Per loro nessun onore, al più un misero trafiletto della cronaca. Sono quelli che si sono arresi, quelli che hanno alzato “bandiera bianca” e, per loro, il tricolore sulla bara non ha posto. Parlo dei miei coetanei morti suicidi negli ultimi anni: gli abitanti di una fascia generazionale con impresso il peccato originale di esser nata indesiderata nel mondo del lavoro, nella società, cresciuta a cucchiaiate di “crisi”, “blocco del turnover” e “disoccupazione giovanile”. Ecco, semplicemente alcuni di noi non reggono, non sopportano di disattendere le aspettative dei genitori, non tollerano il fallimento e così, indesiderati come sono venuti, indesiderati se ne vanno. Perchè l’Italia, in effetti, non li voleva, o meglio, non ci vuole. Siamo troppi e, per legge naturale, qualcuno deve tirarsi indietro. Basti pensare che ogni anno, nell’italico stivale, sono circa 200 i ragazzi sotto i 24 anni che si tolgono la vita ed i suicidi rappresentano circa 12,8% dei decessi tra i giovani di 15-29 anni. “Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità” scriveva nel 2017 Michele, un grafico morto suicida a 30 anni. Michele si è assunto l’arduo compito di urlare al mondo i motivi del suo dolore, rivolgendosi persino all’allora Ministro Poletti. Avrebbe potuto scrivere una lettera d’addio intima, riservata e invece ha usato gli ultimi istanti per spiegare il cancro della mia generazione: a forza di essere trattati come se non valessimo nulla, ce ne convinciamo. Ogni giorno, molti di noi, convivono con il peso di dover ancora gravare sui propri genitori perchè, nonostante la laurea, il master, il dottorato o anche solo lo spirito di sacrificio ed il senso del dovere, non riusciamo a trovare un’occupazione degna di questo nome. I giovani vengono quotidianamente sfruttati, depauperati, umiliati e schiacciati da una stantia gerarchia di maschere di cera prone al denaro, sedute sulle poltrone del potere ormai logore e impegnate a giocare a dadi col nostro futuro. Sicchè, qualcuno sceglie di dire la propria nel modo più traumatico possibile perché la voce e gli appelli non sono bastati. Quanti ancora di noi dovranno saltare da un ponte o penzolare da una trave per far comprendere, a chi di dovere, che meritiamo rispetto e opportunità simili, se non uguali, ai nostri coetanei negli altri Paesi? Quanti genitori dovranno ancora dare l’assenso alla pubblicazione dell’ultima lettera del figlio prima che quelle flaccide e impolverate natiche di chi siede su quelle poltrone si diano una mossa per porre rimedio a questo sfacelo? Non ci vuole molto in realtà, basta darci ciò che ci spetta. Basta improntare la carriera alla meritocrazia. Basta la trasparenza nei concorsi pubblici e la ragionevolezza negli esami di abilitazione. Basta predisporre una concreta lotta al lavoro sommerso con la previsione di esemplari pene per i datori che non rispettano la normativa. Non è difficile, eppure è tutto. Dal canto mio lotto, lotto ogni giorno che passo su questa Terra. Spesso non è facile, affatto. Più di ogni altra cosa, è arduo non perdere la speranza e convincersi che, da qualche parte e in qualche modo, troverò il mio posto. Perciò, voglio dire una cosa a chi, in questo momento, mi sta leggendo ed è piegato dal peso della rassegnazione: non lo fare. Non c’è un solo valido motivo per cui tu debba farlo e soprattutto non sei un peso anzi, ti dirò di più: sei una risorsa. Anche se sei stremato continua a lottare perchè sarà proprio la nostra rabbia a creare l’errore nel sistema. Se te ne vai, se ci abbandoni, nessuno saprà mai quanto vali. E poi, perchè dargliela vinta? Perchè risolvere il loro problema e non il nostro? Pensaci bene: per loro, saresti null’altro che l’ennesimo giovane italiano morto suicida su cui fare un post strappalacrime per la campagna elettorale, l’ennesimo agnello da sacrificare sull’altare dei loro interessi. Tu non sei un agnello, tu sei un lupo ed i lupi si muovono in branco, fanno paura. Loro devono avere paura di noi, delle nostre capacità e delle nostre idee.

Unisciti a chi resiste perchè a morire si muore soli, a lottare si lotta sempre insieme.

A proposito dell'autore

Angela Rizzica

“Acqua cheta rovina i ponti”. Nessuna massima potrebbe riassumermi meglio. Sono irrequieta per natura, di quell’irrequietezza che non si sfoga in una vita di manifesti eccessi quanto in una di perenne flusso ideativo. Insomma: mi chiamo Angela ho 26 anni e non sto ferma un attimo, anche quando rimango seduta per ore a fissare un quadro. Un’altra cosa che penso possa valere la pena sapere su di me è che non sono mai così sincera come quando scrivo. Ecco, la scrittura è il mio personalissimo “vindica te tibi”.

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