cui non si può rinvenire alcuna causa giustificatrice a tali condotte.</p>



<p>Se si vuole cambiare davvero il Sistema, se si vuole eliminare la corruzione, se si vuole sconfiggere la Mafia ed estirpare questi mali è fondamentale che tutti cambino il proprio modo di pensare e di agire, iniziando dal proprio ruolo di singoli cittadini. Solo così il mutamento potrà essere reale e non sono fittizio.</p>



<p>Tornando al film, non resta che fare i complimenti ad Amelio e a Favino. Al regista per il modo in cui ha trattato il tema e per la capacità di saper discernere la vicenda politica dalla dimensione intrinseca e personale, raccontando per la prima volta l’uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti, le abilità da statista ma anche le debolezze di padre e il suo rapporto con la malattia; all’attore per l’interpretazione, ennesima conferma della sua immensa caratura artistica.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-2 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="259" height="194" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/download-1.jpg" alt="" data-id="18076" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/download-1.jpg" data-link="http://ventiblog.com/hammamet-ce-un-uomo-come-tanti-dietro-al-politico/download-1-3/" class="wp-image-18076" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/download-1.jpg 259w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/download-1-80x60.jpg 80w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /><figcaption class="blocks-gallery-item__caption">On. Craxi</figcaption></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img width="295" height="171" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/images-1-2.jpg" alt="" data-id="18077" data-full-url="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2020/01/images-1-2.jpg" data-link="http://ventiblog.com/hammamet-ce-un-uomo-come-tanti-dietro-al-politico/images-1-2-2/" class="wp-image-18077"/><figcaption class="blocks-gallery-item__caption">(Pierfrancesco Favino nei panni di Craxi)</figcaption></figure></li></ul></figure>



<p><em>Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dell&#8217;Italia di lunedì 20/01/2020</em></p>
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		<title>Sappiamo chi è Stato, adesso tocca a Denis</title>
		<link>https://ventiblog.com/ora-sappiamo-chi-e-stato-giustizia-e-fatta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Dec 2019 19:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Finalmente giustizia è stata fatta. Ci sono voluti ben dieci anni ma la giustizia ha fatto il suo – lunghissimo – corso e si è così arrivati alla verità: il 14 novembre scorso la Corte di Assise di Roma ha condannato in primo grado i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro per l’omicidio di Stefano Cucchi. Si è trattato di omicidio preterintenzionale, in quanto l’evento-morte si è verificato quale conseguenza dall’efferato pestaggio eseguito dai due agenti, i cui danni [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Finalmente giustizia è stata fatta. <br>Ci sono voluti ben dieci anni ma la giustizia ha fatto il suo – lunghissimo – corso e si è così arrivati alla verità: il 14 novembre scorso la Corte di Assise di Roma ha condannato in primo grado i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro per l’omicidio di Stefano Cucchi. Si è trattato di omicidio preterintenzionale, in quanto l’evento-morte si è verificato quale conseguenza dall’efferato pestaggio eseguito dai due agenti, i cui danni erano ben visibili sul corpo del ragazzo quando è deceduto &#8211; appena sei giorni dopo &#8211; nel reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/ilaria.jpg" alt="" class="wp-image-17171"/></figure></div>



<p>Tutti abbiamo visto le foto dell’autopsia, tutti abbiamo impressi
nella mente i terrificanti lividi presenti sul corpo del geometra romano che lo
resero quasi irriconoscibile, a tratti amorfo; il suo corpo martoriato e
malnutrito, a testimonianza non solo del “trattamento” ricevuto durante lo
stato di fermo, ma anche dell’indifferenza degli operatori – agenti e medici &#8211; che
sono entrati in contatto con Stefano nei suoi ultimi giorni di vita.</p>



<p>Eppure, nonostante quelle immagini parlassero chiaro e non
lasciassero alcun dubbio in sede investigativa per risalire alla causa del
decesso, fu inizialmente esclusa la pista del pestaggio. Si parlò di morte
causata dalle mancate cure mediche e dalla grave carenza di cibo e liquidi, di
caduta dalle scale – come nel più classico caso di violenza –, di morte causata
dall’abuso di droga, per arrivare, dulcis in fundo, alla perizia il cui
incredibile esito lasciò tutti allibiti :“morte per epilessia”. </p>



<p>Le hanno provate tutte pur di nascondere la verità. Ma come
sostiene Legasov &#8211; protagonista della serie tv “<em>Chernobyl” &#8211; </em><em>“</em><em>la
verità è sempre lì, che la vediamo o no, che scegliamo di vederla o no. Alla
verità non interessano i nostri bisogni, ciò che vogliamo, non le interessano i
governi, le ideologie, le religioni. Lei rimarrà lì, in attesa, tutto il tempo”.</em></p>



<p>Non è stato facile, le indagini sono state oggetto di
continui depistaggi, false testimonianze e pressioni di ogni specie &#8211; com’è
normale che sia quando sul banco degli imputati siede lo Stato &#8211; ma se oggi la
Corte d’Assise afferma che la morte di Stefano è stata cagionata dalla condotta
dei due carabinieri lo si deve in particolare a due persone che non hanno mai
smesso di crederci, che hanno lottato con tutte le loro forze, anche quando
ogni sforzo sembrava inutile. È stata una battaglia impari, ma non hanno mai
desistito e hanno ottenuto ciò che (tutti) volevano: giustizia per Stefano.</p>



