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	<title>Antonella Di Lucia &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Smart cities: cosa sono e come possono aiutarci a vivere meglio.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Mar 2016 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INNOVAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dispetto del nome futuristico, le smart cities, ‘città intelligenti’, sono già una realtà. Una smart city è una città che, utilizzando l’innovazione tecnologica, riesce a spendere meno, senza abbassare la quantità e la qualità dei servizi forniti a cittadini ed imprese. Un concetto che ha che fare con l’efficienza, quindi, ma non solo.&#160;Una città può essere classificata come ‘smart’ se gestisce in modo intelligente le attività economiche, la mobilità, le risorse ambientali, le relazioni tra le persone, le politiche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A dispetto del nome futuristico, le <em>smart cities</em>, ‘città intelligenti’, sono già una realtà. Una <strong>smart city</strong> è una città che, utilizzando l’<strong>innovazione tecnologica</strong>, riesce a spendere meno, senza abbassare la <strong>quantità</strong> e la <strong>qualità</strong> dei <strong>servizi </strong>forniti a cittadini ed imprese. Un concetto che ha che fare con l’<strong>efficienza</strong>, quindi, ma non solo.&nbsp;Una città può essere classificata come ‘smart’ se gestisce in modo intelligente le <strong>attività economiche</strong>, la <strong>mobilità</strong>, le <strong>risorse ambientali</strong>, le <strong>relazioni</strong> tra le persone, le <strong>politiche dell’abitare </strong>ed il metodo di <strong>amministrazione</strong>. In altre parole, si tratta di città in cui gli investimenti in capitale umano e sociale e nelle infrastrutture tradizionali e moderne alimentano uno sviluppo economico sostenibile ed una elevata qualità della vita, con una gestione saggia delle risorse naturali, attraverso un metodo di governo partecipativo.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/smart_cities.png" rel="attachment wp-att-8139"><img class="alignnone size-medium wp-image-8139" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/smart_cities-300x270.png" alt="smart_cities" width="300" height="270" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/smart_cities-300x270.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/smart_cities-768x691.png 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/smart_cities-1024x922.png 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/smart_cities.png 1090w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Le smart cities italiane, visibili sul sito <a href="http://www.italiansmartcity.it">www.italiansmartcity.it</a>, sono 158, tra grandi città e piccoli comuni. I progetti e gli investimenti più rilevanti sono stati realizzati a Milano, Torino e Genova, ma anche in centri del Sud come Bari e Cagliari.</p>
<p><strong>Milano</strong>, per esempio, sta sviluppando un sistema di illuminazione a <em>led</em> che, oltre a essere più duraturo e a consentire una significativa riduzione del consumo di energia elettrica, gradua la sua intensità in base alla luce dell’ambiente e alle persone che frequentano la zona.<strong>Torino</strong> con 78 progetti in cantiere, è seconda solo a Milano, anche se supera il capoluogo lombardo per investimenti effettuati.</p>
<p>[iframe id=&#8221;https://www.youtube.com/embed/U0DR6MMhb18&#8243;]</p>
<p>Del resto, se si pensa che la<strong> popolazione mondiale</strong> arriverà a toccare nel 2050 i<strong> 9 miliardi</strong>, concentrati al 70% nelle <strong>aree urbane</strong>, è evidente come la riorganizzazione delle città sia una necessità. Avremo bisogno di più acqua, più cibo, più energia. In altre parole, di un uso efficiente delle risorse. Per fortuna le nuove tecnologie ci vengono in soccorso: possiamo sfruttarle per rendere le nostre città più vivibili, sostenibili, inclusive, per migliorare la mobilità, la sicurezza, la salute dei cittadini e l’integrazione. I cittadini, che per la prima volta possono referenziare geograficamente la loro posizione sul territorio e condividerla attraverso il cloud, divengono sensori “umani” dei fenomeni “urbani” e possono rilevare, segnalare e localizzare malfunzionamenti all’interno della città.</p>
<p>Nonostante i buoni risultati delle città italiane, tra le prime dieci città dell’indice <strong>European Smart Cities</strong>, che include città che hanno tra i 100mila e i 500mila abitanti, troviamo principalmente città scandinave (danesi e finlandesi), a cui si aggiungono Lussemburgo, Eindhoven (Paesi Bassi), Linz e Salisburgo (Austria).</p>
<p><strong>Helsinki</strong>, per esempio, ha messo a disposizione della collettività il suo patrimonio di dati, per rendere più facile la vita dei cittadini e far crescere l’economia. Programmatori e sviluppatori privati collaborano con la pubblica amministrazione per realizzare app che aumentano la qualità della vita. Come <em>BlindSquare</em>, un app che aiuta i non vedenti ad orientarsi. Il navigatore usa informazioni provenienti da fonti diverse. I dati cartografici sono quelli di Open street map, mentre gli indirizzi e gli orari di apertura di ristoranti, negozi, servizi arrivano da Foursquare. Il sistema segnala perfino dove si trovano le strisce pedonali.</p>
<p>Dunque, in Europa, non siamo gli ultimi e neppure i primi nell’intento di far diventare intelligenti&nbsp;le proprie città, ma a metà della classifica. È pertanto necessario fare un salto di qualità, allargare gli obiettivi e nel nostro caso avere un’idea originale e distintiva di città che sappia tenere conto ed esaltare il capitale sociale e culturale italiano tra i più solidi al mondo.</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/00024658.jpg" rel="attachment wp-att-8138"><img class="wp-image-8138 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/00024658-300x264.jpg" alt="Eco city infographic" width="340" height="299" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/00024658-300x264.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2016/03/00024658.jpg 631w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /></a></p>
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		<title>Viaggio sentimentale in Giappone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Nov 2015 07:30:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[TENDENZE]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se anche voi come me avete visto e rivisto Lost in translation senza mai riuscire a trattenere le lacrime, se siete affascinati dall’eleganza e dall’unicità di una cultura che è rimasta isolata per troppo tempo e ha conservato la sua originalità, se desiderate da sempre un viaggio in questa terra che disorienta coi suoi colori, le luci e i grattacieli, i contrasti tra modernità e tradizione, con le sue scritte incomprensibili… allora partiamo insieme per un viaggio (virtuale) in Giappone [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se anche voi come me avete visto e rivisto Lost in translation senza mai riuscire a trattenere le lacrime, se siete affascinati dall’eleganza e dall’unicità di una cultura che è rimasta isolata per troppo tempo e ha conservato la sua originalità, se desiderate da sempre un viaggio in questa terra che disorienta coi suoi colori, le luci e i grattacieli, i contrasti tra modernità e tradizione, con le sue scritte incomprensibili… allora partiamo insieme per un viaggio (virtuale) in Giappone <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.0.1/72x72/1f609.png" alt="😉" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/135486b_lost-in-translation-visore.