Ultimamente si sente parlare di “Overtourism”, uno di quei neologismi di derivazione anglofona che ha trovato casa nei nostri dizionari ultramoderni e ricolmi di termini che con l’italiano hanno poco a che fare. Ebbene, “overtourism occurs when there are too many visitors to a particular destination” che tradotto e interpretato vuol dire che ci sono troppe persone in un determinate luogo: un sinonimo di “stracolmo”.

Mi trovavo a la Gare du Nord seduta di fronte ad un amico reggino ormai “troppo” belga che mi spiegava entusiasta questa nuova tendenza delle istituzioni locali di sovratassare determinati luoghi di interesse per ridurre il sovrappopolamento turistico. Io, esterrefatta, inizio una impetuosa conversazione modificando il topic da turistico a “occupantistico”.  
Va bene ridurre l’ingresso dei turisti a tutela del patrimonio culturale e naturalistico, chapeau al Belgio che tiene così tanto alla propria eredità, però mi sorge un dubbio ed anche, ad essere sincera, un po’ di fastidio. Perché disincentivare il turismo va bene, mentre prendere in prestito e rubare il genio barbaro non è considerato una presenza “over” allo stesso modo?

Un turista è una ricchezza al pari di uno studente o neolavoratore emigrato, credo. Però, secondo questa ottica, il turista è un di più, mentre il giovane che cerca fortuna può rimanere.
Pensare, poi, che come dice il mio amico Rocco, “sono sempre gli italiani ad eccellere in questi contesti europei”, mi fa’ ancora più rabbia.
Sono sempre più convinta che per tutto il mondo, in verità, siamo noi il tesoro nascosto, la punta di diamante.
Checchè se ne dica, noi italiani abbiamo la migliore preparazione scientifica e umanistica di tutta l’Europa: abbiamo una formazione a 360°, da quella storica, a quella artistica, filosofica, fisica e via dicendo.
Sappiamo parlare e sappiamo fare.
Siamo curiosi e, quando andiamo fuori, consci di dover dare di più per dimostrare al nostro superiore quanto valiamo, siamo i più pazienti e i più ligi al dovere.
Il nostro metodo scolastico, nonostante l’evidente disvalore degli ultimi decenni, ha plasmato delle menti eccezionali che trovano il giusto merito solo aldilà dei confini nazionali.
Da noi, paradossalmente, il bravo non spicca in positivo; il bravo è quello strano e diverso.
Invece, buttando il piede un po’ più in là, è disarmante accorgersi di quanti “diversi” – e tutti italiani – ci sono lì intenti a raccogliere i propri meriti. Continuiamo ad andare via, perché a casa nostra non ci sentiamo tutelati.

E cosa ci dà l’Unione Europea in cambio della nostra dipartita?
Tanto, soprattutto, in termini di garanzie.
Non voglio fare un reportage statistico e non parlo con i dati alla mano; ma parlo, invece, con il cuore in mano – stretto stretto.
Ho tantissimi amici che hanno preferito andare via alla volta di un futuro più certo nonostante potessero, anche se con difficoltà di sostentamento, spiccare nelle loro terre.
E la motivazione è semplice!
Ad esempio, se sei uno studente, l’UE eroga a tuo favore ingenti – non spicciole– borse di studio. L’UE distribuisce fondi per programmi Erasmus, per favorire progetti di ricerca; l’UE investe sulle giovani e brillanti menti, distribuisce mezzi e risorse.
Ma, soprattutto, l’UE premia.
In tutti gli stati europei un giovane laureato è sinonimo di rinnovamento e di progresso. Ed ecco quindi stage, tirocini, tutti interamente pagati. Non esistono affitti o contratti di lavoro in nero. Esistono stipendi o borse di studio, tutto regolare e secondo la legge e tutto volto ad unico scopo: far crescere le menti di oggi perché diventeranno il futuro, la nuova classe dirigente.
Un paese, infatti, cresce solo quando ha lo stimolo di migliorare, investe sui suoi prodotti migliori e raccoglie, di conseguenza, i suoi frutti migliori.