<p>La prima è Ilaria Cucchi. Una donna immensa, che ha trovato nell’amore verso suo fratello e nel desiderio di ottenere giustizia il motivo per non voltarsi mai indietro.<br>La seconda è l’Avv. Fabio Anselmo, noto non solo per essere il legale della famiglia Cucchi ma anche in quanto segue e ha seguito da vicino molti casi spinosi e che hanno suscitato grande scalpore nell’opinione pubblica – e in alcuni casi veri e propri c.d. <em>Cold case </em>&#8211; tra cui quelli relativi all’omicidio di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva e il caso Bergamini.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/download.jpg" alt="" class="wp-image-17170" width="353" height="219"/></figure></div>



<p>Già, il caso Bergamini. Il corpo del talentuoso centrocampista del Cosenza Calcio Donato Bergamini, detto “Denis”, è stato ritrovato privo di vita sulla Statale Jonica 106 all’altezza di Roseto Capo Spulico (CS) il 18\11\89 e da allora i familiari, e in particolare la sorella Donata, chiedono verità e giustizia. Nel 92’ la Procura di Castrovillari archivia il caso accogliendo la tesi del suicidio sostenuta dall’ex fidanzata – unica testimone diretta – e confermata dall’autista del camion, secondo cui Denis si tuffò sotto il mezzo pesante con l’intenzione di suicidarsi. </p>



<p>Eppure sono molte le cose che non tornano in questa vicenda, due su tutte: non è stata mai trovata una giustificazione a quel drastico ed inaspettato gesto, inspiegabile per chi conosceva bene quel ragazzo “innamorato della vita” e con una grande carriera davanti a sé, ma soprattutto, non è scientificamente possibile che un corpo trascinato per 60 mt – come da atti – non presenti alcun segno e che addirittura le scarpe e l’orologio risultino pulite e intatte al momento del ritrovamento. Dagli atti emergono innumerevoli contraddizioni (sulle quali Carlo Pertini ha scritto una libro-inchiesta dal titolo “<em>Il calciatore suicidato”</em>) il cui comune denominatore non può che essere uno: le indagini furono oggetto di insabbiamenti e depistaggi al fine di non far emergere la verità.</p>



<p> Sembra ci siano riusciti anche abbastanza bene, considerando che dopo trent’anni i responsabili dell’omicidio risultano ancora impuniti. Ebbene si, oggi possiamo parlare di omicidio, in quanto dall’autopsia disposta nel luglio 2017 dalla Procura di Castrovillari su richiesta del legale della famiglia, Avv. Fabio Anselmo, emerge un dato inequivocabile: Denis è morto per asfissia meccanica e solo dopo è stato adagiato sull’asfalto e sormontato dal camion. Adesso non resta che accertare chi ha materialmente ucciso Denis e chi, ma specialmente perché, li ha coperti. </p>



<p>Dopo la riapertura delle indagini da parte del procuratore Eugenio Facciolla sono 3 gli iscritti nel registro degli indagati: Isabella Internò e Raffale Pisano &#8211; rispettivamente ex fidanzata e autista del camion &#8211; per omicidio volontario e il marito della Internò, nonché poliziotto, Luciano Conte per favoreggiamento. Dopo oltre 30 anni gli inquirenti stanno per chiudere il cerchio e presto la verità verrà a galla.</p>



<p>Questo caso presenta molte analogie con quello relativo alla morte di Stefano Cucchi: un giovane venuto a mancare troppo presto e in circostanze poco chiare, continui depistaggi e insabbiamenti, coperture “dall’alto”, la grande determinazione di una sorella in cerca di giustizia e infine il contributo dell’avv. Fabio Anselmo, l’avvocato delle cause (quasi) impossibili. Spero che presto anche Donata, come Ilaria qualche giorno fa, possa ottenere giustizia e sorridere in un’aula di tribunale. Perché 30 anni sono troppi e il momento della verità è sempre più vicino.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/download-2.jpg" alt="" class="wp-image-17169" width="351" height="197"/></figure></div>



<p>Da queste vicende si possono trarre due conclusioni.</p>



<p>La prima, la più infelice, è che anche nelle forze
dell’ordine e negli organi dello Stato in generale si nascondono i “cattivi”:
c’è chi ricorre sistematicamente alla violenza, anche quando non è necessario;
chi rende false testimonianze pur di nascondere la verità; dirigenti che
insabbiano prove e minacciano i propri sottoposti pur di farli tacere; medici
negligenti, agenti corrotti e chi più ne ha più ne metta. Insomma, anche
all’interno dello Stato si riflette lo spaccato della società e pertanto non si
può presumere, in buona fede, la sua innocenza. </p>



<p>La seconda è che la verità prima o poi viene sempre a galla e la giustizia farà il suo corso. È solo una questione di tempo: a volte arriva subito, altre – come per Cucchi &#8211; bisogna attendere dieci interminabili anni, altre volte anche di più, ma alla fine arriva. Bisogna avere fiducia nella magistratura. Qualcuno potrà obiettare che anche qui possono annidarsi la corruzione e il malaffare, ma fortunatamente il nostro ordinamento offre diverse garanzie e rimedi che consentono di ovviare ad eventuali situazioni patologiche. Per cui, non resta che aspettare.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img width="263" height="192" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/12/images-2.jpg" alt="" class="wp-image-17168"/></figure></div>



