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Ragazze mondiali e stereotipi di genere

25 Giugno 2019. Chiacchierata tipo in un bar qualunque di una città italiana qualunque:

Vediamo la partita dell’Italia stasera?
Perché, gioca l’Italia?
La nazionale femminile…sta ai mondiali.
Ah. E da quando le femmine sanno giocare a pallone?

Cos’è lo stereotipo?

Uno stereotipo è un concetto rigido ed eccessivamente semplificato di un aspetto della realtà, che non si fonda sulla valutazione personale dei singoli casi. Si tratta di un automatismo concettuale che prevale sull’indipendenza e sull’originalità del pensiero, sostituendosi all’opinione formata sull’esperienza personale. 
Gli stereotipi sono il retaggio delle generazioni passate, di vicende storiche che non abbiamo vissuto, di aneddoti che non conosciamo e che, tuttavia, hanno contribuito a tessere la nostra cultura, il nostro modo di fare e pensare.  
Noi subiamo ogni giorno, passivamente, stereotipi sociali e linguistici tramandatici da chissà quale fenomeno pregresso.
Lo stereotipo consiste nella mancanza di curiosità e approfondimento. Crea questa mancanza e poi si nutre di essa. È un veleno invisibile che fa venir meno la necessità di conoscere meglio una cosa, che tanto tutto quello che c’è da sapere è ciò che ti è stato sottoposto fin dalla nascita, in modo più o meno implicito. Tu ci sei abituato ed è normale che non ti venga voglia di capire il perché delle cose: non esiste un perché. O meglio, è quello che i più credono. Spesso è quello chevoglionofarci credere. Alcune persone, infatti, creano nuovi stereotipi o alimentano quelli vecchi, perché su di essi ci costruiscono la propria principale attività remunerativa, che di solito è una carriera politica.

Ebrei, terroni, immigrati.

Sono tutti stereotipi linguistici creati associando caratteristiche negative ad intere popolazioni ed utilizzati per imporre un pensiero. 

Lo stereotipo di genere

Ma soffermiamoci sullo stereotipo di genere, ovvero la peculiare forma di condizionamento mentale per cui si attribuiscono specifiche qualità alle donne, contrapponendole agli uomini, e viceversa.

La donna rassetta, cucina e, insomma, porta avanti la casa.
L’uomo lavora e a casa ci porta i soldi.
Istintività contro razionalità.
Eleganti e scomode gonne contro pratici pantaloni.
Pettegolezzi e frivole conversazioni contro argute discussioni di affari, politica e finanza.
Capelli lunghi contro capelli corti.
È una continua antitesi. E che nessuno si azzardi ad invertire i ruoli e tradire le aspettative della società se non vuol rischiare di essere etichettato come pazzo o se non vuol mettere a repentaglio la propria fama di eterosessuale convinto, per carità! 

Non è nemmeno un secolo che le donne italiane hanno il diritto di voto ed è solo da poco più di 40 anni che possono liberamente disporre del proprio apparato riproduttivo. È, questo, un segmento temporale assai piccolo per poter dire che quella italiana sia una società immune da inconsapevoli preconcetti.
Per tanto tempo si è ritenuto non opportuno che le donne coltivassero talenti diversi dall’uncinetto. E anche oggi che, finalmente, tante sono le donne che hanno fatto strada nei più disparati settori, l’eco assordante di clichè linguistici e culturali tiene il ritmo dei loro passi.
«È una donna con gli attributi» si sente dire. Come se fosse un’eccezione, una donna che è riuscita ad emergere solo perché ha avuto la fortuna di nascere con le caratteristiche intellettive, emotive o fisiche di un uomo. Perché solo l’uomo dispone di caratteristiche vincenti (sic!).
Oppure «Chissà cosa ha fatto per arrivare fino a là» alludendo alla presenza di un benefattore, un maschio detentore della macchina dei soldi e del successo che li cede solo dietro corrispettivo di prestazioni sessuali.
Virginia Woolf, provando a dare un volto alle donne che rimanevano al proprio posto, cioè all’ombra dei mariti mentre questi raggiungevano il successo, diceva:

«Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna»

Oggi che, per fortuna, lunga è la lista di donne che hanno imposto una quota rosa quando questa ancora non era obbligatoria, lo stereotipo induce a pensare che dietro ogni grande donna ci sia un grande uomo. E per grande donna molto spesso si vuole intendere qualcosa di più simile al meretricio che al merito.

Le cose da donne vs le cose da uomini

Facciamo un piccolo gioco: di seguito faccio un breve elenco di attività senza specificare quale di queste,  secondo gran parte della società, si addice a chi. Ogni volta che la vostra risposta istintiva (e probabilmente condizionata da uno stereotipo) è orientata verso un solo sesso piuttosto che per entrambi, domandatevi: Perché ho risposto così? In base a cosa questo si addice di più ad una donna o ad un uomo? Sarà perché l’ho visto fare a mia madre? A mio padre? L’altro sesso non ne sarebbe in grado? La donna vedrebbe svilita la propria femminilità e l’uomo la propria virilità? 

Giocare con le bambole 
Lavorare alla portineria di un palazzo
Corteggiare una persona
Guidare un camion
Cucinare
Fare baby-sitting
Essere CEO di una grande azienda
Essere Premier
Fare una gara a chi beve più birra
Accudire un figlio dopo la sua nascita
Andare in moto
Giocare a calcio

Le donne e il calcio

Per chiudere il cerchio, concentriamoci proprio su quest’ultima attività, il calcio.
Per quanto nell’era di Serena Williams e di Ginnaste: vite parallele possa sembrarci assurdo, nemmeno lo sport è ancora considerato un’attività compatibile con il debole ed esile corpo femminile.