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6899 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/135486b_lost-in-translation-visore-300x171.jpg" alt="135486b_lost-in-translation-visore" width="300" height="171" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/135486b_lost-in-translation-visore-300x171.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/135486b_lost-in-translation-visore.jpg 560w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Nella sterminata capitale del Giappone, che è luci, insegne e caos, ma anche tanto altro, vivono ben 12 milioni di abitanti. Non per niente Sophia Coppola ha scelto di ambientare un film sullo straniamento e l’incomunicabilità a Tokyo, città enorme dove le strade non hanno un nome e perdersi è molto facile. Tokyo vive in bilico tra treni futuristici che viaggiano a 300 km orari e tempi zen, locali di videogames e karaoke e palazzi imperiali, statue di robot e Godzilla giganti e il monte Fuji serafico e innevato. E&#8217; un frullatore di luci, megaschermi, canzoncine che escono pure dai tombini e signorine che sembrano Manga.</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/tokio-anuncios.jpg"><img class="size-medium wp-image-6900 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/tokio-anuncios-300x215.jpg" alt="tokio-anuncios" width="300" height="215" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/tokio-anuncios-300x215.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/tokio-anuncios-768x551.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/tokio-anuncios.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/gundam-robot-odaiba-tokyo-4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6903 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/gundam-robot-odaiba-tokyo-4-300x198.jpg" alt="gundam-robot-odaiba-tokyo-4" width="300" height="198" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/gundam-robot-odaiba-tokyo-4-300x198.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/gundam-robot-odaiba-tokyo-4-768x506.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/gundam-robot-odaiba-tokyo-4-1024x674.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/gundam-robot-odaiba-tokyo-4.jpg 2000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/images.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6901" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/images-300x102.jpg" alt="images" width="300" height="102" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/images-300x102.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/images.jpg 384w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Si dice che la prima cosa che colpisce di Tokyo è l’odore che la pervade: acre, misto di pesce, alghe e riso cotto. Ti stordisce, quasi ti nausea, ma poi finisci col non percepirlo più. Pesce, alghe e riso sono gli ingredienti del sushi, il piatto tipico giapponese che ha conquistato l’occidente. A Milano il sushi è diventato uno stile di vita e i ristoranti giapponesi spuntano come i funghi ad ogni angolo della città. Guardando il documentario Jiro e l’arte del sushi, disponibile su Netflix, tuttavia, si capisce quanto il vero sushi sia lontano dalla realtà degli all you can eat nostrani. Una vera e propria arte, alla ricerca dell’”umami”, il quinto gusto. Umami letteralmente significa “buon gusto” ed è un sapore che corrisponde al saporito, alla sapidità. Il più grande shokunin di Tokyo spiega come la sua intera vita sia stata votata al lavoro e alla ricerca della perfezione, che emerge in tutte le fasi della preparazione, dalla scelta dei fornitori di riso e pesce, alla preparazione degli ingredienti (il polpo, per esempio, viene massaggiato a mano per 40 minuti “per renderlo più morbido”), dalla preparazione dei coperti (solo 10, tutti al banco, sotto l’occhio vigile di Jiro), fino alla realizzazione del sushi che avviene con movimenti sicuri e precisi, sempre gli stessi. Esiste addirittura una precisa sequenza che impone come servire le pietanze, i sapori più forti vengono serviti alla fine del pasto e le signore ricevono porzioni leggermente più piccole, per fare in modo che i commensali finiscano insieme.</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/Sukiyabashi_Jiro.jpg"><img class="size-medium wp-image-6904 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/Sukiyabashi_Jiro-300x169.jpg" alt="Sukiyabashi_Jiro" width="300" height="169" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/Sukiyabashi_Jiro-300x169.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/Sukiyabashi_Jiro-768x432.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/Sukiyabashi_Jiro-1024x575.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/Sukiyabashi_Jiro.jpg 1500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/omi-sushi-2.png"><img class="size-medium wp-image-6905 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/omi-sushi-2-300x196.png" alt="omi-sushi-2" width="300" height="196" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/omi-sushi-2-300x196.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/omi-sushi-2.png 693w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/sukiyabashi-jiro-bar.jpg"><img class="size-medium wp-image-6906 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/sukiyabashi-jiro-bar-300x206.jpg" alt="sukiyabashi-jiro-bar" width="300" height="206" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/sukiyabashi-jiro-bar-300x206.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/sukiyabashi-jiro-bar.jpg 452w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Città moderne e innovative nascondono giardini zen, laghi di ninfee e ciliegi in fiore; le strade iperaffollate raccolgono l’umanità più varia: un esercito di lolite, punk e personaggi che sembrano usciti dai cartoni animati (giapponesi), cammina ordinato e silenzioso. Così mi aspetto il Giappone: l’armonia nel caos. Kyoto, l’antica capitale, offre scenari da “Memorie di una geisha”, santuari e templi spettacolari, con i torii arancioni che formano lunghe e suggestive gallerie, e una magica foresta di bambù.</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/download.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6907 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/download.jpg" alt="download" width="294" height="171" /></a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/under_torii.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6908 aligncenter" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/under_torii-300x200.jpg" alt="under_torii" width="300" height="200" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/under_torii-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/under_torii-768x512.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/under_torii-1024x682.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/under_torii-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/under_torii-600x400.jpg 600w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/under_torii.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Infine, Miyajima, l’isola in cui convivono uomini e dei, uno dei posti più suggestivi del Giappone, con la famosa Porta di Ootorii in legno di canfora verniciato di rosso che si erge sontuosa in mezzo al mare, raggiungibile a piedi con la bassa marea. E i daini che, per niente impauriti dai turisti, girano per l’isola e si fanno accarezzare e sfamare da avventori divertiti.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/images-1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6909" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/11/images-1.jpg" alt="images (1)" width="199" height="254" /></a></p>