<p></p>
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		<title>Sport è libertà: quando la politica influenza lo sport</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 18:42:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
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		<category><![CDATA[ATTUALITà]]></category>
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		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avete presente quella sensazione che si prova dopo aver segnato una rete, o, per chi come me ha uno scarso feeling con il goal, dopo aver intercettato in scivolata la palla che sta per varcare la linea di porta? E l’emozione di quando la tua squadra del cuore dopo una partita sofferta porta a casa la vittoria con un goal segnato all’ultimo minuto? In quel sussulto, in quell’esultanza, in quell’urlo liberatorio, risiede l’essenza dello sport. Per me lo sport è [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Avete presente quella sensazione che si prova dopo aver segnato una rete, o, per chi come me ha uno scarso feeling con il goal, dopo aver intercettato in scivolata la palla che sta per varcare la linea di porta? E l’emozione di quando la tua squadra del cuore dopo una partita sofferta porta a casa la vittoria con un goal segnato all’ultimo minuto?</p>



<p>In quel sussulto, in quell’esultanza, in quell’urlo liberatorio, risiede l’essenza dello sport.</p>



<p>Per me lo sport è libertà, un modo per evadere dai problemi della quotidianità.&nbsp;</p>



<p>Quando faccio sport ogni altro pensiero è secondario, tutto ciò che accade fuori dal perimetro di gioco non ha importanza, quell’ora è sacra e guai a chi me la tocca. Come la mia squadra del cuore del resto. “<em>A difesa della città e dei suoi colori</em>” è la frase incisa sulla sciarpa che indosso quando la seguo in trasferta.</p>



<p>Secondo molti questa è una caratteristica che accomuna tantissimi italiani, famosi per scendere in piazza più per questioni relative al mondo del calcio che non per i propri diritti o per altre questioni di natura politica.<br></p>



<p>Eppure sport e politica, nonostante sembrino due mondi apparentemente distanti, hanno molti più punti di contatto di quanto si possa immaginare.</p>



<p>Lo sport è un ottimo strumento per ottenere visibilità e veicolare messaggi: sono moltissime le curve “politicizzate” che, sfruttando la risonanza mediatica, si fanno portavoce di vere e proprie campagne e lotte politiche, quasi sempre a difesa dei più deboli. Perché il calcio è uno sport popolare e le curve sono manifestazione del popolo e di quella sensazione di libertà, di evasione. Proprio per questo motivo gli ultras sono destinatari di svariate norme repressive e spesso limitative della libertà personale, il cui unico obiettivo è allontanarli dagli stadi, uccidere la loro passione e metterli cosi a tacere: perché lo sport tende ad unire e questo, oggi, fa paura. Ma lo sport senza libertà non è più sport; viene meno la sua essenza sociale e socializzante e diventa un semplice spettacolo, un business e niente più.<br></p>



<p>Qualche settimana fa, in occasione della partita tra Francia e Turchia valevole per la qualificazione a Euro2020, questi due mondi sono entrati in contatto e l’episodio ha destato enorme scalpore: i calciatori turchi sono stati immortalati mentre eseguivano il saluto militare, come a voler dimostrare il loro sostegno all’esercito turco &#8211; impegnato in operazioni militari nel nord-est della Siria contro i curdi &#8211; e di sposare così le ragioni del Presidente Erdogan che con la sua avanzata sta calpestando i diritti di un intero popolo. Quel popolo che per anni ha combattuto valorosamente l’Isis fino a debellarlo completamente e che ora, eliminato il nemico comune, si trova nuovamente a combattere per la propria libertà e la propria autodeterminazione.<br></p>



<p>In tantissimi si sono indignati per questo gesto e hanno attaccato e rimproverato i calciatori turchi, colpevoli di una simile presa di posizione mentre in Siria si sta consumando una gravissima crisi umanitaria e una sanguinosa guerra ai danni del popolo curdo per volere esclusivo del loro Presidente.&nbsp;</p>



<p>Pochi, invece, hanno sospettato che dietro quel gesto si nascondesse la paura di ragazzi come noi costretti al gesto perché rappresentanti di una nazione in cui non gli è consentito essere liberi e autodeterminarsi.</p>



<p>In Turchia non è garantita la libertà di espressione: chi si schiera contro il regime è privato della libertà personale, o, se ha la fortuna di vivere all’estero, è bandito dal proprio paese, come accaduto al cestista Enes Kanter. Il giocatore dei Boston Celtics, da sempre dichiaratamente in contrasto con le idee di Erdogan, è stato privato della cittadinanza e condannato a 4 anni di carcere. Ciò tuttavia non ha frenato la voglia di dire la sua e di denunciare ancora una volta gli abusi di Ankara e afferma: “Essere il portavoce di questi ideali per un turco vuol dire rischiare la prigione e la violenza da parte dei militari. Mi hanno chiamato terrorista, hanno chiesto all’Interpol di arrestarmi. Starei marcendo in galera se fossi tornato in Turchia. Il mio problema non è con il mio Paese, ma con il regime del mio Paese. In Turchia non c’è nessuna libertà di parola, nessuna libertà di religione, nessuna libertà di espressione. Non c’è democrazia &#8211; continua Kanter – Erdogan sta usando il suo potere per abusare e violare i diritti umani. Il mio obiettivo è essere la voce di tutte quelle persone innocenti che non ne hanno una”.</p>



