Asia Argento, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie: sono solo alcune delle donne che accusano di molestie e stupri Harvey Weinstein, produttore hollywoodiano il cui nome risulterà impronunciabile e sfuggirà ai più, ma è legato alla Miramax e a film di successo come Pulp Fiction, Shakespeare in love, The Artist.

L’inchiesta

A raccogliere e riportare le testimonianze, in prima istanza, è stato Ronan Farrow sul New Yorker: Paltrow e Jolie hanno dichiarato di aver ricevuto avances indesiderate, rispettivamente nel 1996 e nel 1998. La vicenda che riguarda Asia Argento invece si svolse quando la stessa aveva appena 21 anni, durante le riprese di “B. Monkey – Una donna da salvare”: invitata ad un party della Miramax in Costa Azzurra, scoprì solo in loco che non vi era nessuna festa. Trovò Weinstein in accappatoio, che le chiese di farle un massaggio: iniziò così un incubo con cui l’attrice ha faticato a convivere, fatto di senso di colpa per non aver avuto il coraggio di fuggire e orrore per la violenza subita. A Farrow ha confessato: “Se fossi stata una donna forte gli avrei dato un calcio nelle palle e sarei scappata. Ma non l’ho fatto. È stato un trauma orribile”.

Ad oggi, sono più di cento le donne che accusano Harvey Weinstein di molestie e violenza sessuale. L’elenco continua ad allungarsi, in un misto di paura e repulsione, mentre fascicoli d’indagine sono stati aperti a Londra, Beverly Hills e New York. Proprio dalla Grande Mela potrebbe scattare presto un ordine di arresto: l’attrice Paz de la Huerta ha accusato Weinstein di un doppio stupro avvenuto nel 2010, fornendo alle autorità un racconto dettagliato riguardo al quale gli inquirenti stanno raccogliendo le prime conferme. Essendo trascorsi sette anni, occorreranno ulteriori prove, ma le dichiarazioni di de la Huerta coincidono con una sorta di copione malato delle azioni compiute da Weinstein fornito da decine di donne.

Mentre lo scandalo impazza, investendo anche Kevin Spacey, Ed Westwick e il nostrano Fausto Brizzi, la mia attenzione è stata attirata dalla bufera mediatica che ha investito Asia Argento. In seguito alla sua denuncia, l’attrice italiana è stata investita da critiche ed insulti da parte della stampa e del web. I motivi? Aver atteso “troppo”, secondo alcuni; aver cercato scorciatoie per la sua carriera, dicono altri. C’è chi ritiene Asia Argento poco attendibile, chi crede che denunciare vent’anni dopo sia più “semplice”, che la sua causa sia poco fondata, che fuggire all’estero sia stata una scelta comoda.

Di fronte all’esasperazione dei toni (e dei contenuti), abbiamo chiesto ai lettori di Venti di esprimere in forma anonima il loro parere.

Il quadro che è emerso dai risultati del sondaggio, compilato per lo più da una fascia di utenti compresa tra i 25 e i 35 anni, evidenzia una frattura all’interno di quella che chiameremo opinione pubblica: comprensione e supporto da un lato, perplessità e scetticismo dall’altro.

 

 

Ad accomunare le visioni, così diametralmente opposte, vi è il fastidio innescato dalla stampa italiana, spesso incapace di trattare il tema delle molestie e “costretta” così ad utilizzare toni più vicini al gossip che al giornalismo d’inchiesta. Scopriamo così che gli italiani sono maestri di victim blaming, declinato in innumerevoli varianti che vanno dalla caccia alle streghe al timore di un effetto domino indiscriminato. E che al garantismo giudiziario che interessa i denunciati non  corrisponde il garantismo (morale?) delle vittime che trovano il coraggio di denunciare. In Italia, i tempi utili per le denunce sono chiari: entro tre mesi per una molestia, entro sei mesi per uno stupro. Come se bastassero 90 o 180 giorni per scuotere via di dosso la sensazione di vulnerabilità, paura, anche schifo, e trovare il coraggio di dire ad alta voce di essere stata violate. Una donna su tre ha subito violenza nel corso della sua vita, ma la percentuale di denunce è ancora bassissima. Non solo per i tempi irrisori a disposizione per le denunce, ma anche per il giudizio immediato che ne consegue: la vittima diviene colpevole. Di aver alzato la voce, di aver atteso troppo, di non essersi ribellata. E spesso i carnefici sono proprio altre donne.

Che fine ha fatto il femminismo in Italia?

Non quello delle scritte sulle magliette, dell’esasperazione dell’essere donna o della superiorità della figura femminile tour court. Mi riferisco alla parità economica e sociale, alla rivoluzione del pensiero, all’affermazione giornaliera di un valore che non prevede la sottomissione dell’altro.
Nei giorni in cui la Corte di Cassazione ha condannato per violenza sessuale (ex art. 609 bis) due molestatori da autobus, occorrerebbe fermarsi, indagare i fatti, rispettare la dignità delle donne oltraggiate. Qualcosa sta cambiando, anche in Italia: si veda la campagna #quellavoltache, volta a raccogliere le storie di donne che si siano sentite minacciate in seguito ad apprezzamenti indesiderati o molestie, e il movimento #metoo, nato dalla volontà di Asia Argento e Fanpage.it accompagnato da una vignetta di Marjane Satrapi che ritrae la stessa attrice nell’ormai celebre posa “no shame fist”.
Tutto questo non basta e non basterà finché la voce di ogni vittima sarà interrotta dagli esponenti di un sistema di potere e abusi, finché in Italia si parlerà di molestie con toni sommessi o accusatori nei confronti delle vittime stesse, finché ogni vittima avrà paura non solo del suo aguzzino ma delle critiche che potrebbero travolgerla.

Si avvicina il 25 novembre, giornata internazionale contro  la violenza sulle donne: quest’anno più che mai sarà importante scendere in piazza per manifestare i vari punti di vista, confrontarsi, discutere e, soprattutto, ricordare che le donne non sono sole. Il cambiamento sta arrivando.

A proposito dell'autore

Maria Teresa Pedace
Caporedattore

Maria Teresa, 27 anni di scelte sbagliate ed errori madornali. Spasmodica amante del mare, della neve, della critica. Social media lover, cantante da karaoke, cuoca della domenica, simpatica a giorni alterni, affetta da sindrome del fangirlin’ e del pogo selvaggio.

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