<p style="text-align: left;">In attesa di partire e poter assaggiare quello di Jiro, mi godo il mio sushi a Milano e vi consiglio la mostra “<strong>Daido Moriyama in Color</strong>”, alla Galleria Sozzani fino al 6 Gennaio, in mostra frammenti di realtà catturati nei vicoli bui e stretti di Tokyo. Arigatò!</p>
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		<title>Petite Meller: le nouveau pop star chic</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2015 08:31:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si sente parlare spesso di una pop star che incide il tormentone dell’anno e contemporaneamente segue un master in filosofia alla Sorbonne. Bene, Petite Meller è entrambe le cose. E, se da quest’estate, il ritornello del singolo Baby Love e le immagini colorate e surreali del suo video si sono ostinatamente insediati nella vostra testa e non vogliono più saperne di uscire, è tutta colpa sua. Modella e cantante nata in Francia da genitori di origine polacca, ma cresciuta in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/43A8651-copy.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6473" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/43A8651-copy-300x200.jpg" alt="43A8651-copy" width="300" height="200" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/43A8651-copy-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/43A8651-copy-768x512.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/43A8651-copy-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/43A8651-copy-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/43A8651-copy-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Non si sente parlare spesso di una pop star che incide il tormentone dell’anno e contemporaneamente segue un master in filosofia alla Sorbonne. Bene, Petite Meller è entrambe le cose. E, se da quest’estate, il ritornello del singolo <em>Baby Love</em> e le immagini colorate e surreali del suo video si sono ostinatamente insediati nella vostra testa e non vogliono più saperne di uscire, è tutta colpa sua.</p>
<p>Modella e cantante nata in Francia da genitori di origine polacca, ma cresciuta in Israele, a Tel Aviv. Stando alle apparenze Miss Meller, che nel video della sua hit girato a Nairobi, in Kenya, danza leggiadra come una novella Brigitte Bardot tra giraffe e fenicotteri rosa, potrebbe dare l’impressione di essere l’ultima lolita chic creata a tavolino negli uffici di una major discografica. Ma non è così. Lo si intuisce dal suo percorso di vita poco convenzionale, da giramondo.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/petite-meller-picture.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6462" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/petite-meller-picture-300x169.jpg" alt="petite-meller-picture" width="300" height="169" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/petite-meller-picture-300x169.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/petite-meller-picture-768x432.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/petite-meller-picture-1024x576.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/09/petite-meller-picture.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>A Tel Aviv esordisce con il trio israeliano Terry Poison, con cui ha aperto alcuni concerti dei Depeche Mode; a Parigi ha studiato fotografia e ha lavorato nella moda; ma è solo a New York che Petite ha trovato la sua vera vocazione: “Quando sono andata a New York ho iniziato a frequentare i jazz club di Brooklyn che mi ricordavano la musica con cui sono cresciuta e lì ho capito che avrei dovuto lasciare quel progetto e fare le mie cose. Credo sia questa la magia di New York: ti dà il coraggio di fare quello che senti, così ho iniziato a dedicarmi alla mia musica e al mio genere.”</p>
<p>Qual è il suo genere? Lei lo definisce <em>nouveau jazzy pop</em>, un mix di sassofoni e jazz, musica africana, <em>chanson française</em>, il pop melodico europeo e un pizzico di gospel. Il singolo, Baby Love, è stato scritto per esorcizzare le pene d’amore, ‘<em>dancing the pain away</em>’ come ama dire lei: è una canzone malinconica, nonostante i toni allegri, ma speranzosa, vitale.</p>
<p>Sulla filosofia dice: “Adoro la filosofia perché mi mette a disposizione gli strumenti per comprendere la vita a un altro livello, attiva nuove energie mentali e mi tiene lontano dai pensieri deboli, banali”. Non esattamente gli stessi interessi di Paris Hilton insomma.</p>
<p><iframe width="750" height="422" src="https://www.youtube.com/embed/T08o0FD1MoM?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Non disdegna nemmeno il cinema italiano d’autore: “Visconti, Fellini, Antonioni il cinema italiano per me è il massimo, così poetico, intelligente, affascinante. Monica Vitti poi è la più grande, come Anita Ekberg, facevano ciò che volevano, non avevano paura di essere grandi donne&#8221;.</p>
<p>Infine, una piccola curiosità sul suo trucco singolare: da bambina si scottò sulla neve e per lei fu un trauma. Da allora esorcizza così quell’episodio: &#8220;sono convinta che l’unico modo per superare i momenti difficili non sia rimuoverli, bensì affrontarli di petto. Nel mio caso il phard sulle guance mi serve a trasformare quel vecchio trauma in un motivo d’orgoglio, nel mio tratto distintivo&#8221;.</p>
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		<title>Sharing economy: baratto 2.0.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2015 16:10:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché possedere beni quando si possono scambiare servizi? L’idea, assolutamente rivoluzionaria, è nata negli anni della crisi e sta cambiando completamente i concetti tradizionali di trasporto, ospitalità, ristorazione, lavoro in generale. Alla base c’è un’idea semplice e vecchia quanto il mondo: la condivisione. Sto parlando di sharing economy, o consumo collaborativo, un nuovo modello di consumo che sta trasformando l’economia, un mondo che sembra riportarci indietro ma in realtà guarda avanti e crea valore. Questo cambio di paradigma è stato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/images.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-6223" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/images.png" alt="images" width="428" height="118" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/images.png 428w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/images-300x83.png 300w" sizes="(max-width: 428px) 100vw, 428px" /></a>Perché possedere beni quando si possono scambiare servizi? L’idea, assolutamente rivoluzionaria, è nata negli anni della crisi e sta cambiando completamente i concetti tradizionali di trasporto, ospitalità, ristorazione, lavoro in generale. Alla base c’è un’idea semplice e vecchia quanto il mondo: la condivisione.</p>
<p>Sto parlando di sharing economy, o consumo collaborativo, un nuovo modello di consumo che sta trasformando l’economia, un mondo che sembra riportarci indietro ma in realtà guarda avanti e crea valore. Questo cambio di paradigma è stato reso possibile dalle nuove tecnologie: cose che si erano sempre fatte ma si fermavano al giro di  amici e conoscenti, al cortile di casa, adesso esplodono in rete, diventano impresa e sono alla portata di tutti. E&#8217; tutto legato al concetto di disintermediazione: sconosciuti fanno affari tra loro grazie alla reputazione digitale.</p>