<p>La vicenda del cestista turco sembra avvalorare la tesi secondo cui i calciatori della nazionale siano spinti dal timore di chi non è libero di autodeterminarsi ed esprimere il proprio pensiero ed agisce in quanto costretto. Ecco cosa significa vivere in un regime dittatoriale.</p>



<p>Un altro incontro\scontro tra sport e libertà si è verificato simultaneamente a Pyongyang, dove per la prima volta il regime nordcoreano ha permesso la disputa di una partita ufficiale tra la nazionale di casa e quella della Corea del Sud.&nbsp; A causa delle tensioni tra i due Paesi e per il timore che un’eventuale sconfitta della sua nazionale fosse ripresa e quindi documentata, il Presidente Kim Jong-un ha blindato lo stadio, impedendo ai tifosi di assistere allo storico incontro e ai giornalisti di riportarlo. La normalità, in una dittatura come quella nordcoreana.</p>



<p><br>Non è normale, invece, che limitazioni simili avvengano anche in paesi liberi e democratici, tra cui il nostro. Basti pensare alla tessera del tifoso, all’art. 9, alle trasferte vietate o al divieto di introdurre tamburi, megafoni o altri strumenti privi di alcuna pericolosità ma funzionali unicamente a rendere quell’occasione un momento di festa, di evasione.&nbsp;</p>



<p><br>Lo sport è libertà, unione, condivisione; svolge una funzione socializzante, mette tutti sullo stesso piano senza alcuna distinzione o discriminazione. Tutti questi provvedimenti però lo stanno trasformando in un semplice spettacolo, in un fenomeno scevro di ogni valore ma unicamente figlio del dio denaro. E lo sport, senza libertà, non è più sport.&nbsp;<br></p>
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		<title>Aiutiamoli a casa: si, ma come? Intervista a La Terra di Piero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Aug 2019 10:59:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dibattito sull’immigrazione vede oggi contrapposti, da un lato, chi è favorevole all’accoglienza e ritiene che aiutare tali persone sia un dovere morale prima che civile, dall’altro, invece, chi è convinto che l’Italia non possa occuparsene dal momento che i primi ad avere bisogno di maggiore assistenza sono gli italiani stessi. Gli appartenenti al secondo schieramento sono soliti sbandierare slogan quali “Prima gli italiani”, “Porti chiusi” e il sempreverde “Aiutiamoli a casa loro!”. Volendo per un momento prendere le parti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il dibattito
sull’immigrazione vede oggi contrapposti, da un lato, chi è favorevole
all’accoglienza e ritiene che aiutare tali persone sia un dovere morale prima
che civile, dall’altro, invece, chi è convinto che l’Italia non possa
occuparsene dal momento che i primi ad avere bisogno di maggiore assistenza
sono gli italiani stessi. Gli appartenenti al secondo schieramento sono soliti
sbandierare slogan quali “<em>Prima gli italiani</em>”, “<em>Porti chiusi</em>” e
il sempreverde “<em>Aiutiamoli a casa loro</em>!”.</p>



<p>Volendo
per un momento prendere le parti di questi ultimi e immaginare che vogliano
realmente aiutarli -dando così un seguito concreto ai loro proclami-, una
domanda sorge spontanea: come si possono aiutare queste persone a casa loro
combattendo il fenomeno alla fonte ed evitando così che abbiano la necessità di
fuggire dalla propria terra?</p>



<p>Lo abbiamo chiesto a chi, ormai da anni, si occupa attivamente di ciò: Sergio Crocco, Presidente e fondatore dell’associazione <em>La Terra di Piero</em>.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img width="1024" height="673" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image2-1-1024x673.jpeg" alt="" class="wp-image-14947" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image2-1-1024x673.jpeg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image2-1-300x197.jpeg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image2-1-640x420.jpeg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image2-1.jpeg 1125w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong><em>Innanzitutto, come nasce e di che si occupa La Terra di Piero?</em></strong></p>



<p>&nbsp;La
Terra di Piero nasce nel 2011 da un evento tragico, la morte di Piero Romeo.
Abbiamo deciso di fondare questa associazione per ricordare Piero e per farlo a
modo suo, occupandoci di sociale e solidarietà e operando nella Repubblica
Centrafricana dove avevamo già svolto delle missioni insieme. Siamo partiti con
un obiettivo minimale, costruire un pozzo a Paoua. Ci siamo riusciti in
pochissimi mesi e da quel momento non ci siamo più fermati: abbiamo costruito
un asilo sia a Paoua che a Bédaia e una casa famiglia a Bangui, che è la
capitale. Poi purtroppo ci siamo dovuti fermare per colpa della guerra civile.</p>



<p><strong><em>Siete stati molte volte in Africa: cosa vi ha spinto a fare ciò e cosa si prova ad aiutare queste persone?</em></strong></p>



