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	<title>Davide Gambetta &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Riconoscere e tutelare il patrimonio culturale “immateriale”: una sfida sempre più attuale per la cultura nella società fluida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 18:46:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Italia è storicamente riconosciuta come detentrice di un immenso patrimonio culturale, unico al mondo. Quando si pensa a tale patrimonio di norma si immaginano oggetti e luoghi necessariamente materiali, ma la cultura in realtà spesso assume forme anche intangibili, incorporee e metafisiche.Con questa consapevolezza, nel 2003 l’UNESCO ha approvato la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, un trattato che mira ad assicurare tutela anche alle forme “intangibili” di cultura, quali testimonianze della civiltà da preservare e tramandare.Ai sensi [&#8230;]</p>
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<p>L&#8217;Italia è storicamente riconosciuta come detentrice di un immenso patrimonio culturale, unico al mondo. Quando si pensa a tale patrimonio di norma si immaginano oggetti e luoghi necessariamente materiali, ma la cultura in realtà spesso assume forme anche intangibili, incorporee e metafisiche.<br>Con questa consapevolezza, nel 2003 l’UNESCO ha approvato la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, un trattato che mira ad assicurare tutela anche alle forme “intangibili” di cultura, quali testimonianze della civiltà da preservare e tramandare.<br>Ai sensi della Convenzione, il patrimonio immateriale comprende prassi, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e abilità che comunità, gruppi e individui riconoscono come parte della loro cultura. Rientrano quindi nel patrimonio immateriale anche le tradizioni, le consuetudini e persino il “know-how”, il saper fare, quando rappresentino una traccia culturale della società meritevole di protezione.<br>La Convenzione prevede la costituzione di una Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale (Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity), in cui ciascuno stato può inserire, secondo determinate regole, quanto ritiene rappresentativo della propria identità culturale. La lista contribuisce a dimostrare la diversità del patrimonio intangibile, con l’obiettivo di sensibilizzare sul tema l’intera comunità globale.<br>L’Italia ha iscritto nella lista una molteplicità di elementi: l’alpinismo, la transumanza del bestiame, la cavatura del tartufo, l’arte delle “perle di vetro” (cioè la metodologia classica di lavorazione del vetro mediante il fuoco, tipica ad esempio di Murano, Burano, Torcello e Pellestrina), l’Opera dei Pupi Siciliani (ossia il caratteristico teatro delle marionette nato in Sicilia all’inizio del XIX secolo), il canto a tenore sardo, ma anche il “saper fare” dei liutai cremonesi (ossia la sapienza artigiana degli speciali creatori di strumenti in legno dell’area di Cremona, che realizzano opere uniche attraverso l’assemblaggio a mano di oltre 70 elementi), la particolare tecnica tradizionale di coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria, la falconeria, l’arte dei muretti a secco (ossia la realizzazione di murature sovrapponendo semplicemente le pietre), la maestria musicale dei suonatori di corno da caccia, nonché da ultimo nel 2023 il canto lirico.<br>Esempi particolarmente significativi di elementi del patrimonio culturale immateriale che l’Italia ha inserito nella lista si collegano poi all’universo enogastronomico, coniugando la dimensione schiettamente culturale con il vasto – e oggi attualissimo – tema del food, in ottica anche e soprattutto internazionale. L’Italia ha inserito nella lista la dieta mediterranea, non come mero elenco di cibi o regime alimentare, ma come stile di vita e come insieme di saperi, tradizioni, conoscenze, simboli che iniziano sin dalla coltivazione, dalla pesca e dall’allevamento, proseguono nella fase della “cucina” e della preparazione del pasto e giungono fino al momento della sua consumazione, ad esempio nella condivisione con i commensali. Si tratta di un elemento culturale dichiaratamente transnazionale, che interessa anche Cipro, Croazia, Grecia, Marocco, Spagna e Portogallo. Ancora, l’Italia ha iscritto in lista “l’arte del pizzaiuolo napoletano”, cioè quell’insieme di saperi, di gestualità e di manualità, ma anche di simboli, di tradizioni e di sentimenti collegati alla pizza.<br>L’Italia ha ratificato la Convenzione UNESCO nel settembre 2007 e da allora ha promosso diverse iniziative sul tema anche a livello nazionale. Manca però ancora oggi, almeno in una parte dell’opinione pubblica, la consapevolezza che il patrimonio culturale non necessariamente debba incorporarsi in beni fisici tangibili, ma possa avere anche dimensione completamente metafisica.<br>La tutela del patrimonio culturale immateriale costituisce oggi una sfida complessa e delicata. Conservare e tramandare un elemento “immateriale” richiede infatti il contributo attivo, costante e propositivo degli individui, la loro compartecipazione emotiva con un&#8217;intenzione profonda e autentica. Mentre per la preservazione dei beni materiali talvolta può risultare sufficiente lo stoccaggio in luoghi protetti, per conservare una tradizione, un’arte, un sapere è necessario che le persone cooperino condividendolo, che qualcuno tramandi e qualcuno voglia “ricevere”. Si tratta di un tema sempre più attuale, perché conservare e trasmettere gli elementi culturali intangibili provenienti dal passato è particolarmente difficile in una società fluida, liquida, in cui condotte, prassi, sentimenti e intenzioni sono in costante evoluzione.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



