La premessa è d’obbligo: in campagna elettorale i sondaggi vanno presi con le dovute, enormi, pinze. Sarà perché hanno storicamente sottopesato le stime elettorali di Berlusconi, o, ancora, hanno sottostimato di ben 10 punti percentuali la forza del M5S in occasione dell’ultima elezione nazionale, sta di fatto che, mai come oggi, i sondaggi rischiano di essere uno strumento di dubbia affidabilità.

Tuttavia, essendo l’unico strumento di misurazione di cui si dispone in periodo preelettorale, è necessario prendere per buone le percentuali rilevate per noi dai solerti sondaggisti e lanciarsi in alcune considerazioni preliminari per la cronaca di quella che rischia di essere ricordata come la campagna elettorale più caotica e priva di contenuti della Seconda Repubblica.

La prima considerazione non può non riguardare la nuova legge elettorale (Rosatellum bis), all’apparenza scritta da Saw l’enigmista in persona, che è riuscita nell’encomiabile intento di confondere ogni strategia politica di partiti che a crearsi problemi erano già bravissimi da soli.

Capita così che i candidati agli uninominali vengano proposti in un numero spropositatamente alto di collegi con paracadute in lista proporzionale automaticamente annesso, ottenendo come duplice e virtuoso risultato quello di ostentare la scarsa fiducia verso la vittoria del proprio candidato al collegio e allo stesso tempo fare imbufalire gli altri candidati, che si vedono bellamente scavalcati da un “paracadutista VIP”.

Il Partito Democratico, primo mandante della nuova geniale legge elettorale, continua intanto nel suo stillicidio di consensi, che spera si arresti prima di scendere sotto la soglia psicologica del 20%. Le preghiere e le macumbe sono saltuariamente interrotte dal rumore di lame affilate proveniente della minoranza del partito, pronta ad una riproposizione delle idi di marzo in grande stile verso il decadente Imperatore Matteo Renzi.

La coalizione di centrosinistra regge botta solo grazie ai crescenti consensi della neonata formazione politica di Emma Bonino, talmente confusa dalla nuova legge elettorale da inserire direttamente il proprio programma nel nome del partito: +Europa. Solo uno stato confusionale epocale spiegherebbe infatti la richiesta di aiuto al democristiano Bruno Tabacci per bypassare la presentazione delle firme utili a registrare la nuova lista o, ancora, l’esilarante risposta “non me lo ricordo” ad una Lilli Gruber che le chiedeva in quale collegio fosse candidata.

Il M5S, dal canto suo, è dovuto scendere a patti con l’impossibilità di garantire l’integrità morale di ogni suo eletto ed ha prontamente ricominciato con il suo perverso gioco preferito: espellere (selettivamente) i propri eletti alla disperata ricerca di una verginità ormai perduta da tempo, quando la hit del momento era ancora “Onestà, Onestà, Onestà”.

Suonano ancora più ridicoli i proclami del suo leader Luigi Di Maio, che invoca a sé il conferimento dell’incarico di formare un governo da parte del Presidente della Repubblica poiché prima forza politica del paese. Quello che ignora – ma non è colpa sua, semplicemente non glielo hanno insegnato quando faceva lo steward allo stadio San Paolo – è che le forze politiche si misurano in numero di eletti alle camere. Sarà perché il M5S non pare particolarmente in forma nei vari collegi o per via degli oltre 10 punti percentuali di vantaggio al momento attribuiti alla coalizione di centrodestra, ma i pentastellati sarebbero ben lontani dal poter anche solo sognare un governo a propria guida.

Dalla folta coltre di proclami urlati e risiko alcolico dei collegi, emerge invece un centrodestra clamorosamente vicino ad ottenere i numeri utili a formare un governo. Non importa che Forza Italia e Lega siano in questo momento i partiti più distanti in termini di idee di tutto lo scacchiere politico; non importa che Berlusconi sia interdetto dai pubblici uffici e quindi di fatto non possa ambire ad alcuna carica; non importa nemmeno che lo stesso copione si riproponga ormai dal 1994, il centrodestra è al momento la forza politica più prossima alla formazione del prossimo governo italiano.

Nell’anno del film-evento del regista Premio Oscar Paolo Sorrentino su di lui, Silvio Berlusconi e il suo sorriso incerato ci riportano alla cruda realtà del paese più politicamente gattopardesco del mondo, in cui tutto cambia affinché nulla possa cambiare.

A proposito dell'autore

Fabio Bartolo

Dotato di una spiccata capacità di comprendere l’ovvio, mi si può trovare lungo il curioso asse Cosenza-Roma-NY. Leggo (molto), scrivo (non quanto vorrei) e critico (quello sempre!).

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