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	<title>Nicola H. Cosentino &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Consigli di seduzione a chi ha curato le réclame del #FertilityDay</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2016 11:10:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#CHEPENA]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Del #FertilityDay hanno parlato tutti e ci sarebbe poco da aggiungere. La sintesi stringatissima è che il Ministero della Salute ha inventato una giornata ashtagghizzata da dedicare alla fertilità. Un’iniziativa piuttosto littoria, che si traveste da sbarazzina grazie all’uso, affatto provinciale, dello slogan in inglese. È vero che la Y fa figo, ne faccio un uso spiritoso anche io, nei messaggi privati (a volte scrivo Che noya e mi diverto molto), ma a meno che non sia un product placement [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Del <strong>#FertilityDay</strong> hanno parlato tutti e ci sarebbe poco da aggiungere. La sintesi stringatissima è che il Ministero della Salute ha inventato una giornata ashtagghizzata da dedicare alla fertilità. Un’iniziativa piuttosto littoria, che si traveste da sbarazzina grazie all’uso, affatto provinciale, dello slogan in inglese. È vero che la Y fa figo, ne faccio un uso spiritoso anche io, nei messaggi privati (a volte scrivo <em>Che noya</em> e mi diverto molto), ma a meno che non sia un product placement per i cromosomi, e in quel caso tanto di cappello, l’inglese cambia poco: se fai nevicare una julienne di Topinambur sulla trippa sempre trippa rimane. A proposito dell’iniziativa, a parte quello che è già stato detto, ci sono pochi aggiornamenti: ad oggi so che non revocheranno, ma sono pronti a “rivedere” le réclame. È vero che si fanno pochi figli, ed è vero che si fanno tardi (in genere intorno alle 22.30), ma sulle pubblicità non ci sono scusanti: si possono pensare e creare molto meglio. Quindi, alcuni consigli:</p>
<figure id="attachment_9731" aria-describedby="caption-attachment-9731" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-9731 size-medium" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/fertilityday-3-300x169.jpg" alt="fertilityday-3" width="300" height="169" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/fertilityday-3-300x169.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/fertilityday-3.jpg 1000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-9731" class="wp-caption-text">La campagna in questione.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Esistono bei programmi di grafica, anche gratuiti, e giovani fotografi intuitivi e con un buon senso della metafora. O che magari non hanno fretta, ecco. Nel senso che, se senti forte la necessità di far passare l’idea del ticchettio dell’orologio biologico come un’emergenza nazionale, la clessidra e la mano sulla pancia non sono il massimo. La canzone storica dei Monty Python, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=fUspLVStPbk">Every Sperm is Sacred</a>, per dire, sarebbe efficacissima. O <a href="http://www.wingclips.com/system/movie-clips/the-curious-case-of-benjamin-button/rise-up/images/the-curious-case-of-benjamin-button-movie-clip-screenshot-rise-up_large.jpg">Benjamin Button da vecchio</a>, cioè da bambino, perché, no. Ma non si può, lo so, per il caso contemplato nel consiglio numero 2.</p>
<figure id="attachment_9732" aria-describedby="caption-attachment-9732" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-9732 size-medium" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/every-300x152.jpg" alt="every" width="300" height="152" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/every-300x152.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/every.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-9732" class="wp-caption-text">Uno slogan efficace.</figcaption></figure>
<p>Benjamin Button è un uomo, e voi non avete usato attori maschi. Ma giuro che ne esistono. Se a Roma è difficile trovarne, il mio amico Armando, da ottobre di stanza a Milano, è bravo e prestante. Ottimo per il ruolo di padre, per esempio, o di compagno, o di marito. Nelle coppie ce ne sono ancora, a volte anche loro desiderano dei figli, sebbene il <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/cliche/">cliché</a> (che non è come la <a href="http://www.enciclopedia-juridica.biz14.com/it/d/consuetudine-costituzionale/consuetudine-costituzionale.htm">consuetudine costituzionale</a>, lascio il collegamento ipertestuale per disambiguare) ci voglia tutti refrattari all’impegno.</p>
<figure id="attachment_9733" aria-describedby="caption-attachment-9733" style="width: 134px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-9733" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/disegno-di-uomo-affari-valigetta-colorato-184x300.jpg" alt="disegno-di-uomo-affari-valigetta-colorato" width="134" height="218" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/disegno-di-uomo-affari-valigetta-colorato-184x300.jpg 184w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/disegno-di-uomo-affari-valigetta-colorato-300x489.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/disegno-di-uomo-affari-valigetta-colorato.jpg 607w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" /><figcaption id="caption-attachment-9733" class="wp-caption-text">Un tipico uomo.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Il tono invogliante da vecchia zia o da collega guascone non ottiene, a mio avviso, l’effetto sperato. Immaginate la pubblicità di un costoso profumo, facciamo <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ABz2m0olmPg">Kenzo World</a> che adesso va di moda, con uno slogan del tipo “Dai, compralo, altrimenti puzzi!”. A parte che non puzziamo mica tutti, quindi stai calmino, e poi costa soldi, non puoi spingermi a comprarlo puntando tutto sul mio senso di colpa (o di puzza, in questo caso). Mi devi sedurre. Per dire No alle pellicce, la PETA ha fatto la <a href="http://www.peta.org/videos/id-rather-go-naked-than-wear-fur/">pubblicità con le attrici nude</a>, roba che <a href="http://www.adnkronos.com/rf/image_size_400x300/Pub/AdnKronos/Assets/Immagini/Ritagli/2015/08/snoop_dogg_pelliccia_inf-k9sB--1280x960@Web.jpg">Snoop Dogg</a> potrebbe persino buttare il visone, mentre il Ministero della Salute, per incentivare la procreazione, propone due palme dei piedi incagliate tra le lenzuola e una ragazza con la faccia da “Mannaggia!” che si tiene la pancia all’altezza del colon. Che voglia, amici.</p>
<figure id="attachment_9734" aria-describedby="caption-attachment-9734" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><img class="size-medium wp-image-9734" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/taraji-p-henson-fur-012811-300x169.jpg" alt="La PETA che fa le cose per bene." width="300" height="169" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/taraji-p-henson-fur-012811-300x169.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/09/taraji-p-henson-fur-012811.jpg 620w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-9734" class="wp-caption-text">La PETA che fa le cose per bene.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Infine. Per la prossima volta, è bene che prevediate una cosa: la gente ormai si arrabbia tanto e di frequente, quindi siate all’altezza. Il profumo di Kenzo è un prodotto che esce fuori da un’azienda privata. Se, per dire, Kenzo facesse un profumo alla pesca, mia madre che è allergica non potrebbe usarlo. E tanto piacere, non lo compra. Non si sentirebbe mica discriminata. Voi, che siete Ministero, per non correre il rischio dovreste prevedere una cartolina che rappresenti chi non si sente rappresentato, magari in bianco. Se invece vi sentite coraggiosi, esiste anche il silenzio. Per quello consiglio il color <a href="https://www.pantone.com/color-finder/15-1142-TCX">oro</a>.</p>
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		<title>David Bowie. Ashes to ashes.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jan 2016 14:44:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La musica parla da sola e quella di David Bowie racconta tante vite: sei o sette sono le sue, del Duca Bianco. Era morto già due volte, negli anni Settanta consumato dalla droga e nel 2004 per un infarto che ci aveva ripensato, restituendolo al mondo. Questa volta se n’è andato in fase promozionale, a qualche giorno dal rilascio di Blackstar, il suo ultimo lavoro. Ha insegnato alle creature più sventurate del Novecento (e a quelle dell’incerto seguito) a non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La musica parla da sola e quella di David Bowie racconta tante vite: sei o sette sono le sue, del Duca Bianco. Era morto già due volte, negli anni Settanta consumato dalla droga e nel 2004<a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/01/david-bowie-aladdin-sane.jpg" rel="attachment wp-att-7414"><img class="size-medium wp-image-7414 alignright" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/01/david-bowie-aladdin-sane-300x300.jpg" alt="david bowie aladdin sane" width="300" height="300" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/01/david-bowie-aladdin-sane-300x300.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/01/david-bowie-aladdin-sane-150x150.jpg 150w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/01/david-bowie-aladdin-sane-768x768.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/01/david-bowie-aladdin-sane-100x100.jpg 100w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/01/david-bowie-aladdin-sane-125x125.jpg 125w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/01/david-bowie-aladdin-sane.jpg 953w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> per un infarto che ci aveva ripensato, restituendolo al mondo. Questa volta se n’è andato in fase promozionale, a qualche giorno dal rilascio di <em>Blackstar,</em> il suo ultimo lavoro. Ha insegnato alle creature più sventurate del Novecento (e a quelle dell’incerto seguito) a non sentirsi un prodotto precostituito, a sfumare gli argini come quando si soffia con la cannuccia su un disegno di sale. Coi suoi versi, con qualche cambio di costume e con le note pazze, nervose, acide e struggenti, ha spiegato che ci vuole tanto a capire che siamo tutti armonia di disaccordi, ma alla fine ne vale la pena. Di una carriera definita in tutti i modi – solo <em>Glam</em> ne suggerisce lo tsunami estetico – resta questo, e non è poco: sia donne che uomini, sia alieni che terrestri, sia muti che chiassosi, felici e disperati, sessuali e monastici, <em>we could be heroes</em>, e cioè unici nella moltitudine di gente unica (che bel paradosso) come noi. Siamo tutto insieme come un mare interiore, e la libertà connaturata ci impone di riconoscerlo, anche se ci sembra un peccato, anche se ci provoca disagio. David Bowie, che per me aveva un fulmine sul viso, ha assolto le nostre adolescenze dicendo che quel peccato, quel disagio, erano bellezza. E che la confusione che tutti rifuggono è la luce più splendida per rintracciare se stessi.<br />