<p>Le nuove tecnologie consentono di sfruttare la capacità produttiva potenziale: si condivide ciò che tradizionalmente non si utilizza a tempo pieno, case e automobili per esempio. Sono pratiche che favoriscono l’uso e lo sfruttamento del bene privilegiando il riuso piuttosto che l’acquisto e l’accesso piuttosto che la proprietà. E, poiché le risorse vengono allocate in modo più efficiente e si riducono gli sprechi, si crea valore, sotto forma di nuovi lavori, non tradizionali. Ma la sharing economy non è solo una questione di soldi, un modo come un altro per arrotondare lo stipendio: ci si conosce, si fanno incontri piacevoli, si arricchisce il proprio patrimonio di relazioni e si fa business in un modo più sostenibile.<a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine.png"><br />
</a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine2.png"><img class="alignnone  wp-image-6219" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine2-300x116.png" alt="Immagine2" width="393" height="152" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine2-300x116.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine2-768x296.png 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine2-1024x395.png 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine2.png 1337w" sizes="(max-width: 393px) 100vw, 393px" /></a></p>
<p>Non si condividono solo beni, ma anche tempo, spazi e conoscenze. Su <em>Airbnb</em>, per esempio, si condividono case. Ci sono <em>host</em> Airbnb in 190 Paesi nel mondo e oltre 340000 città. Sul sito si inseriscono destinazione e date del soggiorno e si verifica la disponibilità degli host. Ma Airbnb non è solo un sito di prenotazioni, è una vera e propria community. Insomma, è chi fornisce l’alloggio che fa la differenza, non l’alloggio in sé. È venuta meno, almeno in parte, la diffidenza verso gli estranei, ed è esplosa la voglia di visitare un posto come se si fosse di casa. Airbnb invita i proprio host a prendersi cura dei propri ospiti, attraverso un servizio di accoglienza personalizzato:</p>
<p style="text-align: center;"> <a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine31.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-6222" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine31-300x266.png" alt="Immagine3" width="300" height="266" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine31-300x266.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/Immagine31.png 363w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Un mondo che si sta riorganizzando.</strong> Il Times ha inserito la sharing economy tra le dieci idee che cambieranno il mondo. <em>Blablacar</em> l’ho provato di persona, per la prima volta, da Colonia a Berlino, un viaggio di 5 ore, su una Volkswagen confortevole, con un berlinese cortese ma di poche parole. Guadagno? 70 euro risparmiati (30 contro gli oltre 100 della Deutsch Bahn, le ferrovie tedesche) un nuovo incontro, sorrisi, stili di vita diversi, pensieri e suggestioni in testa.</p>
<p><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/taskrabbit-logo.png"><img class="  wp-image-6224 alignleft" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/taskrabbit-logo-300x179.png" alt="taskrabbit-logo" width="193" height="115" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/taskrabbit-logo-300x179.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/07/taskrabbit-logo.png 556w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a>In America va forte <em>Taskrabbit</em>, un sito che fa incontrare domanda di servizi e offerta di lavoro. Su Taskrabbit, nella sostanza, si scambiano commissioni con denaro. Hai dimenticato di ritirare i vestiti in lavanderia? Nessun problema ci pensa un <em>tasker</em>. Non hai nessuna voglia di andare a fare la spesa o di portare fuori il cane? Un tasker lo farà per te! I tasker sono principalmente studenti, pensionati, casalinghe, disoccupati o semplicemente persone che hanno del tempo libero e vogliono portare a casa qualche soldo. Taskrabbit li seleziona e risponde dei danni da loro provocati a persone o cose. In cambio trattiene il 20% del prezzo dei servizi.</p>
<p>Infine, il <em>co-working</em>, la condivisione di un ambiente di lavoro da parte di free-lance, liberi professionisti o dipendenti di diverse organizzazioni che lavorano in modo indipendente, ma condividono valori e sono interessati alle contaminazioni e alle sinergie che possono verificarsi lavorando a contatto con persone di talento. In varie città d&#8217;Italia è già realtà e anche noi di Venti <a href="http://ventiblog.com/?s=talent+garden">abbiamo avuto occasione</a> di parlarne nei mesi passati.</p>
<p>E le imprese tradizionali come reagiscono? Alcune si sentono minacciate da questo fermento. Gli albergatori, per esempio, protestano contro Airbnb, accusato per la sua concorrenza “sleale”, per la mancanza di regole e, soprattutto, per il mancato pagamento della tassa di soggiorno. Altre, le più dinamiche, si adeguano al trend: la Ford, ad esempio, ha deciso di lanciare il suo programma di car sharing.</p>
<p>Ma che rilevanza ha la sharing economy nel nostro Paese? Negli Usa il 52 % delle persone hanno scambiato o prestato dei beni, in Inghilterra siamo al 64%. In Italia i numeri sono molto più bassi. Però va detto che con un 13% della popolazione che ha utilizzato almeno una volta servizi di sharing, l’economia collaborativa in Italia si avvicina al “tipping point”, il punto di non ritorno necessario per la diffusione di un fenomeno tra la popolazione.</p>
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		<title>Perché i Beatles hanno cambiato il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2015 15:26:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era il 6 giugno 1962 quando un annoiato George Martin, alla ricerca di nuovi talenti, incontra quattro ragazzi di Liverpool negli studi di registrazione della EMI, ad Abbey Road, elegante via di Londra nel quartiere aristocratico di St John’s Wood. Si dice che il provinlo non fu straordinario e che George Martin fece loro un discorsetto, spiegando cosa la EMI, la più grande casa discografica del mondo, si sarebbe aspettata nell’eventualità di una collaborazione. Finito il discorso chiese se avessero [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Era il 6 giugno 1962 quando un annoiato George Martin, alla ricerca di nuovi talenti, incontra quattro ragazzi di Liverpool negli studi di registrazione della EMI, ad Abbey Road, elegante via di Londra nel quartiere aristocratico di St John’s Wood. Si dice che il provinlo non fu straordinario e che George Martin fece loro un discorsetto, spiegando cosa la EMI, la più grande casa discografica del mondo, si sarebbe aspettata nell’eventualità di una collaborazione. Finito il discorso chiese se avessero qualcosa da aggiungere e George Harrison rispose: “Sì, non mi piace la sua cravatta”. Quel giorno nascevano i Beatles.</p>
<p>Alla voce &#8220;Beatles, the&#8221; nel &#8220;The Oxford Companion to Popular Music&#8221; si legge: &#8220;Gruppo della scena rock britannica. Ogni storia o indagine sociologica della Gran Bretagna degli anni Sessanta dovrebbe includere una sezione dedicata al fenomeno Beatles. Sono chiaramente il più importante gruppo della storia della musica pop, la loro influenza è incalcolabile&#8221;. Se questo non fosse abbastanza, sappiate che David Chapman, l’assassino di John Lennon, al momento dell’arresto dichiarò: “Odiavo i Beatles, perché hanno cambiato il mondo”.</p>
<p>Ma cosa rappresentano i Beatles e che cosa li ha resi un fenomeno globale così straordinario? Un concorso di circostanze: prendi un’epoca storica rivoluzionaria, come quella degli anni ’60, aggiungi una generazione in fermento, una musica fresca e moderna, quattro ragazzi giovani e piacenti, una buona dose di talento e di marketing e il gioco è fatto!</p>
<p>Ciò che sorprendeva dei Beatles e contribuiva ad aumentarne il fascino era la loro irriverente sicurezza. Erano tempi conformisti, in cui non era necessario che i cantanti avessero opinioni proprie, né tantomeno che le esprimessero. I Beatles, invece, davano l’impressione di essere liberi, di non essere costretti a comportarsi come la società di quegli anni imponeva. La mancanza di atteggiamenti da divi e la loro determinazione nel non lasciarsi travolgere dalla popolarità facevano parte del loro fascino.</p>