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		<title>Pubblicità e social media: cambia il mezzo, ma non la necessaria correttezza nei confronti dei consumatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jan 2024 06:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Alcune vicende recenti hanno intensamente alimentato il dibattito sul rapporto tra social media e pubblicità commerciale. I social network, infatti, sono oggi un importante mezzo per la diffusione dei messaggi pubblicitari, con risvolti che meritano però approfondimento e riflessione. Occorre premettere in termini generali che la pubblicità è strumento importante per il virtuoso funzionamento del mercato, dunque non deve essere demonizzata, purché sia attuata lealmente e nel rispetto di essenziali limiti. Nei social network, la pubblicità assume inedite forme che [&#8230;]</p>
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<p>Alcune vicende recenti hanno intensamente alimentato il dibattito sul rapporto tra social media e pubblicità commerciale. I social network, infatti, sono oggi un importante mezzo per la diffusione dei messaggi pubblicitari, con risvolti che meritano però approfondimento e riflessione. Occorre premettere in termini generali che la pubblicità è strumento importante per il virtuoso funzionamento del mercato, dunque non deve essere demonizzata, purché sia attuata lealmente e nel rispetto di essenziali limiti. Nei social network, la pubblicità assume inedite forme che travalicano i paradigmi tradizionali e richiedono moderni strumenti di decodifica ed elaborazione. Superati i manifesti cartacei e gli spot televisivi, oggi la promozione viaggia attraverso le piattaforme social, tramite <em>post</em>, <em>reel</em> e storie. Si tratta di pubblicità rapida, impetuosa, affastellata e affastellante, in cui parole, colori, immagini, suoni turbinano vorticosamente. La pubblicità nei social può avvenire non soltanto secondo formule tradizionali (ad esempio con spot e manifesti), ma anche attraverso gli influencer, persone che “hanno influenza” su utenti e follower e che si servono di tale posizione sociale per veicolare messaggi e informazioni di qualsiasi natura. Possono esservi influencer che semplicemente diffondono le proprie idee su temi sociali o di attualità. Quando, tuttavia, l’influencer veicola anche messaggi commerciali, promuovendo prodotti, si configura una forma di pubblicità particolarmente complessa da analizzare ed esposta a un rischio intrinseco di disfunzionalità, perché l’oggetto centrale del messaggio non è il prodotto in sé ma la personalità di chi lo promuove. Si tratta di una versione molto più evoluta del classico “testimonial”, ossia un personaggio famoso che reclamizza un prodotto accostandolo a sé. Per convincere il consumatore si fa leva non tanto sulle qualità del prodotto, ma sulla “fiducia” che l’influencer ha generato nella propria community. Il prodotto viene acquistato anche perché “in linea” con gli interessi e le scelte del proprio modello di riferimento. Si tratta di una scelta commerciale comprensibile: nelle dinamiche di mercato, infatti, il consumatore acquista non soltanto per le caratteristiche del prodotto, ma anche per elementi correlati all’identità del <em>brand</em> (si pensi agli acquisti “etici”, ovvero da società che assicurano determinati standard). In questa complessa cornice, devono comunque ribadirsi i requisiti indefettibili per la “<em>correttezza</em>” del messaggio pubblicitario, che sono essenzialmente la verità e la riconoscibilità. La pubblicità deve trasmettere messaggi obiettivi e veritieri, non ingannando il consumatore e non generando confusione. In secondo luogo, il messaggio pubblicitario deve essere “riconoscibile” come tale, cioè deve essere immediatamente percettibile la sua natura promozionale. Su questo secondo fronte, con riguardo al settore del food, si è discusso sull’importanza di dichiarare la natura pubblicitaria di video, <em>reel</em>, storie e messaggi così da evitare una impropria confusione con le recensioni non aventi carattere promozionale. Si tratta di una condivisibile pretesa di lealtà commerciale, nel senso che se un <em>influencer</em> o <em>foodblogger</em> viene ingaggiato da un’attività, l’utente consumatore deve poter evincere con immediatezza, chiarezza e certezza la natura promozionale del messaggio, così da poter maturare con consapevolezza il proprio convincimento di mercato. Il tema della “<em>verità</em>” del messaggio pubblicitario si lega poi anche al dibattito sull’importanza di informare pienamente e analiticamente il consumatore su caratteristiche e peculiarità del prodotto, cui concorre anche l’etichettatura. La progressiva evoluzione della normativa in materia di etichetta ha innalzato gli standard di informazione del consumatore che, oggi, al momento dell’acquisto è messo al corrente di una molteplicità di informazioni utili sul prodotto, necessarie non solo e non tanto a dimostrare il diligente rispetto delle normative in materia di produzione ma anche a garantire una scelta consapevole rispetto ai concorrenti. Inoltre, l’etichettatura consente di ricostruire l’intero percorso evolutivo del prodotto e di rintracciare così ogni problematica produttiva. È indubbio che si tratti di un onere importante per il produttore, che ha fondamentali funzioni di tutela del mercato, della concorrenza e dello stesso consumatore. Per comprendere la portata di tale funzione, basta ricordare la scena del film “<em>Sole a catinelle</em>” (2013) in cui Checco Zalone ironizza sull’etichettatura della mozzarella.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Esodo natalizio dei fuori sede, tra caro affitti e smart studying</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 07:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle prossime settimane si ripeterà come ogni anno in molte città un rito ormai consuetudinario nell’imminenza delle festività natalizie: il complesso esodo degli studenti universitari fuori sede di ritorno verso le città di origine. Sui principali social saranno pubblicati video di stazioni stracolme di ragazzi in attesa di imbarcarsi e fotografie di biglietti con costi esorbitanti. Per molti, soprattutto nelle grandi metropoli della penisola, inizierà infatti una traumatica traversata verso le agognate vacanze. Per tanti tra questi studenti si conclude [&#8230;]</p>
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<p>Nelle prossime settimane si ripeterà come ogni anno in molte città un rito ormai consuetudinario nell’imminenza delle festività natalizie: il complesso esodo degli studenti universitari fuori sede di ritorno verso le città di origine. Sui principali social saranno pubblicati video di stazioni stracolme di ragazzi in attesa di imbarcarsi e fotografie di biglietti con costi esorbitanti. Per molti, soprattutto nelle grandi metropoli della penisola, inizierà infatti una traumatica traversata verso le agognate vacanze. Per tanti tra questi studenti si conclude inoltre in questi stessi giorni il semestre autunnale dell’anno accademico. Per le matricole termina così a breve il primo semestre di frequenza in assoluto, una fase spesso di grande incertezza, dopo la quale si apre un momento delicato e importante di riflessioni, in cui compiere un primo bilancio della scelta di percorso compiuta e porsi le prime domande sulle prospettive future. All’orizzonte, per tutti, si affacciano inoltre le prime sessioni d’esame che segneranno l’ingresso nella difficile fase della valutazione.</p>



<p>Questi eventi sollecitano qualche riflessione sul tema dell’esperienza universitaria in questa particolare fase storica. Si può infatti rilevare come sia cambiata sotto tanti profili in epoca recente la vita degli universitari. I dati sembrano anzitutto dimostrare come, dopo la pandemia da COVID – 19, si stia registrato un maggior numero di iscrizioni agli atenei telematici, evidenziando così come molti studenti preferiscano continuare a vivere (o ritornare) nelle proprie città di origine e frequentare mediante le moderne strumentazioni tecnologiche corsi erogati in modalità digitale. D’altronde negli ultimi anni si è sviluppata una cultura sempre più diffusa e progredita dello <em>smart-working</em>, sicché non dovrebbe sorprendere la nascita di una correlata sullo <em>smart-studying</em>, unite dalle stesse riflessioni di fondo (contingentamento dei costi, efficienza degli strumenti digitali, comodità di accesso). Su questo tema, il dibattito è ancora aperto, fermo che l’erogazione tradizionale comunque si associa di norma a una esperienza più ricca e complessa, soprattutto dal punto di vista umano e formativo. Restano comunque moltissimi gli studenti che decidono di frequentare in presenza i corsi e di vivere così l’esperienza universitaria in tutta la sua complessità, affacciandosi contestualmente molto spesso per la prima volta alla vita lontano da casa e intraprendendo i primi esperimenti di gestione autonoma della quotidianità. Sicuramente la migrazione degli studenti, in particolare dai piccoli centri verso le grandi città, caratterizza da sempre la storia del nostro paese ma è in questa fase storica ancor più complessa del passato da un generalizzato innalzamento esponenziale dei costi del mercato immobiliare che ha reso particolarmente difficile poter trovare soluzioni abitative a condizioni accettabili dal punto di vista economico. Ovviamente tale incremento di costo dipende dalla congestione dalla domanda, ma in alcune realtà anche dalla necessità di interventi strutturati di supporto da parte delle istituzioni. Su questa specifica questione si attende da tempo un intervento risolutivo da parte dei soggetti pubblici che possa consentire, pur nel rispetto della libera negoziabilità delle condizioni degli affitti, comunque agli studenti di poter accedere in modo agevole a soluzioni abitative a prezzi congrui. A latere di questo tema, si rileva come sempre più studenti stiano optando per la frequenza dei corsi prediligendo il pendolarismo, quindi viaggiando per ciascuna lezione ogni volta dalle proprie città anche se distanti dalle sedi accademiche. Si tratta di una soluzione che comporta sicuramente dei costi in termini di benessere dello studente e di qualità dell’apprendimento, considerato che si arriva a lezione già particolarmente provati dal viaggio e che non si ha la libertà di frequentare i luoghi dell’università con la stessa elasticità temporale dei colleghi stanziati di zona e ci si vede quindi in sostanza privati di una parte dell’esperienza. Un altro tema che si lega a quelli anzidetti è sicuramente quello dei costi dei trasporti, sia all’interno delle città, sia per questa fase di “ritorno a casa”, in cui la congestione della domanda porta i biglietti a prezzi in alcuni casi abnormi. Altro tema su cui si attende, da tempo, una qualche forma di intervento, sperata e sino ad ora mai giunta.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