<em>Ashes to ashes, funk to funky.</em></p>
<p><iframe width="750" height="563" src="https://www.youtube.com/embed/CMThz7eQ6K0?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Uomini d’onore e politica dance. Il divo &#8220;Julius&#8221; secondo Max Mazzotta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2015 07:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ne Il Maestro e Margherita succede una cosa che la dice lunghissima sul teatro. Il Diavolo, Woland, fa uno spettacolo di magia, e per quanto sia straordinario (c’è l’inganno ma non il trucco, in fondo) per i primi minuti sembra illusionismo normale, un mezzo flop. I russi – perché siamo a Mosca – prima si annoiano e poi, chiaramente, non ci credono. Finché Woland non coinvolge il pubblico uno per uno, come parte attiva. Li chiama per nome, li sputtana [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ne <em>Il Maestro e Margherita</em> succede una cosa che la dice lunghissima sul teatro. Il Diavolo, Woland, fa uno spettacolo di magia, e per quanto sia straordinario (c’è l’inganno ma non il trucco, in fondo) per i primi minuti sembra illusionismo normale, un mezzo flop. I russi – perché siamo a Mosca – prima si annoiano e poi, chiaramente, non ci credono. Finché Woland non coinvolge il pubblico uno per uno, come parte attiva. Li chiama per nome, li sputtana e, alla fine, regala cose alle signore impellicciate: vestiti, gioielli, banconote. Sia la narrazione che lo spettacolo, a quel punto, sono un successo.<br />
William Shakespeare c’era arrivato 367 anni prima di Bulgakov, col <em>Giulio Cesare</em>. L’opera, per chi scrive la più sottile della produzione scespiriana, raggiunge l’apice nel discorso funebre in onore del dittatore (Atto III, scena II), più precisamente quando Marco Antonio, luogotenente di Cesare, trasforma l’orazione in un comizio, rivolto a un pubblico (reale) che ne ammira l’eloquio e l’acutezza. E si lascia convincere. Lo dico con coscienza di causa, perché tutte le volte che ho visto un Marco Antonio giurarmi che Bruto è un uomo d’onore, di cui la prima al Globe di Londra sotto una pioggia invadente, mi sono sentito un elettore. Voce vera nell’acclamazione finta.<br />
Max Mazzotta queste cose le sa molto meglio di me, e per il suo <em>Julius</em> – esito di un laboratorio sul Giulio Cesare, in scena al Piccolo Teatro dell’Università d<a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12373358_10208640818366034_3246782714332704618_n.jpg" rel="attachment wp-att-7317"><img class=" wp-image-7317 alignleft" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12373358_10208640818366034_3246782714332704618_n-300x111.jpg" alt="12373358_10208640818366034_3246782714332704618_n" width="414" height="153" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12373358_10208640818366034_3246782714332704618_n-300x111.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12373358_10208640818366034_3246782714332704618_n-768x284.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12373358_10208640818366034_3246782714332704618_n.jpg 851w" sizes="(max-width: 414px) 100vw, 414px" /></a>ella Calabria – ha ridotto la storia all’essenziale, in una circumnavigazione, ossequiosa ma dinamica, di quel momento. Gli interpreti lo sanno: è una versione rapida, di scene madri che si somigliano (volutamente) e si ripetono, in cui il testo è co-protagonista della carismatica messa in scena. La regia vuole riempire visivamente i silenzi, o sostituire i linguaggi potenti col potenziale dei corpi, delle luci, della musica, e ci riesce. Ne viene fuori uno Shakespeare cinematografico, ottico, per niente verboso, poco emotivo ma affascinante. Non male per un laboratorio.<br />
Ovviamente l’opera si presta al tentativo, qui riuscito. Il <em>Giulio Cesare</em> è un ottimo dramma universitario, perfetto per stage e laboratori (ci avevano già pensato i Taviani e Fabio Cavalli coi detenuti di Rebibbia in <em>Cesare deve morire</em>) perché le battute sono schegge precise e sfuggenti, poco rinascimentali, esplicite come certi aforismi studiati a tavolino. Max Mazzotta porta questa asciuttezza all’estremo, e la co<a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12294827_10204016460290724_6793509086356189193_n.jpg" rel="attachment wp-att-7316"><img class="wp-image-7316 alignright" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12294827_10204016460290724_6793509086356189193_n-300x169.jpg" alt="12294827_10204016460290724_6793509086356189193_n" width="389" height="219" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12294827_10204016460290724_6793509086356189193_n-300x169.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12294827_10204016460290724_6793509086356189193_n-768x432.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/12/12294827_10204016460290724_6793509086356189193_n.jpg 960w" sizes="(max-width: 389px) 100vw, 389px" /></a>mpensa con un palco stilosissimo, che sembra opera di Julie Taymor, Wong Kar-wai, Nicolas Winding Refn o – in due momenti – Paolo Sorrentino. Il buon esito di questo laboratorio – l’ennesimo, di qualità, promosso da Libero Teatro – deve molto all’estetica casinara dei postumi borghesi in cui Mazzotta colloca i congiurati, vestiti Zara a un galà di Roma Nord. Il pathos umano è affidato quasi interamente alla Porzia di Stefania Mangia, garbata e tagliente. Tutti gli altri – Dafne Abbruzzino, Rossella Agosto, Marco Aiello, Angela Candreva, Antonella Carchidi, Francesco Carchidi, Diletta Ceravolo, Monica de Luca, Pierfrancesco Minervini, Francesco Molezzi, Ilaria Nocito, Francesca Pecora, Stefania Procopio, Cristina Rizzuti e Francesco Rizzo – sono ugualmente puntati verso il bersaglio, riconoscibili e ben caratterizzati.<br />
Ciò detto, dopo <em>Julius</em> ho preso la ferma decisione di seguire tutti gli esiti dei laboratori teatrali. Ammesso che vengano tutti così, e fino ad ora Libero Teatro non mi ha mai deluso, una stagione di Esiti nei teatri universitari varrebbe bene una messa. Che idea, degna di <em>Narnia</em>: aprire la porta, oltrepassare un boulevard di pellicce e ritrovarsi in un mondo giovane, spesso inesplorato, pieno di cose belle.</p>
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		<title>LA COMICITÀ DEL MALE / Da Chaplin a &#8220;Lui è tornato&#8221;, cosa resterebbe di Hitler se la Storia la facesse il cinema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2015 07:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una delle più grandi scoperte del Novecento l’ha fatta Hannah Arendt, che diceva: quando pensate ai nazisti non figurateveli come dei satanisti geniali, perché più che altro sono degli imbecilli. Ovviamente sto sintetizzando (male) uno dei capolavori della filosofia contemporanea, ma il concetto è questo, che i cattivi sono quasi sempre lontani dall’immagine mitica che ne abbiamo e che loro stessi vogliono suggerirci. Più è eclatante la loro violenza, più è probabile che faccia perno su una certa limitatezza, o [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/la-comicita-del-male-chaplin-tornato-cosa-resterebbe-hitler-la-storia-la-facesse-cinema/">LA COMICITÀ DEL MALE / Da Chaplin a &#8220;Lui è tornato&#8221;, cosa resterebbe di Hitler se la Storia la facesse il cinema</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle più grandi scoperte del Novecento l’ha fatta Hannah Arendt, che diceva: quando pensate ai nazisti non figurateveli come dei satanisti geniali, perché più che altro sono degli imbecilli. Ovviamente sto sintetizzando (male) uno dei capolavori della filosofia contemporanea, ma il concetto è questo, che i cattivi sono quasi sempre lontani dall’immagine mitica che ne abbiamo e che loro stessi vogliono suggerirci. Più è eclatante la loro violenza, più è probabile che faccia perno su una certa limitatezza, o inconsapevolezza, nel recepire la gravità reale delle cose. Non è una consolazione, anzi, perché il fatto che il male sia banale e forse casuale priva ogni gesto crudele della possibilità di una ragione (vedi strategie, ideologie, piani malvagi ecc.), ma tant’è: per la filosofa tedesca, Eichmann e quindi Hitler non sono propriamente Darth Vader e il dottor Moriarty, ma più una cosa tipo il Team Rocket.<br />
La Arendt lo ha scoperto nei primi anni Sessanta, dopo aver seguito il processo ad Adolf Eichmann avvenuto a Gerusalemme nel 1961, poi raccontato nel saggio <em>Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil</em> (in Italia titolo e sottotitolo si invertono) del ’63. Eppure, prima che l’idiozia dietro il Nazismo fosse materia da saggio, se n’era già occupato il cinema: a gennaio del 1940, qualche mese prima dell’Operazione Weserübung, esce <em>Il Grande Dittatore</em>, capolavoro di Charlie Chaplin. E’ la prima apparizione di Hitler al cinema, anche se qui si chiama Adenoyd Hynkel e comanda sulla Tomainia anziché sulla Germania.</p>
<p><iframe width="750" height="563" src="https://www.youtube.com/embed/yxUJ-PWIcvM?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Chaplin, che qui è regista, sceneggiatore, attore, produttore e compositore, anticipa tutte le declinazioni di un certo cinema sugli orrori della guerra che lo seguirà nel Novecento, primo fra tutti lo scambio d’identità (dai fini morali, dimostrativi) tra buono e cattivo, povero e ricco, vittima e aguzzino, privato e pubblico. Un giochetto sociale divertente e dal risultato limpido, clamoroso, archetipico: lo hanno imitato con un gusto morbosetto per la disperazione fino al 2008, anno de <em>Il bambino con il pigiama a righe</em>. Charlot, qui barbiere ebreo, viene scambiato per il Führer. E, nei suoi panni, pronuncia un discorso all’umanità che segna idealmente la morte dell’ideologia dittatoriale.</p>