<p>Ricorrenze come queste portano a interrogarsi sulla valenza dei miti, delle icone, sull’immortalità, sul perché alcune persone (e alcune canzoni) passano alla storia. Si sa, le ricorrenze capitano a tutti i gruppi, a tutte le canzoni. Si celebrano e si ricordano, però, solo quei gruppi e quelle canzoni che sono riusciti a ingannare il tempo, sfuggendo alle sue regole, senza invecchiare.</p>
<p>I Beatles sono un esempio. Le strisce pedonali di Abbey Road, che i Fab Four attraversano nella copertina dell’omonimo album, sono diventate patrimonio nazionale dell’English Heritage, luogo di pellegrinaggio e ingorghi, per via delle numerose foto. E ancora il rooftop concert, il famoso concerto sul tetto, ultima esibizione dal vivo della band, le giacche con il collo a listino, il taglio a caschetto, i mitici stivaletti ‘Chelsea boots’, i costumi di Sgt Pepper’s, tutto nei Beatles diventa iconico e contribuisce ad alimentarne la leggenda.</p>
<p>Dopo i Beatles niente sarà più lo stesso nell’industria discografica. Con loro nascono il merchandising, i concerti evento, le folle di ragazzine urlanti e i fan in adorazione. I Beatles sono il prodotto perfetto della nascente industria culturale e dell’intrattenimento, attiva nel settore della produzione di sogni in serie.</p>
<p><em>Living is easy with eyes closed… </em>Buon ascolto!</p>
<p>[youtube id=&#8221;Te5KoX3hQz4&#8243;]</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>IL FUTURO NEL CIBO.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2015 15:47:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa mangeremo tra 50 anni? Come sarà strutturata la filiera alimentare del futuro? Come avverranno la produzione e distribuzione del cibo? Le nuove tecnologie possono promuovere una catena alimentare più etica e trasparente? Al Future Food District hanno provato a rispondere a queste ed altre domande. Il Future Food District è lo spazio espositivo di Expo 2015 dedicato all’innovazione e alle nuove tecnologie. Realizzato in collaborazione con Coop, comprende due padiglioni da 2500 metri quadri ciascuno ed ospita un prototipo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa mangeremo tra 50 anni? Come sarà strutturata la filiera alimentare del futuro? Come avverranno la produzione e distribuzione del cibo? Le nuove tecnologie possono promuovere una catena alimentare più etica e trasparente? Al <strong>Future Food District</strong> hanno provato a rispondere a queste ed altre domande. Il Future Food District è lo spazio espositivo di Expo 2015 dedicato all’innovazione e alle nuove tecnologie. Realizzato in collaborazione con Coop, comprende due padiglioni da 2500 metri quadri ciascuno ed ospita un <em>prototipo</em> di supermercato del futuro, strutturato su due livelli: un magazzino totalmente automatizzato in cui i sistemi robotici ordinano e preparano i prodotti e, al piano superiore, il supermercato vero e proprio.</p>
<p>Cosa si può trovare al Future Food District di Expo? Soluzioni e scenari possibili relativi all’alimentazione nel futuro. Dalle <em>etichette aumentate</em>, ovvero schermi interattivi che si azionano sfiorando i prodotti e che danno informazioni circa le proprietà, la storia, la provenienza del prodotto (insomma tutte quelle informazioni che possiamo facilmente reperire in rete ma che non entrano in un’etichetta tradizionale), a idee per risolvere il problema della celiachia (rivestendo il glutine in modo che passi inosservato attraverso l’intestino), ai cibi del futuro: l’<em>amaranto</em>, un non-cereale come la quinoa, naturalmente privo di glutine e ricco di proteine; il <em>pastrami</em>, carne in salamoia ricca di aromi e spezie, abitualmente consumata negli States; le immancabili alghe e… gli insetti. Sì, perché, è stato previsto che il cibo tradizionale non sfamerà i 9 miliardi di abitanti attesi per il 2050. Ecologici, abbondanti e nutrienti, gli insetti hanno un alto contenuto di proteine, sali minerali e grassi e potrebbero essere una seria risposta alla fame nel mondo. La FAO ne ha già incoraggiato l’allevamento. In California non hanno perso tempo ed è nata la prima <em>farm</em> per produrre la farina dai grilli. Il loro slogan? “Fresco, sano e sostenibile”.</p>
<figure id="attachment_5572" aria-describedby="caption-attachment-5572" style="width: 290px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-5572 size-full" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/INSETTI.jpg" alt="INSETTI" width="290" height="174" /><figcaption id="caption-attachment-5572" class="wp-caption-text">Insetti</figcaption></figure>
<figure id="attachment_5571" aria-describedby="caption-attachment-5571" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-5571 size-medium" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/ALGHE-300x200.jpg" alt="ALGHE" width="300" height="200" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/ALGHE-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/ALGHE-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/ALGHE-600x400.jpg 600w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/05/ALGHE.jpg 667w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-5571" class="wp-caption-text">Alghe</figcaption></figure>
<p>Ma al Future Food District si tratta anche di agricoltura sostenibile, e di semi. Nella grande banca mondiale dei semi, custodita in una montagna ghiacciata della Norvegia, si sta provvedendo a conservare differenti gruppi di sementi, tra cui i semi del grano, del riso e del mais che potrebbero scomparire tra qualche decennio a causa del cambiamento climatico. L’Exhibition Area, posta nella Piazza di 4500 metri quadrati tra i due edifici, racconta altre fasi della filiera alimentare, quelle agricole e sperimenta nuovi modi di concepire l’agricoltura urbana.</p>
<p>Curiosi? Io credo che andrò a fare un giro nel weekend. E magari qualche assaggio. Insetti esclusi.</p>
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		<title>Turismo e marketing: un binomio vincente</title>
		<link>https://ventiblog.com/turismo-e-marketing-un-binomio-vincente/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 09:43:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA POP]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Antonella  Di Lucia L’Italia è il Paese col maggior numero di siti Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Ben 50, potete consultarli qui. Eppure in Europa per quel che riguarda l’occupazione culturale e creativa siamo terz’ultimi, dietro di noi solo la Romania e il Portogallo. All’estero, in media, i beni culturali danno lavoro a 3 milioni di persone; in Italia, nel 2014, solo a 1,4 milioni. Oggi i beni culturali producono in Italia un giro di affari che vale 40 miliardi di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Di <a title="ANTONELLA DI LUCIA" href="http://ventiblog.com/2014/05/antonella-di-lucia/">Antonella  Di Lucia</a></p>
<p>L’Italia è il Paese col maggior numero di siti Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Ben 50, <a href="http://www.patrimoniounesco.it/UNESCO/siti_italiani.htm">potete consultarli qui</a>. Eppure in Europa per quel che riguarda l’occupazione culturale e creativa siamo terz’ultimi, dietro di noi solo la Romania e il Portogallo. All’estero, in media, i beni culturali danno lavoro a 3 milioni di persone; in Italia, nel 2014, solo a 1,4 milioni. Oggi i beni culturali producono in Italia un giro di affari che vale 40 miliardi di euro e il 2.6% del PIL. In Inghilterra con un patrimonio storico e artistico immensamente inferiore al nostro, tirano su 73 miliardi di euro, il 3.8 % del PIL.</p>
