AEROPORTO

Parto dall’aeroporto di Torino nel pieno pomeriggio. Sono armato di valigie che sfiorano il limite del peso consentito e di tanta voglia che il viaggio duri il meno possibile. Non vedo l’ora che le mie attenzioni non siano più rivolte a non farmi fregare da sotto il naso le valigie da qualche abile borseggiatore di provincia.

Mi dirigo al Gate con aria sicura, cercando di non mostrare la stanchezza di giorni e giorni di preparazione. Arrivo e mi posiziono in una fila stranamente ordinata per degli italiani. Mi guardo attorno e scopro che la maggior parte sono turisti. Tutto torna.

Il Gate presenta, da subito, un ostacolo piuttosto fastidioso: continue vampate di caldo tropicale investono il mio pesante cappotto e gli altri presenti. Passano i minuti, ma gli steward non lasciano ancora imbarcare. Noto un’altra fila, appena al fianco della mia. È la plenipotenziaria fila dei viaggiatori priority, l’elite dell’aria. Fieramente impettiti nei loro completi scuri, tenendo strette le ventiquattrore gonfie dei Mac, ci guardano con sommo disprezzo.

Il tempo continua a scorrere; siamo lì, in piedi con il calore di un luglio inoltrato a Tangeri a tenerci appiccicati i vestiti alla pelle. I bambini stufi e irrequieti, iniziano a correre, giocare e gridare come forsennati. Gli adolescenti meno timorosi della sporcizia del pavimento di un aeroporto nel pieno della giornata lavorativa, si siedono a terra. In molti guardano i propri telefoni alla ricerca di qualcosa per combattere una noia che sta diventando parte della nostra anima.

Infine, eccolo. Il dipendente della compagnia aerea si avvicina a grandi falcate, cercando di non inciamparsi nei suoi pantaloni esageratamente grandi. Inizia l’imbarco. Ma non per noi proletari, viaggiatori di serie B. Dobbiamo attendere che gli eccellentissimi priority, con la velocità tipica da bradipi tridattili sudamericani, entrino e si sistemino nei loro sedili più larghi di sei centimetri quadrati.

L’ARRIVO

Arrivo a Barcellona un’ora e mezza dopo. Il sole è già calato e il mio umore con esso. Riesco a recuperare le valigie e prendo al volo un taxi. A guidarlo è un certo Francisco, dolcevita e baffo austero. Per non tradire la mia ignoranza sulla lingua catalana, gli mostro un post-it su cui avevo segnato l’indirizzo della mia (futura) dimora. Scambiamo due parole e parte.

Il traffico è allucinante. Il tassametro scorre rapidamente. Francisco è sintonizzato su una radio locale che parla di politica. Una tipa con voce squillante sta cercando (maldestramente, a giudicare dai continui balbettii) di spiegare la definizione di terrorista politico. Quando arriviamo a destinazione, Francisco mi sorride e mi chiede da quale regione del Portogallo io provenga. Non ricambio il sorriso.

Prendo le valigie e mi affretto a dirigermi verso il portone di casa. Un tipo, sbucato dalla penobra, mi si avvicina e mi fa: “hey guy, weed?”.

Sarà una lunga esperienza.

A proposito dell'autore

Paolo Claudio Ratti

Nato a Torino, cresciuto ammirando personaggi sportivi e le loro imprese: il pirata Pantani a Courchevel, il “fallo” di Iuliano su Ronaldo o il sorpasso sul “cavatappi” del Dottor Rossi, solo per citarne alcuni. E’ un buongustaio, nonostante non sappia cucinare; ama i film impegnati, eppure non disdegna i peggiori B-Movies statunitensi; si considera un poliglotta: parla, infatti, correttamente, Italiano e Piemontese; i paradossi, come si sarà capito, sono il suo forte. Il suo motto: “Be careful of the cat. Don’t say you have the cat in the sack when you don’t have the cat in the sack”

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