<p><iframe width="750" height="563" src="https://www.youtube.com/embed/jp1UCiZrcSs?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>E’ un discorso sull’ordine, sulla trasparenza e sulla ragionevolezza. Chaplin ci suggerisce due cose: la prima, che la satira è finzione a metà, perché il potere dispotico è davvero bambinesco, macchiettistico, inadatto alla gestione delle cose; la seconda, che nulla di serio può dipendere da uomini troppo imitabili, perculabili e adatti agli sberleffi. In tanti hanno confermato la sua versione. <em>Vogliamo vivere!</em> Di Ernst Lubitsch, del 1941 e il suo remake <em>Essere o non essere</em>, diretto da Alan Jhonson nel 1983, sono addirittura meta-satira, nel senso che raccontano la messa in scena di uno spettacolo comico sul nazismo prontamente bloccato dalla censura, alla vigilia dell’invasione della Polonia. Stesso discorso, o quasi, per il triplo capolavoro di Mel Brooks <em>Per favore non toccate le vecchiette</em>, che ha dato vita al musical più premiato della storia dei Tony Awards, <em>The Producers</em>, che a sua volta è diventato un bel film nel 2005: tutta la vicenda ruota attorno a una pièce, sulla carta orrenda, che si chiama <em>Primavera per Hitler</em>, scritta da un nostalgico del Terzo Reich. Il risultato è pura poesia.</p>
<p><iframe width="750" height="563" src="https://www.youtube.com/embed/WCUfkMkVbwo?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Seguono il <em>Monty Python&#8217;s Flying Circus</em>, in cui compare un ridicolo <em>Mr. Hitler</em> interpretato da John Cleese, e il film di Dani Levy del 2007, <em>Mein Führer &#8211; La veramente vera verità su Adolf Hitler</em>, una versione teuto-patetica del <em>Discorso del Re</em>. Nota bene: in tutti questi film, Hitler la sua claque e l’intera genesi del loro piano geniale appaiono, in termini di credibilità, un gradino sotto i Looney Tunes. Non stupisce, quindi, il successo di <em>Er ist wieder da – Lui è tornato</em>, appena uscito al cinema e già campione d’incassi in Germania.</p>
<p><iframe width="750" height="422" src="https://www.youtube.com/embed/6Q_oh9wrJv0?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Il regista si chiama David Wnendt e ha già diretto la commedia <em>Wetlands</em> (2013), praticamente una biografia genitale: <em>Nymphomaniac,</em> se si tralascia l’erotismo, al confronto sembra <em>Ugly Betty</em>. Per l’adattamento del libro di Timur Vermes (in Italia edito da Bompiani che nel 2013 mise su un battage pubblicitario spaventoso) Wnendt ha pensato a una specie di <em>Borat,</em> mezzo fitcion mezzo candid camera, con l’attore Oliver Masucci che, tra scene previste e altre improvvisate, interagisce coi tedeschi di oggi nei panni del Führer. La storia, in piena sospensione d’incredulità, è semplice: Hitler si risveglia nella Berlino di oggi e, scambiato per un imitatore satirico e geniale, diventa un beniamino del pubblico televisivo e di Youtube. I suoi discorsi deliranti attraggono il gusto delle coscienze critiche del paese, che scambiano i commenti razzisti per battute sarcastiche contro la destra xenofoba. Ironia della sorte, i neonazisti cominciano a odiarlo e decidono di farlo fuori.<br />
<em>Lui è tornato</em> conferma, a settantacinque anni di distanza dal <em>Grande Dittatore</em>, che vale il pensiero di Chaplin sul rapporto tra satira e politica. Ma non solo, è il suggello di un fenomeno strano, crudele e curioso: Hitler, il più grande <em>cattivo</em> del Novecento e forse di tutti i tempi, sta diventando per la cultura di massa una specie di Pulcinella, una maschera. Anzi, meglio: un coglione. Perché non c’è niente di plausibile, nel suo male, e l’unico modo per raccontarlo è la commedia iperbolica, denigratoria. Che sia lo sfogo di una censura troppo lunga o una strada obbligata del moderno modo di raccontare il potere, il dato è questo.<br />
E se il futuro somigliasse a quello di <em>Wall-E</em> e della Storia non rimanesse che qualche filmato? Il Terzo Reich passerebbe per un esercito di personaggi d’invenzione, una parodia di cattiverie incredibili. Insomma, chi potrebbe credere, in un domani senza libri di storia, ai ciuffi unti, agli esperimenti di eugenetica, ai riti satanici, al cinema di propaganda, alla ricerca del Santo Graal, alle riprese fatte dal basso per sembrare più alti? E oltre la Germania, chi mai crederebbe che l’Italia ha avuto un dittatore che sciava a petto nudo e la Libia una falsa costituzione, sottile che nemmeno Erri De Luca? Chi crederebbe alle autocrazie del nostro tempo?<br />
Nessuno. E non è male, questa prospettiva d’incredulità: una tardiva, ma piacevole, rivincita sulla propaganda.</p>
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		<title>Digressioni di Settembre*. Cinque perle che aiutano a deglutire i nuovi inizi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2015 08:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fatto è che fra una decina di giorni me ne vado, e sto via un bel po’. Non mi faccio un Roma-Bangkok perché in Thailandia non conosco nessuno, e gli unici voli intercontinentali da me finora sopportati sono quelli di Galoni, lunghi quanto i baci che non servono a nutrire le labbra ma a ossigenare i polmoni. Ogni partenza si porta dietro un cumulo di pensieri spigolosi, su se stessi e sul proprio modo di viaggiare, di decidere, di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto è che fra una decina di giorni me ne vado, e sto via un bel po’. Non mi faccio un Roma-Bangkok perché in Thailandia non conosco nessuno, e gli unici voli intercontinentali da me finora sopportati sono quelli di Galoni, lunghi quanto i baci che non servono a nutrire le labbra ma a ossigenare i polmoni. Ogni partenza si porta dietro un cumulo di pensieri spigolosi, su se stessi e sul proprio modo di viaggiare, di decidere, di farsi il letto, di camminare: quanto sei veloce, quanto non lo sei, il tuo ritmo migliore. Alla fine te la cavi se temporeggi bene tra l’entusiasmo e lo sconforto, se impari a permetterti la solitudine in mezzo agli amici che ti sei fatto, se insomma ti concentri sul vuoto invece di impegnarti a riempirlo, che intorno al vuoto c’è sempre qualcosa, io credo, tipo le gallerie scavate in mezzo alla montagna. Siccome prima di partire questa cosa non la sai, è bene caricarsi a pallettoni, o architettarsi un mood adeguato, controllato, non troppo nostalgico, non troppo ottimista: va come va. Cioè, ascoltare <em>Je ne pourrai jamas vivre sans toi</em> di Michel Legrand è sbagliato. Vedersi <em>L&#8217;appartamento Spagnolo</em> o <em>Bambole russe</em> pensando che sia solo così, pure: difficilmente ti capita la coinquilina lesbica con le fattezze di Cecile de France. Siccome però qualcosa si dovrà pur vedere, ascoltare, leggere, ho stilato una piccola classifica di cose adatte a caricarsi saggiamente prima di un nuovo inizio, né troppo allegre né da cianuro in pillole. Ci sono canzoni, un libro e un film. Così si pensa di meno ma ci si ispira di più, con l’umore giusto, quello da scampagnata coi parenti che alla fine ti piace perché avevi aspettative medie. Tutto questo per dire che mi serve un posto letto, possibilmente in singola, vicino al centro di Torino. Ho un budget basso perché con questo blog non si guadagna nulla. Scrivete pure alla redazione.<br />
<em>Fase uno. Leggere</em>.<br />
1. Italo Calvino, <em>I nostri antenati</em>, 1952-1959<br />
Uno che ha sempre capito l’incompletezza e la formazione, e le ha trasformate in tappe da fiaba. I nostri antenati non è un libro solo ma una trilogia, che comprende <em>Il visconte dimezzato</em>, <em>Il barone rampante</em> e <em>Il cavaliere inesistente</em>. A leggerli tutti non ci vogliono nemmeno dieci giorni, perché sembra di leggere Ariosto, Esopo, Tolkien e la gioventù cannibale tutti insieme: abbastanza invitante. Sta bene nella nostra lista perché Calvino parla sempre di inizi (sull’inizio nella letteratura ci ha scritto un intero libro), ma soprattutto di identità. Non sapere come va a finire significa un po’ non sapere chi siamo, e se siamo. Italo, scomparso un settembre di trent’anni fa, ci dice che <em>anche ad essere si impara</em>. La storia di tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_6479" aria-describedby="caption-attachment-6479" style="width: 186px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/image_book.jpg"><img class="wp-image-6479 size-medium" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/image_book-186x300.jpg" alt="image_book" width="186" height="300" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/image_book-186x300.jpg 186w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/image_book-768x1239.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/image_book-635x1024.jpg 635w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/image_book-300x484.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/image_book.jpg 1079w" sizes="(max-width: 186px) 100vw, 186px" /></a><figcaption id="caption-attachment-6479" class="wp-caption-text">Una vecchia copertina dell&#8217;edizione Einaudi</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Fase due. Guardare.</em></p>
<p>2. Emanuele Crialese, <em>Nuovomondo,</em> 2006<br />
Uscì il 22 settembre, non a caso. Un capolavoro sull’aspettativa e l’inadeguatezza. La Sicilia potrebbe essere casa propria e l’America qualsiasi altro posto, il risultato non cambia. Ogni scena ti ricorda che pronti si diventa, anche se non è facile. Uno dei miei film preferiti, lo porto sempre con me (ho i dvd in un porta cd delle scuole medie, bella storia). Prima di emigrare, Vincenzo Amato è così in crisi che si rivolge ai santi. “Am’a ‘ppartiri? O am’a ‘rristari ‘ccà?”. Letta ad alta voce suona meglio perché gli apostrofi non si sentono (forse).</p>
<p><iframe title="Nuovomondo test ingresso" width="750" height="422" src="https://www.youtube.com/embed/RsFFiEXaNIk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><em>Fase tre. Ascoltare.</em></p>