<p>Di recente sono stata in Lituania, che di siti patrimonio dell’umanità ne ha invece quattro, ma sono rimasta colpita dall’abilità dei lituani di riuscire a valorizzare le bellezze e i luoghi di interesse del loro Paese. Il castello di Trakai era distrutto ed è stato completamente ricostruito a partire dagli anni ‘30. Oggi è adibito a museo. Non ha arredi, ma qualche arazzo d’epoca sopravvissuto al tempo e soprattutto cimeli, vestiti, oggetti d’uso comune, informazioni e contenuti interattivi che raccontano come vivevano le varie popolazioni che si sono alternate nel corso dei secoli a Trakai. Insomma, nel Castello di Trakai <em>te la raccontano un po’</em>, ma è proprio questo il bello: raccontare! Alla gente piace essere intrattenuta e, invece, noi Italiani, popolo di santi, <strong>poeti </strong>e navigatori, nel turismo non siamo bravi a raccontare storie. Forti delle nostre magnifiche città d’arte e del ricchissimo tessuto culturale che caratterizza il nostro territorio, curiamo poco la cornice, il contesto. E ci accontentiamo di un turismo mordi e fuggi, con una visita media di 3 giorni, per l’itinerario classico Roma-Venezia-Milano, contro i 7 giorni della Francia. Code chilometriche all’ingresso delle principali attrattive turistiche, prezzi dei biglietti esosi e scarsi servizi (spesso è impossibile pagare con la carta di credito) contraddistinguono la nostra offerta.</p>
<p>Poche, pochissime sono le attrattive collaterali ai siti storici e artistici del nostro Paese dove il turista può trascorrere mezza giornata lasciandosi intrattenere da filmati, testimonianze o bevendo un caffè al chiuso.</p>
<p>Manca una strategia di marketing di lungo periodo e globale; manca la brandizzazione di un patrimonio inestimabile. Il Country Brand Index, una ricerca che stila una classifica dei Paesi in base all’appeal di una destinazione agli occhi dei viaggiatori internazionali, ci vede al diciottesimo posto per il 2014 e rispetto al 2013 siamo scesi di tre posizioni.</p>
<p>Perché le ville del lago di Como o le 4000 residenze principesche disseminate tra il Veneto e il Friuli non attirano tanti visitatori quanto i castelli della Loira? Perché non sono altrettanto belle forse? No. Perché non siamo bravi a vendere il nostro prodotto. Non esiste un brand, non esiste una strategia coordinata, spesso le informazioni sul web non sono accurate o aggiornate. Inoltre, gli incentivi fiscali ai proprietari affinché si occupino della manutenzione e dei restauri sono praticamente nulli. Così, un patrimonio mal gestito anziché rendere diventa un costo.</p>
<p>Ricapitolando, una quota anche cospicua di beni culturali non è sufficiente per attrarre automaticamente la domanda di consumo culturale. Serve un livello di progettazione adeguato per l’offerta dei servizi culturali che renda facilmente fruibili i beni artistici. E serve crederci un po’ di più. L’attitudine tutta italiana a pensare sempre che gli altri siano meglio di noi, a buttarci giù, a non valorizzare e rispettare il nostro territorio, non aiuta. Se non ci crediamo noi per primi, come possiamo pretendere che ci credano gli altri?<a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/download.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3793" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/download.jpg" alt="download" width="305" height="165" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/download.jpg 305w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/download-300x162.jpg 300w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /></a> <a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/images.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3794" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/images.jpg" alt="images" width="334" height="151" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/images.jpg 334w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/04/images-300x136.jpg 300w" sizes="(max-width: 334px) 100vw, 334px" /></a></p>
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		<title> Why food is the new black? (ovvero, della moda del cibo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2015 11:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TENDENZE]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Antonella Di Lucia Che da qualche anno a questa parte il cibo vada di moda è chiaro a tutti. Basta provare a fare zapping in tv, dove su qualunque canale e a qualsiasi orario impazzano cooking show che sciorinano ricette succulente e vedono agguerritissimi concorrenti sfidarsi a colpi di frusta (da cucina). Ma non solo. Le blogger di cucina si contendono il tappeto rosso con quelle della moda mentre gli chef, da parte loro, sono sempre più delle star. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Di <a title="ANTONELLA DI LUCIA" href="http://ventiblog.com/2014/05/antonella-di-lucia/">Antonella Di Lucia</a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/foodporn-584.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3377" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/foodporn-584.jpg" alt="foodporn-584" width="584" height="358" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/foodporn-584.jpg 584w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/foodporn-584-300x184.jpg 300w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /></a></p>
<p>Che da qualche anno a questa parte il cibo vada di moda è chiaro a tutti. Basta provare a fare zapping in tv, dove su qualunque canale e a qualsiasi orario impazzano cooking show che sciorinano ricette succulente e vedono agguerritissimi concorrenti sfidarsi a colpi di frusta (da cucina). Ma non solo. Le blogger di cucina si contendono il tappeto rosso con quelle della moda mentre gli chef, da parte loro, sono sempre più delle star. Sono protagonisti-conduttori di programmi tv, opinionisti, scrivono su giornali e riviste, pubblicano libri o sono ospiti in eventi superfashion.</p>
<p>Secondo una ricerca Nielsen, se nel 2010 l’argomento preferito degli italiani era la musica, seguita da cinema e salute, nel 2014 la cucina è al primo posto. “Quando il denaro è poco, il cibo acquista maggiore importanza”, spiega Stefano Daelli, Strategy &amp; Content Director di Market Revolution. E arriva ad assumere connotati addirittura sensuali, tant’è che, come scrisse Mary Eberstadt nel 2009 nel suo articolo “Is food the new sex?” sembra che con la rivoluzione sessuale e lo sdoganamento del sesso, l’ordine di moralità tra i due appetiti basilari dell’uomo si sia invertito e il cibo è diventato il nuovo tabù, la nostra nuova ossessione.</p>
<p>Ecco 8 top trend legati al mondo del food.</p>
<ul>
<li><strong>Foodie</strong>: è il neologismo creato per descrivere una nuova categoria di persone, che potremmo definire <i>i fissati del cibo</i>. Sono <i>gastrofanatici</i>, cultori del lievito madre, sempre alla ricerca dell’ultimo ristorantino di tendenza aperto in città, della sagra hipster o dell’agriturismo di grido, rigorosamente armati di smartphone con cui fotografare i piatti più fashion, da condividere sui social.</li>
<li><strong>Antonino cannavacciuolo</strong>: semplicemente un idolo. L’uomo le cui <i>affettuose</i> pacche sulla spalla sono ormai diventate una leggenda. 120 kg di simpatia, ma anche di bravura e competenza, Cannavacciuolo è lo chef che il mondo ci invidia per “finezza ed equilibrio” e il suo ristorante stellato sul Lago d’Orta è già meta di pellegrinaggio. Alcuni lo definiscono il Gordon Ramsey italiano, perché conduce la versione nostrana di <i>Cucine da Incubo</i>, ma è riuscito a farlo con uno stile tutto suo. Campano e decisamente migliore.</li>
