In queste settimane di quarantena, siamo tutti confrontati con qualcosa per la maggior parte di noi inedita: la limitazione di molte libertà. Privati del contatto fisico dei nostri amici, dei nostri cari, lontani dal nostro lavoro, dai nostri hobby, non ci resta che rimanere a casa seguendo le regole, sacrificando una serie di importanti diritti individuali sull’altare della salute pubblica.

Pur comprendendone in larga misura le ragioni, queste limitazioni ci frustrano, ci angosciano, e tutti noi attendiamo con impazienza che l’emergenza sanitaria rientri per poter saggiare anche solo in minima parte le libertà perdute. 

C’è una diffusa consapevolezza del sacrificio individuale che comporta la perdita di queste libertà “fisiche” (circolazione, movimento, riunione etc.), e la contestuale adozione di comportamenti eterodiretti ed imposti dall’alto. Esiste invece una libertà molto importante di cui disponiamo in grandi quantità senza curarcene, poiché la riteniamo ovvia. E’ la libertà di pensiero. L’unica, peraltro, che nessuna legge potrà mai toglierci. Come ci ha insegnato Orwell nelle pagine di 1984,  è proprio il pensiero la madre di tutte le libertà. E se lo “psicoreato” rimane soltanto e fortunatamente una sua geniale invenzione letteraria, ciò che può realmente nuocere alla nostra libertà mentale, ciò che può realmente comprometterla, non sono i decreti governativi: siamo noi stessi. 

Sono diversi i modi in un cui la nostra mente può essere presa in ostaggio. Ci sono infatti situazioni in cui sono i nostri stessi pensieri a dominarci contro la nostra volontà, a imporci i loro diktat, a tormentarci. Prendiamo ad esempio i rigidi paradigmi in cui siamo spesso intrappolati inconsapevolmente (siano questi dettami sociali o familiari) e che governano le nostre scelte. Il nostro cervello è una spugna che assorbe tutto ciò con cui viene in contatto sin dalla tenera età, e non abbiamo la minima idea di cosa decida di trattenere o meno. Ognuno di noi in fin dei conti nasce in un certo tipo di famiglia, in un certo tipo di società in una certa epoca storica, che ne condizionerà inevitabilmente sviluppo, valori di riferimento, priorità, ambizioni, tabù. Parte di questo bagaglio diventa parte integrante di chi siamo, il resto non sono altro che aspettative e standard che spesso ci allontanano dal nostro essere autentico e dalla nostra autorealizzazione.  

Altri esempi, più estremi, di gabbia mentale, sono condizioni patologiche come i disturbi ossessivi, i disturbi d’ansia o la depressione. Generalmente si pensa che disturbi di questo tipo possano riguardare solo gli altri, poiché ci si ritiene troppo razionali ed equilibrati per soffrirne in prima persona. Dati alla mano, invece, il rischio sembra essere dietro l’angolo. Secondo l’Istat, la depressione è il disturbo mentale più diffuso in Italia (5,4% della popolazione), spesso associato con i disturbi d’ansia (7%). Si tratta di milioni di persone coinvolte ogni anno. Per dare una vaga idea di cosa esse provino (e non me ne vogliano gli psicologi), potremmo riassumere così: si diventa schiavi della propria mente, la capacità di controllare i flusso dei pensieri è gravemente compromessa, con ricadute negative su svariate funzioni fisiologiche. Pensieri ossessivi, incubi, tachicardia, inappetenza, perdita della cognizione del tempo e del sonno, riduzione delle normali capacità cognitive… sono solo alcuni dei sintomi potenzialmente legati a queste patologie. Ci si trova insomma in una prigione invisibile in cui non sembra esserci altra scelta che scontare la propria pena, senza vie d’uscita immediate. Casi, questi, in cui si rende necessario un supporto psicologico e a volte farmacologico, volti a fornire alle persone affette gli strumenti per spezzare le loro dolorose catene mentali e riprendere finalmente il controllo di sé e della propria vita. Conditio sine qua non: la riconquista della propria libertà di pensiero, ovvero di quella libertà che ci permette in larga parte di “agire” i pensieri, e non di subirli.

Ho voluto fare un accenno a queste situazioni non per insinuare che riguarderanno anche voi. Questo non è dato sapersi, mi auguro di no. Sono soltanto spunti di riflessione sulla precarietà e l’incommensurabile valore della nostra libertà mentale. Se ci pensiamo un attimo, pur essendo in pieno lockdown non serve alcuna autocertificazione per viaggiare con i pensieri, per essere curiosi, per imparare cose nuove, per scrivere una poesia, per leggere con spirito critico un articolo di giornale, per parlare con profondità ad un amico. Nessun modulo per essere autorizzati ad entrare dentro di sé, circolare su strade sconosciute o note, sostare sulle piazzole più buie, esplorare le nostre zone rosse. Per mettere a nudo le nostre paure e le nostre più profonde aspirazioni. Per riappacificarci con noi stessi. Mentre la libertà “fisica” prima o poi tornerà, ce la ridaranno dall’alto gli stessi che ce l’hanno tolta (si spera), quella mentale è nostra, è a portata di mano, ma non per questo dovremmo considerarla come piena o perenne. E’ un qualcosa che ci appartiene intimamente, ma che è fragile. Come un seme piantato in un terreno, essa va coltivata, nutrita, protetta, ed i frutti che genera onorati, mai dati per scontati. Sfruttare appieno questo strano periodo, in cui siamo prevalentemente in compagnia di noi stessi, dovrebbe voler dire anche questo: apprezzare la nostra mente, stimolarla, esplorarla, prendersene cura. Siamo chiusi dentro casa, è vero, ma con la possibilità di aprirci alle innumerevoli, poliedriche forme della nostra “psicolibertà”. 

SL

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