Rocco, ad esempio, mi racconta di essersi trovato per caso in Belgio, avendo “applicato” (lo dice ridendo) al programma Erasmus promosso dall’Università di Pisa dove studiava biologia molecolare (“comunque la stessa cosa di biologia”). Innamoratosi della piccola cittadina di Leuven, ove sorge uno dei maggiori e più importanti centri universitari di tutta Europa, decise di farvi ritorno per sfruttare l’opportunità di studiare un progetto che lo entusiasmava.
Oggi sono sette anni che Rocco vive e lavora in Belgio.
Vive serenamente perché le infrastrutture funzionano, l’assistenza sanitaria è sicura e celere, la polizia non è corrotta e non è violenta, i cittadini rispettano le leggi e non esiste l’idea dell’evasione. I lavoratori hanno tutte le garanzie e sebbene paghino tutti le tasse (pari a circa il 40% dei loro stipendi) nessuno si lamenta. In un’ora e mezza di treno (dove puoi far pipì senza fare l’acrobata visto l’alto livello igienico dei sanitari) sei a Parigi, in meno di tre sei a Londra, e poi Amsterdarm, Lussembrugo, e la Germania tutta sono a due passi. Rocco ha addirittura deciso di affrontare la tratta Bruxelles – Milano in auto “perché non sai che meraviglie trovi davanti ai tuoi occhi” e perché, lo sapevate? in Belgio l’autostrada è persino illuminata, tanti i fondi che hanno. A proposito di strade! La parola spazzatura non è contemplata nel loro vocabolario, ed è raro vedere un pover’uomo per strada.
Ecologia e rispetto dei diritti umani.
Mah, sarà forse la vicinanza al Parlamento di Espace Leuopold che plasma gli “indigeni locali” o sarà forse l’alto indice glicemico dovuto alla significativa produzione di cioccolato e ingerimento consequenziale di waffle che li stordisce e rende così “anomali”.
Non ci resta che prendere spunto e sfruttare l’ondata europeista.
Abbiamo questa grande madre a dodici stelle che potenzialmente suggerisce e propone diverse soluzioni di sviluppo, però i nostri governi preferiscono farsi la guerra immaginaria piuttosto che lavorare in sincronia e sintonia per lasciare, a noi giovani, l’eredità che meritiamo.
Il futuro è adesso un po’ più buio per colpa dei grandi che non si prendono cura di noi e per il vuoto, forzato, che noi stessi lasciamo.

Allora come Rocco andiamo in Belgio, per esempio.
Perché non mi va di ammetterlo, ma devo dirlo: tutto funziona alla grande in Belgio, signori.
Funziona talmente bene che Rocco non vuole tornare a casa e a Bruges il sindaco tassa il turismo.
Per amor proprio, del proprio futuro e della propria terra. 

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Martina, sempre la più piccola dell’annata ‘94, laureata LUISS in Giurisprudenza, si definiva ad otto anni “simpatica, anche se i miei fratelli dicono che parlo troppo. Sono una persona responsabile, riflessiva, apprensiva, equilibrata, e molto sensibile, ma soprattutto un po’ pettegola. Sono allegra, divertente e socievole, mi piace stare in compagnia per scherzare, giocare e raccontare barzellette.” Da allora le cose non sono cambiate: parla sempre tanto, pensa sempre troppo e rimane la solita rompi scatole.Va sempre di corsa, non sa stare ferma e forse mostra troppi denti quando sorride.Ama emozionarsi con le piccole cose e cerca in ogni momento un motivo per sorprendersi.E’ un’inguaribile romantica e a volte, a furia di stare con la testa fra le nuvole, rischia di cadere in qualche burrone, dal quale però, trova sempre la forza di rialzarsi!

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