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		<title>Scuola, le necessarie evoluzioni e le prime sperimentazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Nov 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In una certa narrativa contemporanea, la scuola italiana viene descritta come pervicacemente insensibile all’evoluzione dei tempi, storicamente ancorata a metodologie di didattica e valutazione ormai rarefatte e per molti versi antiquate. In realtà, la scuola italiana si è aperta (o almeno ha tentato di aprirsi), soprattutto in epoca recente, a una molteplicità di sperimentazioni, che hanno spaziato trasversalmente dalla didattica vera e propria ai profili organizzativi e valutativi. Si tratta di sperimentazioni che non sempre hanno onorato le aspettative, ma [&#8230;]</p>
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<p>In una certa narrativa contemporanea, la scuola italiana viene descritta come pervicacemente insensibile all’evoluzione dei tempi, storicamente ancorata a metodologie di didattica e valutazione ormai rarefatte e per molti versi antiquate.</p>



<p>In realtà, la scuola italiana si è aperta (o almeno ha tentato di aprirsi), soprattutto in epoca recente, a una molteplicità di sperimentazioni, che hanno spaziato trasversalmente dalla didattica vera e propria ai profili organizzativi e valutativi. Si tratta di sperimentazioni che non sempre hanno onorato le aspettative, ma che nel complesso hanno introdotto opportunità inattese per gli studenti e consentito di collaudare metodologie e sistemi assolutamente innovativi.</p>



<p>Tra queste rientrano anzitutto i “percorsi sperimentali”. Sono stato infatti nel tempo attivati specifici percorsi con lo scopo di offrire occasioni formative e specialistiche, basti pensare negli istituti di istruzione superiore agli indirizzi ingegnerizzati per il potenziamento delle lingue e di alcune materie scientifiche. Si è trattato forsanche di un modo per modernizzare l’offerta formativa, avvicinandola alle nuove istanze del mercato e della società globalizzata.</p>



<p>Accanto a questi veri e propri “percorsi”, si sono registrate pure sperimentazioni più circoscritte, riferite a specifici aspetti della didattica o dell’organizzazione scolastica. In particolare, alcune innovazioni sono state anche introdotte talvolta per modernizzare lo studio delle materie tradizionali. Ad esempio per lo studio delle lingue classiche (latino e greco) in alcuni istituti è stato utilizzato il cosiddetto “metodo natura” ideato dal linguista H. Ørberg. Si tratta di una metodica del tutto diversa rispetto a quelle tradizionalmente in uso nelle nostre scuole e prevede che il latino e il greco siano studiati con le stesse tecniche previste per le lingue ancora parlate. Gli studenti, ad esempio, imparano a dialogare in lingua e a tradurre senza servirsi necessariamente del dizionario. Ovviamente lo scopo ultimo è di consentire un fisiologico graduale assorbimento dei costrutti linguistici e del lessico, che sono metabolizzati apprendendoli nel modo solitamente utilizzato per le lingue ancora “vive”.</p>



<p>Una ulteriore sperimentazione interessante è quella delle cosiddette “classi senza voti”, che ha per oggetto uno tra gli aspetti più delicati e complessi della vita scolastica, ossia la valutazione dei discenti. Nelle “classi senza voti” agli studenti vengono forniti giudizi descrittivi, che specificano le lacune e i risultati di apprendimento raggiunti, ma non vengono assegnati punteggi numerici, né voti.</p>



<p>Lo scopo è quello di focalizzare maggiormente l’attenzione sul percorso formativo dello studente, senza ingenerare competizione con i compagni e senza “ridurre” la complessità del momento valutativo a un semplice numero o a un aggettivo qualificativo. Mediante un giudizio descrittivo, lo studente è portato a soffermarsi maggiormente sui propri punti di forza e sulle proprie debolezze, acquisendo consapevolezza degli aspetti da potenziare. La soppressione del “voto” consente anche di disincrostarne alcune conseguenze disfunzionali: l’appiattimento della decisione valutativa sulla mera quantificazione matematica del merito, nel più ingiustificato oblio delle relative ragioni giustificatrici, ma anche la tendenza a percepire il confronto con i compagni in termini di competizione talvolta tossica.</p>



<p>In alcuni istituti questa sperimentazione è stata introdotta per un periodo soltanto transitorio e poi quasi immediatamente abbandonata. Si tratta sicuramente di una metodica che richiede uno sforzo di metabolizzazione notevole, perché impone di emanciparsi da una radicata concezione classica della valutazione scolastica basata da sempre sulla graduazione del merito attraverso il sistema dei punteggi o dei voti.</p>



<p>Essenzialmente, siamo infatti abituati a pensare che “valutare” a scuola significhi classificare gli studenti in base alla “bravura”. A ben riguardare, non è però così. Mentre nell’universo dei concorsi pubblici la graduazione del merito è una necessità imprescindibile, perché lo scopo finale della procedura è individuare i migliori, la scuola non ha niente affatto questo stesso obiettivo.</p>