<p>Ci ha spinto la voglia di ricordare Piero facendo le cose in modo concreto come piaceva a lui. Noi ci occupiamo soprattutto della parte infantile dell’Africa: andiamo negli orfanotrofi e nei lebbrosari, dove purtroppo si trovano moltissimi bambini. Pensa che nel centrafrica la popolazione è costituita al 70% da ragazzi con meno di venti anni e l’aspettativa di vita è di 40 anni. Cerchiamo di migliore la qualità della vita di questi bambini, pur sapendo di poter fare pochissimo: possiamo aiutare meno dello 0,01% ma non importa, l’importante è aiutarli. Il loro sorriso ci ripaga di tutti gli sforzi fatti.</p>



<figure class="wp-block-image is-resized"><img src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image1.jpeg" alt="" class="wp-image-14905" width="665" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image1.jpeg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image1-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p><strong><em>Come pensate si possa arginare il fenomeno immigrazione? Sempre più italiani oggi invocano la chiusura dei porti e ritengono bisogni aiutarli a casa loro: come si può, secondo la vostra personale esperienza, farlo davvero?</em></strong></p>



<p>Questi
slogan sono fini a se stessi, pensano basti dire “aiutiamoli a casa loro” e
tutto si risolve. Più che aiutarli si può affrontare e risolvere il problema
smettendola di depredarli a casa loro: smettiamola di rubare il coltan in
Congo, i diamanti in Namibia, l’oro in Tanzania, il cobalto in Madagascar ed il
petrolio in Nigeria. Diamo agli africani la possibilità di usufruire delle loro
materie prime e smettiamola di aiutare i governi fantoccio, perché ciò che ho
capito nei miei 15 viaggi in Africa è che questi sono il vero problema: governi
composti da neri che si vendono alle multinazionali e ai governi occidentali, in
questo modo pochissime persone diventano sempre più ricche mentre il resto
della popolazione muore di fame.</p>



<p><strong><em>Sappiamo che vi occupate, oltre alle missioni in terra d’Africa, anche di integrazione. </em></strong></p>



<p>Noi
viaggiamo su due binari paralleli: l’Africa e la disabilità. Spesso ciò che
realizziamo in Africa lo realizziamo anche a Cosenza e viceversa. Ci occupiamo
anche di mare, acquistando e distribuendo ai lidi le JOB, delle sedie
particolari che consentono di far fare il bagno ai disabili.&nbsp;</p>



<p><strong><em>A proposito di questo parallelismo, c’è una cosa che accomuna e rende allo stesso tempo uniche Cosenza e la Tanzania: il Parco Piero Romeo, un parco giochi inclusivo che permette ai bambini disabili di giocare e divertirsi insieme a tutti gli altri senza alcuna barriera. Cosenza è la prima città del Mezzogiorno- e tra le poche in Italia- a vantare un parco giochi inclusivo, la Tanzania è la seconda in tutta l’Africa. Come vi è venuta questa splendida idea?</em></strong></p>



<p>L’idea
c’è venuta un anno e mezzo fa: eravamo nella periferia di Iringa- una delle
città più grandi della Tanzania- e stavamo visitando il centro “Sambamba” dove
si trovavano dei bambini disabili curati da un’associazione italiana chiamata
“L’Africa chiama”. Vedevamo questi bambini che venivano curati in modo
fantastico e amorevole ma che non riuscivano a giocare con i loro coetanei e ci
siamo chiesti: “Perché dopo il Parco Piero Romeo costruito a Cosenza, non ne
realizziamo un altro gemello quì?”. Abbiamo avviato subito i lavori e li
abbiamo portati a termine in appena un anno. A tal proposito ci tengo a
sottolineare una cosa: noi non facciamo nulla per loro, ma con loro, costruiamo
tutto insieme ad associazioni africane. Il Parco ad esempio è stato costruito
insieme all’associazione “Sauta sidia”, che è la nostra referente in Tanzania:
questo sia perché non vogliamo fare assistenzialismo, sia perché, una volta
tornati in Italia, se non lasciassimo sul posto persone capaci di gestire le
strutture, queste finirebbero per diventare delle cattedrali nel deserto.
Operando in questo modo invece la crescita e lo sviluppo di queste terre si
traduce in un miglioramento strutturale.</p>



<p><strong><em>Progetti futuri?</em></strong></p>



<p>Vorremmo
andare nel Nord del Mozambico dove a maggio un ciclone ha distrutto intere aree
e aiutare così queste persone. Il problema è che in questa regione c’è molta
criminalità e se non siamo sicuri dell’ordine pubblico non possiamo mettere in
pericolo la vita dei ragazzi che viaggiano insieme a noi. Se ciò non sarà
possibile andremo in Uganda, un’altra regione poverissima. Non siamo ancora
sicuri della destinazione, ma siamo certi che La Terra di Piero andrà sempre
almeno uno due volte l’anno in Africa.</p>



<p><strong><em>Chi è estraneo al mondo ultras ritiene che questi rappresentino un sinonimo di violenza e ignoranza. La Terra di Piero e i Nuclei Sconvolti- gruppo storico degli ultras Cosenza di cui Lei e Piero Romeo eravate leader indiscussi- sono la prova che le cose non stanno esattamente così?</em></strong></p>