<p style="text-align: left;">3. Nina Simone, <em>Sinnerman,</em> 1965<br />
E’ nella colonna sonora di <em>Nuovomondo.</em> Una canzone splendida, totale, della quale si può parlare pochissimo. Io la metto nella versione di Nina Simone perché così l’ho conosciuta, ma se non sbaglio è uno spiritual afroamericano. E’ il rimpallo continuo del peccatore da una costa all’altra, da un cospetto all’altro, da un nascondiglio all’altro. Storia di una fuga, insomma. Una dinamica simile alla nostra <em>Fiera dell’Est</em>, ma senza i topolini. Il finale è un’espiazione che passa anche dal diavolo. I simbolismi si sprecano.</p>
<p><a href="http://https://www.youtube.com/watch?v=QH3Fx41Jpl4">http://https://www.youtube.com/watch?v=QH3Fx41Jpl4</a><br />
4. Daniele Silvestri, <em>Sornione,</em> 2011<br />
La canta con Niccolò Fabi, e forse ci stava meglio <em>Costruire.</em> Di quella canzone, però, parlo troppo, mi sembra tanto seria, poco musicale, tipo Fossati, una roba gigante, da signori. <em>Sornione</em> è invece un bel bignami trasversale sul modo di stare al mondo. La prima strofa è da sociologia fenomenologica, Shutziana quasi, una frattura sociale. In poche parole: la verità.</p>
<p><iframe title="Daniele Silvestri - Sornione (feat. Niccolò Fabi)" width="750" height="563" src="https://www.youtube.com/embed/QgddZcBWF1o?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>5. Lu Colombo, <em>Maracaibo,</em> 1981<br />
Sì, ok, sembra nazionalpopolare. E invece no. Questa canzone, a parte caricare come tori sivigliani, racconta una storia straordinaria, ai livelli di <em>Samarcanda.</em> Una ballerina creola che se la fa con un certo Castro (il Miguel della canzone, prontamente censurato, era in realtà Fidel) gestisce, come ricorderete, un traffico d’armi. E oltretutto tradisce Fidel, sempre in cordigliera, con Pedro, che la abbraccia sulle casse di nitroglicerina. Fidel lo scopre e le spara, ma lei fugge per mare. E ovviamente, in seguito a una tempesta, naufraga e viene azzannata da un pescecane. Chissà come sopravvive, e si reinventa come pappona di ventitré mulatte. Solo che ormai, a causa delle numerose sventure e di qualche vizio di troppo (rum e cocaina, lo ammette), diventa obesa. Meglio di <em>Anna Karenina</em>, degno della Bibbia.</p>
<p><iframe title="Luisa &#039;Lu&#039; Colombo - Maracaibo.wmv" width="750" height="563" src="https://www.youtube.com/embed/DjRJXHYOSHQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Queste cinque cose dovrebbero bastare a suggerire con che piede scendere dal letto (il sinistro, <em>quello giusto</em>). Sui libri ho altri consigli, ma vorrei parlarne meglio, cinque righe non bastano. Tanto la cosa bella degli inizi è che sembrano una fase sola, e invece – in fondo – non finiscono mai. Auguri.</p>
<p>*Faccio come Morandi con le foto di Anna. Il titolo è di Maria Teresa. Grazie.</p>
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		<title>Cinque viaggi letterari per l’estate  Se siete pigri, poveri o Emilio Salgari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2015 16:08:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[LIBRI]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Ah, si muore. Una volta sono stato in uno di quei bar ghiacciati, che appena entri ti mettono i giubbini termici e ti danno liquori alla moda in bicchieri sottili. Una mia ex fidanzata deve averne anche le prove su supporto fotografico. Siamo entrati, fondamentalmente per sentire freddo, e siamo usciti. Costava quindici euro, l’ingresso. Era febbraio. Ecco, ad aver voglia di farle, queste cose – ammesso che quando le facevo ne avessi – le farei nel tempo giusto. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Ah, si muore. Una volta sono stato in uno di quei bar ghiacciati, che appena entri ti mettono i giubbini termici e ti danno liquori alla moda in bicchieri sottili. Una mia ex fidanzata deve averne anche le prove su supporto fotografico. Siamo entrati, fondamentalmente per sentire freddo, e siamo usciti. Costava quindici euro, l’ingresso. Era febbraio. Ecco, ad aver voglia di farle, queste cose – ammesso che quando le facevo ne avessi – le farei nel tempo giusto. Il bar di ghiaccio? Oggi, luglio, quaranta gradi. Un paio d’ore lì, con la caipirissima per fare scena, e cari saluti al programma che mi ero imposto, e cioè: leggere sul letto. A luglio, quaranta gradi, ultimo piano, stanza arredata in stile coloniale.</p>
<p>E’ il programma di quelli che, come me, hanno una fidanzata così entusiasta di viaggiare che sono tornati dalle vacanze prima che iniziassero le repliche di Montalbano. Un programma che prevede avvincenti evasioni salgariane, comodamente mutandati con la schiena alla testiera Hemnes. In cinque, piccole escursioni letterarie. A patto che non le consideriate letteratura da viaggio, ve le consiglio qui sotto.</p>
<ol>
<li><em>Nel segno della Pecora</em> – <em>Dance Dance Dance</em>, Murakami Haruki</li>
</ol>
<p>O Haruki Murakami, come vi piace. E’ un eterno candidato al Nobel. Pur di non premiare un autore tanto amato (e letto, e commerciale, và) prima o poi gli preferiranno un morto o un esordiente. In ogni caso, questi due libri hanno dentro una geografia per ingordi, ricca di aerei per […], panorami e stagioni. Il primo garantisce una trama, e cioè: pubblicitario divorziato e annoiato viene incaricato di trovare una pecora. Il secondo, come molti capolavori, no: allo stesso pubblicitario, sempre divorziato, succedono cose. E basta. Da Tokyo, una città maschile, musicale, bulimica dei suggerimenti occidentali (arrivati violentemente nei cinquanta, dopo secoli di una cultura imperiale riflessa all’infinito su se stessa) e appena appena capitalista, a Sapporo, praticamente Piemonte, sempre sotto la neve, sospesa in una congestione di tempi accavallati, magica, surreale. Il Giappone di Murakami non fa testo, è quasi come il Sudamerica di Amado, Garcia Marquez, Borges, Sabato: i morti ballano coi vivi, la gente bella ascende al cielo e tempo e spazio sono una formalità. Viaggio metafisico sulle tracce di bestiame da pascolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><em>L’odore dell’India</em>, Pier Paolo Pasolini</li>
</ol>
<p>Pasolini, anima rimpianta, era un entusiasta. Nel 1961 parte per l’India, insieme a Elsa Morante e Alberto Moravia. Appena arriva, in tarda serata, gli passa il sonno: trascina Moravia a passeggiare intorno al Taj Mahal, lo punzecchia con la sua irrequietezza, rimane solo, vaga nella notte, respira, appunto, l’odore dell’India. Fa dell’intero continente una descrizione commossa, eccitata, di una puntualità storica cortese, mai saccente. Sembra imparare la cultura, Pasolini, mentre la guarda, la assimila, la crea. S’innamora visceralmente, come gli accade per tutte le cose naturalmente viscerali. Sul viaggio realizzerà, oltre al reportage, un documentario dal titolo <em>Appunti per un film sull’India</em>. Era il ’97, doveva farne un film che non realizzò mai. Bene così, forse, per l’unicità letteraria. L’odore dell’India è, curiosamente, qualcosa che Pasolini sente senza descrivere. Qualcosa che arriva anche a chi legge, senza che ne legga.</p>
<ol start="3">
<li><em>Danubio</em>, Claudio Magris</li>
</ol>
<p>Un esercizio opposto a quello di Pasolini, per un uomo – di tempi diversi – profondamente diverso da Pasolini. Pier Paolo è un artista emotivo di acuta intelligenza, che giustifica storicamente le sue ispirazioni civili. Magris è uno studioso che scrive come facesse arte. <em>Danubio</em> è un libro fenomenale per menti presuntuose, ricco di riferimenti inafferrabili e poetica esperienziale. Ha un incipit terra terra (si parla di assessori, finanziamenti, “iniziative”) che inganna. Se descrive Budapest o Vienna non parla (quasi) mai di ristoranti, splendide vedute, luoghi d’interesse, ma riporta pensieri suoi, citando qua e là D’Annunzio, Goethe, Haydn, Kafka, Liszt. Scrive della capitale magiara, che considera la città più bella del Danubio, quanto le giovi l’imitare Vienna, risultandole superiore: ‹‹Forse anche per questo assomiglia alla poesia nell’accezione platonica, il suo paesaggio suggerisce, più che l’arte, il senso dell’arte››.</p>
<ol start="4">
<li><em>Marcovaldo</em>, Italo Calvino</li>
</ol>
<p>Questa piccola fesseria ad opera di un altro italiano esagerato ha un sottotitolo: <em>Le stagioni in città</em>. Non si va da nessuna parte, quindi, perché la città è quella e bisogna raccontarla senza allontanarsene troppo. Il protagonista è un operaio davvero qualunque, con una famiglia da prateria e una bancarotta incipiente. Si chiama Marcovaldo, che sembra roba carolingia, ma non è un eroe. A differenza di Luigi delle Bicocche non ha nemmeno molta coscienza di classe. Però è un viaggiatore, un turista residente. Viaggia col tram, a piedi, giusto un poco fuori porta. Vive avventure bellissime, spaventose, difficili, dispendiose, velenose, rumorose, soddisfacenti solo a volte. Ci insegna che viaggiare senza muoversi è un rischio obbligatorio che costa solo maggiore attenzione e curiosità. Anche se vi sembra, non è roba per bambini. Non soltanto, almeno.</p>
<ol start="5">
<li><em>L’amica geniale</em>, Elena Ferrante</li>
</ol>
<p>Dell’<em>Amica Geniale</em> avrete sentito parlare tutti. Lo leggono in America, Elena Ferrante è uno pseudonimo, chi sarà mai, l’hanno candidato allo Strega, è arrivato terzo, sono quattro libri lunghetti eccetera. E’ una saga che parla di due amiche, Lila ed Elena (ma io preferisco Lenù), che hanno destini diversi fin dalle prime dieci pagine, una geniale davvero l’altra per ruolo sociale, in una sfida tra intelletto e cultura, fra arte e professionalizzazione dell’arte, tra verità e voglia di rassicurazione. Tralasciando il fatto che Lila è probabilmente i miglior personaggio letterario italiano dai tempi del Principe di Salina, e che il romanzo in sé non è difficile da leggere, anzi fin troppo facile, ai limiti della <em>chick-lit</em> (se solo l’autore non fosse un sacerdote della sottrazione stilistica), la saga dell’amica geniale è un’opera monumentale sull’Italia vista da Napoli e su Napoli vista all’Italia. Il terzo volume, <em>Storia di chi fugge e di chi resta</em>, traccia percorsi esasperanti di andate e ritorni, di città belle e soffocanti, della Milano culturale, della Firenze universitaria, della Torino matura, della Napoli totale. Né Gomorra e né Antonella Cilento. Leggetelo, più che per quello che c’è (tanto) per quello che manca: Roma, viziatissima, e la firma dell’autore.</p>