Le prime atlete sono comparse alle Olimpiadi negli anni ’20, perché – insieme al suffragio universale – cominciò a diffondersi la rivoluzionaria idea che lo sport fosse adatto a tutti.
E però…attenzione: ci sono sport e sport e il giuoco calcio è roba da maschi!       

Stando alle poche notizie disponibili, a Milano negli anni ’30 fu fondato il primo Gruppo Femminile Calcistico, ma fu solo dopo la caduta del regime fascista che cominciò ad aversi un concreto, seppur lento, sviluppo del fenomeno, culminato, nel 1986, con il riconoscimento del campionato di calcio femminile da parte della F.I.G.C.
Trent’anni fa, se una bambina avesse espresso il desiderio di iscriversi alla scuola calcio, avrebbe rischiato di essere rimproverata e non accontentata, essendo una scelta fuori dagli schemi. Le poche che venivano appoggiate dalle loro famiglie erano comunque considerate dagli altri delle outsider in lotta contro l’ordine precostituito delle cose. 
Ma, per fortuna, lo sport ha una potenza tutta sua che prescinde dai preconcetti, abbattendoli il più delle volte.
Così, silenziosamente, piccole code di cavallo in calzettoni hanno cominciato a giocare con i maschietti, magari con i loro fratelli e, quando a 12 anni non potevano più farlo, lunghi erano i tragitti pomeridiani per arrivare nella città dove si sarebbero dovute allenare con altre ragazzine che fino a quel momento non sapevo dell’esistenza di coetanee con la loro medesima passione.
Caduta dopo caduta.
Partita dopo partita.
Spalti vuoti e cuore sempre pieno d’orgoglio.

Ma, come abbiamo detto, lo sport ha una potenza particolare.
Il potenziale del calcio femminile è stato compreso dalla UEFA che, qualche anno fa, ha richiesto alle Federazioni calcistiche nazionali di promuoverlo. Così, molte società sportive europee hanno creato sezioni giovanili femminili, ed è di questi giorni la notizia che anche il Real Madrid costituirà il proprio team di giocatrici in camiceta blanca.
Lo hanno capito anche le televisioni nazionali e private: SkySport ha trasmesso in diretta le partite del campionato femminile italiano di Serie A 2018/2019. Contemporaneamente i numeri delle tesserate e dei loro sostenitori sono aumentati.
La dimostrazione tangibile di questa crescita quantitativa e qualitativa ce l’ha offerta la qualificazione ai Mondiali della Nazionale Italiana di calcio femminile.
Le partite trasmesse in diretta su Rai Uno, lo stadio che si riempie di bandiere italiane partita dopo partita.
Tutti ne stanno parlando, certo con i più variopinti commenti, di cui parecchi anche molto lontani dai tecnicismi, ma, come si dice, nel bene o nel male purché se ne parli…

Lo stereotipo cade

Le cose accadono in modi strani, ma accadono. Commenti, critiche, apprezzamenti, mettiamoci pure un po’ di gossip, e alla fine succede che le persone si affezionano, che il commento malizioso si trasforma in parole di incoraggiamento, che la curiosità diventa sostegno, poi passione, poi amore viscerale che ti fa urlare, ridere e piangere per e con questa bella squadra che indossa il nostro tricolore.
E succede che lo stereotipo cade. Che tutti cominciano ad abituarsi all’idea che il calcio è uno sport e come tale appartiene a tutti.
Non è necessariamente blu, come la danza non è per forza rosa.

Ai microfoni, le Azzurre hanno raccontato le proprie storie e hanno fatto i nomi dei loro calciatori preferiti, cui da piccole sognavano di assomigliare. Pirlo, Del Piero, Inzaghi, Cristiano Ronaldo. Tutti i grandi nomi dei signori del calcio.
Invece, oggi, grazie a loro, le bambine dicono «Mamma, voglio diventare come Aurora Galli!»

E, ora che questa avventura si è conclusa ai quarti di finale, con le lacrime agli occhi io vi ringrazio tutte e ringrazio le vostre famiglie, Milena Bertolini, tutti i Mister che hanno creduto in voi ed ogni singola persona che vi ha permesso di arrivare fino a qua, a buttare giù la Muraglia cinese ed il muro dei pregiudizi. 

Sigla scelta da Sky Sport per la Nazionale azzurra ai Mondiali femminili di calcio 2019

A proposito dell'autore

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Classe 1993. Nata a Caserta, vive a Roma dove si è laureata in Giurisprudenza. Aspirante magistrato. Ama il diritto penale, la sua squadra di futsal e la scrittura. Dal suo profilo FB: «Io è una vita che scrivo. Nei diari segreti e in quelli di scuola, nei quaderni a quadretti, al pc, sui muri. Ovunque e in qualsiasi momento io senta l’esigenza indifferibile di cristallizzare un istante. Dipingo le pagine con i colori di parole a casaccio, di flussi di pensiero non sempre grammaticalmente corretti, vomitati con gioia o mentre piango a dirotto o mentre mi annoio. Io è una vita che vomito» Simpatica, creativa, alla mano, un po’ imbranata, molto permalosa.

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