<p>Hai ragione. Non siamo stati dei santi, abbiamo commesso molti errori ma abbiamo fatto anche tante cose belle. Come in tutte le cose della vita non è mai tutto bianco o nero, c’è il grigio, l’arancione, il rosso ed il blu, ci sono tante sfaccettature e questo è stato il mondo ultras almeno fin quando ne ho fatto parte. Ciò che da ultras abbiamo cercato di portare avanti è stato l’amore indiscusso per il Cosenza calcio, per la città di Cosenza ma anche per una solidarietà fattiva e concreta verso gli altri. Il non girarsi mai dall’altra parte quando c’è un problema, perché i problemi degli altri sono anche nostri. Se un bambino ha l’Aids- e purtroppo in Africa ce ne sono davvero tantissimi- è come se l’avessimo anche noi. Quando queste cose le vivi capisci che non puoi assolutamente far finta di nulla e restare con le mani in mano. Il primo viaggio l’ho fatto nell’86 e da allora non ho più smesso.</p>



<figure class="wp-block-image"><img width="1024" height="683" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image3-1024x683.jpeg" alt="" class="wp-image-14946" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image3-1024x683.jpeg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image3-300x200.jpeg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image3-640x427.jpeg 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image3-360x240.jpeg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image3-600x400.jpeg 600w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/08/image3.jpeg 1875w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p></p>
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		<title>Diritto e Diritti &#8211; attenzione a cosa scrivere su Facebook!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jul 2019 08:24:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[INTERESSI]]></category>
		<category><![CDATA[Pillole di diritto]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il diritto non è una cosa da tutti, ma conoscerlo, almeno nelle sue linee essenziali, serve un po’ a tutti. Ogni cosa che facciamo, seppur spesso non ce ne rendiamo conto, è disciplinata dal diritto. In una calda domenica di fine luglio- come quella appena trascorsa- immagino abbiate preso la macchina per andare al mare, abbiate affittato un ombrellone per ripararvi dai cocenti raggi del sole e, tentati da quella moto d’acqua color verde acceso, vi siate fatti un giro [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il diritto non è una cosa da tutti, ma conoscerlo, almeno nelle sue linee essenziali, serve un po’ a tutti.</p>



<p>Ogni cosa che facciamo, seppur spesso non ce ne rendiamo conto, è disciplinata dal diritto. In una calda domenica di fine luglio- come quella appena trascorsa- immagino abbiate preso la macchina per andare al mare, abbiate affittato un ombrellone per ripararvi dai cocenti raggi del sole e, tentati da quella moto d’acqua color verde acceso, vi siate fatti un giro per provare l’ebbrezza di andare a 30 nodi e perché no, per scattarvi anche una bella foto da postare su Instagram, perché si sa, qualche like in più non fa mai male.<br>Beh, tutto ciò che avete fatto ieri, che ve ne rendiate conto o meno, è disciplinato dal diritto: quando guidate un’automobile dovete osservare delle regole e precisamente il Codice della Strada; quando affittate un ombrellone o una moto d’acqua state in realtà stipulando un contratto e quando, in sella alla scattante e verde moto d’acqua, vi avvicinate un po’ troppo alla riva o provate delle manovre spericolate dovete sperare non ci sia nelle vicinanze la Guardia Costiera, perché anche questo, che vi piaccia o no, è disciplinato dal diritto e vi sono delle regole che se violate possono essere causa di sanzioni.</p>



<p>Ogni cosa che facciamo, ogni libertà concessaci, ogni facoltà attribuitaci, ogni obbligo impostoci &#8211; in uno Stato di Diritto come il nostro &#8211; è previsto in qualche legge o regolamento. Se abbiamo il diritto di spostarci liberamente nel territorio nazionale è perché vi è un articolo della nostra Costituzione che lo tutela; se siamo liberi di esprimere la nostra opinione è perché vi è un&#8217;altra norma della nostra carta costituzionale che garantisce tale diritto ad ogni individuo, a patto però che vengano rispettati alcuni limiti dalla stessa imposti; se stipuliamo un contratto in cui ci obblighiamo a pagare una determinata somma di denaro in cambio di una prestazione e poi non lo facciamo, la controparte avrà a disposizione dei rimedi per riscuotere quanto dovuto, e anche questo, che vi piaccia o meno, è disciplinato dalla legge.</p>



<p>In questa nuova rubrica spiegheremo, con un linguaggio privo di tecnicismi e comprensibile a tutti, alcune nozioni di diritto in modo che, anche chi non ha studiato giurisprudenza e non dispone quindi delle adeguate conoscenze e competenze, possa essere consapevole dei propri diritti e possa portare avanti un dibattito costruttivo e basato su ragionamenti giuridicamente corretti.</p>



<p>L’argomento da cui mi preme partire, scrivendo su un giornale, è proprio la <strong>libertà di manifestare il proprio pensiero ex art. 21 della Costituzione</strong>.<br>Il primo comma stabilisce che: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large"><p>“Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.</p></blockquote>