<p>…</p>
<p>Che come avrete capito sono io.</p>
<p>No, non è vero.</p>
<p>…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Antonella si laurea &#8211; Walk of life di una ragazza invincibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2015 15:33:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iLaureati]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>#ilaureati, parte II   Ve lo ricordate Inglesina? Forse no. A meno che non abbiate figli, nipoti o siate stati nel girello fino a che non vi è sbocciata la coscienza, non potete ricordarlo. Io l’ho scoperto l’anno scorso, appena è nato il figlio di una mia amica, che per i primi mesi di vita ha viaggiato, dormito e visto il mondo a pancia in su, direttamente da un passeggino Inglesina Trip blu, che Amazon mi propone a 174 euro. Non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>#ilaureati, parte II  <a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0007.jpg"><img class=" size-medium wp-image-5947 alignleft" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0007-196x300.jpg" alt="IMG-20150620-WA0007" width="196" height="300" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0007-196x300.jpg 196w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0007-768x1173.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0007-670x1024.jpg 670w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0007-300x458.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0007.jpg 838w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" /></a></strong></p>
<p>Ve lo ricordate <em>Inglesina?</em> Forse no. A meno che non abbiate figli, nipoti o siate stati nel girello fino a che non vi è sbocciata la coscienza, non potete ricordarlo. Io l’ho scoperto l’anno scorso, appena è nato il figlio di una mia amica, che per i primi mesi di vita ha viaggiato, dormito e visto il mondo a pancia in su, direttamente da un passeggino <a href="http://www.ebay.it/itm/like/271867713217?lpid=96&amp;chn=ps">Inglesina Trip blu</a>, che Amazon mi propone a 174 euro. Non c’entra niente coi bambini, forse un po’ col <em>Trip,</em> ma da quando ho riscoperto questa bella parola carnevalesca – cinesino, francesino, inglesino, appunto – la mia mente l’ha associata ad Antonella Mulè, l’unica persona della mia vita che ho conosciuto due volte per la prima volta.</p>
<p>Capita. Me la presentarono cinque o sei anni fa, non era ancora Inglesina. Facemmo conoscenza, ci salutammo educatamente, ci dimenticammo serenamente l’uno dell’altra. Quando la conobbi di nuovo, anni dopo, era la sorella frecciargento della ragazza di cui mi stavo innamorando. Dal nostro primo incontro si era laureata (triennale, Università della Calabria) e, ancora studentessa di specialistica (Bocconi), aveva trovato lavoro. A Londra. In Deutsche Bank.<br />
Qualche settimana fa ha deciso di regalarmi la continuità della rubrica #ilaureati, iniziata lo scorso numero con la storia di Luisa, sui primi giorni che seguono la fine degli studi. Lei ha passato il dopo specialistica tra una giornata di mare calabrese e un fiero ritorno in Inghilterra, ufficio in Winchester House, London Wall.<br />
Io l’ho intercettata lo stesso, ne è venuto fuori questo.</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/11406768_10153004258984514_3857384615875716589_n.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5926" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/11406768_10153004258984514_3857384615875716589_n-300x300.jpg" alt="11406768_10153004258984514_3857384615875716589_n" width="300" height="300" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/11406768_10153004258984514_3857384615875716589_n-300x300.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/11406768_10153004258984514_3857384615875716589_n-150x150.jpg 150w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/11406768_10153004258984514_3857384615875716589_n-768x768.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/11406768_10153004258984514_3857384615875716589_n-100x100.jpg 100w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/11406768_10153004258984514_3857384615875716589_n-125x125.jpg 125w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/11406768_10153004258984514_3857384615875716589_n.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>Anto, come stai? Comincia in inglese che fa avanguardia.</em></p>
<p>Walking on a dream…</p>
<p><em>Quindi avverti una bella differenza, tra il prima e il dopo.</em><br />
Sì. Certo, tanta confusione ma anche un forte senso di libertà.</p>
<p><em>Se ti dico la parola “dopo” cosa ti viene in mente?</em><br />
Il mare. La natura. Sono stata un animale urbano per troppo tempo.</p>
<p><em>Nel tuo caso vale la legge Marty Mc Fly sui paradossi temporali. Ovvero: eri nel “dopo” già prima della laurea.</em><br />
Si mi sento fortunata, ho fatto un percorso inusuale che comportava dei rischi. Studiare a Milano e nel frattempo lavorare in giro per l’ Europa. Ma e’ andato a buon fine.</p>
<p><em>Che italiani sono, gli italiani del tuo mondo?</em><br />
Sono ben educati, ambiziosi e solidali. Portano ancora il golfino sulle spalle.</p>
<p><em>Come li racconteresti a chi ragiona per stereotipi?</em><br />
Se vivi in una provincia italiana, tu usciresti con chi ‘conosci di vista’? Qui lo inviti anche a cena a casa tua.</p>
<p><em>Cosa significa, per te, mettersi in gioco?</em><br />
Non avere paura del fallimento.</p>
<p><em>Stai già vivendo il prodotto di un’ambizione. Ma hai ugualmente un sogno, altre aspirazioni? Qual è lo Zenith?</em><br />
Lo Zenith sarebbe portare la famiglia con me in ogni spostamento. Oppure crearne una.</p>
<p><em>Adesso prescindi dalla tua posizione. O prendine esempio, fai tu. Sei ottimista riguardo la condizione dei giovani laureati in Italia? C’è un segreto per “riuscire”?</em><br />
Individuare nel proprio giro di conoscenze chi ‘c’e’ riuscito’. Studiarne i passi. E poi provare a percorrerli.</p>
<p><em>La risposta è all’estero?</em><br />
Si, molto spesso questo cammino porta a varcare i confini nazionali. Non per tutti sarà un traguardo ma e’ fondamentale che sia almeno una sosta.</p>
<p><em>Da chi parte la sfiducia? Quanto sono colpevoli le scuole, l’Università, la politica?</em><br />
Paghiamo lo scotto di trent’anni di mala politica. Una mentalità rigida che ci impedisce, che so, di lavorare in Finanza anche con una laurea in Lettere Antiche. In Inghilterra è possibile. Ma non c’e’ tempo per lamentarsi, bisogna agire, forse partire.</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0005.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5945" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0005-300x300.jpg" alt="IMG-20150620-WA0005" width="300" height="300" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0005-300x299.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0005-150x150.jpg 150w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0005-100x100.jpg 100w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0005-125x125.jpg 125w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0005.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>Esiste ancora il lavoro?</em><br />
Solo per chi ha il coraggio di crederci.</p>
<p><em>Allora, adesso spiegami: di preciso, che lavoro fai?</em><br />
Regolamentazione delle banche di investimento, un tema caldo in seguito alla crisi del 2007. Faccio lobby nei confronti dei governi e regolatori su temi di finanza dei mercati, contribuisco a gestire la strategia della banca, i finanziamenti e l’implementazione dei processi di regolamentazione.</p>
<p><em>Come ci sei arrivata?</em><br />
Passando dai tecnologici HP Labs di Bristol, l’Europa di General Electric a Bruxelles e poi tre mesi di internship nella City. E un master in Bocconi.</p>
<p><em>Tre parole su Londra. Le prime che ti vengono in mente.</em><br />
Avanguardia. Empowerment. Tradizione.</p>
<p><em>Perché?</em><br />
Londra coniuga il senso degli affari con la spesa pubblica per infrastrutture, il conservatorismo con la tolleranza liberale. E’ una città sospesa tra passato e futuro.<br />
E al centro pone la responsabilizzazione del cittadino.</p>
<p><em>Ok. E invece tre parole sull’Italia?</em><br />
Sensorialità. Interpretazione. Sentimento.</p>
<p><em>Sentimento, appunto. Cosa ti manca dell’Italia quando sei a Londra?</em><br />
Il sole, non solo quello che riscalda ma quello che fa maturare frutta e verdura e dona loro quel sapore speciale.</p>
<p><em>Di che sanno, a Londra, i pomodori?</em><br />
Di ghiaccio.</p>
<p><em>E cosa credi che manchi all’Italia di quello che in Inghilterra hai visto, imparato, apprezzato?</em><br />
La tolleranza e il rispetto: qui ognuno pensa, dice, fa e veste come vuole. L&#8217;eccentricità è praticata e riconosciuta. La fantasia nell&#8217;abbigliamento è la prova del rifiuto del conformismo e dell’accettazione sociale.</p>
<p><em>Se ti dico “andare”, cosa pensi?</em><br />
A un po’ di malinconia e una valigia piena di prodotti tipici calabresi</p>
<p><em>Se ti dico “tornare”, invece?</em><br />
Una valigia vuota ma il cuore pieno di gioia</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0006.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5946" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0006-300x291.jpg" alt="IMG-20150620-WA0006" width="300" height="291" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0006-300x291.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/06/IMG-20150620-WA0006.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>E se ti dico “fallimento”?</em><br />
Checked. Va vissuto prima di&#8230; rinascere.</p>
<p><em>Tre parole che ti vengono in mente se pensi ad Antonella fra dieci anni.</em><br />
Satisfied, Inspired and Inspiring.</p>
<p><em>I pro e i contro di lavorare all’estero.</em><br />
Essere apprezzati e coinvolti from day one, ricompensati per i propri sforzi, in cambio significa dover affrontare un ambiente competitivo e mutevole.</p>
<p><em>Tornerai in Italia?</em><br />
Sicuramente.</p>
<p><em>E in Calabria?</em><br />