<p>Il fine del percorso scolastico non è premiare i meritevoli, né stabilire una scala di valore tra gli studenti, né classificarli o etichettarli. È invece consentire a ciascun alunno di intraprendere il miglior percorso, di comprendere i propri punti di forza e di debolezza, di maturare e sviluppare le capacità e competenze. L’approccio dello studente non dovrebbe quindi essere per-formativo (cioè di dimostrazione del proprio livello di apprendimento, come avviene in un concorso, per prendere un buon voto), bensì soltanto formativo (cioè di comprendere come migliorare e potenziarsi).</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Tecnologia e formazione, un rapporto ancora da costruire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi, un dibattito ricorrente riguarda l’impiego delle tecnologie dell’informazione per potenziare, ottimizzare e implementare l’offerta didattica degli istituti di formazione, delle scuole e delle università. Sicuramente i dispostivi tecnologici possono giocare un ruolo importante in questo settore, ma richiedono a tal fine un inserimento ragionato e graduale. Su questo fronte, è evidente come la pandemia da Covid-19 abbia in certa misura forzatamente accelerato l’ingresso della tecnologia anche nell’universo della formazione. Dall’esperienza vissuta in emergenza si possono così ritrarre [&#8230;]</p>
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<p>Negli ultimi mesi, un dibattito ricorrente riguarda l’impiego delle tecnologie dell’informazione per potenziare, ottimizzare e implementare l’offerta didattica degli istituti di formazione, delle scuole e delle università. Sicuramente i dispostivi tecnologici possono giocare un ruolo importante in questo settore, ma richiedono a tal fine un inserimento ragionato e graduale. Su questo fronte, è evidente come la pandemia da Covid-19 abbia in certa misura forzatamente accelerato l’ingresso della tecnologia anche nell’universo della formazione. Dall’esperienza vissuta in emergenza si possono così ritrarre significativi spunti di riflessione anche per l’applicazione a regime di alcune innovative formule “smart”.</p>



<p>Una questione particolarmente rilevante riguarda l’utilità delle forme di intelligenza artificiale nell’ambito della formazione. Già oggi, infatti, l’universo tecnologico restituisce forme di IA estremamente avanzate che, con ogni probabilità, in futuro saranno ulteriormente potenziate e implementate. Si tratta, inoltre, di prodotti agevolmente accessibili e comunemente disponibili sul mercato. È quindi indiscutibile che nel prossimo futuro si dovrà tener conto, in tutti i settori e a tutti i livelli, di queste forme di intelligenza artificiale come strumenti ordinariamente acquisibili. Questa consapevolezza influenzerà forse, in certa misura, anche il funzionamento del mercato, nel senso che le stesse aziende sapranno di potersi dotare di dispositivi di IA e di poterne fare uso per incrementare le prospettive di crescita. Il mercato, quindi, evolverà assecondando nuove possibilità e nuove necessità.</p>



<p>Questa prospettiva per un verso potrebbe aprire nuove occasioni lavorative nel settore tecnico-informatico (dato che le forme di intelligenza artificiale richiedono complesse fasi di sviluppo e manutenzione), per l’altro potrebbe però incidere negativamente sulla domanda di determinate figure e professioni.</p>



<p>Da qui, una seconda questione: come l’intelligenza artificiale impatterà sull’istruzione e la formazione. È già oggetto di dibattito l’utilizzo che molti studenti fanno dell’IA nella loro vita quotidiana, anche per aiutarsi nelle consegne loro assegnate. A tal proposito, probabilmente un primo fondamentale rimedio è la consapevolezza: le consegne sono assegnate allo studente nel suo precipuo interesse, perché possa crescere, sviluppare capacità e maturare. L’elusione dei compiti assegnati dunque – con qualsiasi tecnica – è e resta una fonte di danno principalmente per lo studente. Un fondamentale compito del docente dovrebbe essere trasmettere questa consapevolezza, piuttosto che demonizzare gli strumenti facilitatori. In ogni caso, tracce e consegne dovrebbero comunque essere elaborate in modo da valorizzare le capacità critiche dello studente, più difficilmente sostituibili dalle forme di intelligenza artificiale.</p>



<p>Sotto un secondo profilo, occorrerà tenere conto che l’IA e più in generale la tecnologia saranno sempre più comunemente e facilmente disponibili per i professionisti e i lavoratori di domani, il che cambierà la struttura e la qualità delle loro mansioni. Una tale prospettiva potrebbe sollecitare una razionale modellazione plastica della formazione soprattutto in ambito professionale, chiamata dunque a fornire strumenti sempre aggiornati e innovativi, tenendo conto delle cangianti esigenze e caratteristiche della società. In tutti i casi, la didattica di domani dovrà confrontarsi con la disponibilità di tali strumenti, concentrandosi nel fornire conoscenze, competenze e capacità che rendano comunque indipendenti, maturi e autonomi. In questa cornice, piuttosto che demonizzare con pregiudizio i nuovi strumenti tecnologici, occorrerà veicolarne l’utilizzo consapevole e razionale.</p>



<p>Sempre con riguardo all’ambito tecnologico, una questione particolarmente controversa riguarda poi lo spazio da riservare alla formazione “a distanza”  nel futuro della didattica. Sicuramente essa si rivela strumento utile con riguardo ad alcune ipotesi specifiche: ad esempio nei corsi dedicati ai lavoratori e più in generali a studenti <em>part time</em>, cui non sarebbe possibile attendere agli ordinari impegni dei corsi in presenza. Con riguardo al percorso di studi ordinario per gli studenti a tempo pieno, invece, il discorso si profila assai più complesso e la frequenza in presenza costituisce un’opzione complessivamente più poliedrica, offrendo la possibilità di vivere l’esperienza didattica nella sua pienezza, di interagire con il formatore, di partecipare alle attività laboratoriali, di condividere con i colleghi e compagni momenti costruttivi e produttivi. Su questo fronte, dovrebbe anche lavorarsi nel senso di offrire corsi di studio, almeno per gli studenti a tempo pieno &#8211; nei limiti del possibile e dell’utile &#8211; arricchiti da esperienze pratiche, laboratori, <em>teamwork</em> che valorizzino al massimo la compresenza.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>La campanella suona anche per i prof</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Sep 2023 14:26:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’inizio dell’anno scolastico evoca di norma nella mente l’immagine di una moltitudine chiacchierante di studenti in fila con gli zaini nel giardino di una scuola, in attesa della campanella. Qui vogliamo invece sondare l’altro lato della luna, che assai spesso resta in ombra: l’inizio della scuola per gli insegnanti. Venerdì scorso è stato infatti il “primo giorno di scuola” per tutti i docenti.&#160; Per gli insegnanti ancora precari le ultime settimane sono state particolarmente difficili, dominate dall’incertezza sul futuro. Per [&#8230;]</p>
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<p>L’inizio dell’anno scolastico evoca di norma nella mente l’immagine di una moltitudine chiacchierante di studenti in fila con gli zaini nel giardino di una scuola, in attesa della campanella. Qui vogliamo invece sondare l’altro lato della luna, che assai spesso resta in ombra: l’inizio della scuola per gli insegnanti. Venerdì scorso è stato infatti il “primo giorno di scuola” per tutti i docenti.&nbsp;</p>