<li><strong>Masterchef</strong>: portato alla ribalta dai <i>vuoi che muoro</i> di Bastianich, dal fascino snob di Cracco e dall’umorismo tagliente di Bruno Barbieri, è ormai un cult del palinsesto televisivo italiano.</li>
<li><strong>Expo</strong>: il tema di Expo Milano 2015 è “Nutrire il pianeta, Energia per la vita”. La campagna di comunicazione dell’evento, “Il Cibo è Vita”, promette  “scoprirete il ristorante più grande del mondo, assaggerete cibi mai provati prima, farete la spesa nel supermercato del futuro”.</li>
<li><strong>Blog</strong>: da Chiara Maci a Chiara Santamaria, passando per Angela Frenda e i suoi <i>Racconti di cucina</i> sul Corriere. Di professione fanno le foodblogger. Hanno buon occhio, producono contenuti interessanti e  capiscono di marketing e comunicazione.</li>
<li><strong>Instagram</strong>: lì ebbe origine la follia. Gli insta-maniac di tutto il mondo cominciarono a scattare foto di piatti, selfie mentre si cucina, selfie mentre si mangia e così via. L’hashtag #foodporn, che fa riferimento ad un’estetica del piatto talmente impeccabile da stimolare il desiderio, ha raggiunto cifre inimmaginabili. Qualche profilo da seguire? Idafrosk, jamieoliver e julyskitchen.</li>
<li><strong>Italia</strong>: il nostro Paese è da sempre sinonimo del mangiar bene e offre itinerari enogastronomici superlativi. Praticamente ogni weekend sagre ed eventi sparsi sul territorio nazionale celebrano l’arte del buon vivere italiano, alla scoperta di posti e prodotti che tutto il mondo ci invidia.</li>
<li><strong>App</strong>: tantissime le FoodApp create negli ultimi anni. Database di ricette, pratici timer, suggeritori di ristoranti completi di feedback e review dei clienti, veri e propri social network in cui condividere consigli su locali, ricette segrete, passioni. Indispensabili.</li>
<li><img class="aligncenter size-full wp-image-3378" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/bandieraitcibo.jpg" alt="bandieraitcibo" width="500" height="301" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/bandieraitcibo.jpg 500w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/03/bandieraitcibo-300x181.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></li>
</ul>
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		<title>TSIPRAS E MATTARELLA: PROFILI A CONFRONTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2015 11:09:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Antonella Di Lucia Alexis Tsipras e Sergio Mattarella. L’uno giovane premier greco alla guida di un partito di estrema sinistra, l’altro Presidente della Repubblica italiana, democristiano, stimato politico e giurista. Cosa avranno mai in comune questi due personaggi? Che sono entrambi freschi d’elezione, certo, ma c’è qualcosa di più che li lega, la speranza di cambiamento che rappresentano. Entrambi godono di un largo sostegno presso l’opinione pubblica dei rispettivi Paesi, in quanto simboli, in qualche modo, di una svolta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Di<a title="ANTONELLA DI LUCIA" href="http://ventiblog.com/2014/05/antonella-di-lucia/"> Antonella Di Lucia</a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/0301_alexis-tsipras_1260.jpg"><br />
</a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/lista-tsipras-altra-europa.jpg"><br />
</a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/mattarella.jpg"><br />
</a><a href="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/Schermata-2015-02-20-alle-19.32.31.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-3113" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/Schermata-2015-02-20-alle-19.32.31.png" alt="Schermata 2015-02-20 alle 19.32.31" width="571" height="193" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/Schermata-2015-02-20-alle-19.32.31.png 571w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/Schermata-2015-02-20-alle-19.32.31-300x101.png 300w" sizes="(max-width: 571px) 100vw, 571px" /></a></p>
<p>Alexis Tsipras e Sergio Mattarella. L’uno giovane premier greco alla guida di un partito di estrema sinistra, l’altro Presidente della Repubblica italiana, democristiano, stimato politico e giurista. Cosa avranno mai in comune questi due personaggi? Che sono entrambi freschi d’elezione, certo, ma c’è qualcosa di più che li lega, la speranza di cambiamento che rappresentano. Entrambi godono di un largo sostegno presso l’opinione pubblica dei rispettivi Paesi, in quanto simboli, in qualche modo, di una svolta politica favorevole. Naturalmente è troppo presto per osannare ed elargire riconoscimenti, ma, a naso, il giudizio popolare è positivo, perché, si sa, nei periodi di crisi c’è bisogno di sperare.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3111" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/lista-tsipras-altra-europa.jpg" alt="lista-tsipras-altra-europa" width="3346" height="1253" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/lista-tsipras-altra-europa.jpg 3346w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/lista-tsipras-altra-europa-300x112.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/lista-tsipras-altra-europa-768x288.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/lista-tsipras-altra-europa-1024x383.jpg 1024w" sizes="(max-width: 3346px) 100vw, 3346px" />Chi è Alexis Tsipras? Classe 1974, ingegnere civile con master in urbanistica, ha frequentato le scuole pubbliche in Grecia. Inglese imparato da adulto, non ancora fluido nonostante i corsi intensivi dell’ultimo anno. Borghese, figlio di un imprenditore edile, i detrattori lo accusano di fare il rivoluzionario con i soldi di papà e non gli perdonano l’unico vizio: andare una volta a settimana dal barbiere più costoso di Atene.<br />
Tsipras è carismatico ed ha la faccia e il sorriso da bravo ragazzo. Dice cose che nessuno aveva mai detto e cioè che si può non pagare i debiti e allo stesso tempo restare nell’euro; che l’Unione Europea rappresenta una cornice di valori che comprende la democrazia, la sanità pubblica, l’educazione, le pari opportunità e non può voler dire solo 2.5 di disavanzo primario e spread sostenibile. Contesta le politiche di austerità imposte dall’UE, ma lo fa in modo diverso rispetto ad Alba Dorata e altri movimenti anti-europei populisti e di destra. Il programma economico di Tsipras fa riferimento ad un <em>mandato di negoziazione</em>, il cui intento è quello di aprire una trattativa con le istituzioni europee.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3110" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/0301_alexis-tsipras_1260.jpg" alt="0301_alexis-tsipras_1260" width="1260" height="840" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/0301_alexis-tsipras_1260.jpg 1260w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/0301_alexis-tsipras_1260-300x200.jpg 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/0301_alexis-tsipras_1260-768x512.jpg 768w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/0301_alexis-tsipras_1260-1024x683.jpg 1024w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/0301_alexis-tsipras_1260-360x240.jpg 360w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/0301_alexis-tsipras_1260-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1260px) 100vw, 1260px" />Le strade a disposizione di Tsipras e di Yanis Varoufakis, suo Ministro delle Finanze e mente economica con fisico e sembianze da rockstar, sono quattro. La prima, la più probabile ma anche la più difficile per il governo greco che ha vinto le elezioni promettendo esattamente il contrario, sarebbe l’estensione dell’attuale piano di salvataggio. La seconda, più favorevole per la Grecia, sarebbe quella di chiedere alla Banca Centrale di sbloccare gli interessi e i profitti sui titoli di stato greci acquistati durante la crisi. La terza opzione consiste nel trovare i soldi altrove e, in questo caso, Mosca (a cui non a caso il governo Tsipras ha mostrato il suo appoggio) potrebbe essere una possibile soluzione. La quarta possibilità, infine, sarebbe quella di emettere una moneta nazionale parallela per finanziare la spesa pubblica; ma in questo caso non avrebbe molto senso parlare di moneta unica. Ce la faranno i nostri eroi a salvare il futuro della Grecia e dell’Unione? Finora la loro ricetta ha funzionato, almeno per vincere le elezioni.