Lo spero. Vorrei contribuire a migliorare la terra che mi ha cresciuto. Vivere al sud è un’esperienza formativa universale, ma va coniugata con una maggiore esposizione internazionale.</p>
<p><em>Qual è il più bel regalo di laurea che hai ricevuto?</em><br />
Il sorriso di mio padre.</p>
<p><em>Un aneddoto sui tuoi primi momenti, i tuoi primi giorni da laureata.</em><br />
Nell’attesa per le foto di rito dopo la discussione della tesi, il fotografo prende in disparte mia sorella, le affibbia la tesi e la fa mettere in posa. Una volta riconosciuta la gaffe e dopo essersi scusato, indica il suo ragazzo (<em>che sono io, n.d.a.</em>) e mi fa: “su dai allora ne facciamo una con il tuo fidanzato”.</p>
<p><em>Per concludere, un mantra di buona fortuna.</em><br />
In qualche tribù dell’Amazzonia, se tu arrivi e ti lamenti col capo che sei senza voglia, sei depresso, lui ti farà almeno quattro domande: quando hai smesso di ballare? quando hai smesso di credere? quando hai smesso di incantarti dei racconti? quando hai smesso di fermarti per sentire il tuo silenzio?</p>
<p><em>Puoi scegliere di fare un saluto ad effetto.</em><br />
Namasté, ‘mi inchino a te’.</p>
<p><em>Puoi scegliere una bella canzone.</em><br />
Walk of Life.</p>
<p><em>Cos’altro puoi scegliere, nella vita?</em><br />
Tutto ciò che desideri.</p>
<p><iframe width="750" height="563" src="https://www.youtube.com/embed/kd9TlGDZGkI?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>La mia amica Luisa si laurea. Breve intervista sull’ottimismo</title>
		<link>https://ventiblog.com/la-mia-amica-luisa-si-laurea-breve-intervista-sullottimismo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2015 15:45:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iLaureati]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa la mia amica Luisa si è laureata. In Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, come me. Nella stessa aula della stessa università. Aveva la mia relatrice come correlatrice. I miei amici come tifoseria. La mia collega preferita come collega preferita. Probabilmente la stessa toga che hanno messo a me, ancora intrisa del sudore mio e di tanti giovani angosciati (non credo la lavino). Una tesi della stessa lunghezza, più o meno. E basta, più niente in comune. Perché [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa la mia amica Luisa si è laureata. In Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, come me. Nella stessa aula della stessa università. Aveva la mia relatrice come correlatrice. I miei amici come tifoseria. La mia collega preferita come collega preferita. Probabilmente la stessa toga che hanno messo a me, ancora intrisa del sudore mio e di tanti giovani angosciati (non credo la lavino). Una tesi della stessa lunghezza, più o meno. E basta, più niente in comune. Perché Luisa, a differenza mia e di chiunque abbia sudato sotto la toga prima di noi, si è laureata con un entusiasmo tale che nelle foto sembrava una faccina di WhatsApp, quelle che usi quando sei troppo felice e non ti si può dire niente. Io lo so che non era soltanto gioia, che non era soddisfazione pura, ma ottimismo. E mentre stappava goffamente bottiglie di spumante e gongolava ascoltando i brindisi che le dedicavano, ho pensato: adesso la intervisto, e le chiedo come mai è così ottimista. L’ho fatto.</p>
<p>Se ce la faccio, ne intervisto altri. Non neolaureati, ma appenalaureati, ovvero laureati da un giorno massimo due. Dopo l’ottimista spero di trovare un pessimista, un depresso, un già lavoratore, uno che vive all’estero, uno che vuole fare il pittore ma si sta laureando in biochimica. Che bella rubrica, #ilaureati. Se ce la faccio, sempre.</p>
<p>Intanto ecco Luisa, 24 anni, dottoressa in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con 110 e lode. Calabrese. Amica mia.</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/IMG_20150518_141912.jpg"><img class=" size-medium wp-image-5625 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/IMG_20150518_141912-225x300.jpg" alt="IMG_20150518_141912" width="225" height="300" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/IMG_20150518_141912-225x300.jpg 225w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/IMG_20150518_141912-768x1024.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/IMG_20150518_141912-300x400.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/IMG_20150518_141912.jpg 1944w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a></p>
<p><em>Luisa, come stai?</em></p>
<p>Mi fanno male i piedi.</p>
<p><em>Puoi fare di meglio.</em></p>
<p>Eh, mi sento stanca ma felice. Ancora non ho realizzato.</p>
<p><em>Quindi non avverti differenze?</em></p>
<p>Sì, più o meno. Sento di aver raggiunto un obiettivo, il traguardo verso cui erano indirizzate tutte le cose che ho fatto fino a pochi giorni fa.</p>
<p><em>Se ti dico la parola “dopo” cosa ti viene in mente?</em></p>
<p>Che mi spettano i conti con la vita reale.</p>
<p><em>E’ una cosa che temi?</em></p>
<p>Sì e no. Dipende dalle fasi. A un passo dalla laurea, quando ero ancora nel “prima”, ero felice ma timorosa. Di questo “dopo”, intendo. Ora che ci sono, nel “dopo”, sento di dovermi mettere in gioco per poterlo affrontare.</p>
<p><em>Cosa significa, per te, mettersi in gioco?</em></p>
<p>Provare qualsiasi opportunità che possa incontrare sul mio cammino. E non arrendermi, anche se so già che riceverò tanti no e tante porte chiuse.</p>
<p><em>Hai già una prospettiva precisa, un’ambizione?Anche un sogno va bene.</em></p>
<p>L’obiettivo generale – che costringe a studiare già da domani, praticamente – è provare il concorso per il dottorato di ricerca. Mi piacerebbe rimanere nell’ambiente universitario. Ma nel frattempo sto provando tante altre cose.</p>
<p><em>Tipo?</em></p>
<p>Concorsi vari. Ne pubblicano tanti… Ho fatto anche la domandina per il servizio civile. E poi non si sa mai, a parte il dottorato spero di fare altre esperienze in questi anni di gioventù [<em>dice proprio </em>gioventù<em>, nda</em>].</p>
<p><em>Ho premesso che sei una persona ottimista. Dimostriamo perché. Cosa ti distingue da chi non lo è?</em></p>
<p>Cosa mi distingue? Beh è vero che quando c’è un problema e gli altri si scoraggiano io dico “non vi preoccupate, sediamoci e risolviamo”. Nel senso che cerco di vedere sempre il lato positivo delle cose, è una caratteristica che mi aiuta ad affrontare molte difficoltà. Capita ovviamente che anche io mi perda d’animo. Ma poi mi dico: “Calmati, Luisa. La soluzione, la cosa bella, si trova sempre”.</p>
<p><em>E come si pone, questo tuo ottimismo, rispetto a quel “dopo” di cui parlavamo poco fa, quello che – lo hai detto tu stessa – ti spaventava? Sembra una provocazione ma non lo è: come fai ad essere ottimista sul futuro a due giorni dalla laurea?</em></p>
<p>Sono ottimista perché ho la fortuna di conoscere tanti altri giovani che hanno faticato molto per trovare la loro collocazione nel mondo lavorativo però alla fine ce l’hanno fatta. Magari sono partiti dai call center, magari sono stati stagisti, probabilmente il loro percorso sarà stato accidentato e non privo di momenti negativi, ma alla fine hanno realizzato i loro sogni. Molti ragazzi che conosco hanno fatto fronte comune, fondando associazioni, piccole aziende, start-up, dalle quali è nata, nel lungo tempo, un bella realtà. Il problema è che non se ne parla. Il bello delle cose non risalta più. E di bello ce n’è.</p>
<p><em>Su questo spirito propositivo ha influito la tua esperienza all’estero? Raccontaci com’è andata. </em></p>
<p>Sì. Ho partecipato al bando Erasmus Placement e ho lavorato sei mesi a Bruxelles presso un’azienda che si occupava di europrogettazione. Sì, penso che abbia influito. O il contrario, non lo so. Forse l’ottimismo ha aiutato la riuscita dell’esperienza. Era la mia prima esperienza all’estero, e chi c’è passato lo sa: è una cosa splendida, ma può non essere facile. Gente nuova, posti nuovi, un ufficio, una lingua che non è la tua. Sei mesi sono tanti. In ogni caso viverla con entusiasmo ti fa crescere tanto.</p>
<p><em>Tre parole sul Belgio. Le prime che ti vengono in mente.</em></p>
<p>Birra. Multiculturalità. Parco.</p>
<p><em>Parco?</em></p>
<p>Essì, ci sono tante aree verdi.</p>
<p><em>Ok. E invece tre parole sull’Italia?</em></p>
<p>Cibo. Bella gente. Positività.</p>
<p><em>Sono quattro parole, non tre. </em></p>
<p>“Bella gente” non vale?</p>
<p><em>No, vale. Cosa ti mancava dell’Italia quando eri in Belgio? </em></p>
<p>Innanzitutto non pensavo che l’Italia potesse mancarmi così tanto. Ma ho scoperto che è vero quello che si dice riguardo alla lontananza: quando vai via apprezzi tutto quello che davi per scontato. Le cose che hai sotto gli occhi e di cui nemmeno ti accorgi. Stare lontana mi ha fatto rivalutare le mie attività, il mio paese, il paesaggio. Il mio impegno coi ragazzi [<em>Luisa è impegnata nell’Azione Cattolica,</em> <em>nda</em>].</p>
<p><em>E cosa credi che manchi all’Italia di quello che in Belgio hai visto, imparato, apprezzato?</em></p>
<p>Il rispetto che le persone hanno per il territorio, per le aree verdi. E poi le cose più banali, ma comunque importanti. La raccolta differenziata è una cosa seria, lì, proprio sentita. E poi il rispetto per le regole: non esiste che si prenda un autobus senza avere il biglietto. Ma non è una caratteristica della popolazione belga. Forse anche, non lo so. Ma è come se fosse il luogo ad educare. Anche gli italiani, in Belgio, si comportano in maniera impeccabile.</p>
<p><em>Le solite cose, insomma. Nient’altro?</em></p>
<p>Naturalmente il dinamismo politico. In Belgio, grazie all’UE, la politica è vivace, influente. Non credo che in Italia, nemmeno stando a Roma, si possa percepire la stessa cosa.</p>
<p><em>Se ti dico “disagio”, cosa pensi? </em></p>
<p>Tristezza.</p>
<p><em>Se ti dico “fallimento”, invece?</em></p>
<p>Coraggio.</p>
<p><em>Tre parole che ti vengono in mente se pensi a Luisa fra dieci anni.</em></p>
<p>Felice. Mamma. Sindaco. Del mio paese.</p>
<p><em>Quanto sono concrete, tu che sei un futuro sindaco, le difficoltà dei giovani laureati? Chi è ottimista, come te, ha una chance in più o lo “spirito giusto” non c’entra niente?</em></p>