<p>Per gli insegnanti ancora precari le ultime settimane sono state particolarmente difficili, dominate dall’incertezza sul futuro. Per le supplenze da graduatorie provinciali, infatti, i docenti presentano domanda già a luglio, inserendo le proprie preferenze nel sistema informatico, ma ricevono risposta di norma soltanto a fine agosto, molto spesso il giorno prima della presa di servizio. Gli esiti della procedura vengono comunicati talvolta persino nella sera (se non nella notte) del 31 agosto, con l’obbligo di prendere servizio il giorno successivo. Tra l’altro, la complessa trama delle assegnazioni delle sedi è tessuta dall’ “<em>algoritmo</em>”, un imperscrutabile cervellone informatico del Ministero che rimescola alchemicamente un’infinità vorticante di dati. Applicando ineffabili logiche pitagoriche, il sistema sentenzia ogni anno inappellabilmente il futuro di migliaia di docenti. Subito dopo, fervono i preparativi per il nuovo anno.&nbsp;</p>



<p>In questa cornice, si affastellano le storie personali di migliaia di docenti, i loro sogni, le loro aspirazioni e i loro timori. Storie tutte diverse, ma con denominatori comuni e prospettive condivise. Moltissimi avranno quest’anno una nuova scuola di assegnazione e saranno quindi costretti a lasciare gli studenti a cui si erano affezionati e che avevano accompagnato nel percorso precedente. Ci sarà chi dovrà raggiungere ogni mattina una sede distante da casa e si sveglierà all’alba per prendere treni, autobus. Alcuni avranno più scuole e tra “spezzoni”, “completamenti” e cattedre esterne viaggeranno ogni giorno tra tante realtà diverse, macinando migliaia di kilometri. Molti, per avere migliori opportunità, hanno scelto (o hanno dovuto scegliere) di andar via dalla propria città, provincia e persino regione, sacrificando legami e affetti. Moltissimi docenti cambiano scuola, studenti, città ogni anno, costretti ogni settembre ad approdare in una nuova meta, ad adattarsi a una nuova realtà. In questo vortice di cambiamenti, si cresce e si matura, si vive ogni volta un’esperienza diversa, ma si sacrificano spesso quote importanti della propria vita personale. C’è anche chi, pur di insegnare, ha lasciato tutto, cambiato vita, abbandonato un precedente lavoro, e ha deciso di scommettere sul proprio futuro. Grazie, a tutti, per i sacrifici che avete fatto e che farete.</p>



<p>Infine, c’è chi è alla prima “presa di servizio” e sta allunando in una realtà nuova e sconosciuta, con l’animo pieno di speranze, desideri, ma anche timori e preoccupazioni. Il primo giorno di scuola diventa così la prima pagina di un nuovo capitolo della vita. A questi nuovi docenti vogliamo lasciare un invito. Date il proprio meglio, sempre, ogni giorno, anche quando sembrerà difficile o inutile. Vi aspettano anche momenti difficili, scelte dolorose, problemi apparentemente indistricabili. Fate il massimo, sempre, perché il mondo lo merita. Insegnare è una responsabilità non soltanto verso il Ministero o i ragazzi, ma verso l’intera società. Siate i migliori docenti possibili e certate sempre e prima di tutto di rendere i vostri studenti persone migliori. Le nuove generazioni saranno chiamate a cambiare il mondo, in meglio, e potranno farlo soltanto se saranno maturi e consapevoli, grazie anche al vostro aiuto.&nbsp;</p>



<p>La scuola sta evolvendo, per assecondare i cambiamenti della società e con essa delle percezioni, delle sensibilità e dei sentimenti condivisi. Insegnare è quindi un mestiere che, oggi più di ieri, richiede non soltanto competenze ma umanità, sensibilità, empatia. I docenti non devono infatti limitarsi a trasmettere nozioni, ma hanno il difficile compito di aiutare gli studenti a capire sé stessi, a elaborare e potenziare le proprie capacità, ad abbattere le barriere, a superare gli ostacoli. Oggi l’insegnante è chiamato non soltanto a saper parlare, per trasmettere, ma a saper ascoltare, per comprendere. Deve infatti riuscire a decodificare l’animo degli studenti, le loro inclinazioni, aspirazioni e curiosità, per indirizzarli al meglio verso il loro futuro. Il docente non è un erogatore di informazioni, ma una guida che deve condurre al meglio i propri allievi nel loro percorso di crescita personale e di maturazione. Un buon insegnante rende i propri allievi persone migliori, futuri cittadini migliori. Sommersi da registri, consigli, scartoffie a volte si corre il rischio di dimenticare la propria missione, che è quella di dare al mondo un futuro migliore. In bocca al lupo.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>L’evoluzione della tecnologia e la necessità di un uso ragionevole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Sep 2023 09:40:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[INTERNET]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il complesso tema della tecnologia (e in particolare del suo uso ragionevole) è assurto negli ultimi anni al centro del dibattito pubblico, soprattutto dopo la drammatica parentesi dell’emergenza pandemica mondiale da Covid-19. Dal regime emergenziale abbiamo, infatti, ereditato la consapevolezza che il mezzo tecnologico, razionalmente utilizzato, può rivoluzionare la gestione della vita individuale e collettiva. Dallo smart working alla formazione online, dalle riunioni in videoconferenza ai nuovi strumenti digitali per l’amministrazione pubblica, la società ha dovuto affrontare prima e metabolizzare [&#8230;]</p>
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<p>Il complesso tema della tecnologia (e in particolare del suo uso ragionevole) è assurto negli ultimi anni al centro del dibattito pubblico, soprattutto dopo la drammatica parentesi dell’emergenza pandemica mondiale da Covid-19. Dal regime emergenziale abbiamo, infatti, ereditato la consapevolezza che il mezzo tecnologico, razionalmente utilizzato, può rivoluzionare la gestione della vita individuale e collettiva. Dallo <em>smart working </em>alla formazione <em>online</em>, dalle riunioni in videoconferenza ai nuovi strumenti digitali per l’amministrazione pubblica, la società ha dovuto affrontare prima e metabolizzare poi in modo capillare una serie indefinita di novità sostanziali che hanno rimodellato lo stile di vita globale.</p>



<p>Eppure, resta latente il pregiudizio che gli strumenti tecnologici celino una qualche forma di pericolo, rappresentino una pericolosa deviazione dalla strada maestra della tradizione.&nbsp;</p>



<p>È una “sindrome da odore della carta”. Tutti conoscono almeno una persona che, vedendo un moderno lettore di e-book, lo ricaccerebbe indietro proclamando di preferire i libri cartacei “perché è diverso sfogliare, sentire l’odore della carta”. Ovviamente, il gusto personale è sacrosanto, ma non deve mancare la consapevolezza che la società evolve. Se il “nuovo” spaventava in epoche storiche remote, oggi si impone la consapevolezza che l’evoluzione è una componente motrice essenziale della storia umana. Tutto cambia: gli strumenti, ma anche i comportamenti e persino la percezione sociale e umana. Questi cambiamenti, fisiologici e inevitabili, devono essere elaborati e valorizzati per migliorare la vita di tutti.</p>



