Banksy ci ha spiazzati ancora una volta.
Lo street artist britannico conosciuto in tutto il mondo e di cui è ignota l’identità ha di recente finanziato una nave umanitaria, la Louise Michel, chiamata come la donna simbolo di pacifismo e anticolonialismo della Francia dell’800. 

Forte è il messaggio lanciato all’Europa.

Banksy già da tempo si occupa del tema delle politiche migratorie europee con la satira e il simbolismo che lo contraddistinguono. L’aspetto performativo delle sue opere ed i luoghi in cui esse compaiono sono un chiaro segno di denuncia. Non passano inosservati.

A maggio dello scorso anno ecco apparire a Venezia nei pressi di Ca’ Foscari un murales di un bambino profugo con lo sguardo assente, un giubbotto di salvataggio ed in mano un razzo segnaletico da cui esce fumo rosa. 

<< Sono qui, mi vedete?  >>

Un’opera carica di drammaticità proprio come lo sguardo di Cosette de I Miserabili protagonista del murales “interattivo” che si trova a Londra nei pressi dell’ambasciata francese. Cosette si lascia alle spalle la bandiera francese ed è avvolta da gas lacrimogeno.

Il codice QR di questa opera fa partire un video del 2016 del campo profughi di Calais chiamato “la Giungla” nel momento in cui viene sgomberato dalle autorità francesi. In quella baraccopoli vivevano i migranti che dalla Francia provano a raggiungere l’Inghilterra o che aspettavano una risposta alla propria richiesta d’asilo.

Sempre a Calais è presente un murales di Steve Jobs, le cui discendenze erano siriane, con pochi averi al seguito ed il suo Mac. 

Ancora a Calais, una riproduzione in stencil che ricorda il quadro La zattera della Medusa di Géricault ed ispirata al tragico evento del 1819: i pochi sopravvissuti della nave francese Medusa affondata al largo delle coste del Senegal vissero giorni terribili in mare.

Ma nello stencil di Bansky si vedono i migranti alla deriva ed un mega yatch con elicottero a bordo che passa in lontananza.

Poi egli utilizzando una tecnica ad olio, realizza tre dipinti, Vista sul Mar Mediterraneo 2017: ci sono solo giubbotti di salvataggio e salvagenti vuoti nel mare in tempesta. Ormai è troppo tardi.

Sebbene il diritto internazionale imponga l’obbligo di soccorrere le persone in pericolo di perire in mare ed anche il principio di non respingimento, tralascia le ipotesi di ritardo nella decisione di chi deve prestare di soccorso. 

Il 27 agosto la Louise Michel ha tratto in salvo e messo in sicurezza a bordo 219 persone nel canale di Sicilia. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni sono dovuti intervenire il 29 agosto per chiedere supporto alle nazioni europee.

Normalmente la competenza è quella del porto più vicino, ma la mancanza di un accordo su un meccanismo di sbarco regionale non può essere una scusa per negare loro un porto sicuro.

Anche la nostra Corte di Cassazione ha ribadito che l’obbligo di prestare soccorso comporta l’obbligo di sbarcare in un luogo sicuro dove siano garantiti ai migranti i loro diritti fondamentali. Tra questi, presentare domanda di protezione internazionale la quale non può essere effettuata sulla nave ma nel primo Stato europeo di arrivo. Questo è il punto di maggior scontro delle politiche migratorie europee. 

Tuttavia il diritto a scendere a terra non esiste.

Sul fianco della Louis Michel c’è lo stencil di una bambina che richiama il quadro della bambina che lascia andare il palloncino, simbolo di disillusione ed autodistruttosi in diretta nella casa d’aste di Londra. 

Invece la bambina della Louise Michel ha una presa salda ad una boa di sicurezza rosa e a forma di cuore ed indossa un giubbotto di salvataggio.

Se l’Europa chiude gli occhi davanti alle migliaia di persone che cercano appiglio, il sistema stesso continuerà ad andare a picco.

La nave umanitaria di Banksy restituisce dignità ed uguaglianza alle persone. E’ una forma d’arte, è il vento del cambiamento.

#searescueisnotacrime


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dell’italia di lunedì 07/09/2020

A proposito dell'autore

Marina Barone

Marina, classe 1994, laureata in giurisprudenza e specializzata in diritto internazionale e comparato, sintesi perfetta del suo interesse per i diritti umani e la sua voglia di scoprire le diverse sfaccettature dei paesi del mondo. Attualmente vive nell'isola di smeraldo di Oscar Wilde e James Joyce: l'Irlanda. Precisa, determinata, empatica e sognatrice. E' appassionata di yoga, con cui, come le piace dire, "ha imparato a respirare" e ha trovato il suo equilibrio, tanto da arrivare a prendere un diploma per insegnare la disciplina.

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