<p>Non c’entra quasi niente. Credo che i giovani italiani siano molto preparati. All’estero sono molto apprezzati. Il problema è la condizione sociale, ancora una volta “quel che si dice”. Anche in famiglia. Ad esempio un fattore predominante è il pessimismo degli adulti. Dire “Mio figlio non ha futuro in Italia” significa demoralizzare, condizionare. Molti italiani si piangono addosso. Ma la sfiducia genera sfiducia.</p>
<p><em>Questa sfiducia, tu dici, ha un focolaio sociale. Ma il virus da chi parte? Dal mondo del lavoro o da quello dell’istruzione, dell’Università?</em></p>
<p>Da entrambi.</p>
<p><em>Quindi è il lavoro che manca, almeno nella connotazione di lavoro a cui eravamo abituati, o l’istruzione non basta a renderci competitivi?</em></p>
<p>Penso che sia una questione che riguarda entrambi gli ambiti che tu hai citato. Nel senso che le cose belle, per come la vedo io, possono realizzarsi soltanto grazie alla sinergia tra diversi elementi. Quindi se l’università o l’istruzione ultimamente hanno abbassato il tiro, o se il mondo del lavoro non è accogliente come dovrebbe è perché manca questa sinergia. Io sogno un’università in cui tutti i corsi abbiano dei tirocini, anche brevi, che possano offrire l’opportunità naturale di affacciarsi al mondo del lavoro. Sono idee semplici. Dovrebbero pensarci le istituzioni: la politica non può mancare quando si tratta di rafforzare queste sinergie.</p>
<p><em>Cosa ne pensi della Buona Scuola? </em></p>
<p>La buona scuola è nata con buoni presupposti. L’iniziativa del Governo di ascoltare le varie anime, i vari protagonisti della Scuola, è stato un buon punto di partenza. E questo punto di partenza ha alzato le aspettative nella popolazione ma anche nei soggetti direttamente interessati. Poi, però, il lavoro finale ha lasciato un po’ a desiderare. Quello che spero ora è che si possa ripartire da quel buon inizio e che si continui ad ascoltare la gente, perché solo un governo che ascolta la gente può fare delle buone riforme.</p>
<p><em>Qual è il titolo della tua tesi?</em></p>
<p>I figli di immigrati nati e cresciuti in Italia: nuove prospettive.</p>
<p><em>Il colore della tua tesi?</em></p>
<p>Giallo.</p>
<p><em>Non ti vergogni?</em></p>
<p>No. Non la fa quasi nessuno, anche i tipografi mi sconsigliavano. Ma credo che il giallo sia un colore troppo vivace per non trasmettere vera positività. E poi mi hanno chiesto così tante volte “Non ti vergogni?” che da vezzo è diventata una sfida.</p>
<p>Cosa pensi dei Master?</p>
<p>E’ sempre una questione di spirito. Se lo si fa per disperazione, per mancanza d’alternative, non serve a niente. Se è mirato, perché no?</p>
<p><em>Ok. Siamo quasi alla fine. Con la storia del sindaco mi hai confermato che resterai in Italia?</em></p>
<p>Sì.</p>
<p><em>E in Calabria?</em></p>
<p>Sì. Quando dico che voglio restare in Italia mi riferisco alla Calabria. Certo, non escludo niente. Amo viaggiare, fare nuove esperienze. Potrei stare fuori anche per dieci anni, che ne so. Ma sempre per tornare. A Stignano, il mio paese, o in qualunque altra parte della Calabria.</p>
<p><em>Qual è il più bel regalo di laurea che hai ricevuto?</em></p>
<p>Il più bello di tutti? Un dvd di <em>Masha e Orso</em>. Da parte della mia amica Ilaria.</p>
<p><em>Per concludere, un mantra di buona fortuna da te che sei positiva. Che ce n’è tanto bisogno.</em></p>
<p>Forza e coraggio.</p>
<p><em>Ancora una volta, puoi fare di meglio.</em></p>
<p>Devo dire qualcosa di profondo? Questo è quello che mi ripeto ogni volta che combino qualche guaio o devo fare qualcosa di importante. Respiro profondamente e mi ripeto “Forza e coraggio”. Ecco un buon consiglio: respirare profondamente.</p>
<p><em>E se uno ha l’affanno?</em></p>
<p>Ni’. Basta anche solo pensarlo. Forza. E coraggio.</p>
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		<title>Mia Madre di Nanni Moretti &#8211; Il film: una definizione contro la retorica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 09:48:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Di Nicola H. Cosentino  Qualche sera fa mio padre mi chiedeva chi fosse, secondo me, il più grande regista italiano vivente. E’ una domanda bella da sentire, divertente per chi deve rispondere, ma – lo sapevamo entrambi – un po’ americana. “I più grandi” sono una cosa da chart di Rolling Stones, quelli per intenderci che hanno stilato la classifica dei 100 migliori album italiani di sempre e hanno messo al primo posto Bollicine di Vasco Rossi. Ivan Graziani, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Di <a title="NICOLA H. COSENTINO" href="http://ventiblog.com/2014/05/nicola-h-cosentino/">Nicola H. Cosentino</a> <a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/mia-madre.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3591" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/mia-madre.jpg" alt="mia-madre" width="600" height="857" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/mia-madre.jpg 600w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/mia-madre-210x300.jpg 210w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/mia-madre-300x429.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>Qualche sera fa mio padre mi chiedeva chi fosse, secondo me, il più grande regista italiano vivente. E’ una domanda bella da sentire, divertente per chi deve rispondere, ma – lo sapevamo entrambi – un po’ americana. “I più grandi” sono una cosa da chart di Rolling Stones, quelli per intenderci che hanno stilato la classifica dei 100 migliori album italiani di sempre e hanno messo al primo posto <em>Bollicine</em> di Vasco Rossi. Ivan Graziani, Piero Ciampi, I Bluvertigo e Il Balletto di Bronzo sono in fondo di parecchio. Pierangelo Bertoli nemmeno c’è, vabbé. In gni caso, alla domanda americana di quel furbone di papà &#8211; postami mentre guardavamo <em>Habemus Papam</em> &#8211; ho risposto alla francese. Ho detto che, sempre secondo me, il più grande <em>regista</em> itaiano vivente è Marco Bellocchio. E che Nanni Moretti, di cui implicitamente stavamo entrambi parlando, è il più grande <em>autore</em> italiano vivente. Sono cose diverse. Parliamo di cinema, non di canzoni, quindi la parola “autore” va intesa in quel senso lì, <em>à la Cannes</em>. “Vivente” va intesa invece nel senso che vive.</p>
<p>Ora, la discussione mia e di mio padre su autori e registi, proprio come la messa in onda di <em>Habemus Papam</em> su Rai 3, era marketing, cioè un piazzamento del topic Nanni Moretti a distanza di un giorno dal’uscita di <em>Mia Madre</em>. Che io, forte della mia sentenza sul più grande, sono andato a vedere allo spettacolo delle 22.30 presso il cinema dove vidi il mio primo film all’età di sei anni, Cinema Citrigno, via Adige 16, Cosenza, numero (a memoria!) 0984 25085. Sono andato a vedere <em>Mia Madre</em> con mia madre, appunto, e la mia ragazza. Mi sono anche prenotato la locandina, prima di entrare. Che dice “Eh, hai troppe aspettative”. E invece no, non erano abbastanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di <em>Mia Madre</em>, che ci rappresenta a Cannes insieme a <em>Youth</em> di Paolo Sorrentino e <em>Il racconto dei racconti</em> di Matteo Garrone, ho letto tante cose e tante cose potrei dire io. Nel senso che sì, è commovente, è divertente, è bello da seguire, è ben recitato e tutto il resto. A me per esempio ha messo una gioia immensa: per soddisfazione, realizzazione, umanità e senso di bellezza. Mi ha fatto pensare alle persone, che è una cosa banale ma utile alla mente quanto la Settimana Sudoku, e di aver ceduto spesso di fronte a opere più influenti ma meno potenti. Di aver detto “Bello” di film raccontati poco e male, ma magari girati benissimo. Mi sono fatto ingannare dal paradosso del cinema, che contiene in sé i più importanti metodi per raccontare e sempre più frequentemente ne utilizza solo uno, o due, e dimentica la scrittura. E invece nell’epoca che ci ha scoperto esteti della totalità, fan della magnificenza – un’era di mezzo che ha le fattezze degli ’80, lo scazzo terrificato dei ’70 e l’illusione dei ’90 – un fim dal titolo <em>Mia Madre</em> sulla morte di una donna anziana che per giunta insegna latino, una cosa comune e poco accattivante, mi ha ricordato quel che significa raccontare una storia e amare un film. Un bel film. Niente giochi di camera, trivellazioni su artisti indecisi tra Nietzsche, Sartre e Lory Del Santo, tecnicismi stupefacenti, pianisequenza ricattatori.</p>
<p>Un bel film, dicevo.</p>
<p>Se fate mente locale qualcun altro ve ne viene in mente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La cosa bella è successa il giorno dopo averlo visto. Incontriamo un’amica. Si chiama Federica. E’ una persona gentile e interessata alle cose belle. Ci chiede com’è il film. Alessandra, la mia ragazza, ne parla meglio di me. Parla spesso meglio di me, perché arriva al punto, mentre io del punto ho troppo timore. Alla luce della descrizione che Ale fa e che io rafforzo con esclamazioni goffe, Federica ci dice:</p>
<p>‹‹Sono indecisa››</p>
<p>Voleva andare a vederne un altro, non sapeva a cosa dare priorità. L’altro è <em>Into The Woods</em>, di Rob Marshall, con Meryl Streep nel ruolo di Meryl Streep che fa il suo lavoro e quindi ti distrae da quello degli altri. Noi l’abbiamo visto, Alessandra glielo racconta. Io rafforzo il racconto con uno spoiler, stavolta, quindi da lì in poi decido di tacere. Federica allora si decide, e dice una cosa straordinaria. Dice:</p>
<p>‹‹Allora non me lo vedo <em>Into The Woods</em>. Mi vedo <em>il film</em>, và››</p>
<p>Il film è <em>Mia Madre</em>.</p>
<p>Vederlo assolutamente, per i seguenti quattro motivi.</p>
<ol>
<li>“Voglio vedere l’attore accanto al personaggio”</li>
</ol>
<p>Nanni Moretti lo dice sempre sul set, quindi nel film lo dice anche Margherita Buy, che fa la regista. Fa finta che sia incomprensibile perché per fascino è meglio che lo sia (il regista deve essere chiarissimo ma impenetrabile, paradosso numero due del cinema), ma non è poi tutta sta cosa. Da capire, intendo. C’è chi vuole <em>Gomorra</em>, che sembra un documentario, anche se recitano Servillo e Maria Nazionale, e chi vuole un film che si faccia riconoscere come film, tra l’altro interpretato da attori. Qua si vede, soprattutto nelle parti di grande idiosincrasia, che la Buy sta recitando. E va bene, non troppo realismo. Ma la cosa bella è che in effetti l’attore sta accanto al suo personaggio fin dalla locandina. Cioè la Buy accanto a Moretti. Chiaro no?</p>
