L’ultima legge di bilancio è stata, da poco, varata dal governo ed approvata dal parlamento. Il governo ha introdotto una discussione su due tasse molto coraggiose: una sulla plastica ed un’altra sullo zucchero. Il coraggio deriva semplicemente dal fatto che ambedue le industrie, zucchero e plastica, sono abbastanza presenti in Italia e danno lavoro a molte famiglie/persone. Introdurre una tassa, difatti, danneggerà queste industrie, avendo ripercussioni anche sui consumatori.

La motivazione del governo è semplice: riassumendo in modo generale, la plastica monouso inquina mentre cibi e bevande zuccherate fanno male (oltre certi limiti) alla salute. Inoltre, le nuove generazioni sembrano essere molto distanti da ambedue i mondi, visto che hanno a cuore sia l’ambiente che la propria salute/linea. Bisogna quindi considerare che questi prodotti, indirettamente, causano dei costi allo stato. Infatti, siamo noi cittadini a dover affrontare i costi della raccolta/riciclo della plastica, oltre che le spese mediche causate dall’obesità e le varie malattie legate all’elevato consumo dello zucchero.

Voglio farla breve: io sono pienamente in accordo sul fatto che in futuro limiteremo drasticamente il consumo di zuccheri (specie le bevande) e di plastica. È un dato di fatto che questi cambiamenti stiano già avvenendo: l’azienda Coca Cola, leader del settore delle bevande zuccherate, sta affrontando una crisi inimmaginabile fino a qualche anno fa. Similmente, anche l’industria della plastica affronterà crisi del genere in futuro molto prossimo.

Tuttavia, il modus operandi del governo non mi ha convinto affatto. Francamente, sembrerebbe che nemmeno la stessa maggioranza sia perfettamente convinta delle azioni messe in atto.

A dimostrazione della poca convinzione, nonostante un primo passo molto forte, che preveda una tassazione di oltre un euro al kg per la plastica, la legge finale riduce radicalmente sia la tassa (sotto i 50 centesimi al kg) e soprattutto i prodotti che verranno tassati. Anche per le bevande zuccherate (unico prodotto tassato) la tassazione definitiva non è così radicale come ci si aspetterebbe. 

Ciò che spaventa e non convince è appunto la ripercussione sull’economia e sull’occupazione di queste politiche. Questa preoccupazione è lecita e sensata, ed è il punto che mi lascia maggiormente perplesso. 

Credo fortemente che il coraggio nel delineare le future strategie del nostro paese debba essere supportato da una pianificazione elaborata. 

Ci sono molti imprenditori che hanno investito, pagato tasse, assunto dipendenti e sviluppato questi settori economici (zucchero, plastica) nel corso degli anni, e cambiare le carte in tavola nel giro di pochi mesi è incorretto. Ciò che bisognava fare già da tempo è aiutare queste aziende a “cambiare”, innovarsi ed abbracciare il futuro. Bisogna praticamente pianificare la loro uscita di scena, nel corso dei prossimi decenni, nel modo più indolore possibile. Inoltre, bisogna anche rimpiazzare sia i loro prodotti (impacchettamenti organici e bevande e prodotti naturali, ad esempio) che i loro dipendenti. Si potrebbe, ad esempio, assegnare dei fondi per aiutarli a convertire i loro prodotti, per acquisire brevetti, per investire in ricerca e sviluppo, etc. Insomma, allestire un paracadute, magari usando proprio i fondi ricavati dalle tasse sui loro prodotti. 

Penso che ci sia ancora tempo per iniziare un processo del genere, ma la mia personale battaglia di pianificazione del futuro non è riferita esclusivamente a questi due settori.

Ci sono moltissimi altri settori che presto dovranno affrontare un futuro poco roseo, e la pianificazione di questi problemi dovrebbe avvenire quanto prima. Ad esempio, pensiamo ai servizi di trasporto di persone (es. Taxi) e prodotti (es. Corrieri). Per guidare un taxi, molti autisti hanno investito per comprarsi la licenzia (parliamo di centinaia di migliaia di euro) e dedicato il loro sviluppo in questo settore sin da ragazzi. È condivisibile il panico che sia nato dall’entrata di Uber nel mercato, ma le minacce non sono finite. Nei prossimi decenni ci saranno le autovetture autonome (senza autisti) e probabilmente droni che trasporteranno i prodotti nelle nostre case invece dei corrieri. Cosa diremo ad un cinquantenne che ha investito tutta la sua vita e tutti i suoi risparmi in questo settore?

Di esempi simili ce ne sono parecchi: pensiamo alle casse automatiche (addio commessi?), alle farmacie online, ai prodotti biotecnologici, oppure ai settori che verranno presi di mira per evitare ripercussioni sull’ambiente (combustibili fossili, allevamenti di animali e derivati, etc…). 

È vero che l’arrivo di nuove tecnologie è spesso distruttivo, causando la scomparsa di alcuni vecchi prodotti e l’introduzione di molti nuovi. Ma è proprio la pianificazione che rende questi passaggi il più indolori possibili e soprattutto aumenta la competitività del paese e delle aziende che sono già pronte ad affrontare il futuro. 

Pertanto, faccio un appello alle varie forze politiche: non aspettiamo che le onde ci travolgano per iniziare a mettere le barriere in spiaggia. Abbiamo già visto fallire grandi aziende italiane, chiudere enormi centri di produzione nel territorio ed abbiamo assistito alla lenta scomparsa di interi settori produttivi. Non limitiamoci ad uno coraggio sterile e tardivo. 

Iniziamo a programmare gli obiettivi ed il futuro del nostro paese, insieme.

Già pubblicato su L’Altravoce dei Ventenni- Quotidiano del Sud 13/01/2020

A proposito dell'autore

Rocco Stirparo

Calabrese, 30 anni. Laureato a Pisa e dottorato in Belgio (ricerca sul cancro). Amante degli esempi e delle metafore, adora raccontare e scrivere storie. Curioso da impazzire, è un ricercatore del dettaglio e delle sfumature, ma spesso perde di vista la sostanza. Oltre al suo ambito di studi, si interessa di tecnologia, start-up, politica, innovazione e tante altre cose su cui non è affatto preparato. È negato a scrivere autobiografie e giocare a tennis. Fondatore entusiasta di DNA Disk

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