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3112" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/mattarella.jpg" alt="mattarella" width="672" height="351" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/mattarella.jpg 672w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/02/mattarella-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 672px) 100vw, 672px" />Che dire invece del Mattarella nazionale? Anche il Wall Street Journal ne parla bene: «Un nuovo presidente si è appena insediato in Italia, è Sergio Mattarella&#8230; E le sue prime parole e i suoi primi gesti lo hanno già distinto dai suoi omologhi europei», riferendosi in particolare all’esortazione di Mattarella verso la comunità internazionale di mettere in campo tutte le risorse possibili per la lotta al terrorismo. Integro, morigerato e sobrio, per spostarsi usa voli di linea. Crozza lo prende già in giro per il suo <em>understatement</em> e il suo “grigio” esordio: “Io, Sergio Mattarella, sono un uomo in grigio, non mi si nota mai.. Pensate che nella foto della mia patente io sono quello dietro!”. Ma, scherzi a parte, la sobrietà e lo stile di Mattarella piacciono. Quarantasei applausi interrompono il suo discorso in Parlamento: un intervento breve in cui il Capo dello Stato dice senza fronzoli che intende essere un arbitro imparziale e in cui parla di riforme, imprese e di lotta alla corruzione, rivolgendo un pensiero alle difficoltà e alle speranze degli italiani.</p>
<p>Una volta i simboli, le icone duravano nel tempo; oggi si esauriscono nel giro di anni o addirittura mesi. L’augurio è che questi simboli di speranza e cambiamento possano rimanere tali a lungo.</p>
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		<title>Change Management, il nuovo mantra delle aziende</title>
		<link>https://ventiblog.com/change-management-il-nuovo-mantra-delle-aziende/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Di Lucia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jan 2015 10:50:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pillole di economia]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Antonella Di Lucia  Anche le aziende devono affrontare nuovi inizi. Una delle poche costanti del far business, infatti, è il cambiamento. In questo senso, saper gestire un’azienda significa saper gestire i cambiamenti. Le aziende necessitano di una capacità interna di adattare la propria organizzazione alle pressioni derivanti dai mutamenti dell’ambiente esterno: discontinuità tecnologiche, aggiornamenti della normativa, scarsità delle risorse, mutamenti nei gusti dei consumatori. È necessario che le aziende colgano tali segnali come opportunità e non si adagino mai [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Di<a title="ANTONELLA DI LUCIA" href="http://ventiblog.com/2014/05/antonella-di-lucia/"> Antonella Di Lucia</a></p>
<p> <img class="aligncenter size-full wp-image-2900" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/01/change_management.jpg" alt="change_management" width="400" height="222" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/01/change_management.jpg 400w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2015/01/change_management-300x167.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />Anche le aziende devono affrontare nuovi inizi. Una delle poche costanti del far business, infatti, è il cambiamento. In questo senso, saper gestire un’azienda significa saper gestire i cambiamenti. Le aziende necessitano di una capacità interna di adattare la propria organizzazione alle pressioni derivanti dai mutamenti dell’ambiente esterno: discontinuità tecnologiche, aggiornamenti della normativa, scarsità delle risorse, mutamenti nei gusti dei consumatori. È necessario che le aziende colgano tali segnali come opportunità e non si adagino mai sugli allori del successo. Perché anche le migliori aziende si trovano a fronteggiare minacce sempre nuove e, anzi, spesso, le aziende di successo sono quelle che hanno più difficoltà a cambiare. Numerosi sono gli esempi di aziende leadership che si sono trovate in serie difficoltà per l’incapacità di reagire adeguatamente ai continui rovesci dell’ambiente economico. Quando <strong>Michelin</strong> introdusse gli pneumatici radiali, più sicuri ed economici, <strong>Firestone</strong>, già leader del mercato, continuando a produrre gli pneumatici tradizionali, perse quote significative; <strong>Mc Donald’s</strong> deve il suo successo all’utilizzo di rigidi standard nei processi operativi, tuttavia, quegli stessi standard su cui aveva costruito il suo successo le fecero perdere quote di mercato a favore di <strong>Burger King</strong> e<strong> Taco Bell</strong>, più svelti nell’incontrare i mutati gusti dei consumatori statunitensi alla ricerca di cibi più salutari negli anni ’90; <strong>Polaroid</strong>, icona della fotografia istantanee, soccombe alle nuove tecnologie digitali.<br />
Il fallimento, però, non è la conseguenza inevitabile del successo. Il segreto è fermarsi a riflettere sulla direzione del cambiamento e incanalarsi verso di essa. Le aziende hanno moltitudini di dati e report prodotti da analisti interni e consulenti esterni, dunque, le informazioni non mancano. Anche dopo aver compreso qual è l’ostacolo da fronteggiare, le aziende devono resistere all’impulso di correre ai ripari e rivoluzionarsi. Spesso, il vero male non è la paralisi, ma quella che in gergo gli aziendalisti definiscono <em>inerzia attiva</em>, ovvero investire le energie in troppe attività di tipo inadeguato. Cambiando tutto in una volta, i manager rischiano di perdere competenze cruciali e di snaturare l’azienda, di rovinare solide relazioni costruite negli anni e disorientare dipendenti e clienti. La rivoluzione rischia di far sì che si tagli col passato quando si è ancora impreparati ad affrontare il futuro. L’obiettivo deve essere quello di un rinnovamento graduale, tenendo conto del DNA dell’impresa, pur sapendo che i vecchi valori, assetti strategici, processi e rapporti devono essere rimaneggiati per affrontare nuove sfide.<br />
Il cambiamento è un processo complesso e delicato che deve essere preparato con cura. Infatti, ogni volta che un progetto viene approvato, iniziano a delinearsi “resistenze” da parte delle persone interessate da questi cambiamenti che cercheranno in tutti i modi di difendere lo status quo. L’ostacolo che maggiormente si oppone al cambiamento, dunque, è costituito dal fattore umano in quanto ogni tipologia di ridisegno della realtà intacca equilibri organizzativi, modalità di lavoro, competenze, comportamenti e relazioni.<br />
Per questo le aziende devono puntare sul <strong>Change Management</strong>, ovvero definire e attuare nuove tecnologie e procedure per affrontare al meglio i continui cambiamenti che agitano il sistema economico e anzi per trarne beneficio, limitando il più possibile l’impatto delle forze negative nel tentativo di creare quel <em>trait d’union</em> tra la volontà di cambiare e l’effettiva capacità di cambiamento dell’organizzazione.</p>
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