<ol start="2">
<li>Il dativo di possesso</li>
</ol>
<p>Vai a vedere che – come la mamma vecchia emoziona più del mirabolante senso della vita – il latino vince 1-0 sull’inglese. Ce lo siamo dimenticati, ma a che serve? Serve? Serve a costruire la sintassi della frase, dice Margherita (la Buy) alla figlia, che studia con poca convinzione. E’ come nel cinema, come nei sentimenti. La storia, il contenuto, l’osso strutturale, l’origine, il cuore, l’ispirazione…serve ancora, o basta quello che sta intorno, quello che è venuto dopo? Le parole sono ancora importanti? Sono importanti. Altrimenti starei scrivendo di un goffo e noioso fallimento.</p>
<p><iframe width="750" height="563" src="https://www.youtube.com/embed/qtP3FWRo6Ow?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<ol start="3">
<li>La retorica</li>
</ol>
<p>Alla retorica – il nemico storico di Nanni Moretti – si risponde da sempre col contenuto. Ecco spiegato perché fa i film per bene: ha un nemico all’altezza. Non aggiungo altro perché due parole sulla retorica generano retorica e il vortice potrebbe essere infernale.</p>
<ol start="4">
<li>Giulia Lazzarini</li>
</ol>
<p>In un film di attoroni relativamente più in vista – la Buy che sta accanto al suo personaggio, Enrico Ianniello, John Turturro, Renato Scarpa in una piccola parte – Giulia Lazzarini ha steso tutti. Il suo nome non rimbomba come quello della Proclemer, anche se ha lavorato tanto con Strehler, ma la leggerezza indifesa e indifendibile di questa madre morente, col filo di voce del disfacimento e i sorrisi sperduti delle nonne e delle mamme di chiunque, che cercano la speranza tenacemente, regge da sola la parte più bella e dolorosa del film. Basta guardarla negli occhi, nei rari e intelligenti primi piani di Moretti, che subito ci vedi qualcuno per cui hai tanto sperato e che tanto ti manca. O che sta vicino a te, ma preghi possa mancarti il più tardi possibile. Il corpo della tenerezza, che suona male e si usa solo per i bambini ma ricatta più del dolore. Lazzarini ha detto di Moretti: ‹‹Sem­bra che ti scavi. Scava e scava vien fuori il per­so­nag­gio. Sei in mezzo al vento, ma sei nel giusto››. E’ sua l’ultima battuta, una delle parole più belle del mondo, tipica delle madri. E’ la risposta a una domanda. E’ la risposta a tante domande, tutte difficili.</p>
<p>Non ve la dico. Andate a vedere <em>il film</em>. Oggi. <em>Domani</em>.</p>
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		<title>Sentirsi imbecilli dopo aver letto Pasolini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola H. Cosentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2015 11:19:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA & TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Se te lo legge Anna Bonaiuto in teatro la cosa può solo peggiorare) Di Nicola H. Cosentino In genere non amo scrivere di teatro. Sono dell’idea che se uno spettacolo ha tanto da dire lo dice da sé, quindi più il testo è intelligente più si rischia di risultare cretini nel tentativo di spiegarlo. ‹‹Come lo interpretate?›› niente, non si chiede. Per la stessa ragione non amo scrivere troppo di personaggi enormi, di manifesta superiorità: più li amo e più [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com/sentirsi-imbecilli-dopo-aver-letto-pasolini/">Sentirsi imbecilli dopo aver letto Pasolini</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://ventiblog.com">Venti Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;">(Se te lo legge Anna Bonaiuto in teatro la cosa può solo peggiorare)</h4>
<p style="text-align: right;">Di<a title="NICOLA H. COSENTINO" href="http://ventiblog.com/2014/05/nicola-h-cosentino/"> Nicola H. Cosentino</a></p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/Porno-Teo-K.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3355" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/Porno-Teo-K.jpg" alt="Porno-Teo-K" width="269" height="400" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/Porno-Teo-K.jpg 269w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/Porno-Teo-K-202x300.jpg 202w" sizes="(max-width: 269px) 100vw, 269px" /></a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/Screenshot-2015-03-20-11.31.12.png"><br />
</a>In genere non amo scrivere di teatro. Sono dell’idea che se uno spettacolo ha tanto da dire lo dice da sé, quindi più il testo è intelligente più si rischia di risultare cretini nel tentativo di spiegarlo. ‹‹Come lo interpretate?›› niente, non si chiede. Per la stessa ragione non amo scrivere troppo di personaggi enormi, di manifesta superiorità: più li amo e più mi piace vedermeli sfuggire, saltare passaggi, non capirli fino in fondo, imparare ascoltandoli, leggendoli, rimpiangendoli. Uno spettacolo teatrale basato su un testo di Pier Paolo Pasolini, quindi, è la classica cosa di cui direi soltanto un “bello” tirato con le pinze e forse nemmeno quello, che sennò si sciupa. Però, siccome <em>Porno-Teo-Kolossal</em> letto da Anna Bonaiuto va visto più per conoscenza che per arricchimento personale (quello viene comunque dopo), invece di commento e interpretazione, pratiche tanto provinciali, farò direttamente promozione, come gli gnorri di Panorama. Saltando la parte intensa sulle “vibranti significanze” dell’opera. Quindi, in buona sostanza, se vedete nelle vostre città il manifesto di questo reading all star a cura di Francesco Saponaro, fateci un pensierino. Io sono andato all’Università della Calabria, al Teatro Auditorium. Ingresso gratuito. Tiè.<img class="aligncenter size-full wp-image-3356" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/Screenshot-2015-03-20-11.31.12.png" alt="Screenshot 2015-03-20 11.31.12" width="915" height="647" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/Screenshot-2015-03-20-11.31.12.png 915w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/Screenshot-2015-03-20-11.31.12-300x212.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/Screenshot-2015-03-20-11.31.12-768x543.png 768w" sizes="(max-width: 915px) 100vw, 915px" /></p>
<p>I motivi per cui consiglio di vederlo sono cinque.</p>
<ol>
<li>Anna Bonaiuto</li>
</ol>
<p>La Bonaiuto è un’attrice che avete visto sempre, tutti, e spesso sproporzionata rispetto a tanti ruoli piccoli che hanno costellato la sua carriera. Era Livia Andreotti ne <em>Il Divo</em>, il giudice de <em>Il Caimano</em>, la moglie malata di Servillo ne <em>La Ragazza del Lago</em> e poi (la mia preferita) la milf Bella Nastri in <em>Mio Fratello è Figlio Unico</em>. E poi il teatro, vabbè. Ha recentemente detto in una bella intervista ad Alessandro Chiappetta che si sente brava. Mi fanno impazzire, queste cose. Ultimamente il fare è così ossessionante che l’ammettere il fare bene desta un po’ di imbarazzo, crea antipatia. Un’attrice che si sente brava senza vergognarsene, senza tante nevrastenie sulla propria insicurezza, oggi è un bel regalo arrivato da inizio Novecento. Qui legge un soggetto (praticamente) lungo un’ora e mezza. Si sposta soltanto da un leggio a una scrivania a una poltrona, a rotazione. Ogni tanto fa anche casino coi fogli. Ma non ti stanchi mai. Perché legge Pasolini senza promuovere se stessa.</p>
<ol start="2">
<li>Le assurde modalità</li>
</ol>
<p>Quando dici “vado a teatro” non pensi mai di poter finire sul palco, dietro il sipario, con l’attrice a mezzo metro di distanza che parla senza urlare perché tanto siete così vicini che, volendo, riusciresti a contarle i capelli. Un’assurda modalità di rappresentazione, che mi ha ricordato quella volta che la realtà infranse la retorica ed alcune mie amiche, attratte dall’insegna di un ristorante che auspicava per i suoi avventori “Il piacere di mangiare in centro”, entrarono nel locale e furono presto riaccompagnate fuori e fatte accomodare ad un tavolino strategicamente posizionato in mezzo a Corso Mazzini, Cosenza. Esattamente in centro, tra la gente. Ecco, a teatro è stato uguale. Ma molto più interessante. E senza la gente che passeggiava.</p>
<ol start="3">
<li>I quattro mondi nel mondo</li>
</ol>
<p>Pasolini, anche incazzato, si divertiva. Oggi non la penserebbe nessuno, questa storia qua, non per pudicizia ma per mancanza di fantasia. Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli partono alla ricerca di un Messia. Attraversano Sodoma (Roma), Gomorra (Milano), Numanzia (Parigi) e Ur. Ogni stazione è una parentesi biblica di un pessimismo annichilente, tipico dei ’70 eppure profetico. L’intolleranza, la violenza, la triade politica-potere-cultura tra finzioni e bellezze: oggi si rincorrono in maniera centrifuga, come lui aveva immaginato. E il mondo è diventato brutto, brutto forte, ma non per questo meritevole di essere dimenticato. Non spoilero il bellissimo finale. M. Night Shyamalan gli fa una poderosa pippa.</p>
<ol start="4">
<li>Sentirsi imbecilli</li>
</ol>
<p>Sentire Anna Bonaiuto che legge il film che Pasolini non ebbe il tempo di girare (e che doveva essere l’ultimo) ti fa sentire il cervello piatto come un pannetto per gli occhiali. Perché le cose che senti, per come le senti, sai che non saranno mai roba del tuo immaginario, che tu non ci arrivi, che forse nessuno ci arriva. E di più. Capisci che le cose di oggi che ti piacciono – film, romanzi – e che ritieni profonde, probabilmente a confronto di un pensiero, uno solo, di Pasolini, sono <em>Vita Smeralda</em>. Ma sentirsi stupidi è bello e utile. Ti rende più simpatico e ti invoglia a migliorare. Non va molto di moda ammettere di non sapere niente. Quindi <em>Be Alternative</em>.</p>
<ol start="5">
<li>Carmela, Sergio Bruni, 1976</li>
</ol>
<p>Non per essere ripetitivo, visto che ormai occupa tutti i miei interventi, ma questa canzone <em>capita sempre</em>, come i Radiohead a Pietro Paladini in <em>Caos Calmo</em>. A ciascuno il suo. Lo spettacolo inizia così. Io, siccome non posso scrivere una chiusa intelligente ad un articolo su un testo di Pasolini, lo metto alla fine. Qua sotto. Sayonara.</p>
<p><iframe width="750" height="422" src="https://www.youtube.com/embed/MKAPHep21R4?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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