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Di Antonella Di Lucia

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Tra il 22 e il 25 maggio, i 28 Paesi membri dell’Unione Europea hanno votato per il rinnovo del Parlamento Europeo. Le elezioni europee di quest’anno hanno assunto un significato particolarmente importante, alla luce della crisi politica ed economica che sta investendo l’Europa. Gli occhi di investitori ed analisti finanziari sono rimasti fermamente puntati sull’evento elettorale, con il timore che un’eventuale vittoria degli euroscettici potesse aumentare il rischio di un futuro incerto per la moneta unica e la stessa Unione Europea.

E i timori non erano infondati. Infatti, il risultato italiano, con il 40% dei voti raggiunti dal Partito democratico, si configura come un’eccezione rispetto alla crisi della sinistra in Europa e all’avanzamento degli euroscettici, che hanno vinto in Francia e nel Regno Unito, rispettivamente con il Fronte National di Marine Le Pen e l’UKIP di Nigel Farage. In Grecia, invece, stravince la sinistra di Syriza, il partito guidato da Alexis Tsipras. Degna di nota è anche la vittoria in Danimarca del Partito Popolare Danese di estrema destra, che fa delle polemiche contro l’Europa e della lotta all’immigrazione la propria bandiera.

In Italia, il flop dei grillini e il risultato straordinario conseguito da Matteo Renzi non lasciano più dubbi sull’investitura popolare del PD e del suo leader. La sconfitta di Grillo lascia pensare ad errori commessi durante la campagna elettorale e ai ripensamenti di alcuni elettori in seguito all’ostruzionismo praticato nei confronti del PD.

Sembra che il trionfo elettorale del PD abbia fatto guadagnare al partito un nuovo peso agli occhi della sinistra europea e più ampi margini di manovra che cambieranno l’influenza italiana sull’Unione Europea.

Insomma, un Europa non poi così unita se trionfano gli euroscettici. È il caso di chiederci perché l’euroscetticismo sia in crescita. Occorre esaminare l’espansione dei partiti euroscettici e dei partiti populisti di destra alla luce delle molteplici trasformazioni vissute attualmente dall’Unione Europea. Come spiega il politologo Pascal Delwit, la prima ha a che fare con l’allargamento dell’UE: “L’Unione è passata dall’essere una piccola comunità a uno spazio di 28 Paesi e, quindi, da un punto di vista dell’identità, da un punto di vista della rappresentazione dell’Unione Europea, oggi ci troviamo di fronte a un’altra configurazione”. Il secondo fattore di trasformazione è la crisi economica che “causa molta inquietudine, paura, timori che tradizionalmente portano all’isolazionismo”. Infine, contribuisce “il declino dell’Europa, il declassamento del proprio posto rispetto a quello che occupava in passato”. Secondo Delwit, “questa logica di ripiego identitario porta a una forma di negazione della solidarietà e alla crescita del secessionismo. Questi partiti hanno un impatto sui partiti principali che temono di vederli crescere a livello elettorale e politico e quindi diventano molto più restii nel promuovere una maggiore integrazione dell’Unione Europea”. Sicuramente il processo di integrazione politica dell’UE subirà un impasse, rendendo ancor più evidente il divario tra la stretta unità economica e la mancanza di coordinamento politico.

L’Unione Europea è stata ispirata dalla volontà di creare un’area di stabilità e pace, in seguito ai due conflitti mondiali e, effettivamente, il ciclo di rivalità, tensioni e guerra cui si è assistito in un passato non tanto remoto è stato interrotto. Inoltre, è difficile pensare che gli stati europei, da soli, possano far fronte alle superpotenze attuali e future che si stagnano come veri e propri colossi con le loro dimensioni demografiche, politiche, economiche e militari. Gli euroscettici rappresentano l’unità europea come l’origine di tutti i mali, ma populismo, xenofobia e un nazionalismo ostile sono veramente la risposta ai nostri problemi?

A proposito dell'autore

Antonella Di Lucia

Siciliana doc, ma residente a Milano da 4 anni, studia Management all’Università Bocconi. Pretende molto da se stessa e ama sfidarsi e, per una a cui piacciono le discipline umanistiche, studiare economia è una bella sfida. Ma la curiosità è dalla sua parte e, alla fine, riesce ad appassionarsi un po’ a tutto. Non sa ancora cosa vuole fare da grande, ma sta rispolverando le antiche passioni. È perennemente combattuta tra il desiderio di libertà e il bisogno di appartenenza.

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