<p>Questo diritto viene tutelato in 3 diversi momenti: momento statico, nel senso che chiunque può crearsi una proprio patrimonio di idee; momento dinamico, che consiste nell’esprimere tali idee e, infine, momento negativo, il quale implica che tutti abbiamo il diritto di tenere segrete le nostre idee e le nostre opinioni e nessuno può obbligarci a dichiararle.</p>



<p>Oggigiorno vi sono moltissimi strumenti e mezzi per manifestare il proprio pensiero, anche un semplice post su Facebook rientra tra “ogni altro mezzo di diffusione” in quanto potenzialmente idoneo ad esser letto da un numero indeterminato di persone, e costituisce perciò una esplicazione di tale diritto. Dal momento che tutti possiamo dire la nostra su Facebook è bene sapere qualcosa in più.</p>



<p>Come per ogni diritto anche per l’art. 21 sono previsti dei limiti: questo in parole povere significa che avete si il diritto di dire la vostra ma, quando lo fate, dovete prestare attenzione ad alcune regole. Il primo limite, previsto dalla stessa norma, è il buon costume: nel manifestare il vostro pensiero non potete utilizzare modalità che offendono il comune senso del pudore e della pubblica decenza. Un altro limite, il cui superamento è più frequente e perciò è meglio evidenziare, è rappresentato dalla dignità e dall’onore altrui: non potete, senza alcun fondamento, infangare la reputazione altrui, altrimenti commetterete un reato. A tal proposito è bene sapere che recentemente la Corte di Cassazione ha affermato che si può commettere il reato di diffamazione (per la cui configurazione è necessario offendere una persona, in presenza di altri soggetti e in assenza del destinatario) nella forma aggravata- il che comporta un aumento di pena- anche se la frase diffamatoria è contenuta in un semplice commento su un post di FB. Un ulteriore limite è rappresentato dal segreto: se una determinata notizia o fatto è coperto da un segreto di Stato- imposto in quanto la sua divulgazione potrebbe arrecare un danno alla sua sicurezza- o da un segreto giudiziario- al fine di non ledere il procedersi delle indagine o la reputazione degli imputati- il diritto a manifestare il proprio pensiero subisce una compressione.<br>Infine, seppur non costituisce un limite a tale diritto, dovreste e dovremmo tutti fare attenzione ad un altro elemento: quando esprimiamo il nostro parere su un determinato fatto o portiamo avanti un acceso dibattito su tematiche di rilevante importanza è bene prima informarsi &#8211; facendo soprattutto attenzione alle fake news &#8211; e, qualora ci rendiamo conto nel corso della discussione che la nostra opinione non è poi tanto corretta, avere il coraggio di ammettere di aver sbagliato, senza attaccare in altro modo il nostro interlocutore come tristemente avviene ogni giorno sui social.</p>



<p>Il mondo di internet e gli stessi social network costituiscono un’arma a doppio taglio: consentono sì a chiunque di manifestare liberamente il proprio pensiero ma, proprio per tale motivo, non è previsto alcun controllo sui contenuti condivisi. Questo mancato controllo si traduce nella circolazione e diffusione di notizie false- le fake news appunto- che, se ben scritte, inducono in errore i lettori meno attenti: questi crederanno che tali notizie siano vere e fonderanno le proprie idee su presupposti del tutto inesatti.<br>Alla luce di tali riflessioni vi dico solo una cosa: <strong>attenzione a cosa dite e cosa leggete!</strong></p>
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		<title>IL MANIFESTO DI “VENTI DAL SUD”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Osvaldo Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jul 2019 11:38:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Venti dal sud - categoria]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le esperienze e gli interessi dei giovani del Sud Come affermò il celebre fisico Albert Einstein: “È’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”. Venti dal Sud&#160;– frutto della collaborazione tra l’associazione culturale Venti&#160;e&#160;L’Altravoce Dell’Italia&#160;– nasce all’interno dell’inserto “L’altra voce dei ventenni”&#160;per combattere ogni pregiudizio ed eliminare ogni stereotipo negativo relativo ai giovani del Sud. Come? Dando voce ai giovani, valorizzandoli, usando le loro penne per consentir loro di esprimere i propri punti di vista e raccontare le proprie [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/il-manifesto-di-venti-dal-sud/">IL MANIFESTO DI “VENTI DAL SUD”</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2>Le esperienze e gli interessi dei giovani del Sud</h2>



<p><em>Come affermò il celebre fisico Albert Einstein:</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-large"><p><em>“È’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”.</em></p></blockquote>



<p><em><strong>Venti dal Sud</strong>&nbsp;– frutto della collaborazione tra l’<strong>associazione culturale Venti</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>L’Altravoce Dell’Italia</strong>&nbsp;– nasce all’interno dell’inserto “<a href="https://www.quotidianodelsud.it/laltravoce-dellitalia/laltravoce-ventenni" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’altra voce dei ventenni”</a>&nbsp;per combattere ogni pregiudizio ed eliminare ogni stereotipo negativo relativo ai giovani del Sud.</em></p>



