La prima esplosione non si scorda mai, specialmente se di notte e a pochi isolati dal proprio appartamento. Non è un’esperienza piacevole. La confusione prende il sopravvento ed è solo una scarica di adrenalina che permette di alzarsi e mettersi a riparo nella stanza di sicurezza. Il film “Whiskey, Tango Foxtrrot” descrive la vita di un expat a Kabul. Dieci anni fa. Le cose sono cambiate di molto. Secondo Humanitarian Outcomes, nel 2015 l’Afghanistan è stato il Paese con il più alto numero di  vittime nel settore umanitario.

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Dimmi, com’è Kabul?

Questa domanda mi è stata posta decine di volte durante e dopo la mia breve permanenza in Afghanistan e ho sempre trovato la risposta estremamente difficile. Come è possibile spiegare in poche parole qualcosa di così complesso senza risultare banale? Certo, è pericolosa. Molto pericolosa. Se si è Italiani il rischio di essere sequestrati è ancora più alto rispetto ad un Americano o Britannico perchè, si sa, l’Italia è molto propensa a pagare riscatti. Certo, in Afghanistan ci sono i Talebani ma ci sono anche molti altri gruppi ostili al governo. Certo, in Afghanistan c’è la guerra ma le cose sono molto più complesse di quanto si possa pensare. Ci sarebbe tanto altro. Sarebbe troppo complesso spiegare il motivo per cui accetterei un altro incarico in Afghanistan, pur essendo conscio dei rischi.

Arrivare in una zona di guerra, senza nessuna esperienza simile precedente è a dir poco spaventoso. Incidenti a Kabul, includendo attacchi terroristici, sequestri ed esplosioni, sono all’ordine del giorno e la possibilità di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato è paurosamente concreta. Non credo che dimenticherò mai i pochi minuti che hanno separato la mia discesa dall’aereo a Kabul e l’incontro con l’autista dell’organizzazione per cui lavoro. L’unico e costante pensiero è stato quello di mettersi al sicuro, ammesso che esista un luogo del genere a Kabul.

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Vivere a Kabul è surreale

Sono sufficienti pochi giorni per rendere normale qualcosa che assolutamente non lo è e non dovrebbe mai essere: notizie di esplosioni e sequestri diventano routine e in mezzo a tutto questo, ovviamente, bisogna lavorare. Se si pensa che a Kabul si vive in basi militari, si è parecchio fuori strada. In realtà, dipende da dove e per chi si lavora. Le non-profit hanno generalmente la “no-weapon policy”, dove l’uso di guardie armate è proibito e si vive in un plesso di appartamenti dove solo un muro di qualche metro separa te dal resto dell’Afghanistan. L’idea è, ancora una volta, spaventosa. Non è inusuale sentire colpi di arma da fuoco e l’unica cosa da fare è rimanere con i nervi saldi e sperare che il motivo degli spari sia la celebrazione di un matrimonio. La vita è molto “confinata”: camminare per strada è proibito e se si vuole uscire bisogna sempre pesare il beneficio con il rischio concreto di essere coinvolti in qualche incidente e il tutto diventa una questione di cosa si è disposti a fare e rinunciare per essere al sicuro.

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Kabul è anche molto altro

Tuttavia, sarebbe ingiusto descrivere l’Afghanistan solo per questo. E’ molto altro e sarebbero necessari anni per capirla e viverla. La gentilezza delle persone va molto oltre quella che può essere definita come semplice cortesia. L’ospitalità ti rapisce ed è incredibile pensare che questo popolo non ha avuto pace per oltre due decenni, trovandosi, per sua fortuna e per sua sfortuna, in una posizione geografica molto strategica. Ho sempre pensato che un popolo che vive in queste condizioni sia un popolo molto più sensibile rispetto a chi ha sempre avuto tutto e dato tutto per scontato. Riempie il cuore di tristezza vedere un tale Paese in guerra.

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A proposito dell'autore

Marco Scagliusi

Laureato in Svezia, lavora in Liberia per una organizzazione non governativa degli Stati Uniti. E’ fortemente convinto che con una valigia carica di caffè sia possibile partire verso qualsiasi luogo nel Mondo. Legge moderatamente, fa attività fisica regolarmente e ama viaggiare.

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