“Surreale” è la parola utilizzata dalla maggior parte dei miei amici per descrivere la loro laurea online in questo periodo di emergenza sanitaria.

Ed è la parola che meglio descrive la situazione generale in cui ci troviamo a vivere in questo primo semestre del 2020.

Telelavoro e didattica a distanza: due nuovi termini che abbiamo imparato a comprendere e, ahimè, a sperimentare sulla nostra pelle.

Le aziende, gli studi, le scuole di qualsiasi grado e le università si sono dovute adeguare al distanziamento sociale che ci è stato imposto dall’epidemia che, diffondendosi a livello mondiale, ci ha paralizzati, senza però concederci il lusso di fermare alcune delle nostre attività produttive e, soprattutto, la nostra istruzione.

Nel giro di qualche settimana, le università hanno dovuto introdurre dei metodi di insegnamento alternativi alla didattica frontale. Se le prime settimane il problema riguardava principalmente l’insegnamento a distanza, fatto di lezioni, seminari ed incontri con i professori universitari, nessuno si sarebbe aspettato il prolungamento del lockdown per così tanto tempo da dover fronteggiare tutte le problematiche connesse al sostenimento degli esami universitari e delle sedute di laurea.

Le università di tutta Italia hanno affrontato al meglio questa sfida: la Federico II di Napoli ha implementato sin da subito una piattaforma di insegnamento e-learning (Federica.eu), al fine di supportare l’attività didattica dei suoi docenti; l’Università per Stranieri di Siena ha, invece, attivato un canale Youtube attraverso il quale tenere le lezioni online, scaricare materiali didattici ed interagire con i docenti; l’Università di Bari Aldo Moro ha optato per l’utilizzo di Microsoft Teams, una piattaforma tra le più conosciute utilizzabile attraverso qualsiasi dispositivo elettronico, predisponendo una serie di guide online al fine di aiutare docenti e studenti nell’utilizzo.

Gli strumenti utilizzabili e utilizzati sono molteplici. Ma la domanda fondamentale è una: questa nuova modalità di apprendimento richiede uno sforzo maggiore rispetto a quello normalmente impiegato per la didattica frontale?

Sicuramente è necessaria una maggiore organizzazione da parte del docente nella predisposizione sia dell’eventuale materiale didattico di supporto alla lezione sia della scaletta da seguire durante la spiegazione.

Inoltre, è fondamentale cercare di mantenere il più possibile viva la lezione, catturare l’attenzione dei ragazzi che, comodamente seduti nelle loro stanze dietro ad uno schermo di un computer, senza poter essere visti né sentiti, si potrebbero facilmente lasciar distrarre.

Ecco perché i veri “eroi” di questa didattica a distanza sono i professori e gli studenti: i primi, spesso poco propensi alla tecnologia, hanno dovuto imparare ad utilizzare strumenti nuovi, sforzandosi di dar valore all’interazione digitale con lo studente; i secondi, dal canto loro, seppur appartenenti all’era digitale, si sono trovati a dover mantenere alta la concentrazione per poter seguire gli insegnamenti giornalieri, oltre a dover attendere in uno stato di incertezza assoluta nuove indicazioni sugli strumenti da utilizzare per il sostenimento degli esami.

Se si guardasse soltanto all’organizzazione delle università, dei docenti e degli studenti, si potrebbe agevolmente concludere e ritenere che la didattica a distanza funzioni al meglio.

In verità, c’è un aspetto che finora abbiamo del tutto tralasciato: l’interazione umana, e non digitale.

Secondo una ricerca resa nota durante il Microsoft EDU Day 2020, tre sono gli stati d’animo con cui gli studenti hanno affrontato questa quarantena didattica: la noia, la confusione, l’ansia.

Si tratta di tre stati d’animo facilmente comprensibili e rinvenibili anche nel resto della popolazione che, pur non dovendo interfacciarsi con l’e-learning, ha dovuto modificare radicalmente il proprio stile di lavoro attraverso lo smartworking. 

Se l’era che viviamo è un’era digitale, perché questo distanziamento didattico provoca sentimenti così negativi?

La risposta è, per me, semplice: l’interazione umana fatta di mani che si stringono, voci udite chiare senza alcun retrogusto metallico di un pc, sguardi che si incrociano e comprendono la confusione dell’altro, non sono minimamente sostituibili dalla tecnologia, soprattutto nel mondo della didattica, in cui, alle volte, serve anche una pacca sulla spalla per darsi forza e continuare il proprio percorso con determinazione.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’AltraVoce dell’Italia di lunedì 25/05/2020

A proposito dell'autore

Marialuisa Inchingolo

Marialuisa, annata ’93, laureata LUISS in giurisprudenza, pugliese di nascita ma romana di adozione da tanti, troppi anni. Ha sempre condiviso con suo padre, il suo primo fautore, due grandi passioni: il diritto e la lettura. Con il tempo, per dare sfogo ai suoi pensieri più intimi, ha cominciato a scrivere alcuni racconti brevi, caratterizzati dal filo conduttore della malinconia. Ama viaggiare perché si sente libera ed ama il mare perché si sente serena. Si definisce mentalmente sempre in movimento, agitata ed alla costante ricerca di risposte alle innumerevoli domande che si pone. Scrivere è l’unico mezzo per placare la sua inquietudine interiore.

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