<p><em>Come? Dando voce ai giovani, valorizzandoli, usando le loro penne per consentir loro di esprimere i propri punti di vista e raccontare le proprie esperienze: è l’unico modo per mostrare e dimostrare che noi, giovani del Sud, non siamo affatto fannulloni come più volte descritti, anzi, siamo ragazzi affamati, pieni di vita, con una voglia matta di affermarci, di emergere e, soprattutto, di farlo nella nostra terra.</em></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img width="500" height="100" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/07/Progetto-senza-titolo.png" alt="venti dal sud" class="wp-image-14817" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/07/Progetto-senza-titolo.png 500w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/07/Progetto-senza-titolo-300x60.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p><em>In queste pagine daremo voce alla&nbsp;</em><strong><em>parte bella e propositiva del Sud</em></strong><em>&nbsp;e dei giovani che lo vivono: le storie di quei ragazzi che, nonostante le difficoltà insite nell’avviare un’impresa quì, grazie ad un’idea innovativa e tanta forza di volontà riescono ad emergere, così che possano essere da esempio per molti altri.&nbsp;</em></p>



<p><em>Ma daremo voce anche a quei giovani che sono andati a cercare fortuna altrove: perché l’hanno fatto? Come si può arginare questo fenomeno? Vogliamo dare una risposta a questi interrogativi.</em></p>



<p><em>Racconteremo le nostre eccellenze, per dimostrare che siamo consapevoli che la cultura e lo studio siano il più efficace strumento di riscatto a nostra disposizione; vogliamo dimostrare che siamo menti pensanti, libere e critiche, giovani ambiziosi e decisi a superare ogni sfida che la vita ci riserva.</em></p>



<p><em>Offriremo una testimonianza di quanto sia importante, per un periodo della propria vita, vivere lontano da casa: l’</em><strong><em>essere “fuori sede</em></strong><em>” è un’esperienza fondamentale per la crescita e la maturazione dei giovami, che consente di aprire la mente e vedere il mondo con occhi diversi. Allo stesso tempo però racconteremo l’</em><strong><em>amore ed il legame con la propria terra d’origine</em></strong><em>: in un mondo sempre più globalizzato c’è bisogno di giovani che amino la propria terra, che siano legati alle proprie radici e che valorizzino le proprie origini e la propria identità; di giovani che, seppur vadano momentaneamente via, decidono di ritornare a casa.</em></p>



<p><em>Vogliamo, in conclusione,&nbsp;</em><strong><em>batterci per la rinascita del Sud.&nbsp;</em></strong></p>



<p><em>Solo chi ama la propria terra ed è visceralmente legato ad essa può tentare una simile impresa: noi crediamo nel sud e nei valori dei giovani che la vivono, siamo convinti che con la predisposizione di un adeguato piano economico il territorio possa rialzarsi e tornare a splendere. Serve, però, un intervento armonico: istituzioni, classe dirigente e cittadini devono muoversi tutti in un’unica direzione, all’unisono.&nbsp;</em><strong><em>Bisogna cambiare la mentalità&nbsp;</em></strong><em>delle persone, è necessario combattere l’illegalità, restituire centralità al lavoro e alla dignità umana, mettendo da parte individualismi ed egoismi per promuovere una crescita comune del territorio. Non sarà semplice ma dobbiamo provarci tutti insieme.&nbsp;</em></p>



<p><em>Oggi ci troviamo di fronte ad un bivio: la strada più facile da percorrere è sicuramente lasciar perdere ed andare via, accettando l’idea che ogni sforzo sia inutile; l’alternativa, invece, è crederci, non arrendersi e combattere con tutte le nostre forze per cambiare le cose, o quanto meno provarci, per non vivere con il rimpianto di essere rimasti fermi nonostante ci fosse ancora qualche possibilità. Siamo consapevoli che questa seconda strada non è da tutti: è riservata a chi ci crede fortemente, a chi è disposto a tutto pur di riuscire nel suo intento, a chi è pronto ad affrontare e risolvere il problema, ma siamo convinti che una volta innescata la miccia si possa generare un effetto domino, coinvolgendo sempre più persone e rendendo così meno utopistica questa impresa.</em></p>



<p><em>Noi iniziamo facendo la nostra parte, cercando di smuovere le menti e le coscienze dei nostri coetanei, stimolando un&nbsp;</em><strong><em>dibattito costruttivo e coinvolgente</em></strong><em>, combattendo i pregiudizi, le falsità e le ingiustizie, dando voce a tanti giovani e raccontando la realtà vista con gli occhi innocenti ma allo stesso tempo ambiziosi dei ventenni. Il resto, poi, spetta a voi.</em></p>



<p><em>Con la speranza che le nostri voci si propaghino come il soffio dei venti, che siano la brezza marina che rinfresca dal caldo asfissiante dell’odio e dei pregiudizi; inarrestabili, come la nostra voglia di rendere il Sud una terra migliore, con un’economia più produttiva, priva di ingiustizie e ricca di possibilità. Il cambiamento passa dalle nostre menti e dalle nostre mani.</em></p>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img width="532" height="532" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/07/Tag-cloud-9-x-9-cm_page-0001.jpg" alt="" class="wp-image-14754" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/07/Tag-cloud-9-x-9-cm_page-0001.jpg 532w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/07/Tag-cloud-9-x-9-cm_page-0001-150x150.jpg 150w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/07/Tag-cloud-9-x-9-cm_page-0001-300x300.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/07/Tag-cloud-9-x-9-cm_page-0001-125x125.jpg 125w" sizes="(max-width: 532px) 100vw, 532px" /></figure>
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