<p>Il lettore di <em>e-book</em>, ad esempio, consente di leggere un’infinità di libri, anche a chi magari non può portarseli materialmente dietro, con una consultabilità e accessibilità facilitata. Nei treni della metropolitana a Roma in alcuni vagoni ci sono manifesti che contengono i <em>qr code</em> per leggere i grandi classici della letteratura gratuitamente in formato <em>ebook</em>, offrendo al grande pubblico un’occasione in più per riscoprire opere importantissime. Pazienza se non si sente l’odore della carta.&nbsp;</p>



<p>La tecnologia offre, quindi, opportunità inaspettate e irripetibili, a maggior ragione in un momento storico in cui la sostenibilità ambientale è sempre più al centro dell’attenzione pubblica. L’opportunità di accedere alle informazioni in modo completamente <em>paperless</em>, riducendo consumi e impatto sull’ecosistema deve quindi essere adeguatamente tenuta in considerazione. È questo il senso profondo della <em>signature green</em> per e-mail “<em>think before you print; do you really need to print this email?” </em>(pensaci prima di stampare; hai davvero bisogno di stampare questa e-mail?).</p>



<p>Il <em>tablet</em>, il pc, lo <em>smartphone</em> consentono poi di veicolare le informazioni con una velocità incomparabile, ma anche e soprattutto di creare interconnessioni altrimenti impossibili. Se razionalmente utilizzati, sono strumenti eccezionali per abbattere barriere, costruire legami e comunità. Ecco, forse occorrerebbe riflettere su questo prima di accusare la tecnologia di aver disgregato i rapporti sociali, di aver frammentato relazioni e legami soprattutto tra i giovanissimi.&nbsp;</p>



<p>Anche qui, il pregiudizio è cristallizzato dall’immagine degli amici, seduti al bar, tutti intenti al cellulare senza parlare tra loro. Emerge e riemerge come un fiume carsico, almeno in una certa parte dell’informazione, l’immagine di una gioventù genuflessa verso gli schermi, anestetizzata dal flusso continuo della rete, svuotata di principi, di valori e di contenuti. Da quest’immagine posticcia e caricaturale si tenta maldestramente di dedurre che le nuove generazioni avrebbero sempre meno da dire. È quanto invece di più lontano dalla realtà possa pensarsi. Le nuove generazioni hanno infatti davvero tantissimo da raccontare, assorbono quotidianamente un’infinità di informazioni, vivono attraverso i nuovi strumenti tecnologici esperienze impensabili. Hanno problemi, sensazioni e riflessioni nuove e diverse rispetto al passato.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In conclusione, il “problema” non è dunque il mezzo tecnologico in sé. Occorre semmai indagare per quale ragione è sempre più difficile costruire relazioni <em>vis a vis</em>, perché siamo diventati una nuova “società della vergogna”, in cui il giudizio degli altri è così drammaticamente importante. Il problema è più profondo, va oltre l’orizzonte tecnologico e ha radici sociali. Basti pensare agli <em>haters</em>: l’odio non è un fenomeno autoctono della rete, ma una conseguenza patologica di una società che non conosce bene sé stessa, che non capisce e non accetta a piena la diversità. </p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Quando la tecnologia diventa un mezzo utile per strutturare il rapporto educativo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jul 2023 12:03:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di recente l’universo della scuola è stato interessato da molteplici vicende di cronaca, che hanno (ri)acceso i riflettori su alcune criticità del sistema e alimentato sempre attuali riflessioni sul rapporto tra studenti e docenti. Dopo l’episodio della professoressa colpita da pallini di gomma a Rovigo a quella accoltellata ad Abbiategrasso, l’attenzione anche mediatica si è andata concentrando su alcuni aspetti di potenziale sofferenza strutturale del rapporto educativo. Secondo più voci, dal giornalismo agli esperti relazionali, sulla scuola sta impattando in [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Di recente l’universo della scuola è stato interessato da molteplici vicende di cronaca, che hanno (ri)acceso i riflettori su alcune criticità del sistema e alimentato sempre attuali riflessioni sul rapporto tra studenti e docenti. Dopo l’episodio della professoressa colpita da pallini di gomma a Rovigo a quella accoltellata ad Abbiategrasso, l’attenzione anche mediatica si è andata concentrando su alcuni aspetti di potenziale sofferenza strutturale del rapporto educativo. Secondo più voci, dal giornalismo agli esperti relazionali, <strong>sulla scuola sta impattando in modo particolare la realtà dei social network</strong>, che ha modificato sia i rapporti tra gli studenti (e tra studenti e docenti), sia la percezione dei comportamenti e delle condotte da parte dei giovanissimi. <strong>Si agisce sempre più per emergere e per “diventare virali”</strong>, come testimoniano alcune drammatiche vicende recenti di cronaca.</p>



<p>Eppure le nuove tecnologie costituiscono un fondamentale strumento il cui uso razionale e ragionato può creare esternalità positive, incentivare la crescita personale, semplificare e ottimizzare il lavoro, alimentare persino i rapporti intersoggettivi. Gli strumenti telematici sono geneticamente neutri negli scopi: è l’uso a determinarne la qualità. È fin troppo scontato, ad esempio, come la tecnologia possa efficacemente supportare la didattica nel caso di bisogni educativi speciali. Aprendo verso il tema dei rapporti tra studenti e docenti, in un momento storico in cui si discute sempre più di crisi del rapporto educativo e di potenziale deriva siderale nel dialogo tra le sue componenti, i social network possono invece contribuire alla costruzione di una identità comune e incentivare sentimenti positivi.</p>



<p>Con il finire dell’anno scolastico sono andati ad esempio diffondendosi <strong>alcuni trend (in particolare su TikTok), che hanno coinvolti docenti e studenti e che testimoniano la dimensione profonda del legame umano ed educativo.</strong></p>



<p>Un primo trend, diffusosi in moltissime nazioni, è ispirato a una <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Qj0il0ll2Ds" target="_blank" rel="noreferrer noopener">famosa scena del film “L&#8217;attimo fuggente” del 1989 di Peter Weir</a></strong> ed è pensato per salutare i docenti “importanti” durante l’ultimo giorno di lezione. Uno studente sale sulla sedia o sul banco e annuncia “o capitano, mio capitano, ci mancherai” (“O captain, my captain, you will be missed”), seguito a ruota da tutti gli altri. È un trend che lumeggia la (troppo spesso dimenticata) dimensione umana del rapporto educativo, veicolando un segnale profondo di riconoscenza e di affetto per il lavoro dell’insegnante, sempre complesso e delicato. Un altro trend non riguarda soltanto la scuola, ma in generale il lavoro di squadra e la condivisione e si è diffuso nelle squadre di calcio, nelle caserme, negli ospedali: è il “trend delle scale” sulle note della canzone “All eyez on me”. Nelle scuole, studenti e docenti alzano lo sguardo verso l’alto, di solito con gli occhiali da sole, per essere fotografati insieme, disposti lungo una scala. Ancora, merita menzione il trend per i docenti all’ultimo giorno di insegnamento prima della pensione, accompagnati dall’aula alla porta d’uscita dell’istituto da un corteo di studenti. </p>



