Continua la nostra indagine su come il Covid stia incidendo sulle vite dei giovani. Dopo un’analisi sociologica, ci siamo chiesti come stanno vivendo questo periodo da un punto di vista psicologico i giovani dai 18 ai 35 anni; ragazze e ragazzi che hanno dovuto mettere in stand-by le loro vite, i loro progetti di vita e di lavoro.
Ci aiuterà a trovare una risposta la psicologa e psicoterapeuta Rosa Miniaci.

  1. Quali sono stati gli effetti psicologici della pandemia sui giovani dai 18 ai 35 anni?
    Quali sono i bisogni, le paure e le emozioni espresse dai giovani in questo periodo?

Il confinamento e il tempo trascorso quasi esclusivamente nell’ambiente familiare possono rappresentare fattori di rischio particolarmente stressante per diversi motivi come: la paura di essere contagiato o contagiare familiari; i possibili problemi economici conseguenti alla riduzione o alla perdita del lavoro da parte dei genitori; la paura di essere escluso da reti amicali o di fallire nella propria relazione amorosa. Gli studi scientifici svolti durante il lockdown ci restituiscono, quindi, alcuni dati preoccupanti sul benessere delle/dei giovani italiane/i. Ragazze e ragazzi, in questi mesi, hanno spesso manifestato alti livelli di stress e un aumento dei sintomi di ansia e depressione. Gli studi rilevano come l’isolamento sociale possa comportare una serie di danni alla salute mentale delle persone quali: angoscia, depressione, paura e possa indurle a trovare rifugio nelle dipendenze e in particolare nella dipendenza da Internet. Questi risultati sono confermati anche da uno studio sulla popolazione di studenti calabresi, uno studio ancora in corso.

Il bisogno che emerge chiaro è quello senza dubbio legato alla ripresa di una quotidianità e, al contempo, alla necessità di ricominciare a programmare il futuro. È come se ci si sentisse inghiottiti in una bolla dalla quale si vede il mondo fuori ma non si riesce ad uscirne. 

  1. C’è stato un aumento delle richieste di aiuto in questo periodo? Se sì, si può fare un identikit dei giovani che si rivolgono ad uno psicoterapeuta? Hanno delle caratteristiche personali socio-culturali ed economiche comuni? 

Senza dubbio c’è stato un aumento di richieste, nella maggior parte dei casi si tratta di giovani impauriti dall’assenza di prospettive future e che hanno già in passato vissuto situazioni problematiche, personali e familiari e che questa chiusura forzata ha riportato a galla. Si tratta per lo più di giovani con un livello di istruzione medio alto.

Questi giovani sono quelli che più di tutti hanno dovuto rivedere i loro progetti e ridimensionare forse le loro aspettative, e sono quelli che più facilmente si rendono consapevoli di un problema psicologico e hanno le possibilità economiche per affrontarlo.

  1. C’è stato un peggioramento delle condizioni psicologiche di chi già in precedenza aveva intrapreso un percorso di supporto psicologico? Se si, quali sono gli effetti legati alla pandemia?

Come dicevo prima, chi aveva già in passato sofferto a livello psicologico ha sentito ancora di più il peso della chiusura forzata. Alcuni fenomeni ansiosi e depressivi si sono acuiti, le paure e le fragilità sono finite sotto la lente d’ingrandimento del tempo lento e infinito che ci siamo trovati a vivere. Allo stesso tempo, situazioni familiari conflittuali sono diventate esplosive e incontrollabili. 

  1. Quali sono le strategie messe in campo dai giovani per affrontare questo momento ? 

La possibilità di mantenersi in contatto tramite internet, le piattaforme web, i social, ha senza dubbio consentito di sentirsi vicini agli altri, la vicinanza forzata con i familiari si è rivelata essere una risorsa in molti casi, aiutando a riallacciare rapporti che in modo fisiologico per i comportamenti tipici di opposizione familiare, si erano interrotti.

  1. Si possono riscontrare delle differenze tra la prima e la seconda ondata o comunque il prolungamento della difficile situazione epidemiologica?

C’era più speranza durante la prima ondata, si sperava che la situazione sarebbe migliorata quindi c’era più ottimismo, la seconda ondata ha fatto emergere anche più “odio sociale” e stanchezza.

  1. Pensa ci siano degli elementi specifici che riguardano i giovani del Sud? Il fatto di vivere al sud ha degli effetti positivi o negativi? (Tenendo conto, per esempio, il fenomeno del South Working)?

Credo non ci siano eccessive differenze tra Nord e Sud, ritornare a lavorare al Sud tuttavia può essere una risorsa per fare rivivere borghi e paesi abbandonati in seguito all’emigrazione intellettuale. È emerso un nuovo modo di lavorare che, finita la pandemia può cambiare i modi di produzione in generale.

7 ) Ci sono delle strategie che a livello personale e familiare si possono mettere in campo per mitigare gli effetti negativi della pandemia?

Il supporto familiare è considerato un fattore di protezione dal rischio di ansia e di depressione. Le pratiche genitoriali e le strategie di coping messe in atto dai genitori possono influenzare il benessere dei ragazzi dopo situazioni critiche come disastri e pandemie.

Scuole e Università, inoltre, devono prendersi cura delle/degli loro studentesse/studenti non solo attraverso azioni di sostegno materiale ed economico ma anche mediante una serie di azioni che mirino alla promozione di un clima di benessere psicologico e sociale. Si potrebbero attivare diverse iniziative come: spazi di ascolto e counselling psicologico online (vedi recente Protocollo Ministero Istruzione, Ordine degli Psicologi)

8 ) Vuole aggiungere qualcosa?

Spero che a livello nazionale si capisca la necessità di potenziare i servizi di sostegno psicologico, è necessario che oltre alla salute fisica si curi anche quella mentale. Oltre al corpo anche la mente accusa il colpo. 

Ci uniamo all’appello della dottoressa Miniaci affinché ci si faccia carico delle paure e le ansie dei giovani, che hanno diritto anche in questo momento difficile, di guardare con fiducia al loro futuro

A proposito dell'autore

Enrichetta Alimena

Una ragazza di 29 anni con la passione per la radio e l'informazione. Laureata in Scienze Storiche all'università La Sapienza di Roma, con una tesi sul Movimento delle persone con disabilità motorie negli anni '70. Dopo uno stage presso Rai radio 3, ha realizzato un radio-documentario intitolato "Tutto normale un altro sguardo sulla disabilità", andato in onda sulla stessa emittente. Ha partecipato a diversi scambi internazionali in cui ha affrontato grandi temi di attualità.

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