Ora avremo una grande responsabilità: con 209 miliardi abbiamo la possibilità di far ripartire l’Italia con forza e cambiare volto al Paese. Ora dobbiamo correre.”

Questa frase, pronunciata da Conte subito dopo l’ufficializzazione dei fondi Europei per la ripresa (Recovery fund), racchiude completamente la grandezza di questo evento e le responsabilità che ne conseguono. Difatti, 209 miliardi di investimenti sono una cifra enorme. Potremmo costruire 50 ponti sullo stretto di Messina, potremmo pagare per 20 anni il reddito di cittadinanza oppure potremmo regalare 3000 euro ad ogni singola persona sul suolo italiano. È quel genere di investimento che non ti lascia scuse, se non quella di aver sbagliato ad usarli. È un po’ come una squadra di calcio dopo una campagna acquisti faraonica: se non vince tutto, e bene, viene comunque considerata reduce da una stagione fallimentare.

Ma il problema principale non è tanto la responsabilità che grava nel governo quanto la discussione su come utilizzare questi fondi.

L’unione Europea ha già fatto sapere qual è la sua agenda per l’Italia e come si aspetta che questi fondi vengano investiti. I sette punti principali sono: Salute; Liquidità per imprese; Occupazione; Efficienza dei settori amministrativo/giudiziario; Crescita sostenibile; Transizione verde e trasformazione digitale. A prescindere dall’esser d’accordo o meno con l’agenda Europea, la realtà è che non abbiamo molta scelta. Infatti, questi fondi devono comunque passare attraverso la Commissione Europea ed inoltre esiste una sorta di freno di emergenza che può fermarne l’erogazione qualora uno stato si spostasse dagli obiettivi richiesti. Tuttavia, l’agenda ha dei temi cosi vasti e generali da permettere una grande libertà di manovra agli stati stessi.

Quindi, come investire questi fondi? Innanzitutto, sembra ovvio che la prima voce in capitolo spetti alla salute pubblica. Ci sono e ci saranno ancora ingenti spese da fare e non parliamo soltanto dei test, farmaci e vaccinazioni anti-COVID19. Questa pandemia ha difatti sottolineato, per chi non se ne fosse accorto, le tante criticità del settore sanitario italiano, che comunque resta all’avanguardia per molti aspetti. Una su tutte, forse sarebbe il caso di risolvere il problema della carenza di medici specializzati.

A seguire, un altro punto critico che questa pandemia ha evidenziato, aprendo le strade a parecchie opportunità, è la trasformazione digitale. Dalle lezioni scolastiche online, passando per lo smartworking o le consegne di cibo e spesa a domicilio, si è capita l’importanza della digitalizzazione italiana. Siamo ancora molto impreparati, sia a livello pubblico che privato. E in una nazione della nostra portata, ma soprattutto molto estesa e con infrastrutture non sempre ideali, l’innovazione digitale potrebbe davvero dare una spinta economica non indifferente. La digitalizzazione non deve spaventare il nostro “slow food”, l’artigianato di qualità o i prodotti made-in-Italy: è una grossa opportunità per aprirci a nuovi mercati e fasce d’età. Inoltre, dal punto di vista fiscale, potrebbe dare anche un grosso contributo alla lotta all’evasione.

Infine, l’occupazione. In Italia è un problema da anni, ormai. Soprattutto la disoccupazione giovanile e quella meridionale.

È da sottolineare che il governo si sta muovendo in alcune di queste direzioni. Nel “decreto legge agosto” approvato recentemente dal consiglio dei ministri, si annunciano misure straordinarie per il sud, l’occupazione, e la digitalizzazione dei pagamenti. È ancora presto per giudicare le misure, ma spero che si mantenga la direzione e si usi tutta la potenza di fuoco per migliorare questi aspetti fondamentali. E soprattutto, bisogna non solo agire bene, ma anche agire in fretta, perché la pandemia ha colpito duramente l’Italia e le risposte economiche son arrivate in colpevole ritardo.

Di questa cosa, il Presidente Conte ne è consapevole, e difatti, nella frase iniziale ha dichiarato “Ora bisogna correre”.

Noi siamo pronti, Presidente. L’importante è che però il governo ci dia la direzione migliore.

Articolo già pubblicato su Il Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei Ventenni il 31/08/2020

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A proposito dell'autore

Rocco Stirparo

Calabrese, 30 anni. Laureato a Pisa e dottorato in Belgio (ricerca sul cancro). Amante degli esempi e delle metafore, adora raccontare e scrivere storie. Curioso da impazzire, è un ricercatore del dettaglio e delle sfumature, ma spesso perde di vista la sostanza. Oltre al suo ambito di studi, si interessa di tecnologia, start-up, politica, innovazione e tante altre cose su cui non è affatto preparato. È negato a scrivere autobiografie e giocare a tennis. Fondatore entusiasta di DNA Disk

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