<p><strong>Questi momenti di condivisione, che sembrano “leggeri” e insignificanti, in realtà sono importanti per strutturare un rapporto educativo che vada al di là della dimensione istituzionale</strong>, che si innervi e radichi in una profonda latitudine umana. A scuola, infatti, il docente non è soltanto un erogatore di conoscenze, ma è incaricato di una complessa missione formativa per la riuscita della quale l’aspetto umano è fondamentale. Sono quindi rilevanti i momenti che creano una identità, una fiducia, una consapevolezza, al di là di cattedre, registri, voti. In un momento in cui la professione insegnante è sempre più <em>burocraticizzata</em> e ingrigita dagli adempimenti, consentono infatti di riscoprire una utilità sociale profonda della scuola.  </p>



<p>Un fenomeno collaterale (a volte ingiustificatamente demonizzato) è, infine, quello dei docenti che utilizzano i social per trasmettere conoscenze, nozioni e passione per la disciplina. Si tratta di una <strong>nuova modalità di divulgazione del sapere, che consente di usare i social network per rendere un servizio costruttivo ed edificante</strong>. Occorre pur sempre garantire la massima attenzione nei contenuti, ma la società e l’universo tecnologico evolvono e, con loro, anche le modalità di comunicazione. </p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Tecnologia e occupazione, se da remoto ripartono anche le economie locali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2023 09:09:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le moderne tecnologie hanno progressivamente (e profondamente) innovato il complesso universo delle dinamiche sociali, economiche e umane, impattando irrimediabilmente sulla già articolata geomorfologia dei rapporti interpersonali anche nel mondo del lavoro. A livello macroscopico, la digitalizzazione per un verso ha creato veri e propri nuovi ecosistemi lavorativi, con ruoli e professioni sconosciute in passato, per l’altro ha introdotto forme e modi inediti di svolgere la propria prestazione di lavoro anche nei settori tradizionali. In generale, si sono aperti, soprattutto al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Le moderne tecnologie hanno progressivamente (e profondamente) innovato il complesso universo delle dinamiche sociali, economiche e umane, impattando irrimediabilmente sulla già articolata geomorfologia dei rapporti interpersonali anche nel mondo del lavoro. A livello macroscopico, la digitalizzazione per un verso ha creato veri e propri nuovi ecosistemi lavorativi, con ruoli e professioni sconosciute in passato, per l’altro ha introdotto forme e modi inediti di svolgere la propria prestazione di lavoro anche nei settori tradizionali. In generale, si sono aperti, soprattutto al termine dell’emergenza sanitaria, inesplorati orizzonti e insperate prospettive nel rapporto trilaterale tra il lavoratore, la prestazione lavorativa e la tecnologia.&nbsp;</p>



<p>In questa complessità, sono attualissime almeno due questioni.&nbsp; La prima è di respiro sistematico e strutturale e riguarda l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione per semplificare e modernizzare alcuni segmenti e momenti dell’attività lavorativa e, più in generale, dell’organizzazione aziendale. Ad esempio, l’utilizzo dei <em>software</em> di videoconferenza in sostituzione delle riunioni tradizionali, ma anche la gestione digitalizzata delle attività, dei documenti, delle pratiche. In questa direzione, già esisteva una tendenza che è stata catalizzata e velocizzata dall’emergenza pandemica e che obbedisce, nel profondo, a ragioni di ottimizzazione delle risorse umane e strutturali. Analoghe considerazioni valgono ovviamente anche per il pubblico impiego e più in generale per l’attività amministrativa, in cui l’utilizzo della tecnologia è rilevante proprio al fine di migliorare i risultati in termini di efficienza, efficacia ed economicità (dunque nella prospettiva della moderna amministrazione “smart”, su cui molto si concentrano fonti normative interne ed europee). Eppure ancora molto si potrebbe e dovrebbe fare in questa direzione.&nbsp;</p>



<p>Una seconda questione, di assoluta rilevanza soprattutto in tempi recenti, riguarda invece il rapporto di lavoro in senso stretto: si tratta dello “smartworking”, anche detto lavoro agile. Smartworking non è un diverso tipo di lavoro, bensì semplicemente una nuova modalità di svolgere la propria prestazione lavorativa “da remoto”, ossia senza recarsi materialmente in ufficio, utilizzando le tecnologie dell’informazione come mezzo. Si tratta ovviamente di una prospettiva possibile per quei lavori che non richiedono interventi materiali (o comunque la presenza fisica costante), ma che comportano essenzialmente la elaborazione di pratiche in telematico. Lo <em>smartworking</em>, soprattutto quando riguarda una parte dominante dell’attività lavorativa, conduce alla “dematerializzazione” del luogo di lavoro. La prestazione si svolge infatti tramite il mezzo telematico e non rileva la posizione specifica da cui il lavoratore è effettivamente collegato alla rete. In sostanza, lo smartworking conduce al potenziale affermarsi dell’universo digitale come nuovo “ambiente” di lavoro, un ecosistema autonomo distaccato dalla materialità. In questa dimensione cambia anche in certa misura la sostanza della prestazione lavorativa, in particolare è valorizzata sempre più come unità di misura effettiva del lavoro il risultato conseguito, piuttosto che il tempo impiegato.</p>



<p>La parentesi pandemica ha consentito di sperimentare questa modalità di lavoro in modo sistematico. Alcune imprese, ad esempio, hanno constatato come l’impiego del lavoro agile in favore dei propri dipendenti consenta di mantenere comunque alti gli standard di produttività comprimendo per altro verso i costi di gestione (principalmente discendenti dal mantenimento delle sedi e delle infrastrutture). Potenzialmente, con il lavoro agile, il numero necessario di postazioni materiali di lavoro va infatti sempre più riducendosi e intere sedi potrebbero essere dismesse.&nbsp;</p>



<p>Probabilmente il lavoro agile meriterebbe oggi una disciplina sistematica, integrata dalla contrattazione collettiva, che dia definitiva sistemazione a molti aspetti rimasti in parte incerti e indefiniti. L’emergenza sanitaria ha infatti costretto tanto il settore pubblico quanto gli operatori privati alla forzata sperimentazione di forme agili di lavoro, consentendo di verificarne gli effetti concreti, ma ha lasciato all’esito un insieme frammentario di norme e disposizioni non armonicamente sussumibili in un corpo unico. Oggi, con una nuova prospettiva di lungo periodo, i dati dell’esperienza pratica raccolti in pandemia dovrebbero costituire la base per ripensare il sistema anche “a regime”. In particolare, lo svolgimento da remoto della prestazione lavorativa impone di ripensare alcuni dogmi classici propri del lavoro in presenza e di rimodellare tutele e diritti del dipendente in funzione della diversa modalità di espletamento della prestazione.&nbsp;</p>



<p>C’è poi un altro tema, delicato e complesso. L’adozione capillare di forme di lavoro agile (soprattutto in modalità full remote working) è potenzialmente idonea a determinare riflessi di sistema notevoli sul piano sociale ed economico. Con lo smartworking le postazioni di lavoro non sono più concentrare nei locali aziendali, ma vengono delocalizzate e questo incide in modo significativo e apprezzabile anche sulle dinamiche sociali ed economiche. Ad esempio, la necessità di recarsi fisicamente al lavoro ha generato in passato e genera ancora oggi il fenomeno del pendolarismo, ma soprattutto la stabile migrazione verso i grandi centri urbani. A livello macroscopico, ha prodotto l’ispessimento delle grandi città, in cui si concentrano un gran numero di persone per ragioni di lavoro. Il lavoro agile consentirebbe infatti la permanenza nelle piccole città e nelle province soprattutto dei giovani lavoratori, sino a oggi spesso costretti a spostarsi per raggiungere sedi di servizio concentrate nelle grandi mete, con negative ricadute sull’ecosistema anche economico territoriale. Una razionale valorizzazione dello smartworking inciderebbe quindi in modo immediato e virtuoso sulla concentrazione umana nei piccoli e medi centri, con riflessi di sistema sulle economie locali.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Dal merito alla consapevolezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2023 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più che il merito conta la maturità Negli ultimi tempi, sempre maggiore attenzione va focalizzandosi sul tema del “merito”, in particolare con riguardo all’universo dell’istruzione e della formazione.Occorre a tal proposito premettere che il concetto di “merito” ha una notevole complessità polisemica intrinseca e può assumere diverse morfologie e connotazioni, modellandosi spesso anche sulla base del contesto di riferimento. La logica del “merito” appartiene geneticamente al mondo dei concorsi, delle selezioni, delle gare, ove ha un significato ben preciso. Lo [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center">Più che il merito conta la maturità</h2>



<p class="has-drop-cap">Negli ultimi tempi, sempre maggiore attenzione va focalizzandosi sul tema del “merito”, in particolare con riguardo all’universo dell’istruzione e della formazione.<br>Occorre a tal proposito premettere che il concetto di “merito” ha una notevole complessità polisemica intrinseca e può assumere diverse morfologie e connotazioni, modellandosi spesso anche sulla base del contesto di riferimento.</p>



<p>La logica del “merito” appartiene geneticamente al mondo dei concorsi, delle selezioni, delle gare, ove ha un significato ben preciso. Lo scopo ultimo del concorso è infatti individuare tra tanti candidati quelli idonei a ricoprire un numero ristretto di posti. L’intera macchina concorsuale nasce ed esiste esclusivamente per il suo momento conclusivo, ossia definire la graduatoria, un elenco di persone in ordine decrescente – appunto – “di merito”. I risultati individuali hanno rilevanza esclusivamente al fine di essere “pesati” e tradotti in un punteggio. “Merito”, nel concorso, è – in definitiva – distinguere tra vincitori e perdenti.</p>



<p>Un tale concetto di merito, con tutta evidenza, non può essere armonicamente applicato in questi stessi termini alla formazione e tanto meno all’istruzione. La formazione ha infatti una funzione ben diversa dal concorso: mira a stimolare e valorizzare la crescita dell’individuo, dare nuovi strumenti di vita e di relazione, alimentare la consapevolezza e la maturazione complessiva. Nella formazione, importanza centrale è rivestita dal percorso, dalla crescita e dall’apprendimento: dunque dalla “strada”, piuttosto che dalla “meta” in sé.</p>



<p>Nella formazione, anche l’errore ha una importanza decisiva, perché consente di acquisire consapevolezza di sé e di migliorare. Mentre nel concorso l’errore si esaurisce in sé stesso, nelle attività formative l’errore deve essere trasformato in lezione (secondo l’adagio “<em>forget the mistake, remember the lesson</em>”) e comunque deve nutrire la consapevolezza di sé.</p>



<p>In generale, al termine di un percorso di formazione, più che i voti e i giudizi, rilevano le competenze e soprattutto la maturità complessiva raggiunta, che sotto molti aspetti non è misurabile matematicamente e comunque discende dall’esperienza acquisita anche attraverso gli errori. Il concetto di merito non deve quindi tradursi nell’ambito della formazione e dell’istruzione in una pretesa di eccellenza, perché non è affatto questo l’obiettivo ultimo.</p>



<p>Non si mette ovviamente in discussione l’importanza dell’impegno, del dedicarsi con coscienza e dedizione ai propri obiettivi, pur sempre secondo le proprie scelte, aspirazioni e desideri e nel rispetto di un sano equilibrio di vita. Si deve però comunque sottolineare la complessità della persona umana che va al di là di voti, giudizi, punteggi e numeri e che, nella fase della formazione e dell’istruzione, è e deve restare sempre al centro.</p>



<p>Per queste ragioni, anche il momento della valutazione assume nella formazione una funzione essenzialmente diversa da quella che ha nel concorso: esclusivamente di favorire la consapevolezza e la maturazione. Manca, in sostanza, in questo contesto qualsiasi necessità di competizione, di confronto e di concorrenza: la “corsa” è, essenzialmente, contro sé stessi o – meglio ancora – con sé stessi, per scoprirsi e migliorarsi. In questo senso, le verifiche e le prove nella fase dell’istruzione dovrebbero essere utilizzate essenzialmente come strumento per individuare lacune e punti di forza, in modo da perfezionare le strategie didattiche e modulare al meglio l’impegno individuale e le scelte future.</p>



<p>In sostanza e in conclusione, occorre tener fermo che la formazione non ha lo scopo ultimo di produrre una classifica finale, di individuare vincitori e sconfitti. Ha invece il più profondo fine di coltivare, sviluppare e valorizzare la crescita individuale di ciascuno lungo la propria personale strada di vita, di alimentarne la curiosità, le aspirazioni e soprattutto di formare persone consapevoli e mature. Al centro sta (e resta) il discente e la sua maturazione come individuo, nel rispetto di un sano equilibrio di vita. &nbsp;</p>



<p>E la maturità dell’individuo passa anche attraverso errori, ripensamenti, ricalibrature alchemiche delle proprie scelte. La vita evolve infatti in modi imprevedibili e sulle azioni incidono una molteplicità indistricabile di variabili indomabili. Le persone cambiano, cambiano le loro aspirazioni, i loro sogni e persino le loro capacità. Quindi, persino quelle che sembrano certezze possono evolvere nel tempo, per molte – e a volte imperscrutabili &#8211; ragioni. Proprio per questo, “consapevolezza” vuol dire anche saper ripensare le proprie priorità, riformulare le proprie scelte e persino cambiare la propria strada.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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